E’ in edicola lo speciale di Storia in Rete dedicato al Risorgimento

26 gennaio

Il primo speciale di “Storia in Rete” vede la luce nel 2011 e per questo non poteva non essere dedicato al Risorgimento, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Un Risorgimento che affrontiamo come memoria di ciò che siamo in tutti gli aspetti e in tutte le contraddizioni. Lo speciale – 130 pagine tutte a colori, in brossura – ripropone ai lettori contributi inediti assieme ad articoli già pubblicati su “Storia in Rete” (molti dei quali pubblicati su numeri oramai esauriti) rivisti nella veste grafica e nell’apparato redazionale. Dalla nascita del Tricolore alla gioventù di Cavour, dalle gloriose Cinque Giornate di Milano al disastro di Novara nella Prima guerra d’Indipendenza. Dalla paziente preparazione nel decennio fra le due guerre d’Indipendenza ai profili dei Padri della Patria: i quattro grandi – Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele II – ma anche Cattaneo e i cattolici fautori dell’unità. Quindi l’epopea dei Mille, la Seconda guerra d’Indipendenza, i retroscena della conquista delle Due Sicilie e la guerra civile del Brigantaggio.

Immergiamoci dunque in quella epopea che fece epoca e destò l’ammirazione del mondo intero: dall’Inghilterra alla Prussia i protagonisti del Risorgimento furono presi a modello, studiati, analizzati e, quando possibile, coccolati. E anche negli ultimi anni forse si son fatti incontri e scritti libri di spessore su vari aspetti del Risorgimento più all’estero di quanto non si sia fatto in Italia. «Nessuno è profeta in Patria» è il motto che andrebbe messo sul tricolore invece del “Tengo famiglia” proposto da Flaiano tempo fa.

Nelle pagine che troverete in edicola non poteva starci tutto ovviamente. Quindie, volutamente, ci siamo fermati al 1861. Chi avrà la pazienza di scorrere le pagine, soffermandosi oltre che sulle parole, anche sulle vecchie foto, speriamo avrà la sensazione di quante persone serie e appassionate si misero al servizio di un grande progetto che poi era un grande sogno. Un sogno che non era nato d’improvviso nella testa e nei cuori di qualche decina di esagitati ma che era stato cullato e trasmesso di generazione in generazione per secoli. Perché, piaccia o no, l’Italia era già l’Italia prima che qualcuno, 150 anni fa, si prendesse la briga di unirla anche politicamente all’interno dei confini che ci avevano assegnato la geografia e poi la storia.

La soddisfazione maggiore che potremo avere da questo nuovo sforzo editoriale – veramente importante per una rivista come “Storia in Rete”, che non ha nessuno alle spalle e può contare solo sull’edicola e gli abbonati – è che magari in qualche discussione con gli immancabili nemici dell’Unità italiana qualche lettore di «Storia in Rete» possa mettere a tacere o in difficoltà i propri antagonisti dopo aver attinto notizie e riflessioni da questo speciale.

STORIA IN RETE – SPECIALE n° 1

“1861, nascita di una Nazione”

130 pagine, 8,50 euro. Nelle migliori edicole

Guarda il sommario dello speciale di “Storia in Rete”

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18 commenti


  1. “Nelle pagine che troverete in edicola non poteva starci tutto ovviamente. Quindi e, volutamente, ci siamo fermati al 1861.” E si capisce il perchè. Perchè,assolutamente, non si deve parlare delle nefandezze e delle atrocità che i cosidetti “fratelli d’italia” hanno poi compiuto per dieci anni nei confronti della popolazione del Sud.Si deve evitare di parlare dei “Criminali di guerra” (Cialdini, Pinelli,Della Rocca,Fanti, Fumel,Crema e tanti altri) che hanno incendiato,saccheggiato, trucidato e rasi al suolo interi paesi (Casalduni, Pontelandolfo,Scurcola ecc.ecc. docet) e che hanno “passato per le armi” i loro abitanti chiamandoli “Briganti”.
    Io ho lasciato il mio commento. Voi abbiate il coraggio di pubblicarlo.
    Nupo da Napoli.

