Cancellare Cadorna? Smemoratezza e suicidi politici

29 luglio

Non da oggi il Parlamento italiano mostra vocazione al suicidio. Una Camera dei deputati che fa arrestare un proprio membro prima che la magistratura ne pronunci la condanna definitiva sottoscrive la propria disfatta. Ma non è la prima volta. Accadde anche in età monarchica. Nel maggio 1915 le Camere dovevano scegliere tra la neutralità e l’intervento nella Grande Guerra a fianco della Triplice Intesa, deciso da un paio di ministri (Salandra e Sonnino) all’insaputa del Parlamento e dello stesso governo, col seguito del drammatico voltafaccia contro gli Imperi Centrali di cui Roma era ancora alleata.

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di Aldo A. Mola

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La generalità dei parlamentari era contraria all’intervento. Quando l’ex presidente del Consiglio e capo morale della maggioranza, Giovanni Giolitti, ai primi di maggio arrivò a Roma per fermare la corsa verso l’abisso ricevette il plauso scritto di circa trecento parlamentari; ma fallì la missione e rientrò a Cavour, inseguito da fischi e insulti di plebi organizzate. Quel Parlamento allora votò i pieni poteri al presidente in carica, Antonio Salandra. Si consegnò mani e piedi legati al governo, che a sua volta scaricò sulle spalle delle Forze Armate una guerra che l’Italia era impreparata ad affrontare.

Capo di stato maggiore dell’Esercito era Luigi Cadorna, subentrato nel luglio 1914 ad Alberto Pollio, morto improvvisamente proprio quando più v’era bisogno della sua preparazione e della sua saggezza. Dubbioso sul legame tra Esercito e Paese il ministro della Guerra Domenico Grandi nell’ottobre 1914 si era dimesso ed era stato sostituito con il generale Vittorio Zupelli. Cadorna fece miracoli per fronteggiare l’esercito austro-ungarico dopo che per mesi era stato rafforzato il fronte contro la Francia. Attuò uno sforzo organizzativo prodigioso. Resse alla spedizione punitiva austro-ungarica del 1916, in agosto liberò Gorizia e un anno dopo la Seconda Armata di Luigi Capello avanzò sul Carso quando ormai la Russia era in preda alla rivoluzione e l’esercito franco-inglesi erano in crisi. Vienna chiese controvoglia il soccorso militare tedesco e il 24 ottobre sfondò il fronte italiano a Caporetto. Con fredda determinazione, lo stesso Cadorna, che per anni aveva imposto offensive esose di sangue, dispose la ritirata sul Piave: perse una parte della Seconda Armata e impostò la riscossa. Lo capì Vittorio Emanuele III che ne accettò la sostituzione con Armando Diaz, ma gli serbò stima e nel 1924 lo volle Maresciallo d’Italia, a fianco di Diaz, Duca della Vittoria. E lo documenta Pierluigi Romeo di Colloredo su “Storia in Rete” di luglio-agosto 2011, che cita i giudizi di Conrad e di Alfred Krauss, concordi nel valutare Cadorna un gigante a fronte di “nullità”: i “politici”, da Salandra allo stesso Orlando al cocciuto Sonnino, a tacere di Camera e Senato che in seduta segreta dette uno spettacolo indecoroso, come a Giolitti scrisse Alfredo Frassati, il direttore della “Stampa”.

Il comando supremo di Cadorna era a Udine, la città che ora ha intitolato all’Unità d’Italia l’ex Piazza Cadorna. Senza Cadorna non avremmo il confine attuale, decurtato dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Unità d’Italia, quindi, vuol dire Cadorna. Ma la smemoratezza e la falsificazione della storia vanno di moda. Dimentichiamo, per esempio, che nel 1923 la Camera dei deputati eletta due anni prima sotto la regia di Giolitti approvò la legge che attribuiva due terzi dei seggi al partito che avesse raggiunto il venticinque per cento dei voti. Fu il suicidio di un Parlamento eletto sulla base della “maledetta proporzionale” voluta da don Sturzo, “prete intrigante” e fatuo. Quella proporzionale ancor oggi è rimpianta da chi pensa di ricattare qualunque governo o maggioranza sulla base di un 10% di voti raccattati in qualche regione anziché nell’intero Paese o sommando gruppetti sparsi, come fa l’aspirante terzo polo capitanato da deputati di antico conio: Rutelli, Casini e Fini, che solo in un Parlamento indeciso a tutto può fare il capopartito e il presidente della Camera.

