Il giallo degli affaristi dietro la morte di Matteotti

8 giugno

Giacomo Matteotti (Fratta Polesine 1885 – Roma 1924), deputato al Parlamento, dal 1922 e segretario del Partito Socialista Unitario, forte oppositore del fascismo. Elezioni del 6 aprile 1924: il fascismo ottenne un risultato superiore a ogni pronostico, al “Listone” vanno 535 deputati con 4.305.938 voti sui 7.628.859 votanti, contro 40 deputati ai popolari, 47 ai socialisti, 18 ai comunisti e 45 ad altri vari partiti. La vittoria della lista nazionale fascista era evidente.

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di Giuliano e Luca Fiorani da Rinascita del 30 maggio 2011

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Nei giorni che seguirono, durante un colloquio con Mussolini, Antonio Borghese riguardo alle sue impressioni sul risultato elettorale, consigliò il presidente di realizzare una collaborazione di governo dei tre partiti di massa, fascista, socialista e popolare. Secca la risposta di Mussolini “troppo tardi”.
E forte della maggioranza ottenuta si rimise al lavoro con ottimismo.
Ai prefetti il 25 aprile riguardo alla situazione interna, Mussolini telegrafò che scomparsi nel Paese gli ultimi episodi di violenza post elettorale, la situazione poteva considerarsi buona, ma non ancora perfetta. Il 22 maggio il Duce partecipò alla riunione del Consiglio Nazionale delle Corporazioni Sindacali, e disse che i patti stipulati per i lavoratori andavano sempre migliorati, auspicava la collaborazione di classe, praticata in due e che gli industriali dovevano entrare con spirito di lealtà nell’ordine d’idee e di un’effettiva collaborazione.
Il 25 maggio inaugurazione della XXVII Legislatura, con discorso della Corona, e il 27 prima seduta della Camera, Mussolini parlò alla maggioranza parlamentare.
A Montecitorio, il 30 maggio l’onorevole Matteotti con una coraggiosa requisitoria attaccò violentemente Mussolini, accusando il governo e il fascismo di reali o presunte coercizioni esercitate nelle elezioni del 6 aprile. Matteotti parlò di brogli elettorali, si oppose alla convalida di alcuni deputati e sostenne addirittura l’illegittimità della Camera.
Mussolini che chiamava Matteotti un “nemico indisponente e ostinato”, il primo giugno sul Popolo d’Italia replicò di aver trovato “fin troppo longanime la condotta della maggioranza, perché l’onorevole Matteotti ha tenuto un discorso mostruosamente provocatorio”. Il 3 giugno sempre sul Popolo d’Italia con il titolo “Le mascalzonate del disonorevole Matteotti”, pubblicò una circolare dell’onorevole Matteotti che doveva restare riservata, dove invitava i compagni a raccogliere informazioni e faceva nomi di persone da lui chiamate “mattoidi, o criminaloidi, e commedianti… che sono fra i capi e i dirigenti del fascismo, nazionali e locali …”. A quella circolare seguiva il commento: “La vigliaccheria di tale documento non ha bisogno di alcuna parola per essere dimostrata. Il disonorevole Matteotti, il milionario che ha tiranneggiato per tanto tempo nelle sue terre in nome del… socialismo, chiese orsono appena due mesi, di entrare nelle grazie del governo fascista, facendo domandare al Duce del fascismo di essere preso in considerazione. È anche noto che il presidente del Consiglio… proclamò in Parlamento che non avrebbe accettato nel suo ovile “le pecore rognose”… Il Matteotti neutralista antinazionale, che si era comportato male durante la guerra, opponendosi, come consigliere provinciale di Rovigo, alla concessione di un sussidio ai profughi del Friuli e all’impianto di un ospedale della Croce Rossa in Arquà Polesine. Da Salandra era stato definito “acre e increscioso avversario”. Il Corriere della Sera lo aveva chiamato “il Marat del Polesine”. Alla Camera, il 4 giugno Mussolini replicò brevemente all’onorevole Matteotti. Seguì una vivace discussione sull’indirizzo di risposta alla Corona.
