Le carte di Mussolini, la “pista vaticana” e quella “inglese”

28 maggio

Dino Messina sul suo blog “La nostra Storia” (www.corriere.it) ha pubblicato un lungo intervento di Fabio Andriola, direttore di “Storia In Rete” a proposito delle carte che Mussolini portava con sé uscendo da Milano il 25 aprile 1945 diretto a Como. L’intervento nasce da un precedente post, di Messina, in cui si dava conto di alcuni sviluppi circa la possibile “pista vaticana” per individuare la possibile destinazione finale di tanti dossier mussoliniani spariti alla fine della RSI.

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dal blog “La nostra storia” del 28 maggio 2011 La nostra storia

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Da Fabio Andriola, direttore di “Storia in Rete”, ricevo e publico volentieri.

Caro Messina,

Leggo con piacere e interesse il tuo ultimo articolo sul blog e mi permetto di aggiungere qualcosa che penso possa aiutare a chiarire il quadro d’insieme. Come sai da oltre vent’anni mi occupo delle vicende legate agli ultimi giorni di Mussolini e della RSI. Nell’ambito delle mie ricerche mi imbattei, negli archivi di Londra (Il Public Record Office di Kew Garden), in un nutrito gruppo di carte che riportano proprio al camioncino uscito da Milano insieme alla cosidetta “Colonna Mussolini” diretta a Como. Quel camioncino, finito in panne nei pressi di Garbagnate la sera del 25 aprile 1945 venne improvvidamente abbandonato dai suoi responsabili, ignari dell’importanza storica di quanto erano stati incaricati di custodire: oltre a numerose carte c’erano anche numerosi effetti personali di Mussolini tra cui, pare, anche il Collare dell’Annunziata ricevuto anni prima da Vittorio Emanuele III. Quando Mussolini seppe, alla prefettura di Como, di cosa era successo si arrabbiò moltissimo e mandò alcuni uomini a cercare di recuperare il contenuto del camioncino.

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Ma ormai era tardi. Il tutto era finito nelle mani di un gruppo di partigiani “bianchi” (dettaglio non secondario alla luce del tuo articolo) della 16ma Brigata del Popolo guidata dai fratelli Arturo e Carlo Allievi e dal dottor Vittorio Lamberti Bocconi. Trattandosi di partigiani democristiani non è assolutamente da escludere che qualche dossier portato dal camioncino (su pare fosse anche il dossier Matteotti particolarmente curato da Mussolini negli ultimi mesi) sia finito all’Arcivescovado di Milano e, da qui, in Vaticano. Ma il grosso delle carte, nel giro di pochi giorni, finì direttamente a Roma ma non nei Sacri Palazzi bensì all’ambasciata inglese. Lamberti Bocconi e gli Allievi il 18 maggio 1945, a Roma, consegnarono personalmente nelle mani di sir Noel Charles, ambasciatore inglese in Italia, documenti di tale importanza che poco dopo ricevettero – per iscritto – il ringraziamento del Feldmaresciallo

Alexander, massima autorità militare alleata nel Mediterraneo. Alexander fece loro sapere che <<I rispettabili e patriottici scrupoli che vi hanno impedito di consegnare queste carte fino a quando un ufficiale alleato non vi ha assicurato che il vostro paese non avrebbe ricevuto danno dalla vostra azione sono stati pienamente apprezzati. Potete essere sicuri che (queste carte) saranno usate solo per il discreto di Mussolini e di tutto quello che ha significato>>. Una affermazione surreale perché è un po’ difficile usare per il discreto di qualcuno documenti che quello stesso “qualcuno” ha accuratamente selezionato in vista di una propria difesa!

Infatti di quelle carte non si è saputo più nulla tranne la conferma che non dovevano essere di poco conto. Infatti gli archivi inglesi custodiscono – ne ho dato conto in un capitolo del mio libro “Carteggio segreto Churchill-Mussolini” (SugarCo 2007) – una fitta corrispondenza tra gli ormai ex partigiani italiani e vari ministeri inglesi che, fino al 1947, erano impegnati a capire come soddisfare le richieste di almeno uno degli Allievi e di Lamberti Bocconi (desiderosi, il primo, di fare un corso di aggiornamento per piloti di aerei civili e il secondo, un corso di aggiornamento medico). Alla fine i tre ricevettero cento sterline. Una bella cifra nel 1947 ma vendendo le carte che avevano recuperato a qualche giornale avrebbero ricavato molto, ma molto di più.
Per quanto riguarda la “pista vaticana” val la pena di ricordare – e dare a Cesare quel che è di Cesare – che il prof. Gianfranco Bianchi già negli anni Settanta pubblicò un dettaglaito elenco delle carte del Camioncino, carte che il 2 maggio 1945 vennero prese in consegna da Luigi Meda, figlio del politico cattolico Filippo Meda, il quale, d’accordo con altri dirigenti cattolici del milanese, visto che c’era un dossier con documenti relativi ai rapporti tra Padre Tacchi Venturi e Mussolini, decisa la consegna di quelle carte al sostituto del Cardinale segretario di Stato, mons. Giovanni Battista Montini. Altri documenti presero invece la via di Milano per essere consegnati al conte Pier Maria Annoni di Gussola, responsabile di una commissione incaricata della raccolta e della consegna delle carte della RSI.