Dunque, cancelliamo pure il nome di Cadorna dalla toponomastica. Ma quali eroi di riferimento hanno da proporre le due repubbliche? I comunisti che appoggiarono la repressione dell’Ungheria con i carri armati sovietici? Certi sedicenti cattolici intruppati con i relitti del comunismo?

Allora, teniamoci le vie e piazze Cadorna e studiamo di più e meglio la storia. Cadorna è la prova del nove della pochezza del Parlamento quando occorre fare politica estera e politica militare. Fu il Comandante Supremo. Non venne abbattuto dalle Camere ma dall’offensiva austro-tedesca. Fu sostituito da Diaz, che, narra il suo biografo, Luigi Gratton, resse l’Italia con mano di ferro in guanto di velluto e vinse a Vittorio Veneto perché tenne in pugno il patriottismo. A fianco aveva Ugo Cavallero (massone), gli arditi e un Paese che scelse per motto “Vinceremo”, una insegna utilizzata male in anni seguenti. Nel 1918 l’Italia vinse la prova più difficile della sua storia: dalla conca di Plezzo (Caporetto) gli austro-tedeschi puntavano diritti su Verona e Milano. Sarebbe stata la fine dell’Italia nata dal Risorgimento. L’Esercito salvò il Paese; le Camere lo precipitarono nel caos e generarono esse stesse il regime autoritario di Mussolini che prese il potere quando aveva appena 37 deputati su 535. Tra i fuochi fatui di questo 150° poco se ne è parlato. All’epoca la casta politica era meno costosa ma altrettanto inadeguata. Perciò poi gli elettori approvarono il Duce a pieni voti.

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Inserito su www.storiainrete.com il 29 luglio 2011

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5 commenti


  1. Riceviamo da un nostro lettore e pubblichiamo:

    Ho letto il Vostro interessantissimo articolo sul generale Cadorna, nel numero di luglio – agosto 2011 dove finalmente –dopo tanti anni- si fa finalmente giustizia di tante calunnie sul comandante italiano, che ha guidato il nostro esercito prima di Armando Diaz; ebbene da questo articolo emerge un’immagine più aderente alla figura di Cadorna, che di certo non è stato il cretino che molti credono, giudicandolo quale unico responsabile della disfatta militare, la quale è –invece- da attribuirsi ad un altro generale, suo sottoposto, ossia: Pietro Badoglio.
    In una biografia di questo disgraziato generale (Pietro Badoglio), in quel momento comandante del XXVII Corpo d’Armata composto da 4 divisioni, in una biografia fatta da Silvio Bertoldi, per le edizioni BUR, si legge testualmente:

    Grazie ai disertori tedeschi, Pietro Badoglio sapeva già dal 16 ottobre che l’attacco si sarebbe sviluppato tra breve contro il suo Corpo d’Armata, il quale poteva contare su 800 bocche da fuoco e sul VII Corpo d’Armata, comandato dal generale Bongiovanni, a proteggergli le spalle.
    I tedeschi attaccarono all’ora stabilita, mentre i cannoni di Pietro Badoglio non spararono un solo colpo.
    Quanto alla 19a divisione (facente parte del XXVII), venne lasciata isolata, e quindi fu sopraffatta.
    Le altre rimanenti tre divisioni, abbandonate a se stesse sulla sinistra dell’Isonzo, dovettero essere trasferite al Corpo d’Armata del generale Caviglia.
    In quei momenti Badoglio non si fece mai vivo ne con i comandi superiori, ne con quelli inferiori (il lupo perde il pelo ma non il vizio n.d.r.), mentre doveva essere con loro in prima linea ed invece si fece sorprendere.
    Spedì due ufficiali per tentare di comunicare con l’artiglieria e con le divisioni di Basinizza.
    Se la prese subito con la sua brigata “Puglie” comandata dal generale Tullio Papini, incolpandola di diserzione, mentre invece essa aveva combattuto.
    Lo sfondamento di Caportetto, porta soprattutto il nome di Pietro Badoglio.

    Nella narrazione del libro seguono altri dettagli nelle pagine successive, che fanno capire come da sempre questo nefasto essere si sia qualificato come lo “Stratega della disfatta” il quale s’è l’è cavata solo perché massone come Vittorio Emanuele III.
    Quando si trattò di fare un governo di transizione si pensò nuovamente a lui, il quale forte della propria esperienza, contrattò la resa dell’Italia non già quando c’erano pochi tedeschi sul nostro territorio, ma dopo aver chiesto a Berlino notevoli rinforzi, che arrivarono sguarnendo il fronte orientale.
    Costui non già Maresciallo d’Italia avrebbe dovuto essere, ma neppure un semplice Maresciallo Ordinario, giacché ci sono state e ci sono tutt’oggi, schiere di sottufficiali che con il proprio grado hanno dimostrato di avere molto più valore e tanto più acume strategico di quanto non ha saputo fare lui.
    Tanto poi pagano sempre gli altri!
    Nella prima guerra mondiale pagò Cadorna, nella seconda Mussolini e Graziani.
    È questo il lieto destino di taluni grembiulini.