Il 7 giugno la Camera approvò la fiducia al Governo, con voti 561 contro 107.
Mussolini a chiusura del dibattito e con risposta a Matteotti, elencò le numerose vittime fasciste durante la campagna elettorale: 18 morti e 147 feriti e affermò “Qui si è fatto il processo alle elezioni del 6 aprile, ebbene, guardate, io voglio ragionare per assurdo e mettermi sul vostro stesso terreno polemico. La lista nazionale ha riportato cinque milioni di voti, cioè quattro milioni e ottocentomila. Ebbene io sono disposto a regalarvi un milione e ottocentomila voti; ma voi dovete sempre ammettere che tre milioni di cittadini coscienti e che, sommati, raggiungono i vostri voti messi assieme, hanno votato con piena coscienza per il Partito Nazionale Fascista”.
A Roma Lungotevere Arnaldo da Brescia, il 10 giugno presso la sua abitazione romana è rapito Giacomo Matteotti. La notizia non era ancora trapelata l’11 giugno, ma il deputato socialista Modigliani già ne aveva denunciato la scomparsa in questura. Le circostanze di tempo e luogo della scomparsa di Matteotti non erano ancora ben precisate, ma legittimava l’ipotesi di un delitto.
Velia Ruffo moglie di Matteotti, il 13 giugno s’incontrò a Montecitorio con il capo del Governo, durante il penoso incontro, la signora chiese la restituzione del marito, vivo o morto, Mussolini rispose di ignorare ancora dove fosse.
Ai prefetti del Regno, il 14 giugno Mussolini telegrafò per essere informato “sull’impressione suscitata dalla scomparsa di Matteotti nell’opinione pubblica in genere, e negli ambienti fascisti in particolare”.
L’organo ufficiale del PCUS la Pravda a proposito dell’affare Matteotti scrisse: “Mussolini fu amaramente sorpreso dell’assassinio di Matteotti. Si può credere che questo disgustoso affare fu organizzato a sua insaputa”.
Il presidente del Consiglio il 24 giugno espone al Senato la politica legalitaria e pacificatrice del governo, e ripeté che sarebbe rimasto al suo posto. E il 26 il Senato approvò la fiducia con 225 favorevoli, 21 contrari e 6 astenuti.
Votò favorevole anche Benedetto Croce.
I partiti dell’opposizione ad eccezione dei comunisti, il 27 giugno riuniti in una sala di Montecitorio, decidono di non partecipare più all’attività parlamentare e si ritirano sull’Aventino. Il 29 giugno l’onorevole Giolitti interpellato sulla decisione presa dall’opposizione di ritirarsi sull’Aventino rispose: “L’onorevole Mussolini ha tutte le fortune politiche; a me l’opposizione ha sempre dato fastidio e travagli, con lui se ne va e gli lascia libero il campo”.
Mussolini nei suoi appunti il 19 luglio annotò: “Il cadavere di Matteotti non si trova. La tensione aumenta. Le accuse di affarismo dilagano”.
Farinacci su Cremona Nuova del 29 luglio scrisse: “Se si farà il processo al fascismo noi lo faremo al partito a cui apparteneva Matteotti… se si farà il processo ai nostri morti noi lo faremo al morto avversario. Questo però non autorizza in nessun modo gli avversari ad agire contro un regime…”.
Dalla scomparsa dell’onorevole Matteotti furono presentate alcune dimissioni da iscritti al PNF. Ma la fase critica era superata, anche se la battaglia interna proseguiva ancora e la stampa straniera cominciava a prendere atto della salda resistenza del Duce agli attacchi.
Il 16 agosto alla periferia di Roma è ritrovato il cadavere dell’onorevole Matteotti. Mussolini nei suoi appunti scrisse: “…col ritrovamento del cadavere dilegua un incubo atroce”.
I resti di Matteotti furono ritrovati seppelliti a fior di terra, in una piccola fossa nella macchia boscosa della Quartarella, nei pressi di Riano, a nord di Roma.
Turati dopo l’identificazione scrisse alla Kuliscioff: “Tutto è distrutto, non c’è più nemmeno lo scheletro, ma soltanto tibie, femori, costole, ossa disperse e il teschio. Ma il teschio assomiglia in modo impressionante al nostro povero morto, e più che a lui, alla madre sua, che essendo quasi scheletrica è più simile al teschio del figliuolo che al figliuolo stesso… qualche ciocca di capelli… fu raccolta e conservata…”. (Turati fa una descrizione macabra e bugiarda).