    Porzio Nunzio

  2. Veramente al brigantaggio dedichiamo un articolo e c’è anche un’intervista a Gigi Di Fiore…

    emanuele

  3. Ha grazie per l’articolo!. E Voi per un periodo di 10 anni di lotte cruenti e sanguinose, con paesi interi distrutti, con atrocità e crimini spaventosi commessi, con criminali di guerra ignobili ve la cavate con un solo articolo?
    Mi sembra che per un minimo di obbiettività ciò sia insufficiente. Se non ci sarà una revisione storica, verà ed obbiettiva, non ci potrà mai essere una vera unità d’italia.
    I morti che combatterono per la loro Patria e che non vennero mai meno al Giuramento fatto, attendono ancora giustizia. Per essi non esiste un monumento o mausoleo. In Italia si “Commemorano” tutti (Salò,Foibe,Ebrei,Fosse Ardeatine e tanti altri), dove i soldati che muoiono, vengono chiamati Eroi(che parolone) ma che hanno fatto di eroico? Hanno solo adempiuto ad un dovere che loro stessi
    si sono scelti.
    Nupo da Napoli

    Porzio Nunzio

  4. Caro Porzio Nunzio, fermarsi al 1861 non può voler dire semplicemente che è l’anno dell’anniversario e che quindi era comunque la chiusura di un primo ciclo? 1861-2011: se si festeggiano i 150 d’Italia (Benedetta sempre sia l’Unità nonostante le teste di legno di ieri e oggi…) facendo riferimento al 1861 e non oltre ci sarà un perché no? Venezia l’abbiamo avuta dopo, Roma ancora più in là ecc. ecc. Quindi il brigantaggio è rimasto, in parte, fuori per evidenti motivi “temporali”. Nessuna censura. Cosa che i neo-borbonici fanno invece spesso, dimenticandosi di come il Regno delle Due Sicilie si sia sfasciato in pochi mesi ad ogni livello: militare, politico, amministrativo. Uno stato solido avrebbe retto e resistito di più probabilmente. Ed è facile dare – come fanno spesso tanti meridionali anche oggi (e anche il mio sangue lo è)- sempre la colpa agli altri. Prima si fa autocritica (e di materia ce n’è a iosa) poi si criticano gli altri. Che, comunque, qualcosa l’hanno fatta e hanno creato qualcosa che ha già retto più del Regno delle Due Sicilie (che prima di essere “mollato” dagli inglesi è stato un stato vassallo di Spagna e Inghilterra per decenni). Studiate un po’…

    Fabio

  5. Nel 1863 Piemonte, Liguria e Lombardia hanno 37.400 km di strade. L’intero Regno delle Due Sicilie 13.700.
    Il Piemonte ha 850 km di strade ferrate il Regno delle due Sicilie 99 km.
    Nelle tre regioni del Nord l’analfabetismo era intorno al 50% mentre nel Regno delle Due Sicile era superava l’85% con punte vicino al 100% tra le donne.
    Nel Regno Delle Due Sicilie nel 1860 era ancora legale ta la tortura.
    Tutta l’Italia allora era sottosviluppata, ma a vedere lo sviluppo che ha avuto l’Italia unita non capisco le nostalgie borboniche.
    Il brigantaggio nel Sud ( che peraltro esisteva anche prima dell’arrivo dei cosiddetti ” piemontesi” ) è stata una guerra civile e sociale .