    Marco Lorelli

    emanuele

  2. Ringraziando il sig. Lorelli, mi sembra essenziale una precisazione, o meglio due. Il responsabile primo di Caporetto fu Luigi Capello che disattese totalmente le disposizioni di Cadorna del 18 settembre e del 10 ottobre. Badoglio era suo sottoposto, e malgrado le sue responsabilità gravissime, non fu certo l’unico responsabile anche se le sue colpe a Plezzo non possono certo essere nascoste non furono più gravi di quelle di Cavaciocchi, comandante del IV CdA. Quanto alla Massoneria, nella mia biografia dimostro come sia una leggenda abbia salvato Badoglio. Capello era notoriamente Libero Muratore. La sua carriera più che alla sua intelligenza, pure notevole, ed alla sua innegabile capacità tattica, per Conrad era il miglior generale italiano, tra le più rimarchevoli di tutto il Regio Esercito, fu dovuta in modo non secondario alla sua appartenenza alla massoneria. Dopo Caporetto Capello cadde in disgrazia e venne messo sotto inchiesta. Capello venne esonerato dal suo incarico nel settembre 1919 assieme ad altri comandanti (Cadorna, Porro, Cavaciocchi, mentre Badoglio, divenuto sottocapo di Stato Maggiore, non venne coinvolto).
    Le sue vicende pubbliche continuarono con l’adesione iniziale al Movimento fascista (come molti massoni, da Starace, Balbo, Farinacci, Rossoni, Bottai, Bianchi, de Vecchi, la MOVM Costanzo Ciano, Arnaldo Mussolini etc.)cui aderì sperando di riscattare la propria immagine, e da cui si allontanò dopo il delitto Matteotti, soprattutto perché non aveva ricevuta la sospirata riabilitazione, oltre che per la sua posizione di Gran Maestro massone onorario, incompatibile con l’adesione al P.N.F, dopo la fusione con i nazionalisti di Federzoni e la crescente involuzione reazionaria e filocattolica che snaturava progressivamente gli originali caratteri repubblicani ed anticlericali del fascismo come movimento.
    Capello era 33۬ grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, di cui era anche membro effettivo del Supremo Consiglio. Per comprendere l’importanza del grado, il più alto del R.˙. S.˙. A.˙. A.˙., citiamo da Il libro completo di rituali massonici di Salvatore Farina (si tratta dell’ufficiale degli Arditi che prese il San Gabriele nel 1917, anch’egli poi 33.˙.):

    Sovrano Grande Ispettore Generale (33.˙. ).
    Filosofia: Raggiungimento dello scopo reale della Massoneria.
    Prerogative: I Sovrani Grandi Ispettori Generali rappresentano la Suprema Autorità Massonica.

    (S. Farina, Il libro completo di rituali massonici. Rito scozzese antico ed accettato Roma 1946, p. 531)

    Ciò faccia riflettere chi ancor oggi prende sul serio la leggenda di un intervento della massoneria per coprire le colpe di Badoglio a Caporetto: se così fosse, perché non venne protetto anche il 33.˙. Capello, che nella gerarchia massonica rivestiva un grado assai più alto di quello di Badoglio?
    Si tratta di uno dei tanti esempi di “complottismo” nello spiegare gli eventi della storia italiana.
    Sull’attività massonica del gen. Capello, cfr. Aldo A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai giorni nostri, 7a ed., Milano 2008 , passim, specialmente le pp. 515 segg, 570 segg., 600 segg. ( va detto che il prof.Mola accredita un intervento del Grande Oriente d’Italia a favore di Badoglio, ); Gnocchini, L’Italia dei Liberi Muratori, cit., s.v. Capello, Luigi.

    Pierluigi Romeo di Colloredo

  3. Cadorna stesso era convinto dell’intervento della massoneria in favore di Badoglio.
    Quando nel 1919 la commissione di inchiesta su Caporetto pubblicò la suddetta Relazione, , attaccando ferocemente il Generalissimo ma non l’ex comandante del XXVII Corpo, da Villar Pellice il generale Cadorna scrisse al direttore di Vita italiana una durissima lettera.

