“Noi Credevamo”: video in anteprima per “Storia in Rete”

21 ottobre

Nelle sale dal 12 novembre, “Noi credevamo” narra le vicende di  un gruppo di cospiratori italiani e i loro percorsi umani dalle repressioni dei Moti del 1828 al mazzinianesimo alle contraddizioni fra le varie anime del Risorgimento. Il regista è Mario Martone e il cast comprende alcuni dei più famosi attori italiani, tra i quali Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Toni Servillo, Luca Barbareschi, Fiona Shaw, Luca Zingaretti e Anna Bonaiuto. La pellicola è stata presentata in concorso alla 67° Mostra del cinema di Venezia, dove ha riscosso successo sia tra la critica che tra il pubblico.

Tre ragazzi del sud Italia, in seguito alla feroce repressione borbonica dei moti che nel 1828 vedono coinvolte le loro famiglie, maturano la decisione di affiliarsi alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Attraverso quattro episodi che corrispondono ad altrettante pagine oscure del processo risorgimentale per l’unità d’Italia, le vite di Domenico, Angelo e Salvatore verranno segnate tragicamente dalla loro missione di cospiratori e rivoluzionari, sospese come saranno tra rigore morale e pulsione omicida, spirito di sacrificio e paura, carcere e clandestinità, slanci ideali e disillusioni politiche.

Sullo sfondo, la storia più sconosciuta della nascita del paese, dei conflitti implacabili tra i Padri della Patria, dell’insanabile frattura tra nord e sud, delle radici contorte su cui sì è sviluppata l’Italia in cui viviamo.

Eccone una clip, in esclusiva per Storia in Rete.

Immagine anteprima YouTube

Il film si basa su personaggi storici realmente esistiti. Eccone i profili biografici.

Emilie Ashurst

Attivista per i diritti delle donne e sostenitrice dell’indipendenza italiana, nel 1861 divorzia dall’avvocato londinese Sydney Hawkes per sposare il patriota veneziano Carlo Venturi. Molto legata a Mazzini, ne è amica, biografa e assistente durante gli anni inglesi.

Cristina Trivulzio, principessa di Belgiojoso (Milano 1808-1871)

Protagonista della vita culturale e politica dei suoi tempi, partecipa attivamente al Risorgimento. Dopo la separazione dal marito Emilio Barbiano di Belgiojoso d’Este, nel 1830 i suoi sentimenti liberali e antiaustriaci la costringono all’esilio, prima in Svizzera e poi a Marsiglia. Nel ’34 finanzia il tentativo di spedizione in Savoia organizzato da Giuseppe Mazzini (di cui criticherà il settarismo, sognando invece una rivoluzione che parta dal coinvolgimento del popolo), quindi si trasferisce a Parigi, dove il suo salotto diventa un centro di ritrovo dei maggiori intellettuali e degli esuli italiani. Giornalista e scrittrice, interessata al sansimonismo, pubblica in francese un Saggio sulla formazione del dogma cattolico (1843), traduce la Scienza nuova di Vico e fonda un’importante rivista politica, “L’Ausonio”.

Nel 1848, sbarcata a Napoli, raccoglie un corpo di volontari che combatterà a Milano, e nel ’49 prende parte alla difesa della Repubblica Romana come direttrice del servizio delle ambulanze militari. Caduta Roma, viaggia a lungo in Asia Minore (descritti nel volume Asie mineure, 1858), prima di tornare in Italia, nel ’56, per stabilirsi nella sua proprietà di Locate, dove creerà dei falansteri secondo le più avanzate teorie sociali dell’epoca.

Simon Bernard

Repubblicano francese, esule in Inghilterra. Ideologo dell’attentato a Napoleone III.

I fratelli Capozzoli

Relegati in passato al ruolo di briganti, in realtà i fratelli Domenico, Donato e Patrizio Capozzoli di Monteforte furono i promotori dell’insurrezione di Palinuro (Salerno) del 28 giugno 1828: lo stesso Mazzini, scrivendo a Emilie Ashurst a proposito di un libro sui cospiratori europei ancora da redigere, si raccomanda di non tralasciarne i nomi. Denunciati dai loro ospiti in cambio della riscossione della taglia, i tre sono arrestati a Napoli il 17 giugno 1829, e saranno giustiziati a Palinuro il 27 giugno.