    Claudio

  6. Claudio, non hai capito un ..tubo della storia e Delle Due Sicilie. Credi ancora alle “favolette” (per te Biancaneve è stata messa incinta da..Pisolo). Hai parlato del 1863, cioè due anni dopo che “i sardo-piemontesi” ci avevano invaso (senza dchiarazione di guerra),dimentichi che il piemonte e la lombardia non hanno il mare mentre “le Due Sicilie” privilegiavano il trasporto via mare, I tuoi 850 Km di strade ferrate sono state costruite con i “Ducati trafugati al Sud”, con le Locomotive comprate (7 prima del 1860 )da noi,da noi che abbiamo il Primato, assieme a tanti altri, della 1^ ferrovia in Italia, la Napoli-Portici(che era solo un tratto del progetto iniziale che da Capua doveva portare a Nocera). L’analfabetismo era pari se non inferiore a quello dello stato sabaudo. Il divario si è avuto dopo, quando con la “colonizzazione” le scuole sono restate chiuse per 15 anni perchè si doveva cancellare e far dimenticare la millenaria storia di un Regno. La “stronzata” poi della tortura vorrei sapere da dove l’hai recepita, forse fa parte pure essa di quella grossa propaganda denigratoria e scandalistica messa in atto, anche dalla Massoneria e dagli inglesi per mettere in cattiva luce un Regno pacifico (“Governo negazione di Dio”).Tutte cose che stanno venendo fuori dagli archivi e che stanno gettando una nuova (e vera ) luce sugli avvenimenti accaduti.
    Dici:”Il brigantaggio nel Sud ( che peraltro esisteva anche prima dell’arrivo dei cosiddetti ” piemontesi” ) è stata una guerra civile e sociale.”
    E’ vero, anche nelle altre parti della Penisola esisteva il brigantaggio,(anche nel piemonte) ma era quello fisiologico.Non può certo chiamarsi brigantaggio la rivolta di interi paesi invasi (o devo dire come a te più confacente “liberati dai fratelli d’italia” ma liberati poi da chi e da che cosa?)Interi paesi che furono messi al sacco dalla notte al giorno e distrutti. Gente che difendeva la loro terra, le loro case, le loro donne, uccise, strupate,incendiate e, qua sì, torturate e vilipendiate. Hai ragione, è stata una guerra civile certamente non voluta e/o causata da noi. Una guerra civile che è, guarda caso, scaturita proprio quando i”IL “REGNO ” stava per decollare industrialmente e non eravamo certo noi, con le nostre industrie, i sottosviluppati d’Italia. Lo siamo diventati dopo, quando le nostre risorse sono servite ai “piemontesi” per risolvere i loro guasti economici.
    Il mito del “risorgimento” non esiste, esiste solo una colonizzazione e una annessione di uno stato da parte di un altro stato a cui servivano risorse per risolvere i propri problemi.
    Certamente il Sud rispetto al 1860 non è migliorato, anzi è peggiorato e questo grazie ai ” fratelli d’italia”.
    Quanto a Fabio gli dico solo che “se il tuo sangue è meridionale” perchè esso non ribolle?
    forse perchè quello che tu imputi a me(..Studiate un po’…)
    non è stato molto sviscerato da te. Prova a leggere qualcosa non di parte o di scrittori prezzolati, Prova a leggere l’ultimo ” best seller” già alla ottava edizione di Pino Aprile, -TERRONI- o meglio ancora ” Il Regno delle Due sicilie- Tutta la verità” ed. Controcorrente di
    Gustavo Rinaldi o molti altri ancora che sarò ben feliccissimo di consigliarti.
    “…e Torino, più non avendo da mangiare, venne a mangiar Napoli”. Giacinto De Sivo

    Nupo da Napoli

    Porzio Nunzio

  7. E’ un numero certamente da conservare, graficamente impegnato, con una veste elegante ed un contenuto ricco.
    Purtroppo un neo c’è: “Storia in rete” non conosce come è nato il Tricolore, la sommossa di Bologna del 1794, il significato allegorico della coccarda verde bianca e rossa, il sacrificio di De Rolandis e Zamboni, il decreto del Senato di Bologna del 18 ottobre 1796 sulla costituzione della ” Prima bandiera nazionale”. Cosa ignorata nel modo più assoluto anche dai siti istituzionali.
    Cordialmente Gabriele Gatti

    Gabriele Gatti

  8. Fortunatamente “Storia in Rete” non chiude domani, quindi avremo tanto tempo per recuperare questa lacuna. La storia si fa anche e soprattutto per stratificazioni successive. D’altronde anche se son 130 pagine, tutto non poteva starci dentro. Non sai quante cose abbiamo dovuto lasciar fuori, tutte a malincuore.
    Comunque sul Tricolore – che per noi ha un valore assoluto – torneremo senz’altro.

    emanuele

  9. Rifacciamoci a Gaetano Salvemini. Il pensiero che Gaetano Salvemini ha elaborato fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli inizi del Novecento rappresenta, di certo, uno dei contributi più lucidi e lungimiranti che la classe politica ed intellettuale di quegli anni sia riuscita a produrre.

    In un’epoca in cui l’Italia viveva una profondissima crisi politica, sociale ed economica, Salvemini ha anticipato molti dei suoi contemporanei nell’analisi e nella proposta di risoluzione dei più gravi problemi che travagliavano l’Italia.
    Non avrebbe fatto piacere allo storico pugliese il ritrovare, a distanza di oltre cento anni, la questione meridionale ascritta in quell’elenco che indica chiaramente che la questione è ancora presente, è ancora viva, in altri termini, è ancora irrisolta.

    L’amore che Salvemini nutriva per i meridionali fu forte al punto da influenzarne tutte le scelte; e la questione meridionale era da lui considerata l’irrinunciabile punto da cui partire per lo sviluppo dell’Italia intera. Salvemini aveva infatti chiaro che “il nodo dei problemi che andava sotto il nome di questione meridionale, diventava la condizione pregiudiziale per la trasformazione dell’Italia in un paese civile, ed il banco di prova quindi dei partiti che si ponevano come partiti di audace rinnovamento o rivoluzione”. E Salvemini, infatti, considerò la questione meridionale come punto di confine fra la corruzione e lo sviluppo dell’Italia.

