Il Duce, il Gran Muftì e i “pontisti”. Intervista a Fabei

4 giugno

Stefano Fabei, classe 1960, è nato a Passignano sul Trasimeno (Pg); laureato in Lettere Moderne, insegna in una scuola superiore di Perugia. E’ autore di diversi testi storici tra i quali ricordiamo “Il fascio, la svastica e la mezzaluna”, “Una vita per la Palestina. Storia del Gran Mufti di Gerusalemme”, “Mussolini e la resistenza palestinese”, “Operazione Barbarossa” e, più recentemente, “I neri e i rossi”, tutti editi da Mursia. Fabio Polese lo ha incontrato per porgli qualche domanda.

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di Fabio Polese per Il Sito di Perugia del 3 giugno 2011

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Buon giorno Prof. Fabei, come è iniziata la sua passione per la ricerca storica?

La mia passione per la storia risale al periodo degli studi universitari a Perugia, quando seguendo le lezioni del professor Galli Della Loggia, docente di Storia moderna, su Joseph de Maistre, Vincenzo Cuoco, la Vandea e la controrivoluzione in Francia mi appassionai a quegli argomenti. Erano gli anni della Rivoluzione islamica iraniana, dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e del risveglio dell’Islàm: tutti temi che, incuriosendomi e affascinandomi, mi sollecitarono a uno studio approfondito, anche per le analogie che certi eventi presentavano con i totalitarismi del XX secolo.

Spesso, chi fa ricerca storica, viene tacciato di essere revisionista. Cosa ne pensa?

Chi si interessa alla storia non può che essere revisionista. Il compito della storia è di  avvicinarsi il più possibile alla verità cercando di contribuire a far luce sui «fatti», su tutti i fatti anche su quelli non graditi alle posizioni politiche di ciascuno. Lo storico non deve condannare o assolvere, stabilire chi abbia torto e chi abbia ragione, deve prescindere da condizionamenti ideologici ed essere indipendente da schemi interpretativi preconfezionati, di qualunque tipo. Suo compito è sottoporre a revisione il passato: in fondo la storiografia non è nient’altro che una costante riscrittura della storia. Ancora oggi tuttavia, soprattutto in certi ambienti, permane la tendenza a concepire la storia come uno strumento di lotta politica e questo non è scientificamente corretto, oltre che disonesto e moralmente inammissibile.

Dove ha cercato le fonti per i suoi testi?

Presso gli archivi fondamentalmente, soprattutto per quegli argomenti su cui non si è indagato in precedenza, ma non solo. Non si può ignorare poi quanto su un determinato tema è stato già scritto in precedenza da altri, magari lasciando volutamente nell’ombra, o sottovalutando, certi aspetti…

Nel suo testo “Mussolini e la resistenza palestinese”, sostiene che “nel più assoluto segreto, l’Italia fascista si adoperava validamente nel tentativo di dare una patria agli arabi della Palestina  – e che non si trattava soltanto di un appoggio politico, ma di un autentico sostegno materiale”. Cosa fece di concreto l’Italia di Mussolini per il Gran Mufti di Gerusalemme? A che scopo?

In quel libro, dopo aver ricostruito la nascita e lo sviluppo del nazionalismo arabo, di quello palestinese in particolare, e del sionismo, ho dimostrato – abbattendo in modo inconfutabile un pregiudizio politico consolidato, quello per cui sarebbero state sempre e solo le forze «di sinistra» ad appoggiare la causa palestinese – come tra il 1936 e il 1938 l’Italia versasse al Gran Muftì, leader della rivolta contro la Gran Bretagna e i sionisti, oltre 138.000 sterline. Questo contributo fu deciso dal Duce in appoggio al nazionalismo arabo e in funzione antibritannica, in omaggio all’anticolonialismo del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo, e per non farsi scavalcare da Hitler nella solidarietà agli arabi che guardavano con grande simpatia alla Germania, Stato europeo che non li aveva colonizzati e in cui c’era una grande attenzione verso l’Islàm. Il nostro Ministero degli Esteri decise allora anche l’invio ai mujâhidîn della prima grande intifâda di armi e munizioni in principio destinate al Negus ma acquistate in Belgio dal SIM; la consegna, cui avrebbero dovuto provvedere i sauditi dopo il loro prelevamento dagli italiani, non ebbe tuttavia mai luogo per la paura che i dirigenti sauditi avevano degli inglesi.

Cosa ne pensa, attualmente, della situazione palestinese?

