Quando essere italiani non è roba da scrittori e intellettuali

1 marzo

La rivista si chiama Nuovi Argomenti. Ma i nuovi argomenti, nell’ultimo numero scarseggiano. Non ce l’abbiamo con il titolo, che è un classico: Là dove il sì suona. Roba grossa: citazione, con refuso, del XXXIII canto dell’«Inferno». Ricordate? «Ahi Pisa, vituperio delle genti/ Del bel paese dove ’l sì suona». Il problema, sotto forma di minaccia, è il sottotitolo: 98 scrittori e 10 domande sull’essere italiani.

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di Daniele Abbiati da “Il Giornale” del 26 febbraio 2011

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Ora, già essere italiani è un lavoro piuttosto impegnativo, ma sorbirsi 980 risposte… Nemmeno la buonanima di Mike Bongiorno o quella vecchia volpe di Renato Mannheimer potrebbero sopportarlo. Per la verità non sono proprio 980, qualcuno ne ha accorpate un po’ insieme, e qualche altro ha scelto il libero monologo, purtroppo non interiore. Le dieci domande, meno incalzanti di quelle della Repubblica a Berlusconi e del Giornale a Fini, sembrano tracce da tema per la maturità. Quindi ignoriamole, limitandoci alla prima e cogliamo fior da fiore dai relativi svolgimenti. Il quesito, nel 150º dell’Unità, è il seguente: «Lei si sente italiano? E, se sì, in che modo?».

Quel «se sì» suona, come direbbe persino padre Dante, fortemente retorico. E sapete che cosa s’inventa Luca Mastrantonio alla bisogna? Un colpo di genio che anticipa Cetto La Qualunque: parlando del luogocomunismo sugli italiani riflette: «in questo mio essere malgradamente italiano c’è la sua quintessenza». Il corsivo è nostro, perbaccamente. Il senso di colpa per essere e sentirsi italiani aleggia in molti. Per esempio in Michela Murgia, la quale si considera tale «per convenzione». È la sarditudine che affiora? E allora, benedetta ragazza, perché non declinare l’invito? E se Walter Pedullà, con fatalismo tipicamente meridionale, «prende atto» di esserlo, Gianni Riotta, meridionale ma anche molto internazionale (non soltanto per tifo calcistico), come tiene a sottolineare dicendo che i suoi figli sono nati a New York e cittadini americani, sentenzia: «Mi sento italiano perché lo sono». Tanto ci basti. Se è per questo, a New York è nato anche l’Alain Elkann che ci fornisce, in mezza riga, due notizione: «Perché sono un romanziere che scrive in italiano».
Su al nord, nel senso di nord Italia, non di nord America, la biellese Silvia Avallone, come tutte le belle donne, si fa desiderare e, rispetto ai «paesaggi» e «gesti di questo paese» mantiene un distacco che qualche malpensante potrebbe interpretare come puzza sotto il naso: «Preferisco guardarli da una posizione laterale, intrattenerci un rapporto non esclusivo». E il reggiano Marco Belpoliti, il quale a dispetto del cognome è molto meno bello della Silvia (fra l’altro eletta Miss «Strega» 2010) fa il misterioso: «mi sento italiano con un’identità varia e differente». Cos’avrà voluto dire?
Forse è meglio saltare su un Frecciarossa e andare a Roma, dove una Miss di qualche anno fa, Luciana Castellina, preferisce rimanere sul pratico, regalandoci una piacevole immagine, allo stesso tempo domestica e ammiccante: «Mi sento italiana per via della storia, del cibo, degli odori, del clima, del modo di rifare i letti». Il corsivo è ancora nostro, sensualmente. A proposito di amore, fatto a letto o pensato a tavolino, sempre dalla capitale Andrea Cortellessa cede allo spleen: «Anch’io amo l’Italia, malgrado tutto (cfr. Mastrantonio, ndr). Ma so che non è un amore “giusto” (se mai l’amore lo è)». Spunta una lacrima anche sul ciglio di Elena Stancanelli, fiorentina. La signora confessa di sentirsi italiana quando vede la cerimonia della consegna degli Oscar in cui la madrina Sophia Loren grida «Roberto!», ovviamente Benigni. «Voglio dire: tutte le volte che la rivedo piango. Mi sono chiesta spesso cosa volesse dire». Adesso ce lo possiamo chiedere anche noi. Con Antonio Scurati, poi, la tristezza sale di tono, assurgendo alle vette del pessimismo cosmico. Con quelli della sua generazione, afferma, «ci sentiamo italiani ogniqualvolta avvertiamo l’ala del declino battere su di noi». Tocchiamo ferro e rifugiamoci presso Erri De Luca. Da buon napoletano, per trarsi d’impaccio sventola l’arte d’arrangiarsi, un classico in salsa tricolore: «mi considero un residente in italiano», cioè uno che abita la lingua italiana. Ben detto. Al contrario, il sabaudo Massimo Gramellini rigira la frittata da par suo: «In Italia mi sento straniero. Mi sento italiano quando sono all’estero». Quindi la risposta sarebbe un «nì», oppure un «so», voce del verbo sapere…

Sia concesso a chi scrive chiudere, italianamente, con la mozione degli affetti. Il decano del gruppo, Luca Canali (fra l’altro l’interpellato che occupa meno righe di tutti), risponde: «Neutro, una sensazione puramente percettiva. Sento che non saprei vivere altrove, ma solo a Roma». E Aurelio Picca, poco distante, a Velletri: «Avverto che nelle vene mi scorre la gentilezza italiana». Il corsivo, questa volta, è suo, piccamente. Ciao professore, e ciao Aurè, state sereni e non badate al «vituperio delle genti».

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Inserito su www.storiainrete.com il 1 marzo 2011

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