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Ovviamente, tutte le carte di Mussolini, sia a Dongo che a Milano, sia a Como che a Roma come in altri luoghi (Svizzera compresa) subirono varie sottrazioni: ognuno prese quello che gli interessava e ora all’Archivio Centrale dello Stato non restano che le briciole.
Quindi in Vaticano ci sono sicuramente le carte relative a Tacchi Venturi. Se sono, come probabile, in compagnia anche di altri dossier (le copie e le copie delle copie rendono la caccia particamente infinita) lo sono però per altre vicende: le carte di Biggini seguirono altri percorsi, ancora in parte sconosciuti. Ma Luciano Garibaldi che negli anni Ottanta li seguì appurò alcune cose: certe carte finirono – tramite la sua segretaria – a Padre Agostino Gemelli ma altre – e di importanti a giudicare dall’ansia con cui fino all’ultimo Biggini ne chiese notizia – restarono a casa sua, a Villa Gemma, sul Garda, in una cartellina di cuoio marocchino rosso che ha fatto la fine delle famose borse (non una come si dice ma sicuramente due, forse tre) che Mussolini aveva con se a Dongo. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Un cordiale saluto

Fabio Andriola
Ps: Una sola vera precisazione. Contrariamente a quanto si dice da decenni per evidenti motivi – poco storici, cioé documentali, e molto “politici” – non c’è nessun riscontro – ma proprio nessuno – al fatto che Mussolini volesse espatriare in Svizzera nei giorni tra il 25 e il 27 aprile 1945.

L’unica pista certa delle carte segrete di Mussolini porta in Vaticano. Ecco le prove e un’ipotesi sul carteggio con Churchill

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di Dino Messina, dal blog “La Nostra Storia” del 27 maggio 2011 La nostra storia

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C’è una nuova pista vaticana nel mistero sugli ultimi giorni di Benito Mussolini. Non ci riferiamo agli avvenimenti che portarono alla morte del Duce, che secondo la versione ufficiale venne fucilato a Giulino di Mezzegra, nei pressi di Dongo, assieme a Claretta Petacci intorno alle 16 del 28 aprile 1945, ma a quella parte del «romanzo di Benito», per usare un’espressione di Renzo De Felice, riguardanti i documenti che il capo del fascismo portava con sè nella fatale fuga cominciata a Milano il pomeriggio del 25 aprile. Nella carovana del Duce comprendente ministri, amanti, parenti, soldati, uomini dei servizi segreti, che in un primo momento doveva raggiungere la Valtellina e che infine si diresse verso Como e il confine con la Svizzera, s’era trovato spazio naturalmente per il cosiddetto «tesoro di Dongo», comprendente assegni, due damigiane colme di fedi (residui dell’oro alla patria), gioielli e titoli vari per un valore che potrebbe oscillare tra i duecento e i trecento milioni di euro. Beni che si dispersero in mille rivoli e in parte andarono al Pci che sembra li utilizzò per l’acquisto delle Botteghe Oscure.

Ma più che al tesoro pare che Mussolini tenesse soprattutto a quegli estratti dell’archivio personale che da Roma si era fatto spedire nella sua residenza sul lago di Garda, Villa Feltrinelli a Gargnano, e che lo seguirono quasi sino alla fine. Probabilmente il Duce considerava quei documenti, molti dei quali oggi sono stati raccolti in un fondo dell’Archivio centrale dello Stato, il suo lasciapassare, o comunque li riteneva vitali per difendersi in un eventuale processo o in una discussione con i vincitori. Diciamo subito che con ogni probabilità fra le carte del Duce non c’erano i famosi diari, che se esistono, secondo l’ipotesi più accreditata, sarebbero stati affidati all’ambasciatore giapponese a Roma, Shinrokuro Hidaka, che li avrebbe messi al sicuro nella legazione nipponica di Berna. Pare più probabile, secondo molti testimoni, che in una borsa di pelle Mussolini custodisse il famoso quanto fantomatico carteggio con Winston Churchill, che tanti imbarazzi avrebbe potuto arrecare al primo ministro britannico. Inoltre, in un ampio baule, caricato su un camioncino che rimase in panne nei pressi di Garbagnate c’erano sicuramente una serie di documenti. E probabilmente anche quelli cui si risale attraverso la nuova pista vaticana.