Dopo il ritrovamento del cadavere e la perizia necroscopica, le spoglie di Matteotti da Riano Flaminio saranno traslate alla stazione di Monterotondo, dove partiranno direttamente alla volta del suo paese natale, Fratta Polesine (Rovigo), per essere tumulate nella tomba di famiglia.
La stampa di opposizione dopo il rinvenimento del cadavere, organizzò al massimo lo sfruttamento politico dell’affare Matteotti: “Si disse che la salma fosse stata deliberatamente occultata fino a quel giorno, che il ritrovamento fosse una commedia, che mancassero ossa, che il cadavere fosse stato decapitato. Si distinse ancora il giornale di don Sturzo, con la calunniosa pretesa che il teschio fosse di Matteotti, ma il resto del corpo appartenesse a una donna. Il foglio clericale voleva i testicoli, ma tacque quando tra i miseri resti si trovò un resto dello scroto”. A precisare, così scrisse Attilio Tamaro.
Dalla perizia necroscopica si ebbero i seguenti risultati: “il cadavere era integro, e in tutte le sue parti dell’onorevole Matteotti, la fossa dove venne trovato il cadavere non era stata mai manomessa, il corpo non era stato seviziato, né vivo, né morto, e integro nei suoi organi genitali, non è possibile stabilire precisamente le cause della morte, le ossa non portano segni di lesioni, il cadavere fu sepolto la sera stessa del fatto”.
Pietro Nenni il 22 agosto in un opuscolo dal titolo “L’assassinio di Matteotti e il processo al Regime”, sosteneva l’infondata tesi della “evidente complicità e responsabilità di Mussolini” circa il delitto, avvertendo però che ne mancava la prova. Si saprà poi che gli autori furono: Dumini, Malacria, Poveromo, Viola, Volpi e altri minori. Si disse che l’azione era per strappare al deputato socialista le prove o una confessione di responsabilità degli assassinii compiuti in Francia a danno dei fascisti. E che il rapimento non era per uccidere, ma la morte sarebbe avvenuta accidentalmente, quasi subito, per emorragia interna, provocata in un organismo tubercolotico dai colpi ricevuti.
Ma quali siano le responsabilità di quei fascisti implicati nella morte di Matteotti, da nessun documento, da nessuna indiscrezione, da nessuna frase pronunciata, risultava che Mussolini abbia dato l’ordine di sopprimere il deputato socialista e neppure di dargli una “lezione” per fiaccarne lo spirito.
Il 5 settembre Mussolini a D’Annunzio: “Mio caro compagno… mi hanno gettato un cadavere tra i piedi: era pesante: mi hanno fatto barcollare e soffrire…”.
Il giorno seguente il re ricevette Mussolini e lo rassicurò, incitandolo a resistere: “Lei è un uomo tutto d’un pezzo”.
A Roma il 12 settembre l’operaio socialista Giovanni Corvi, assassinò il deputato fascista Armando Casalini, alla presenza di una bimba della vittima.
Affermò di voler così vendicare Matteotti.
5 dicembre il Senato approvò la fiducia al governo con 208 voti favorevoli contro 54 contrari e 37 astenuti.
16 marzo 1926, a Chieti si apre il processo per il delitto Matteotti, comparvero come imputati soltanto gli esecutori materiali. La vedova Matteotti aveva rinunciato a costituirsi parte civile e accettò in seguito una riservata assistenza finanziaria da Mussolini per l’allevamento dei figli.
La Corte d’Assise di Chieti il 30 marzo concluse con la condanna di tutti gli imputati per l’uccisione di Matteotti.
Per molti anni rimasero gli interrogativi sul perché della morte di Matteotti: era stato Mussolini a ordinare la soppressione fisica? Oppure l’assassinio del deputato socialista fu voluto e commissionata da un gruppo di potere, per compromettere agli occhi del re e dell’opinione pubblica, la figura del Capo del Fascismo?
Andiamo avanti.
Novembre 1985, Marcello Staglieno per Storia Illustrata intervista Matteo Matteotti (classe 1921) figlio di Giacomo. Intervista che suscita clamore.