    E’ questo, quindi, il motivo per cui ogni sua azione ed ogni suo scritto furono volti alla risoluzione di un unico problema: quello della disparità fra il Nord e il Sud d’Italia. E’ importante tenere presente che, a parere di molti studiosi, le condizioni di squilibrio fra il Nord e il Sud erano dovute ad una serie di fattori non superabili che ponevano il Sud in una posizione di insanabile inferiorità rispetto al Nord.

    Infatti “le spiegazioni positivistiche, scientifiche, della maggioranza degli scrittori di cose meridionali, attribuivano la causa dell’inferiorità sociale del Mezzogiorno a fatti naturali come il clima e la razza, contro cui sarebbe stato vano lottare”. E’ ovvio che considerazioni di questo tipo furono fatte in funzione di un disinteresse sprezzante per le condizioni del Meridione. Analizzandola, la posizione di Salvemini è di totale contrasto: “nego assolutamente che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi. La razza si forma nella storia ed è effetto di essa non causa; spiegare la storia di un paese con la parola razza è da poltroni e da semplicisti”. In realtà, la posizione di Salvemini è storicamente documentata; è confermata, infatti, la tesi secondo cui l’arretratezza del meridione era dovuta a minori opportunità di sviluppo del Sud rispetto al Nord. Allora, come per troppi aspetti ancora oggi, il Nord rappresentava il centro degli interessi economici, e quindi la zona su cui maggiormente investire.

    Il Meridione, a parere di Salvemini, soffriva di tre malattie: lo Stato accentratore, l’oppressione economica del Nord ed una struttura sociale semifeudale.

    Le prime due, generate da politiche protezionistiche ed autoritarie, permettevano al Nord di opprimere il mezzogiorno.

    Cosa strana è che, quando si unì l’Italia, il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti; l’unità, quindi, ebbe l’effetto di obbligare i meridionali a pagare gli interessi dei debiti contratti dai settentrionali. Infatti la ripartizione del carico fiscale era estremamente iniqua e “faceva sì che l’Italia settentrionale, la quale possedeva il 48% della ricchezza del paese, pagava meno del 40% del carico tributario, mentre l’Italia meridionale, con il 27% della ricchezza pagava il 32%”.

    L’Italia meridionale, quindi, dava senza ricevere, poiché tutti gli investimenti, come quelli destinati all’esercito ed alle ferrovie, erano concentrati prevalentemente nel settentrione. “L’Italia meridionale – scrive Salvemini – deve oggi comprare dall’Italia del Nord i prodotti manifatturieri ai prezzi, che gli industriali si son compiaciuti di stabilire; viceversa non può vendere al Nord le sue derrate agricole, perché le tariffe ferroviarie rendono impossibile la circolazione delle merci di gran volume e di basso prezzo quali sono appunto i prodotti dell’agricoltura meridionale”.
    Quindi, le tasse ed i dazi sui prodotti agricoli, ben “dieci volte superiori a quelli dei prodotti manifatturieri”, impedivano in Italia il commercio dei prodotti meridionali, esclusivamente agricoli.
    “Così – accusa Salvemini – noi assistiamo allo spettacolo che i limoni si pagano cinque a soldo a Messina e due soldi l’uno a Firenze, e un litro di vino costa venti centesimi a Barletta e cinquanta a Lodi”.

    Dunque le tasse ed i dazi furono stabiliti con un unico scopo: sviluppare il mercato del Nord e rendere non concorrenziale quello del Sud. Gli industriali settentrionali poterono accordarsi con il governo a loro piacimento tanto che Salvemini, sarcasticamente, scrive così: “ e meno male che in Lombardia sono scarsi i vigneti, e che i proprietari lombardi non sono minacciati, come i piemontesi dalla concorrenza dei vini meridionali: se questo fosse, noi vedremmo anche in Lombardia le amministrazioni comunali, dominate dai proprietari, istituire dazi differenziali a danno dei vini a forte gradazione alcolica (meridionali) in modo da rialzarne artificialmente i prezzi più che non sieno rialzati dalle tariffe ferroviarie, e restringerne il consumo a tutto vantaggio dei vini locali”.

    Da qui il rammarico sconsolato di un Salvemini alla continua ricerca di una via d’uscita; un provvedimento, una riforma che avesse creato i presupposti di una concorrenza onesta nel commercio italiano ed internazionale. “Potessimo almeno le nostre merci venderle fuori dall’Italia Ma le nazioni straniere, non potendo per le tariffe del 1887 venderci i loro prodotti industriali – ché il monopolio di questi se lo sono attribuito gl’industriali del Nord – non vogliono saperne naturalmente dei nostri vini, dei nostri ortaggi, della nostra frutta dei nostri agrumi.

