Se lo Stato sociale affonda le radici nel Ventennio fascista

14 febbraio

Sanità pubblica, enti previdenziali, tutela del lavoro e Stato sociale hanno, nel nostro Paese, un’origine comune che troppo spesso viene volutamente dimenticata. Un’origine che non è di sinistra ma che affonda proprio nel Ventennio fascista.

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di Andrea Indini da Il Giornale del 5 febbraio 2011

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Ci vuole uno studioso della tempra e della bravura di Michele Giovanni Bontempo – giurista cattolico e funzionario del Ministero dell’Economia e delle Finanze – per riportare alla luce quel lungo processo che, nell’arco di ben quindici anni, ha portato il nostro Paese a fare impresa. Dall’agro-alimentare al tessile, dal chimico al meccanico. Lo Stato sociale nel Ventennio racconta la nascita di quel prestigioso marchio, noto a livello mondiale con il nome di made in Italy. E’ così che, capitolo dopo capitolo, Bontempo ripercorre con sapienza la storia di quelle aziende (tuttora molto vitali) che sono il vanto della nostra produzione.

Il welfare del Ventennio Dall’Istituto nazionale di assistenza malattie (Inam) all’Opera maternità e infanzia, dall’Assistenza ospedaliera per i poveri alle grandi opere pubbliche. “Chi ha promosso questo welfare italiano, questa sociale, economica ed industrial, che ha reso grande l’Italia anche all’estero? – si chiede Bontempo – non la sinistra, ma il fascismo durante il Ventennio. Una legislazione sociale che ha ripreso il meglio del welfare giolittiano”. Nel saggio pubblicato nella collana dei Libri del Borghese, Bontempo descrive con estrema precisione il cambiamento della società italiana negli anni che videro la nascita e l’affermazione del fascismo, soffermandosi soprattutto sulle leggi e sui provvedimenti che portarono il nostro Paese tra le nazioni con il Welfare più evoluto dell’epoca. Da Lo Stato sociale nel Ventennio emerge, con gustosa chiarezza, la profonda maturazione della società italiana che vede rivoluzionarsi i rapporti alla base del lavoro. Datori di lavoro e lavoratori hanno diritti ed obblighi reciproci.

Un Ventennio di cambiamenti Le fonti di Bontempo sono i testi storici e le Gazzette Ufficiali dell’epoca, rarità oggi sconosciute al grande pubblico. Si inizia con un rapido esame della società e dell’economia appena emerse dalla Grande Guerra, allo sbando la prima, praticamente distrutta la seconda. Partendo da tale premessa Bontempo analizza le politiche intraprese dal governo Mussolini per agevolare la tendenza a “fare impresa”. Una tendenza che, stranamente, avrebbe poi salvato l’economia italiana sando vita al boom economica degli anni Cinquanta e Sessanta. Tutto questo passando attraverso la promozione di una politica sociale senza precedenti. Alla fissazione dell’orario di lavoro fa seguito l’ampia tutela per le donne (di questi anni il divieto di licenziamento per le gestanti) e i bambini. Non solo. Il saggio di Bontempo mostra molto chiaramente come il governo Mussolini abbia varato la prima normazione relativa all’igiene ed alla salubrità delle fabbriche.

La legislazione sociale del Ventennio Lo Stato sociale nel Ventennio riporta alla luce, con estremo coraggio, conquiste che non vengono insegnate a scuola. E’ così che Bontempo ripercorre le radici del divieto di licenziamento senza giustificato motivo o senza giusta causa e degli istituti che garantiscono e regolano non solo la pensione ma anche le assicurazioni di invalidità, vecchiaia e disoccupazione. Bontempo ricorda, poi, come sia proprio di questi anni l’introduzione degli assegni per gli operai con famiglia numerosa e l’istituzione di strutture il cui fine è quello di assistere i poveri e quelli che oggi chiameremmo “diversamente abili”. Nel Ventennio, spiega Bontempo, la conservazione del posto di lavoro era garantita e favorita da continui corsi professionali che avevano lo scopo di aggiornare il lavoratori. Sono solo alcuni (pochi) degli esempi che il giurista confeziona in un saggio istruttivo e prezioso per riscoprire le radici e i cardini del nostro Stato sociale.