Domanda: “Benito Mussolini aveva interesse a far uccidere suo padre?”.
Risposta: “Mussolini voleva fin dal 1922, subito dopo la Marcia su Roma riavvicinarsi ai socialisti. Il 7 giugno 1924… pronunciò un appello alla collaborazione rivolto proprio ai socialisti… No, il Duce non aveva alcun interesse a far uccidere mio padre… Lo stesso Pietro Nenni, nel 1929, affermò che quello era stato un delitto affaristico”. Inoltre, Matteo Matteotti per quanto riguarda la morte del padre, “era convinto che il crimine fosse stato organizzato da potenti personaggi del vertice politico finanziario contrari al riavvicinamento fascisti-socialisti, che doveva spaventare molto la Corona e la borghesia industriale italiana”. Questa spiegazione del figlio di Matteotti è degna di considerazione, ma per chiarire in tutti i suoi aspetti e retroscena del delitto Matteotti, non basta. Perché non bisogna dimenticare il servizio pubblicato dal Corriere della Sera il 6 marzo 1947, dove il giornalista Ferruccio Lanfranchi fa l’elenco del contenuto di un grosso baule zincato appartenente a Mussolini: un gruppo di fascicoli legati con un cordoncino tricolore recante l’etichetta “Processo Matteotti”, una cartelletta bianca con la scritta “Processo di Verona”, una cartella dedicata a Cesare Rossi. Questi documenti, prima di sparire, erano passati in varie mani, dai partigiani di Garbagnate all’avvocato Luigi Meda del CLN lombardo, da questi al conte Piermaria Annoni sempre del CLN, il presidente di detto organismo era il comunista Emilio Sereni.
Purtroppo il prezioso materiale della segreteria di Mussolini, che avrebbe potuto chiarire molte cose risultò di fatto scomparso nel nulla. Ma non tutto è andato perduto.
Piero Pisenti ministro della Giustizia della Rsi, da Gardone Riviera nel dicembre 1944 manda una lettera a Carlo Silvestri, giornalista e antifascista di vecchia data. Scrive Pisenti: “Ieri, durante un lungo colloquio, ho parlato di te a Mussolini… Egli mi ha detto: “Silvestri è stato un vero capo dell’opposizione extra parlamentare ai tempi dell’affare Matteotti… Ditegli che se verrà da me non avrò difficoltà a parlargli… Diciannove anni non contano per la verità”. Prosegue Pisenti “Ho avuto la netta impressione, parlando con Mussolini, che venendo qua potrai scrivere un giorno una pagina di storia”.
Silvestri fece sapere a Pisenti che era pronto a incontrare il Capo della Rsi.
Il giornalista e Mussolini si incontrarono il 29 gennaio 1945, esiste solo il resoconto redatto da Silvestri a Milano pochi giorni dopo l’incontro, e che riassumiamo. Riguardo alla crisi Matteotti, il Duce, subito volle ricordare “che il delitto era stato compiuto non da me, ma contro di me”. Dopo questa premessa Mussolini continuò: “… colgo l’occasione per informarvi che Nicola Bombacci e il prefetto Luigi Gatti stanno battendo una pista che porterà al decisivo accertamento delle fondamentali responsabilità nel delitto Matteotti. Sono responsabilità pesanti per molti personaggi e per molti ambienti… Vi autorizzo a parlare sia con Gatti sia con Bombacci… posso assicurarvi, sin d’ora, che le indagini fin qui condotte hanno già conseguito risultati altamente apprezzabili, forse decisivi”.
I colloqui tra Silvestri, Bombacci e Gatti durarono tutto febbraio 1945. Furono visionati i documenti e dati di eccezionale importanza, in grado di chiarire quel meccanismo criminoso che il 10 giugno 1924 aveva portato al rapimento e alla morte dell’onorevole Matteotti.
Come ebbe ad affermare più volte Carlo Silvestri, dagli incontri con Bombacci e Gatti uscì convinto dalle prove inoppugnabili che il Capo della Rsi, non c’entrava assolutamente sull’assassinio di Matteotti, ma la cosa più sconcertante era che la soppressione del deputato socialista era stata voluta, architettata e ordinata dagli avversari più implacabili di Benito Mussolini.