Sigismondo Castromediano (Cavallino, Lecce 1811-1895)

Primogenito del duca Morciano e marchese di Cavallino (dove vive fino all’età di 37 anni), partecipa alla rivoluzione del 1848 ed è uno dei segretari del Circolo Patriottico Salentino. Arrestato sotto la reazione, nel ’50 è condannato a trent’anni di carcere. Nel 1859 ne è disposto l’esilio in America, ma il 14 gennaio sfugge ai controlli dei borbonici nel porto di Cadice, in Spagna, e con alcuni compagni riesce a imbarcarsi su una nave diretta in Irlanda e di lì, dopo un lungo viaggio, a raggiungere Torino. Nel ‘61 è eletto deputato al primo Parlamento italiano e quattro anni dopo, a fine legislatura, si ritira dalla vita pubblica per fare ritorno nella sua terra, dove si dedica agli studi storico-archeologici (fondando il Museo archeologico provinciale di Lecce, che oggi porta il suo nome) e negli ultimi anni ordina i ricordi della prigionia nel libro Carceri e galere politiche. Memorie.

Francesco Crispi (Ribera, Agrigento 1818-Napoli 1901)

Figura molto discussa già tra i suoi contemporanei, a causa delle trasformazioni che ne hanno caratterizzato la lunga parabola politica, Francesco Crispi è inizialmente un membro di spicco dei democratici siciliani attivi nelle cospirazioni mazziniane (e, come Mazzini, esule a Londra). Indicato da Carlo Rudio come il quarto componente della “banda Orsini” che nel ’58 attenta alla vita di Napoleone III (responsabilità ritenuta poco plausibile dalle biografie ufficiali, mentre secondo alcuni studi probabile, e ancora non accertata dopo 150 anni), con la spedizione dei Mille diviene Segretario di Stato di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. Nel 1887 è il primo statista del sud a diventare Presidente del Consiglio del Regno: con una consapevolezza politica molto forte, tradirà completamente l’ideale mazziniano, portando a compimento una metamorfosi da cospiratore rivoluzionario a uomo di potere reazionario (vedi l’episodio della repressione dei Fasci siciliani) che ne fanno un proto-Mussolini ottocentesco. Dopo essere stato coinvolto nello scandalo della Banca Romana, Crispi – fautore di un’aggressiva politica coloniale – è definitivamente travolto dalla disastrosa sconfitta della battaglia di Adua (1° marzo 1896). Il 5 marzo rassegna le dimissioni.

Antonio Gallenga (Parma 1810-Chepstow, Inghilterra 1895)

Esule a Marsiglia dopo i moti di Parma del 1831, Antonio Gallenga è un giovane studente repubblicano, d’indole romantica e byroniana, affiliato alla Giovine Italia. Medita di pugnalare Carlo Alberto, trovando l’investitura di Mazzini che gli assegna il nome di battaglia di “Procida”. Spaventato, non porta a termine il disegno omicida. Negli anni successivi passa alla causa monarchica e, per una forma di mitomania, prima intrattiene con Mazzini una corrispondenza a senso unico, poi ne diviene un feroce avversario, anche sulle colonne del Times, per cui scrive come corrispondente. Eletto deputato alla Camera subalpina, è costretto a dimettersi nel 1855, quando dà alle stampe History of Piedmont, dove confessa il tentato regicidio. In tarda età sarà un sostenitore delle politiche repressive di Francesco Crispi.

Antonio Gomez (Napoli 1829-?): originario di Napoli, si arruola in Francia nella Legione straniera, prestando servizio in Algeria dal ’53 al ’55. Scontata una condanna, è in Inghilterra, dove aderisce al piano di Orsini, e il 14 gennaio 1858 è il primo degli attentatori a lanciare una bomba contro la carrozza imperiale. Condannato ai lavori forzati a vita, è graziato dopo molti anni e può far ritorno a Napoli.