La pista affiora dal fondo presso gli archivi della «Civiltà Cattolica» di padre Pietro Tacchi Venturi, che fu l’intermediario designato da Pio XI tra il Vaticano e Mussolini. Si tratta di una lettera del 17 marzo 1950 spedita dell’avvocato di Gallarate Mario Sola in cui l’uomo, vicino ai gesuiti, chiede conto della «misteriosa sparizione del fascicolo contenente la corrispondenza tra Mussolini ed il M. R. Padre Pietro Tacchi Venturi». Sola sostiene di aver rinvenuto «tale fascicolo» e di averlo consegnato «a mezzo dell’Arch. Ugo Zanchetta, a S. E. l’Arcivescovo di Milano Card. Schuster perché venisse trasmesso o alla S. Sede o al padre Tacchi Venturi». Non risulta, conclude Sola, «che detto fascicolo abbia avuto la destinazione per la quale era stato consegnato».

In realtà, suggerisce padre Giovanni Sale, il redattore storico e archivista della rivista dei gesuiti «La Civiltà Cattolica», da un appunto di Tacchi Venturi del 1950 e da una nota del cardinale di Milano, Ildefonso Schuster, del 20 giugno 1945 parrebbe che quelle carte furono tempestivamente inviate in Vaticano. «Sono state trovate in un baule abbandonato su d’una strada nelle vicinanze di Milano, ma che forse cadde da un’auto durante la fuga del governo nella serata del 26 aprile scorso», si legge infatti nella nota inedita di Schuster. E dall’appunto di padre Tacchi Venturi si evince che tutta quella documentazione è custodita nell’Archivio Vaticano.

La domanda che rivolgiamo a padre Sale e a cui con certezza si potrà rispondere tra qualche anno, quando i documenti saranno desecretati, è cosa a suo avviso contenesse il baule trovato vicino a Garbagnate. «Penso – risponde lo storico Giovanni Sale – che la documentazione riguardasse alcune importanti questioni di politica religiosa trattate nel corso degli anni tra le due autorità, come ad esempio: il carteggio tra Mussolini e il padre Tacchi Venturi, ma anche i documenti sulla Conciliazione tra la Santa Sede e l’Italia, la relazione scritta da Mussolini per il re del colloquio avuto con Pio XI l’11 febbraio 1932 e i documenti relativi al dissidio tra fascismo e Azione Cattolica e all’accordo del settembre 1931. A quanto pare tra i documenti in possesso di Mussolini non c’erano le proteste fatte dalla Santa Sede sulla materia delle leggi razziali». Particolare questo che secondo padre Sale è significativo «perché dimostra che Mussolini aveva selezionato il materiale da portarsi dietro pensando probabilmente anche ad un suo utilizzo a livello politico (o al peggio in sede processuale) come autodifesa; insomma, si trattava di materiale a contenuto assolutorio, da utilizzare al momento giusto anche contro la Chiesa e il Papa».

Tra i primi e convinti sostenitori di una pista vaticana della documentazione di Dongo, assieme a Renzo De Felice, c’è lo storico dell’università La Sapienza di Roma, Paolo Simoncelli, il quale collega le ipotesi di padre Sale al ruolo svolto dal ministro all’Educazione nazionale della Repubblica sociale italiana, Carlo Alberto Biggini. «Mussolini – spiega Simoncelli – donò molti documenti sui rapporti con la Santa Sede a Biggini che li utilizzò per un saggio. Lo stesso Biggini potrebbe avere avuto in custodia da Mussolini copia o l’originale del suo carteggio con Churchill, che a quanto mi risulta nel marzo 1945 venne fotografato in triplice copia».

A questo punto, secondo Simoncelli, si possono fare due ipotesi, legate alla malattia, un tumore, e alla precoce morte del ministro per l’Educazione. «La prima – dice Simoncelli – è che Biggini, ricoverato in una clinica privata a Milano anche grazie all’intercessione di padre Agostino Gemelli possa aver dato a questi tutto il materiale che naturalmente sarebbe stato poi consegnato in Vaticano tramite Schuster. La seconda ipotesi, già avanzata da De Felice, è che Biggini abbia affidato i documenti in suo possesso, prima della partenza per Milano, ai frati del santuario di Sant’Antonio a Padova, i quali li avrebbero dati al conte Vittorio Cini che a sua volta li avrebbe portati in Vaticano».

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Inserito su www.storiainrete.com il 28 maggio 2011

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Un commento


  1. complimenti per i vostri articoli e le vostre ricerche.tutto molto interessante.Verrà certamente un giorno della ristabilita verità.Il Personaggio era scomodo . Troppo onesto e incorruttibile. Doveva essere annientato,quindi favorire l’entrata in guerra e subito dopo boicottarla.E, pensare ,che avrebbe potuto pretendere da Guglielmo Marconi la consegna del brevetto del “raggio della morte ” e in 10 giorni tutto sarebbe finito.

    ferrini fiorenza

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