    Per meglio spiegare la terza “malattia”, la struttura sociale semifeudale, Salvemini ricorda che la società meridionale era distinta in tre classi sociali: la grande proprietà, la piccola borghesia e il proletariato agricolo.

    Ora, il potere incontrastato dei latifondisti, impediva la formazione di una borghesia moderna come quella presente nel Nord, e che sola avrebbe permesso lo sviluppo e la democratizzazione del meridione. Salvemini, inoltre, faceva notare come il potere delle prime due classi fosse forte al punto da influenzare e manipolare la vita politica e sociale del meridione. Questa analisi, ovviamente, è salveminiana, cioè dura e spietata; ma utile poiché lascia intendere al lettore quanto egli realmente conoscesse la situazione meridionale.
    La grande proprietà, antichissima nelle sue dinastie, era riuscita a superare indenne tutti i vari cambiamenti di regime restando sempre in sella, ed aveva “fatto sì che il Risorgimento risultasse nel Mezzogiorno non una rivoluzione, ma una corbellatura, ed [era] e sarà pronta sempre a vestire nuove livree pur di difendere il suo potere fino all’ultimo sangue”.

    A parere di Salvemini, il potere della grande proprietà sarebbe rimasto forte perché risulta essere coordinato, oltre che appoggiato dalla piccola borghesia con cui si era creato un solido legame di cooperazione. “I due alleati si distribuiscono, da buoni amici, il terreno da sfruttare”.

    Dunque, i latifondisti si adoperavano perché nulla cambiasse. Ogni loro azione era volta al mantenimento di quei vecchi privilegi ormai perduti in ogni altra parte dell’Italia.

    “I latifondisti e la grande proprietà fondiaria erano indenni dai mali che affliggevano il Mezzogiorno, ed erano i veri beneficiari dello status quo, che perciò essi erano pronti a difendere con le unghie e con i denti”. Sarebbe necessario ricordare che i grandi proprietari non erano neppure oppressi dalle tasse. Ad esempio, posto che nel sistema tributario meridionale aveva grossa consistenza il dazio sul consumo, i latifondisti pagavano poche tasse perché il calcolo era fatto non in base a quanto il terreno avrebbe potuto produrre, ma a quanto in realtà produceva. E poiché i terreni producevano poco, poco pagavano. “Se i grandi proprietari non erano oppressi dalle tasse, in compenso essi e soltanto essi si giovavano dei dazi di importazione sul grano, che costituivano un grosso tributo annuo pagato dai consumatori al loro dolce far niente”

    Per attualizzarne il concetto sostituiamo a “latifondisti” industriali sovvenzionati dallo stato, evasori fiscali, tecnocrazia politica, burocrazia, sistema politico, mafie…etc etc.