Giuseppe Mazzini (Genova, 1805-Pisa 1872)

Personaggio tra i più attivi e controversi di tutto il Risorgimento italiano, “apostolo dell’Unità”, Giuseppe Mazzini nasce a Genova, figlio di Giacomo, medico con lunghi trascorsi nella vita pubblica, e di Maria Drago, dalla cui religiosità giansenista sarà profondamente influenzato. Conseguita la laurea in legge nel ’27, milita nella Carboneria fino al ’30, quando è arrestato e incarcerato a Savona. Nel 1831, assolto per insufficienza di prove, è posto comunque di fronte alla scelta tra il confino in un centro del Regno di Sardegna e l’esilio. Sceglie l’esilio, condizione in cui trascorrerà gran parte dell’esistenza: esule in Francia (Marsiglia, Lione) e in Svizzera, si allontana dalla carboneria e progetta la “Giovine Italia”, prima di tante associazioni (Giovine Europa, Associazione nazionale italiana, Partito d’Azione, Unione degli operai italiani) che propugneranno non solo in Italia gli ideali repubblicani. Nel ’34 promuove una spedizione armata in Savoia, ma il tentativo fallisce. Costretto a lasciare anche la Svizzera, nel ’37 è in Inghilterra, dove dopo due anni dedicati agli studi riprende il programma politico con la cosiddetta “seconda Giovine Italia”, caratterizzata da una maggiore attenzione rivolta agli operai. Nel ’48 è a capo della Repubblica Romana, caduta la quale si dedica a orchestrare senza successo moti e sollevazioni. Nuovamente costretto ad espatriare, dal ’57 vive tra Lugano e Londra, mentre il Risorgimento prende definitivamente un indirizzo regio che lo rende “esule in patria”, finché nel ’70 organizza una spedizione per liberare Roma: arrestato, è amnistiato l’anno dopo. Muore il 10 marzo 1872 a Pisa, dove si trovava, ospite di amici, sotto falso nome.

Luigi Amedeo Melegari (Castelnuovo di Sotto, Reggio Emilia 1805-Berna 1881)

Insegnante, partecipa come Antonio Gallenga ai moti del 1831 nel ducato di Parma, quindi è esule a Marsiglia dove aderisce alla Giovine Italia. Fallita la spedizione in Savoia promossa nel ’34 da Mazzini, è prima a Losanna, quindi Parigi e poi a Torino, dove assume la cattedra di diritto costituzionale all’Università ed è deputato dal 1849 al ’62, quando diventa senatore del Regno. Dal marzo ’76 al dicembre ’77 è ministro degli Esteri con Depretis.

Nicola Nisco (San Giorgio la Montagna, Benevento 1820-Napoli 1902)

Dopo un’iniziale adesione al pensiero neoguelfo, passa tra le file dei liberali e – coinvolto nel moto del 15 maggio ’48 e nella setta dell’Unità Italiana – è condannato a 30 anni di reclusione, pena commutata nel ’58 in esilio perpetuo. Torna a Napoli dopo il 1860, e da allora è quasi ininterrottamente deputato, prima a Torino, poi a Firenze, quindi a Roma.

Felice Orsini (Meldola, Forlì 1819-Parigi 1858)

Figlio di un ex ufficiale napoleonico, che lo affida alle cure di uno zio a Imola perché compia i suoi studi, già nel 1832 cerca di fuggire ad Ancona per arruolarsi con le truppe francesi sbarcate in città dopo l’intervento austriaco nell’Italia centrale. Nel ’36 è condannato a 6 mesi di reclusione per omicidio colposo (ha ucciso un domestico): scontata la pena, prima decide di entrare nella Compagnia di Gesù, quindi – lasciati i gesuiti – si iscrive alla facoltà di legge dell’Università di Bologna, dove si laurea nel ’43. L’anno successivo è condannato all’ergastolo per aver fondato una nuova società segreta, ma nel 1846 è libero per effetto dell’amnistia concessa da Pio IX. Raggiunge la Toscana, da dove è espulso per la collaborazione con i gruppi più radicali delle agitazioni politiche fiorentine. Nel ’48 è impegnato nella difesa di Verona, Treviso e Venezia, poi è eletto deputato alla Costituente romana e inviato dalla Repubblica come commissario a Terracina, Ancona e Ascoli. Caduta Roma, ripara a Nizza e negli anni dell’esilio mantiene stretti rapporti con Mazzini, che nel ’53-’54 lo incarica di sollevare la Lunigiana e la Valtellina: fallite queste e altre insurrezioni, fugge in Ungheria, dove gli Austriaci lo arrestano. Nel ’56, favorito anche dall’aiuto mazziniano, fugge dal carcere di Mantova e raggiunge l’Inghilterra: qui si distacca da Mazzini, i cui metodi ritiene ormai inadeguati, e con il fuoriuscito repubblicano francese Simon Bernard medita un attentato a Napoleone III. Il 14 gennaio 1858, insieme a tre compagni (G.A. Pieri, C. De Rudio, A. Gomez; l’identità di un quarto uomo non fu mai accertata), Orsini lancia contro la carrozza dell’imperatore, davanti all’Opéra di Parigi, tre bombe che lasciano illeso il sovrano ma fanno strage di civili. Arrestato insieme agli altri membri della banda, è condannato a morte. Dal carcere indirizza una lettera a Napoleone III: «Sire, le deposizioni che ho fatte contro me stesso nel processo politico per l’attentato del 14 gennaio sono sufficienti per mandarmi alla morte, ed io la subirò senza domandarne grazia, tanto perché non mi umilierò giammai dinanzi a chi uccise la libertà nascente della mia infelice patria, quanto perché sino a che questa è nella servitù, la morte è per me un bene. (…) Rammenti che sino a che l’Italia non sia fatta indipendente, la tranquillità dell’Europa e della Maestà Vostra Imperiale è un puro sogno». La lettera, dirà Cavour, «trasforma l’assassino in un martire che eccita le simpatie di tutti gli italiani». Orsini è ghigliottinato insieme a Pieri il 13 marzo 1858.

