La paura e il coraggio di Juri Gagarin, primo uomo nello spazio

12 aprile

Juri Gagarin conosceva bene il rischio che comportava l’essere il primo uomo nello spazio. Tanto da confidare le sue paure alla moglie e ai parenti, nella commovente lettera, pubblicata poi dalla “Novaja Gazeta”, che riproduciamo qui di seguito. Sono passati cinquant’anni da quel memorabile 12 aprile 1961. E p roprio due giorni prima del lancio la commissione aveva definito gli obiettivi dell’impresa: “Volo monorbitale attorno alla terra all’altitudine di 180-230 chilometri per la durata di ore 1.30 con atterraggio nell’area occidentale. Lo scopo del volo è verificare la possibilità umana di esistenza nel cosmo, la strumentazione della navicella, il collegame nto con la terra e confermare l’affidabilità degli strumenti di atterraggio”.

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di Lorenzo Gianotti da “Il Secolo XIX” del 12 aprile 2011 Il Secolo XIX

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Stabilisce anche di non comunicare le decisioni prese fino alla vigilia della partenza. Ciononostante Nikolaj Kamarin, uno dei membri della commissione, racconta il 9 aprile ciò che avrebbe dovuto restare segreto ai due cosmonauti prescelti, Gagarin e German Titov. Il primo nel ruolo di comandante, il secondo in quello di supplente. «Io scorsi la felicità nel volto di Gagarin e il dispetto negli occhi di Titov», racconta Kamarin. Lo stesso Titov ricorderà quel clima di competizione: «Se dicessi che ero al colmo dell’entusiasmo, mentirei. Ero molto amareggiato». Storie che non perdono il loro fascino. Tanto che il giornalista Vladimir Gubarev ha dedicato il libro “Russkij Kosmos” (Algoritm, Mosca, 2006) alla genesi e agli sviluppi delle imprese aviatorie e spaziali, dai primi decenni del secolo scorso al volo di Gagarin. All’epoca, la sfida tra Urss e Usa dominava lo scenario mondiale. E, dopo una serie di lanci sperimentali, l’invio del primo uomo nello spazio avrebbe coronato il successo della potenza sovietica.

Per questo nell’aprile 1961, nella base di lancio di Bajkonur, la tensione raggiunge il parossismo. Non senza ragione. Quando Gagarin si siede sul sedile, ci si accorge che la navicella sfora di 14 chilogrammi il carico stabilito. Per alleggerirla si rimuove una parte dell’attrezzatura di bordo e si tagliano i cavi di supporto alla guida senza pilota. Un intervento eseguito in fretta, senza analizzare lo schema del la rete di bordo: perciò si finisce per tagliare anche un terminale della strumentazio ne per la pressione e la temperatura, poi ripristinato. L’11 aprile Gagarin prende posto nello Sputnik inserito nel missile-lanciatore in posizione di partenza. Mentre si lavora a ridurre il peso della navicella, ci si r ende conto che il fasciame tecnologico dell’alimentazione elettrica, con il cui supporto si erano condotte tutte le prove, è attaccato al corpo della navicella. Un’anomalia impossibile da individuare nell’equipaggiamento del sistema di lancio. E dato che il fasciame tecnologico alimenta non solo la navicella spaziale, ma anche il missile lanciatore, si decide di escludere il motore generatore.
Finalmente, il giorno del lancio: il 12 aprile alle 6.50, ora di Mosca, Gagarin si sistema sulla navicella Vostok che alle 9.07 parte per lo spazio. E comincia l’avventura più clamorosa del secolo. Ma i problemi continuano a presentarsi. A 156 secondi dal decollo il blocco di alimentazione delle antenne del sistema radioregolatore si imballa. Il segnale di distacco del motore agisce con 15 secondi di ritardo: sufficienti per proiettare la navicella in un’orbita superiore. L’apogeo della nuova orbita arriva quindi a 327chilometri, in luogo dei previsti 230. Un cambiamento che avrebbe potuto avere conseguenze sul rientro, aumentando il tempo di permanenza nello spazio, e sulla sopravvivenza stessa del cosmonauta. «Potevamo soltanto sperare che il sistema frenante del motore lavorasse alla perfezione», si dirà più tardi. Ma sul momento, da Terra, nessuno comunica i problemi a Gagarin. Che, però, non può non accorgersi dell’anomalia, perché nell’orbita la navicella gira lentamente, di 2-3 gradi al secondo. Dice Gagarin: «L’oggetto gira un po’ a destra. Tutto bene. Una meraviglia. L’umore è buono. Continuo il volo. Va tutto bene».
I contrattempi continuano: alle 10.25, un secondo prima del previsto, si inserisce il sistema frenante. Il combustibile è finito. Risultato: il volo si abbrevia di 600 chilometri. Ma Gagarin regge. Scriverà in seguito : «Sembrava di essere in un corpo di ballo: testa-gambe, testa-gambe ad alta velocità rotatoria. Tutto turbinava. Vedevo l’Africa, poi l’orizzonte, poi il cielo. Riuscivo appena a ripararmi dai raggi del sole». Salta il ciclogramma del rientro. I segnali da terra non arrivavano. Non resta che attendere l’entrata in funzione dell’impianto termico di riserva, che avrebbe dovuto intervenire a 100-110 chilometri di altitudine. Gagarin dirà: «Aspettavo. Ma non succedeva niente». Il cosmonauta dovrà attendere fino alle 10.49 per essere catapultato fuori dalla navicella. Minuti che sembrano ore. Ma i problemi non sono ancora finiti. Mentre scende col paracadute tenta per 6 minuti di aprire la valvola per la respirazione, ma non ci riesce, perché la cordicella per azionare la valvola è sotto l’involucro dello scafandro e, per giunta, è incastrata da una cinghia attaccata al sistema. Fatica a respirare. Ma i tecnici più tardi diranno che non ha corso il pericolo di soffocare. Alle 10.55 Gagarin rimette piede sulla terra nei pressi del villaggio Smelovka Oblast’ di Saratov. E per l’Urss di Chrushcëv l’impresa è solo un successo straordinario, una prova di eccellenza tecnico-scientifica. Nonostante qualche “piccolo” inconveniente.
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“Carissimi, amatissimi: vi saluto. Oggi la commissione statale ha deciso che sarò il primo ad andare nel cosmo. Si può pensare a qualcosa di più grande? E’ il cammino della storia, una nuova era. Domani partirò. Io credo profondamente nella tecnica. Essa non può tradire. Ma talvolta succede che si possa scivolare su una superficie piatta e ci si rompa il collo. Qui puo accadere qualcosa di simile. Per il momento non lo credo. Ma se dovesse capitare, prego voi e in prima luogo te, Valjusha, di non addolorarti troppo. Spero che tu non veda mai questa lettera… Valecka, ti prego, non dimenticare i miei genitori, se ci fosse lo necessità dà loro una mano. Trasmetti loro un grande saluto, sperando che mi perdonino per il fatto di averli tenuti all’oscuro di tutto, ma era stabilito che non fossero informati”.

(Lettera di Juri Gagarin alla moglie Valentina Goryacheva il 10 aprile 1961)
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Inserito su www.storiainrete.com il 12 aprile 2011

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