    Raffaele Langone

  10. Pensavo di avere scritto ad un forum nel quale si parla di storia per capire meglio il mondo nel quale viviamo, ma forse mi sono sbagliato. Voglio chiarire alcune delle cose che ho scritto e poi mi tacerò.
    Ho fatto per alcuni anni della mia vita il ricercatore storico ( poi per problemi di famiglia sono stato costretto a dedicarmi ad attività più immediatamente remunerative) e poiché mia madre era nativa di Catania e mio padre era nativo dell’Istria ho sviluppato ricerche sul Regno delle due Sicilie tra tra 1840 e il 1870 e il periodo che va dal 1940 al 1950 in Istria.
    Veniamo al Regno delle due Sicilie.
    I miei insegnanti mi avevano detto che uno storico lavora sui documenti e non ha tesi precostituite. Poiché i documenti non sempre sono veritieri occorre indagare su piu’ fronti per arrivare vicini ad una verità.
    Quindi vediamo:
    1. La tortura nel Regno delle Due Sicilie: negli archivi di Stato di Palermo e Napoli è disponibile della documentazione sui processi del periodo tra 1840 e il 1860 con le censure di alcuni giudici sulle modalità di estorsione delle confessioni degli imputati ( se non ricordo male il processo Pizzolo).
    2. In ogni caso documentazione sulle malefatte del capo della polizia di Palermo , Maniscalco, e del capo della polizia di Napoli Ajossa è recuperabile , oltre che nei succitati archivi sono presenti anche in libro uscito a Parigi , in Italiano, Intitolato “ La tortura in Sicilia “ ( da premdere criticamente) che raccoglie testimonianze arrivate ad alcuni giornali francesi.
    2. Per quanto riguarda il tenore di vita nel “ paradiso” delle due Sicilie si puo’ leggere un libro uscito nel 1845 e scritto dall’agronomo Paolo Balsamo intitolato “Memorie inedite di pubblica economia ed agricoltura” nonché le Lettere da Napoli di Pasquale Villari ( che detto per inciso è l’intellettuale che ha fondato la politica meridionalistica basata su: poiché il Nord ha rapinato il Sud la politica deve risarcire attraverso opportune iniziative il Sud) .
    Interessante anche la documentazione dell’esercito ( se si chiede ancora oggi sono molto gentili e danno volentieri i dati che servono) . Alla leva militare del 1866 su 3500 minatori solo 200 vengono dichiarati abili. Le condizioni di vita dei contadini e dei minatori erano piuttosto dure. ( Forse però questi dati sono stati manipolati successivamente dai massoni)
    3. Per quanto riguarda la formidabile espansione industriale del Regno delle due Sicilie segnalo che presso i soliti archivi di Stato di Napoli, Palermo e Messina, nonché negli archivi diocesani delle stesse città si possono cercare e trovare notizie su chi incassava i noli marittimi e sulle tariffe doganali con i relativi dazi ( arivanti anche al 90%).
    4. E’ molto istruttiva la vicenda dell’azienda cotonifera Schapfer e Wenner entrata in crisi con l’unità per l’abolizione dei dazi ma che con l’immissione di nuovi capitali e la ristrutturazione della fabbrica rifiorì e divenne una importante realtà industriale del mezzogiorno.

    Se si ha la voglia di farsi una opinione propria indagando si vedrà che la realtà è molto complessa.

    Se si vuole fare della polemica politica spicciola, la possiamo fare. Ad esempio : le ferrovie e le strade non servivano al Regno delle Due Sicilie perchè i trasporti veinavno via mare? La Gran Bretagna è una isola e nel 1830 non aveva ferrovie,Nel 1850 aveva piu’ di 14.000 Km di strade ferrate pur avendo la seconda marina a livello mondiale ( la prima a dare retta a chi non racconta favole era quella borbonica, ovviamente). Mi resta oscuro come facessero gli abitanti di Potenza, Avellino, Benevento, Avezzano senza ferrovie e senza strade a ricevere rifornimenti . Quale tipo di economia fosse presente in quelle terre è facilmente immaginabile.
    Segnalo infine che nel 1964 è uscito un libro intitolato “Storia del brigantaggio dopo l’Unità” di Franco Molfese che io comprai a suo tempo ai laghi di Monticchio ( dice niente?) nel quale sono raccontate le vicende del tempo con memorie dei soldati dell’esercito italiano e dei briganti( che, ovviamente, come dicono le persone che non raccontano favole erano tutti colti ed istruiti) raccolte da scrittori e storici.

    Se si vuole prestare fede ad una antiretorica risorgimentale io preferisco essere fedele alla semplice retorica dei miei maestri elementari anche perchè se non fosse esistita l’Italia unita io difficilmente sarei nato.
    L’unità d’Italia comprende splendori e nefandezze non lo nego, comunque il diritto degli Italiani di invadere il sud non è stato inferiore al diritto del regno di Napoli di sottomettere e depredare il regno di Sicilia.

    claudio

  11. Non riesco a trovare nelle edicole del Golfo di Policastro il vostro speciale 1861.La mia edicola “interno stazione ferroviaria di Sapri”cod.187,che si fornisce da Di Canto SPA di Eboli non ha mai ricevuto detto numero.Ci sono possibilità che si possa far pervenire la rivista a detta edicola?Ringrazio,P.Cangoano

    PS.Non ho potuto rilasciare commento per gli ovvi motivi e spero che questo sia un modo per comunicare con voi.