Carlo Silvestri con coraggio e autocritica giunse alle conclusioni che: 1) nel 1924 Mussolini erroneamente fu ritenuto mandante dell’omicidio di Giacomo Matteotti. 2) il motivo del delitto era da ricercarsi nella lotta condotta dall’onorevole Matteotti contro il governo fascista.
Il giornalista, al momento opportuno contava di appoggiarsi sull’imponente documentazione raccolta dalla segreteria personale di Mussolini, per sostenere le sue conclusioni. Purtroppo la mattina del 28 aprile 1945, nei pressi di Garbagnate Milanese, dopo un breve scontro a fuoco con una colonna fascista diretta a Como un gruppo di partigiani s’impadronivano – come già detto – del baule di Mussolini, e il contenuto sparito.
Luigi Gatti e Nicola Bombacci (al corrente dei particolari di tutti i documenti contenuti nel baule), fermati a Dongo dai partigiani, furono fucilati il 28 aprile 1945.
Carlo Silvestri convinto dell’innocenza personale di Mussolini del delitto Matteotti, si trasformò in teste in sua difesa, e a futura memoria stese un memoriale, con i risultati cui era pervenuta l’inchiesta promossa da Mussolini, e che lui era venuto a conoscenza, purtroppo morì senza essere riuscito a utilizzarlo. Ma quanto da lui raccolto non è andato perduto, sono dati che possono dare risposte alle seguenti domande:
1) il figlio di Matteotti ha ammesso che non fu Mussolini il mandante dell’aggressione al padre, allora chi volle e ordinò la morte del deputato socialista?
2) in realtà, qual era la posta in gioco?
Secondo il memoriale Silvestri, esistette un gruppo di congiurati che decretò la morte di Matteotti. Sempre secondo Silvestri, quel gruppo era da individuare nel gruppo politico – affaristico che faceva capo a Max Bondi, grosso esponente della finanza e socio in affari con l’amministratore delegato della Banca Commerciale, Giuseppe Toeplitz, e a Filippo Naldi, un faccendiere in stretti rapporti personali con Emilio Bruzzone (Unione Zuccheri), Arturo Bocciardo (ILVA), Gigetto Parodi e Attilio Bodero (Armatori). Un gruppo di potere che si appoggiava alla Massoneria di Palazzo Giustiniani e poteva contare sui politici, Filippo Turati e Giovanni Amendola, e sul direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini.
Il gruppo Bondi –Naldi e la loro influenza corruttrice con contributi all’Avanti! di Nenni, al Nuovo Paese di Bazzi, al Corriere Italiano di Filippelli, era per conseguire dei fini ben precisi e determinanti.
Mussolini non sbagliava quando disse esplicitamente: “Vi sono ancora focolai d’infezione, che potrebbero avvelenare la vita del nostro Paese, focolai massonici, plutocratici, comunisti, massimalisti, democratici, giornalistici…”.
Nel 1946 Togliatti, De Gasperi, La Malfa, Nenni e Saragat, i nuovi governanti dell’Italia democratica, decisero di far rifare in tribunale il processo al delitto Matteotti, e in nome del Popolo Italiano a Roma nel febbraio 1947, dare con un processo farsa al defunto fondatore del fascismo la responsabilità della morte di Matteotti.

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3 commenti


  1. Tra il 1984 e il 1985 lessi sul Secolo d’Italia un articolo che era della stessa opinione. Non era stato Mussolini a volere la morte di Giacomo Matteooti, bensì alcuni ambienti affaristico-industriali, riguardo i quali lo stesso Matteotti aveva scoperto delle truffe. E’ una di quelle pagine storiche che trovo sia utile approfondire. Lo stesso si dica per la figura di Carlo Silvestri: l’ultimo saggio di Stefano Fabei “I neri e i rossi” ne tratta le sue vicende, insieme a quelle di altri esponenti socialisti, repubblicani e fascisti.

    giovanni fonghini

  2. […] […]

    Stanis Ruinas e il Pensiero Nazionale - Pagina 2

  3. Ho letto con molto interesse la lunga narrazione. Essa mette in luce il compito inesauribile della ricerca storica, soprattutto nei confronti di quella storiografia che ha come modello i tribunali di guerra.

    MARCELLO CROCE

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