Carlo Poerio (Napoli 1803-Firenze 1867)

Figlio di Giuseppe, avvocato e uomo politico, come il fratello Alessandro (che cadrà nel 1848 a Venezia) segue il padre nell’esilio in Toscana, Francia, Inghilterra, finché, tornato a Napoli nel 1833, si dedica con brillanti risultati all’avvocatura. Liberale moderato, arrestato più volte tra il ’37 e il ’47, all’inizio del ’48 è coinvolto nelle agitazioni che porteranno alla Costituzione e diventa ministro dell’Istruzione, incarico da cui si dimette dopo i fatti del 15 maggio. Arrestato nel luglio del ’49, è condannato a 24 anni di lavori forzati finché, dopo averne scontati dieci, ottiene la grazia ed è tra gli esiliati in America che riescono a sbarcare in Irlanda (cfr. scheda su Castromediano). Sostenitore di Cavour, siede al Parlamento italiano dal 1860 nelle file dei moderati.

Carlo Rudio (Belluno 1832-Pasadena, California 1910)

Nato in una famiglia nobile e avviato molto giovane alla carriera militare, nel 1848 è coinvolto nelle Cinque giornate di Milano e in seguito abbraccia gli ideali mazziniani, partecipando alla difesa di Venezia (dove  cade il fratello Achille). Sfuggito alla polizia austriaca, combatte per la Repubblica Romana: qui conosce Garibaldi, Mazzini, Saffi, Mameli e Nino Bixio. Caduta Roma, ripara a Parigi, schierandosi con i giacobini. Nel ’57 è in Inghilterra e l’anno dopo partecipa all’attentato a Napoleone III organizzato da Felice Orsini. Catturato la sera stessa, evita la ghigliottina ma è condannato all’ergastolo nella colonia penale dell’Isola del Diavolo, nella Guyana Francese. Dopo un primo tentativo fallito, riesce a evadere, raggiunge l’Inghilterra e di lì gli Stati Uniti, dove anglicizza il nome in Charles DeRudio e si arruola nell’esercito federale. Dopo aver combattuto nella Guerra Civile, è assegnato al 7° Cavalleggeri del generale Custer ed è tra i pochi reduci del massacro di Little Big Horn. Continua a prestare servizio fino al 1896, quando si ritira in pensione a San Francisco. Muore il 1° novembre 1910, non prima di aver risposto allo storico Paolo Mastri che gli chiedeva precisazioni sull’attentato del ’58: nella sua ricostruzione dei fatti, Rudio indica Francesco Crispi come il quarto uomo della banda, e sostiene che fu lui, e non Orsini, a lanciare la terza bomba contro Napoleone III.

Stanisław Worcell (Stepaniu, Volinia 1799-Londra 1857): rivoluzionario socialista polacco, uomo politico e giornalista, è uno dei leader più influenti del movimento di liberazione della Polonia. Dopo la soppressione della Rivolta di Novembre del 1830-31, ripara in Inghilterra, dove si lega a Mazzini, e continua in esilio la lotta per l’indipendenza della sua Nazione.

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Inserito su www.storiainrete.com il 21 ottobre 2010

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Un commento


  1. speriamo bene, negli ultimi anni non si è visto nulla di decente sul Risorgimento, certo che i nomi sono tutti di esponenti della stessa “parte”. Vedremo.

    paolo rodolfo carraro

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