Buon compleanno, Storia in Rete! Ecco l’editoriale dal n. 61-62

1 dicembre

Col numero che avete tra le mani «Storia in Rete» compie cinque anni. Un traguardo importante per noi che siamo nati senza niente e nessuno alle spalle e con la sola speranza di trovare strada facendo compagni in numero sufficiente per continuare. Se siamo qui è anche perché quei compagni li abbiamo trovati e siamo certi che il loro numero continuerà ad aumentare, lentamente e costantemente come è stato in questi anni. «Storia in Rete» ha un suo pubblico fedele, che ci segue e ci corregge, che ci cerca, ci legge con attenzione e ogni tanto, come è giusto, ci critica. Ora il nostro obbiettivo è quello di dare, fin dal prossimo anno, qualcosa in più: inizieremo con degli speciali monografici oltre ai classici dieci numeri mensili. Altri obbiettivi da realizzare a breve sono l’aumento delle pagine di ogni fascicolo senza toccare il prezzo e l’aggiunta di un undicesimo numero mensile da mandare in edicola. Questo anche perché i motivi che nel 2005 hanno spinto un piccolo gruppo di persone a riunirsi e a mettere mano al portafoglio per far nascere – circondati dallo scetticismo – questo giornale ci sono ancora tutti. La Storia è sempre al centro del dibattito con tutte le storture, le violenze intellettuali, le scorrettezze, le semplificazioni che comporta l’uso pubblico della storia – cioè l’utilizzo spregiudicato di temi ed esempi storici per sostenere posizioni politiche e culturali. Siamo nati per sostenere alcune cose, soprattutto riguardo la nostra Storia nazionale, cose che è importante continuare a ripetere e documentare per far sì che certe semplificazioni non passino impunemente.
La Storia è per sua natura complicata e restia a farsi inquadrare in rigide categorie interpretative anche se tanti, troppi, anche tra i giovani sembrano credere che certi cliché siano intoccabili e indiscutibili. Non si tratta di fare del revisionismo a tutti i costi e a 360 gradi ma di contribuire, con pazienza e tenacia, tassello dopo tassello, a scrostare la Storia da tanti pregiudizi e opinioni consolidate ma non sempre perfettamente dimostrate. Non bisogna sempre e comunque arrivare ad una chiara e netta definizione e individuazione del Bene e del Male perché da sempre le due cose si sono mescolate; non ci sono idee giuste e idee sbagliate in assoluto, casomai ci sono – e ci sono state – idee vincenti e idee perdenti per motivi che nulla hanno a che vedere col Bene e col Male, albe e tramonti che non hanno nessuna relazione con l’etica. Il fatto è proprio questo: la Storia va liberata dalla Morale, dalla convinzione tutta ideologica che ci sia sempre una tensione verso il Bene che periodicamente alcune forze tendono ad ostacolare e altre favorire, per cui, capiti i rispettivi campi, è facile schierarsi. In realtà questo accade col progresso delle scienze non per la Storia che di suo scorre per i fatti propri e contempla spessi gli uomini a fare sempre gli stessi errori e a cullare sempre le solite utopie…
«Storia in Rete» è nata per «de-monicellizzare» almeno un po’ questo paese che ha finito per rappresentarsi come il grande regista – Mario Monicelli – l’ha messo in scena in tanti film confondendo spesso la parte con il tutto. Il Sordi de «La Grande Guerra» non è l’italiano per definizione, è «un italiano possibile». Ma ce ne sono tanti altri – e di migliori – che il cinema ha trascurato, colpevolmente, come gran parte della cultura e della politica. Quello che si è fatto, in ogni settore culturale, negli ultimi decenni contro la memoria storica di questo Paese ha del criminale: quanto di buono e di esemplare è stato prodotto in secoli di Storia viene sistematicamente o negato o dimenticato, eroi o geni italiani restano nel dimenticatoio, interi periodi del nostro passato vengono trascurati o demonizzati in base a considerazioni spesso fasulle, datate, indimostrate. La coesione e l’Unità nazionale che andiamo a celebrare tra qualche mese hanno anche un loro profondo fondamento storico e quindi nei fatti, nei documenti, nelle azioni di tante persone, note o meno note. Fissare solo nella Costituzione attualmente in vigore le radici e le ragioni dell’Unità nazionale, cercare nella Carta del 1948 il collante per controbattere le pulsioni localiste sempre più forti è l’ennesimo esempio della miopia delle classi dirigenti italiane. Non perché la Costituzione non abbia un suo grande e indiscusso valore ma perché una terra che ha almeno tre millenni di Storia può vantare radici più profonde e lontane: il problema, a ben vedere, è sempre quello: si tende a procedere per esclusione invece che per accumulazione. Ogni fenomeno storico deve rientrare in un quadro più ampio e rappresentare un tassello del grande mosaico. Un mosaico unico e irripetibile che è la Storia italiana, che è l’Italia: un’entità che geniali guitti e i loro burattinai – come Sordi e Monicelli – hanno reso in modo superficiale e fazioso e che si continua, anche ai massimi livelli imprenditoriali, culturali e politici a voler promuovere solo come la patria della Ferrari, del Buon Cibo, della Moda, del calcio spettacolo…
«Storia in Rete» nasce anche dall’idea che non ci sia stato solo l’antirisorgimento ma anche il Risorgimento, che l’antifascismo non annulli e spieghi il Fascismo, che la Riforma non è stata necessariamente meglio della Contro Riforma, che il Brigantaggio e la sua brutale repressione non bastano a mettere in discussione l’Unità nazionale, che i meriti della Repubblica non devono far dimenticare quelli della Monarchia…, che l’unica forma di eroismo possibile non è quella offerta dalla lotta alle mafie… L’elenco potrebbe continuare all’infinito… Solo chi ha una visione parziale e superficiale della Storia può pensare che ormai la «Patria non è più solo la terra dei Padri». No, la Patria «è la terra dei Padri». Poi i padri possono essere naturali o acquisiti, ma come Padri vanno comunque trattati, rispettati e additati ad esempio anche e soprattutto a chi si affaccia alle nostre porte. E invece chi viene oggi in Italia ha probabilmente l’idea di un Paese pieno di mucchi di macerie e non di austeri ruderi, di vecchi quadri e non di capolavori, di archivi polverosi e non di documenti eccezionali, di città degradate e non di antiche capitali e fari di civiltà, di lontani parenti e non di padri venerati e venerabili… E quanto tutto questo sia drammaticamente vero lo si vede facilmente in ogni angolo d’Italia… Chi non ama la propria Storia non ha e non può avere orgoglio di sé. Figuriamoci trasmetterlo sia alle nuove generazioni sia agli stranieri.
Siamo quindi nati per contrastare – con i nostri piccoli mezzi – un andazzo pericoloso e suicida, con l’idea folle e lucida di ribellarsi e non rassegnarsi alla logica imperante del «buio a mezzogiorno». Oppure, come fanno altre riviste, rifugiandoci nella comodità di chi non vuole vedere nulla e crede che occuparsi di Storia voglia dire raccontare ogni mese un po’ di storie in ordine sparso, qualche curiosità, ricordare un anniversario. Senza mai sporcarsi le mani, senza mai compromettersi, senza mai pensare troppo al fatto che fare giornali vuol dire assumersi anche un compito civile: quello di informare oltre che di raccontare. Far finta che non stia accadendo nulla non è un buon servizio che si rende ai lettori. Anche perché sta accadendo di tutto. I fronti, come si evince anche dagli articoli contenuti in questo fascicolo, sono molteplici e riguardano oggi più che mai internet e la televisione. E’ lì che il dibattito si agita tra vecchie e nuove censure, tra vecchie e nuove ipocrisie e pigrizie mentali. Un giornale e un sito cosa possono fare? Tenere accesa la luce del dibattito e tenere ferma la barra avendo chiara la rotta. Se e quanto ci saremo riusciti lo vedremo insieme al prossimo editoriale, tra cinque anni. Nel frattempo grazie di cuori a tutti quelli che mese dopo mese ci consentono di andare avanti. Il giornale lo facciamo davvero per voi.
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Inserito il 1 dicembre 2010