Guardo con attenzione al riavvicinamento tra la componente laico-nazionalista e quella religiosa della resistenza araba in Palestina.

Recentemente, in libreria, è uscito il suo ultimo lavoro “I neri e i rossi”dove spiega che durante la Repubblica Sociale Italiana, Benito Mussolini, si aprì al mondo socialista e rivoluzionario. Come fu possibile?

Premetto che Mussolini proveniva da quel mondo socialista e rivoluzionario, cui peraltro fu sempre idealmente legato, al di là delle contingenze politiche. Il Duce e certi ambienti fascisti repubblicani cercarono sinceramente di evitare la guerra civile e consegnare la RSIe la socializzazione alle forze politiche, in particolare ai socialisti, considerate meno lontane ideologicamente e politicamente dal fascismo delle origini, cui tra il 1943 e il 1945 cercarono di tornare. Ricostruisco in questo volume le vicende dell’operazione «ponte» che Mussolini tentò nell’ora del crepuscolo con la collaborazione di Carlo Silvestri, di Edmondo Cione e in cui coinvolse il comandante delle formazioni partigiane socialiste «Matteotti», Corrado Bonfantini. Fu l’intransigenza di Lelio Basso e, soprattutto, di Sandro Pertini che fecero fallire questo progetto a cui molti, da entrambe le parti, guardarono con opportunismo ma anche con buona fede. Nell’operazione furono coinvolti, per quanto riguarda i neri, i ministri Pisenti e Biggini, i generali Montagna e Nicchiarelli, il sindacalista Ugo Manunta, Gastone Gorrieri e Franco Colombo della legione autonoma «Ettore Muti»; per quanto riguarda gli antifascisti i fratelli Bergamo, ex fuoriusciti repubblicani, il comunista libertario Germinale Concordia, Gabriele Vigorelli, Renato Sollazzo, Lia Bellora e altri uomini della Resistenza. Oppositori decisi di ogni trattativa e pacificazione furono, per ragioni opposte, il Partito Comunista Italiano, i tedeschi e gli intransigenti di Salò, Farinacci, Mezzasoma e Pavolini. Tuttavia, in uno scenario che vedeva il fascismo vinto sul piano politico e militare, diversi mesi durarono i contatti che si svilupparono tra ambiguità e mezze promesse, tranelli e doppi giochi: una conferma per certi aspetti della tendenza italiana a tenere i piedi su due staffe, in attesa del corso degli eventi. Come ho già affermato altrove, I neri e i rossi è un libro forse scomodo per qualche aspetto, ma necessario sia per quanto riguarda la storia della Resistenza sia quella della RSI.

Sta lavorando su altri testi?

Sto rivedendo, sempre per Mursia, la biografia del generale Niccolo Nicchiarelli, un nostro conterraneo. Volontario nel Primo conflitto mondiale, prigioniero in Germania, squadrista e sindaco fascista di Castiglione del Lago, Nicchiarelli ha vissuto molti degli eventi che hanno caratterizzato la storia d’Italia nella prima metà del XX secolo. Entrato nella milizia di cui comandò la legione «Cacciatori del Tevere» e il reparto autonomo nella colonia di confino a Lipari, fu poi alla testa della legione «San Giusto» a Trieste e della 3a legione libica. Segretario federale a Bengasi e membro del direttorio del PNF, durante la Secondaguerra mondiale partecipò in Africa settentrionale alla conquista di Sidi el Barrani e alla difesa di Bardia, fu comandante della legione camicie nere «Tagliamento» in Russia, poi del raggruppamento XXI Aprile che ricondusse in Italia dalla Jugoslavia dopo l’armistizio. Aderì alla Repubblica sociale e fu al vertice della Guardia nazionale repubblicana. Incarcerato e processato nel 1945 tornò alla vita civile nel 1946. Grazie all’analisi di una grande mole di documenti, in gran parte inediti, racconto, insieme alla storia dell’ufficiale, quella della milizia fascista, dalle origini al 1945.

Ringraziandola per l’intervista, le lascio libero spazio per dare un consiglio ai giovani che vogliono avvicinarsi allo studio della storia italiana…

Li inviterei a prestare maggiore attenzione nei confronti di una disciplina che, oltre a far loro comprendere il passato, dovrebbe aiutarli a leggere e interpretare anche il presente, a crescere. Sosteneva Cicerone che chiunque non fosse a conoscenza del proprio passato non avesse alcun futuro davanti a sé.

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Inserito su www.storiainrete.com il 4 giugno 2011

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