    cangiano giuseppe

  12. Vi chiedo una cortesia. Mi piacerebbe aggiungere nei super italiani Giovanni Battista De Rolandis, ucciso massacrato dal Tribunale dell’Inquisizione per aver ideato con Luigi Zamboni la prima coccarda tricolore italiana durante la sollevazione di Bologna nel 1794. “Zuanin” aveva 21 anni ed era studente in teologia all’Università di Bologna, dove il quel museo si conserva la gloriosa Coccarda. Poichè il Santo Uffizio aveva ritenuto il Tricolore emanazione del tricolore francese, sottopose per due anni il giovane ad ogni tipo di tortura, sino ad evivarlo due ore prima dell’impiccagione alla Montagnola di Bologna. Per questo orrendo delitto Papa Karol Wojtyla inviò nel 1997 alla famiglia un commovente messaggio biasimando il comportamento di coloro che pur operando nella Chiesa si sono dimostrati lontani dal messaggio di Gesù.
    Vi prego di approfondire l’argomento su wikipedia alla voce “Giovanni Battista De Rolandis”, e sui siti http://www.tricoloreitaliano.it; http://www.radiomarconi.com; http://www.orgogliotricolore.it
    Il sito di Storia in Rete è troppo autorevole per dimenticare un simile martire, che per troppi anni è stato volutamente dimenticato. E vi immaginerete facilmente il motivo.
    Grazie
    Antonello Parisi

    Antonello Parisi

  13. Il tricolore non nacque a Reggio Emilia nel 1797. Fu ideato a Bologna nel 1794 da Giambattista De Rolandis, nativo di Castell.Alfero (Asti), studente universitario a Bologna. Dunque il Piemonte non ha bisogno di lezioni di italianità da nessuno. Ne ha date tante e ne dà, con grande generosità.
    In questi giorni è stata fatta la festa al tricolore di Reggio Emilia, ma fu il Piemonte a idearlo. Se quello della repubblica cisalpina non entusiasma per qualcosa è. Ha ragione il presidente Napolitano. Bisogna studiare la storia. Infatti. Ricordiamo allora che a proporre il tricolore a Reggio Emilia, a bande orizzontali anziché verticali, fu don Giuseppe Compagnoni (Lugo di Romagna, 1754-Milano, 1833): un prete spretato. Con poche eccezioni vale la regola .chi ha tradito tradirà.. Ordinato sacerdote nel 1778, dedito
    alle lettere più che alla Bibbia, agli animi più che alle anime, Compagnoni svestì l.abito e diresse riviste. Bastava cambiare poche parole, la solfa era la stessa. Fu anche un abile falsario. Esule a Parigi scrisse Le veglie di Tasso, spacciate per vere e tradotte in varie lingue. Gli intellettuali giacobini le bevono tutte. Sulla fine si prese beffa anche dei patrioti italioti e si riconciliò con la chiesa, . “che ha sì gran braccia/ e volentier perdona.. ” Se lo fece con Re Manfredi, perché con farlo con lui?

    Del resto Giuseppe Compagnoni non inventò il tricolore di suo. Lo scopiazzò. Si era occupato del processo a Giuseppe Balsamo, Cagliostro, morto per disperazione o ammazzato a bastonate nel pozzetto del carcere di San Leo e lì apprese che nel rito egizio il celebre Mago usava nastri
    verdi bianchi e rossi. Come che sia, la bandiera della Repubblica cisalpina nacque per imitazione su modello francese, come ricorda Oreste Bovio in Due secoli di Tricolore edito dall.Ufficio Storico dello Stato Maggiore
    dell.Esercito: un libro esemplare, da ristampare.

    Il primo tricolore vero genuino pulito non fu quello di Reggio Emilia ma la coccarda ideata da Giambattista De Rolandis, che unì il verde al bianco e al rosso di Asti e di Bologna. De Rolandis e Luigi Zamboni cospirarono
    contro il dominio papale su Bologna. Scoperti, furono arrestati e atrocemente torturati. Zamboni venne rinvenuto
    impiccato in una cella che non gli consentiva neppure di stare in piedi. De Rolandis fu prima evirato poi condotto al supplizio. Poiché l.impiccagione non ebbe subito effetto, il boia gli saltò sulle spalle. Così in un giorno dell.aprile 1796 fu strozzato l’inventore del Tricolore.

    I liberali piemontesi lo tennero in cuore: Santa Rosa, Pellico, Ornato,Balbo…., tutti dimenticati in questo 150° che al Piemonte sta stretto
    perché viene celebrato anziché studiato..
    Dice il prof.Aldo A.Mola: “La morale di questa storpiatura continua sui fatti che hanno costruito l’Italia? La lorda camicia da notte della contessa di Castiglione continua ad avere la meglio sulle grandi ragioni storiche. Incapace di storia, l’Italia odierna storpia il passato.”
    Nel “Messaggere Torinese” del 23 febbraio 1848 Angelo Brofferio, patriota pasticcione, ma generoso, ricordò che sul punto di morire il clinico Giuseppe De Rolandis, nipote di Giambattista, egittologo insigne a fianco di Champollion, medico personale di Carlo Alberto, “contemplò un’ultima volta
    la coccarda tricolore, e la raccomandò al re.” Iniziata la guerra d’indipendenza dall’Austria, il 23 marzo il re di Sardegna la adottò quale “bandiera tricolore italiana”. Suo figlio, Vittorio Emanuele duca di Savoia, distribuì personalmente i tricolori ai reggimenti in partenza per
    la guerra. Il Piemonte dava lezioni di italianità mai abbastanza ripagate ed oggi in gran parte ignorate. O messe in questioni per motivi personali, rancori mai sopiti. C’è chi odia Milano perchè perchè il Foggia è stato battuto uno a zero.
    Ma la storia è cosa seria, ben vengano queste pagine di dibattiti purchè siano costruttivi. Poichè chi dovrebbe è assente, siano i cittadini a vergare con le proprie tesimonianze le pagine del Risorgimento dell’Italia Unita.