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Inserito su www.storiainrete.com il 14 febbraio 2011

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4 commenti


  1. Se c’è qualcuno che può ancora stupirsi di questo, del fatto che –piaccia o meno- il fascismo fu il creatore dello stato sociale italiano, ebbene tali persone si potrebbero trovare solo a sinistra, convinte come sono che solo la loro parte politica sia in grado di provvedere alle esigenze dei lavoratori e dei cittadini in genere, ignorando che la politica di sinistra non mira alla distribuzione della ricchezza, così come sarebbe suo compito, ma si limita ad essere il partito delle tasse, rastrellando denaro che viene digerito da chi non ne ha proprio alcun diritto, come la grande impresa o le banche.
    Ognuno sa invece, come si sia palesato esattamente l’opposto. Qui da noi la sinistra ha lavorato per decenni al fine di ottenere la demolizione dello stato sociale solo perché di matrice giolittiana prima e mussoliniana poi; trovando – nell’attuare questa opera criminale- la completa complicità dei DC {Demoniaci Cristiani}, la quale mirava ad assegnare alcune strutture di soccorso e di solidarietà in mano al clero, per motivi di riconoscenza elettorale, togliendole allo stato.
    Tutto cominciò già dal giorno dopo la fine della guerra, quando i sindacalisti della CGIL affermavano che la socializzazione instaurata dalla RSI era un trucco. Oggi si sta finendo la nefasta operazione tramite la privatizzazione di tutto, acqua compresa!
    Questo è stato il dest riga partito dal panfilo Britannia il 2 giugno 1992, sul quale sono saliti i maggiori personaggi della nazione auto-degradatisi al rango di servili maggiordomi che curano interessi esteri e spacciandosi per giganti sul suolo nazionale.
    Essi erano di sinistra e di centro!
    Chi pensava ad avere uno stato funzionante, una res publica per tutti è stato servito, da uomini di carta che non avevano le ghiandole per rispondere un sonoro NO al dictat internazionale.
    Siamo italiani da 150, ma schiavi da sempre.

    Federico

  2. E’ profondamente vero che lo stato sociale in Italia è stato creato dal regime fascista, ma il giornalista de Il Giornale anche lui in qualche modo cade in un luogo comune molto diffuso. Dice che “l’origine non è di sinistra”, ma l’affermazione a mio modesto avviso dovrebbe essere meglio articolata. Il fascismo infatti tentò di coniugare, e in molti casi ci riuscì, istanze politiche ideali di destra con le istanza sociali della sinistra, che fino ad allora le aveva portate avanti. D’altra parte il programma sansepolcrista del 1919 è un programma particolarmente sensibile alle tematiche sociali, che troveranno nuova considerazione e attenzione nella RSI (si veda la Carta di Verona e la socializzazione delle imprese). In generale il fascismo fu una grande innovazione, anche perchè cercò proprio di superare in maniera nuova i concetti ottocenteschi di destra e sinistra. Concetti che già allora erano abbastanza inadeguati, non offrendo valide risposte a chi voleva coniugare i temi ideali a quelli sociali.

    giovanni fonghini

  3. Riconosco che i meriti sociali che ebbe il fascismo all’inizio del ventennio furono notevoli ma tutto ciò, a mio parere fu vanificato e dimenticato a causa degli enormi demeriti repressivi che proprio in quel periodo furono attuati ad esempio, era perfettamente inutile istituire corsi professionali per i lavoratori se gli stessi venivano poi licenziati o non assunti se non la pensavano come il regime o se non prendevano la tessera fascista, le distanze, tra il regime e il popolo a causa di eventi (omicidio Matteotti, olio di ricino,e botte delle squadracce) si allungarono troppo ripeto nonostante le ottime cose fatte in campo sociale e culturale.

    riccardo

  4. caro Riccardo, i tesserati al PNF non superarono i due milioni e mezzo, mentre gli Italiani erano circa 30 milioni !
    Capito …. ?!
    Prima di parlare, per favore ….pensa !!!!!!!!!
    Non dare mai per socntato tutte le grossolane bugie e falsità che ci sono state raccontate; documentati prima e poi parla serenamente.
    Ciao,
    Michele

    michele giovanni bontempo

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