L’Avvocato Agnelli, quanti disastri senza mai pagare il conto

4 gennaio

Con la solita spregiudicatezza, una certa sinistra evoca il delicato fantasma di Gianni Agnelli per contrapporlo alla brutale figura di Sergio Marchionne. L’uno, ai suoi giorni, padrone illuminato della Fiat, padre soccorrevole dei dipendenti, garante di relazioni industriali a misura d’uomo. L’altro, manager superstipendiato, sordo alle tradizioni solidaristiche dell’azienda torinese, che ha imposto le intese antidemocratiche di Pomigliano e Mirafiori.

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di Giancarlo Perna da “Il Giornale” del 31 dicembre 2010 

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Nello scavare il solco tra lo stile che fu dell’Avvocato e quello dell’attuale ad, si è distinto l’editorialista del Fatto, Furio Colombo. Furio non è un testimone qualsiasi. È stato per anni il cocco di Agnelli che lo fece presidente della Fiat Usa e gli regalò una cattedra alla Columbia University, remunerandolo come cento tute blu. L’editorialista ha imperversato nelle ultime settimane parlando in nome del defunto. Quasi fosse lui – celebre in vita per l’eleganza e la socievolezza – ha rimproverato a Marchionne la primitività del comportamento e il pugno di ferro adottato con le maestranze. Esagerando nell’immedesimazione con l’Avvocato ne ha bistratto anche il giovane nipote e presidente della Fiat, John Elkann. Mentre Marchionne maramaldeggia con gli operai e «fa a pezzi la Fiat», tu John – questo il senso della reprimenda – «scegli di non esistere» e non intervieni per fermarlo. Sappi però che quello dell’ad «è il contrario del progetto Agnelli». Lui non avrebbe mai voluto una Fiat aguzzina ma una «Fiat popolare». Così, sopraffatto dalla nostalgia per il bel tempo andato, il settantottenne Colombo ci ha regalato una caricatura: l’Avvocato come Don Ciotti e la Fiat come una Onlus.
La realtà è invece che la ricetta agnellesca ha portato l’azienda sull’orlo del crac. La sua conduzione non è stata lungimirante né vantaggiosa per le centinaia di migliaia di esistenze che dipendevano da lui. Due anni dopo la sua morte (2003), è dovuto accorrere al capezzale della Fiat l’italo-canadese col maglioncino per riacciuffarla in extremis. Lasciamo pure che i Colombo e i suoi simili – Cgil, Fiom, Vendola e gli altri con gli occhi alle spalle – beatifichino ora Agnelli demonizzando Marchionne, ma l’etica dell’imprenditore non si misura col loro metro. Al sindacato, l’industriale piace cedevole perché gli dà lustro. Ai politici pure, perché gli dà meno grane.

Ma il capo di un’azienda non ha che un modo per essere in pace con se stesso: far tornare i conti e dare un futuro alla sua creatura.
Non è quello che ha fatto Gianni Agnelli. Uomo affascinate, beniamino dei rotocalchi, voce autorevole per mezzo secolo di vita nazionale, l’Avvocato ha lasciato di se un bel ricordo. Fu – si disse – l’ultimo re d’Italia. Celebre per le sue insonnie, le telefonate notturne in mezzo mondo per tenersi informato, le sue folgoranti battute: De Mita, «intellettuale della Magna Grecia»; Del Piero «un Pinturicchio» ma viziato; Furio Colombo, «la chioccia pakistana», per i capelli a turbante e le occhiaie profonde, ecc. Discreto come ogni buon piemontese non ha mai ostentato le sue favolose ricchezze né tollerato che altri ne abusassero, come sa quell’oste che gli presentò un conto stratosferico pensando di farci la cresta e fu invece denunciato.