    Il tricolore divenne bandiera del Regno d.Italia il 25 marzo 1861: una settimana dopo la proclamazione del regno. Bello sarebbe che tra il 17 e il 25 marzo 2011 su ogni balcone figurasse un tricolore con lo scudo sabaudo,
    come quello che l’Alpino Miotto avrebbe voluto per sé. Senza di esso l’Italia odierna non sarebbe mai nata. Sarebbe rimasta quella dei falsari alla Compagnoni.

    Fortunato Bramardi

    Bramardi Fortunato

  14. Beh, anche Aldo Mola sul numero 23 di Storia in Rete scrisse di questa storia. E la ritroverai sullo Speciale Risorgimento!

    emanuele

  15. Ringrazio il signor Emanuele della cortese risposta. Ho letto l’intervento del prof. Mola, ed è per questo che ho pensato di aggiungere all’elenco dei grandi italiani, anche quei nomi “minori” come il ventenne De Rolandis, rimasti esclusi dalle opere dei grandi storici – e come chiosa il lettore Antonello Parisi – “è facile immaginarne il motivo”.
    Poiché questo “Cenacolo di Storia in Rete” sta diventando sempre più un composto salotto dove gli appassionati hanno possibilità di dialogare senza acredini personali,
    vorrei dire al signor Claudio che purtroppo “la tortura” è stata adottata ampiamente in tutta l’Italia per più di tre secoli. Suggerisco due testi disarmanti. Il primo è stato edito a Torino nei primi anni del 1600. Titolo: ” De Fideiussoribus” scritto da Anton Hening, Augustae Taurinorum, 1615 . E’ il manuale della scuola fondata dal Tribunale dell’Inquisizione che aveva i laboratori a Reggio Emilia ed a Bologna. Si legge di tutto. Inizia con suggerimenti impartiti da carnefici in base alla loro attività ed esperienza. Giova ricordare che i due afforcatori del De Rolandis, Pantoni e Scoli, erano “Mastri di Giustizia” di questi istituti.
    L’altro eloquente volume è “Storia della Colonna Infame , tratto dalle opere di Ippolito Marsigli, giudice in quel di Bologna che si vantava di “far confessare anche i muri”. Di questo testo ne parla Alessandro Manzoni nei “Promessi Sposi”.
    Concludo con un commento del nostro Presidente Luigi Einaudi: “A volte mi domando come sia stato possibile che questa Penisola, così provata in passato, abbia generato una civiltà tanto progredita e democratica, a dispetto di tanta crudele belluinità”.
    Fortunato Bramardi

    Bramardi Fortunato

  16. Il risorgimento fu uno scippo a mano armata ai danni del sud. Non mi pare che potenze imperialiste come Francia e Inghilterra si siano mosse per spirito di carità verso la barbetta di Cavour Benso Camillo. Non riuscirete piu’ a tenere la storia chiusa negli armadi ministeriali.

    artemio

  17. “Scippo a mano armata” è una parola grossa, e a sentir i nordisti è stato il contrario (l’accollo del sud al nord produttivo)… e non è che fra due scemenze si può fare il medio proporzionale.
    Quanto al fatto che Francia e Inghilterra non si sono mosse che per interesse (ma c’era anche tanta simpatia sincera verso i rivoluzionari italiani) è storia vecchia, lo sanno anche i selci. Questo tormentone della “storia negata” ha stufato…

    emanuele

  18. Le guerre vengono fatte sempre per conquistare Paesi ricchi e MAI per liberare un Popolo. Il piemonte era alla bancarotta, e visto che c’era il Glorioso, Prospero, Innocente Regno Delle Due Sicilie con le casse piene d’oro, a cavour e vittorio emanuele venne un pensierino…

    luigi

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