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2 commenti


  1. Può nascere una rivista che, al fine di educare gli italiani alla “vera storia”,intenda de-monicellizzare la storia patria ? Probabilmente sì,visto che di ciò si vanta l’editoriale sul n° 61/62 di Storia in Rete, a firma di Fabio Andriola. E’ lo stesso storico che qualche anno fa pubblicò su Nuova Storia Contemporanea documenti ed intercettazioni telefoniche circa i rapporti italo-tedeschi all’indomani dello sbarco in Sicilia degli alleati.Rileggendo quel bell’articolo mi sono posto delle domande.Che cosa c’è di più monicelliano del Duce che si lamenta di essere “entrato in guerra tre anni prima del previsto”; dei marinai italiani che abbandonano i traghetti; dei militari che si ritirano “dopo aver fatto saltare i pezzi”; dei siciliani che espongono lenzuola bianche ben prima che le nostre truppe sgombrassero; del colloquio fra il tenente colonnello Engelhorn e il colonnello Klintsch; dei cani messi a guardia delle coste siciliane … e cosi via ?
    Guitti e burattinai, anche se geniali come si afferma con una buona dose di ipocrisia, hanno raccontato l’Italia, come la raccontano le facce di Sordi e Gasmann durante l’interrogatorio da parte degli austriaci e non sapendo ancora che stanno per morire da eroi. Il cinema di Monicelli ha raccontato personaggi semplici quasi sempre perdenti e credo che gli italiani non si debbano vergognare di ciò. Chi scrive di Storia sa o dovrebbe sapere che “gli uomini semplici vi partecipano con semplicità; le loro gesta non hanno bisogno di preparazione, e anche i protagonisti e gli eroi diventano tali dopo, per definizione di altri….” E spesso per motivi strumentali,aggiungo io. Ho ancora nelle orecchie i racconti di mio nonno.
    Nei primi anni ’50 la parte peggiore degli Stati Uniti invitava il “guitto” Charlot(anche se geniale)ad abbandonare il suolo americano.Non credo si voglia tornare indietro nel tempo ?!

    mario massa

  2. “Tenere accesa la luce del dibattito e tenere ferma la barra avendo chiara la rotta ”
    Dove è finito il mio commento ?

    mario massa

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