Personalità mirabile, ma uomo del suo tempo. E la sua, fu l’epoca democristiana. Aveva la stessa tempra dei Moro e degli Andreotti che invece della strada dritta e difficile, sceglievano le vie traverse e i meandri per evitare le durezze dello scontro. Innamorato di se stesso, amava esser amato e voleva andare d’accordo con la politica. I dc rappresentavano lo Stato e li fiancheggiò. I comunisti e la Cgil erano l’ostacolo e li blandì. In cambio della mansuetudine, pretese e ottenne favori per la Fiat. Invece di un’azienda sana, ne fece un’industria protetta. Con la benevolenza universale conquistò il monopolio italiano delle auto, ma l’auto italiana perse prestigio nel mondo. Assuefatta alle sovvenzioni pubbliche, l’impulso della Fiat all’innovazione deperì con gli anni. Quando, con Tangentopoli e la crisi dell’ultimo ventennio, lo Stato tirò i cordoni della borsa, l’azienda si scoprì indifesa. Alla morte dell’Avvocato era in un vicolo cieco e, prima che si affacciasse Marchionne, la chiusura un’ipotesi concreta.
Agnelli prese le redini della Fiat nel 1966, sostituendo Vittorio Valletta, il severo fiduciario di famiglia. Subito, in contrasto col passato, pensò più alla finanza che all’industria. Leggendari i suoi rapporti con Cuccia e Mediobanca dai quali Valletta si era sempre tenuto lontano. Quando dopo il ’68 ci furono l’autunno sindacale, le occupazioni, gli scioperi, anziché contrastarli a muso duro, cedette. Andò a braccetto con Luciano Lama, il capo della Cgil, che considerava il salario una «variabile indipendente» dei costi di produzione. Elargì aumenti senza badare ai conti. E fin qui, i danni erano suoi e della Fiat. Ma poiché Agnelli era nelle mani della politica, estese il pasticcio all’intera economia nazionale.

Eletto presidente della Confindustria nel 1974, l’Avvocato concordò, infatti, con Lama e il Pci l’indicizzazione automatica dei salari al costo della vita. Doveva, con questo, salvaguardare la «pace sindacale», cosa graditissima alla pavida Dc. Invece, essendo quello il clima, gli scioperi si moltiplicarono. Per di più, innescò una mostruosa inflazione che superò il 20 per cento annuo. Fu cioè complice contemporaneamente dell’incoscienza comunista e dell’insipienza democristiana. Per premio nel 1976, cessato l’incarico confindustriale, la Dc gli offrì un seggio parlamentare, mentre l’economia andava a rotoli. Forse per pudore, Gianni declinò l’invito ma al suo posto divenne senatore dc il fratello Umberto. Poco dopo, anche la sorella Susanna entrò in Parlamento con i repubblicani.
Era la plastica immagine della grande famiglia ostaggio del Palazzo mentre il suo impero sopravviveva con i soldi dell’Erario. Come la fallimentare industria pubblica dell’Iri, l’emblema di quella privata era a carico di Pantalone. In un Paese moderno la Fiat avrebbe dovuto portare già allora i libri in tribunale. Ma il dramma sociale sarebbe stato così grande che la politica continuò a darle ossigeno. Negli anni ’80, Prodi diventato presidente dell’Iri regalò alla Fiat l’Alfa Romeo, negandola alla Ford che voleva rilanciarla davvero. Negli anni ’90, lo stesso Prodi si inventò le rottamazioni per dare ad Agnelli l’ennesima chance. Solo la morte liberò l’Avvocato dall’incubo.

Marchionne ha preso la strada opposta. Ha rotto con la politica e deciso che la Fiat o cammina con le sue gambe o trasloca. Ha mostrato il viso dell’arme, come l’Avvocato non aveva mai osato fare. Gran parte del sindacato ha capito. Furio Colombo, no. C’è qualcuno disposto a disperarsi?

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Inserito su www.storiainrete.com il 3 gennaio 2011

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Un commento


  1. Basta leggere FIAT di Garuzzo, che fu un suo manager, per capire che sia stato realmente il signor Fiat e soprattutto, Romiti.

    Angelo Paratico

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