    “La – Gazzetta del Popolo – ha pubblicato ieri (11/9) le conclusioni dell’inchiesta su Caporetto. Si accollano le responsabilità a me e ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure si parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime. Fu proprio il suo Corpo d’armata (il 27°) che fu sfondato di fronte a Tolmino, perdendo in un sol giorno tre fortissime linee di difesa e ciò sebbene il giorno prima (23 ottobre) avesse espresso proprio a me la più completa fiducia nella resistenza , confermandomi ciò che già aveva annunciato il 19 ottobre al colonnello Calcagno, da me inviatogli per assumere informazioni sulle condizioni del suo Corpo d’armata e sui suoi bisogni. La rotta di questo Corpo fu quella che determinò la rottura del fronte dell’intero Esercito. E il Badoglio la passa liscia! Qui c’entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito. E mi pare che basti per ora!”.

    Come scrisse con aperta ironia il Generalissimo allo stesso Badoglio nel 1923,

    “Perché la Commissione d’inchiesta il cui compito era quello di indagare sulle cause del disastro di Caporetto non seppe o non volle andare a fondo? Mistero profondo!”
    cadorna si riferiva alla questione dello stralcio delle tredici pagine della Relazione dedicate al comportamento del Comando del XXVII Corpo d’Armata. Ciò ha fatto sì che nella Relazione, per quanto riguarda lo sfondamento del settore tra il IV ed il XXVII Corpo d’Armata, tutte le colpe siano ricadute sul generale Cavaciocchi, comandante del IV Corpo, e nessuna su Badoglio, comandante del XXVII.
    Contrariamente alla leggenda che vorrebbe Badoglio salvato dalla massoneria, la testimonianza del senatore Giuseppe Paratore dimostra che lo stralcio fu voluto da Orlando (e da Diaz) per proteggere il Sottocapo di Stato Maggiore, cui si dovevano la ristrutturazione dell’Esercito nel 1918 ed in buona parte le vittorie del Piave e di Vittorio Veneto. Oltretutto, quando venne pubblicata la relazione, Badoglio era Capo di Stato Maggiore.
    E’ chiaro dunque come, comprensibilmente, fosse stata stralciata la sua posizione, anche se le responsabilità di Badoglio vennero fatte così ricadere in gran parte su Capello- ciò che smentisce le illazioni su un intervento massonico- e soprattutto su Cadorna, che invece non aveva altre responsabilità se non quelle di non aver controllato prima l’effettiva attuazione dei suoi ordini del 18 settembre e del 10 ottobre 1917.
    Mi scuso per la lunghezza dei due interventi, ma ritengo la vexata quaestio della responsabilità (piena, almeno per quanto riguarda un Comandante di corpo ma non d’Armata)e la leggenda del salvataggio latomico piuttosto importanti.

    Pierluigi Romeo di Colloredo

  4. Cadorna era il comandante supremo, ed in quanto tale responsabile sia delle vite dei suoi soldati che dell’ottenimento della vittoria.
    Dimostrò in troppe occasioni che delle vite dei suoi soldati non gliene importava niente: erano solo materiale bellico, alla stregua di un cannone o di un proiettile, non erano persone. E questo basta a maledirlo umanamente.
    D’altro canto, come comandante militare fallì nell’ottenere i suoi obbiettivi, portando anzi l’Italia e l’Intesa sull’orlo del baratro, ostinandosi per undici volte in inutili dissanguamenti sull’Isonzo.
    Anche come comandante quindi fu un fallimento.
    Inutile cercare altri responsabili fra i suoi sottoposti, o i politici. In quanto comandante supremo la responsabilità ultima fu la sua.
    Un tale fallimento, umano e militare, merita la damnatio memoriae, non vie e piazze intitolate.

    Andrea

  5. Degno figlio di quel Raffaele Cadorna avido arrivista capace solo di sconfitte e famoso solo per essersi distinto in ferocia e crudeltà negli anni in cui fu impegnato a soffocare nel sangue la rivolta delle popolazioni meridionali dell’ex Regno di Napoli, l’ottuso Luigi ebbe da subito la via spianata alla carriera militare. Carriera militare costellata da insuccessi e numerosi richiami da parte degli Ufficiali superiori. Sempre scavalcato dai colleghi negli incarichi più prestigiosi fu solo grazie alla “strana” morte dell’ottimo Generale Pollio che ottenne, per nostra disgrazia, il comando supremo del Regio Esercito. Sarebbe più opportuno preferire l’oblio alla memoria!

    Socrate

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