Il gusto dei massacri gonfiati (tratto dal “Corriere della Sera”)

15 ottobre

Dalle antiche persecuzioni dei cristiani ai genocidi del ‘900: quelli che ingigantiscono le cifre per sostenere le proprie idee – di Claudio Magris, dal “Corriere della Sera” del 24 agosto 2008 – www.corriere.it

Ricordo che, da ragazzino, mi era capitato fra le mani un libretto che parlava delle persecuzioni subite dai cristiani da parte degli imperatori romani, dicendo che le vittime ammontavano a milioni, senza accorgersi che, procedendo di questo passo, avrebbero finito per essere più numerose di tutti gli abitanti dell’Impero.

Non è certo la Chiesa cattolica la più incline a tale pathos di gonfiare, esagerare, moltiplicare i numeri in generale — il numero di per sé è un demone di straordinaria potenza, che si dilata a dismisura — e in particolare quelli delle vittime di massacri e genocidi. mondo che secondo il Vangelo sono già giudicati, è fra quelli che dicono meno bugie e affermano verità pure scomode. Quello che colpiva già allora, in quell’opuscolo, era la palese soddisfazione con la quale l’autore faceva queste cifre abnormi; si capiva che era, più o meno inconsciamente, contento che quei martiri fossero tanti e che sarebbe stato quasi dispiaciuto se fossero stati pochi, perché un numero più modesto avrebbe indebolito la forza della denuncia e reso più modesto il conto da presentare ai colpevoli ovvero ai loro lontani discendenti.

Quanto più grande è l’efferato torto subito, tanto più gratificante è il piacere di sentirsi dalla parte della ragione e dei giusti. Da alcuni anni un atteggiamento simile dilaga, seppure non più riferito ai Cesari romani, sempre più ed è sempre più intollerabile, nella sua velenosa e blasfema utilizzazione, a fini politici, dei morti e delle vittime di tragici e bestiali massacri. A seconda della posizione ideologica di chi parla, si aggiunge con disinvoltura uno zero alle cifre dei caduti per mano fascista o comunista, alle cifre già di per sé realmente enormi delle vittime di Stalin, o si attribuiscono magari a Hitler ulteriori delitti oltre ai tanti e orrendi commessi; si danno cifre spropositate relative alle foibe e agli eccidi compiuti dalle camicie nere in Jugoslavia; si sparano numeri sulle vittime dei massacri nelle recenti guerre nella ex Jugoslavia. In conformità alle idee politiche di chi di volta in volta parla o scrive, si ampliano o si minimizzano i conti dei morti e degli assassinati.

Tutto ciò, ovviamente, non cambia di una virgola l’orrore di quelle stragi e il giudizio su di esse; se si scoprisse con certezza che Hitler o Stalin hanno sterminato un milione di zingari o di kulaki in meno o in più di quanto si credeva, essi non diverrebbero per questo un po’ meno o un po’ più criminali né il sistema di potere che ha attuato quegli abominî sarebbe meno o più infame. Ciò vale per tutti, per gli armeni come per i morti di Srebrenica, per i trucidati da Pol Pot, per l’ecatombe oggi di neri in Africa o ieri di indios, per quell’olocausto degli olocausti, come è stato chiamato, che è stata la tratta dei neri, per i morti e per le generazioni sfigurate a Nagasaki. Ciò che è intollerabile è il gusto, la soddisfatta fregatina di mani con cui tanti sembrano felici di aver subìto dai loro nemici più violenze di quante essi ne abbiano inflitto loro, come se questo cambiasse la sostanza — morale, politica — delle cose. Troppi sembrano giulivi di poter dire: «È vero, io ho ammazzato tuo padre, ma tu, grazie a Dio, hai ammazzato non solo mio padre, ma anche mia madre». È un atteggiamento stupido e malvagio, un fazioso risentimento, bramoso di rimettere in moto quel meccanismo di odio e di morte. È comprensibile che chi — individuo, nazione, classe sociale — ha subìto una violenza abbia lo sguardo offuscato dal dolore e dal rancore e sia indotto a vedere — e a ingigantire — solo il suo dolore.

Un male patito, diceva Manzoni, induce spesso a compierlo a propria volta, e spesso contro chi non ne ha colpa, se non magari quella di appartenere alla stessa nazione di qualcuno che si è reso colpevole. Ma se non si spezza tale spirale, si perpetua la catena di barbarie e dolore. Non si tratta di dimenticare e forse nemmeno di perdonare. Auschwitz non è oltre il rogo, non è consegnata a un pacato e distaccato giudizio, bensì è un rogo, che sempre brucia. Ma i numeri — quelli di Auschwitz come quelli, si dice cinquanta milioni, di vittime della tratta di schiavi — sono e devono essere contati oltre il rogo, oggetto di quella verità storica che non può essere usata come un’arma. La storia — né giustiziera né giustificatrice né maestra di vita — o meglio la conoscenza della storia, aliena da ogni moralismo, ha una fondamentale funzione morale, in quanto fornisce la base di ogni discorso morale e politico. Nei giorni scorsi da oltreoceano è rimbalzata una civettuola polemica di letterati contro storici, subito raccolta dal cicaleccio retorico caro a tanta letteratura — a quella letteratura che secondo Saba sta alla poesia come la menzogna alla verità.

Alcuni letterati hanno rinfacciato agli storici di essere distaccati «accademici», termine che oggi viene usato come un insulto, così come un tempo molti professori dicevano, spregiativamente e altrettanto scioccamente, «giornalista». L’antitesi fra storia e letteratura è insensata, perché si tratta di due rappresentazioni della realtà che obbediscono a logiche diverse e ugualmente valide. Basterebbe leggere la lettera di Manzoni a Monsieur Chauvet, in cui egli spiega come agli storici spetti accertare i fatti e agli scrittori immaginare e raccontare come gli uomini li hanno vissuti. In questo senso la letteratura, in particolare la narrativa, reca un fondamentale contributo alla comprensione della realtà, perché trasforma una nozione, una conoscenza teorica in esperienza concreta, in vicinanza e conoscenza sensibile, tuffandosi nella vita vissuta da altri e facendola diventare nostra.

Di qui il diritto, talora il dovere della letteratura di squarciare, di deformare la realtà, perché talvolta questo è il solo modo di cogliere la sua stravolta verità. Ma la verità poetica è tale solo se sa e rivela di essere metafora, immagine, invenzione; se non pretende di essere presa alla lettera, di corrispondere materialmente alla realtà; se non vuol fare concorrenza alla storia, concorrenza in questo caso non sleale, bensì inefficace e fasulla. A pasticciare le cose sono stati spesso non i romanzieri né gli storici né i giornalisti, ma quei giornalisti che si sono improvvisati storici, perdendo così frequentemente la verità del giornalismo e quella della storia. Nella sterile polemica è intervenuto per fortuna Dino Cofrancesco, con una semplice e lapidaria dichiarazione sul Corriere che ha rimesso le cose a posto, il che in un clima culturale normale non dovrebbe essere necessario, ma lo diviene quando regna la confusione. L’Italia ha una grande tradizione di storici che oltretutto hanno avuto e hanno ottime penne, capaci di afferrare la realtà corposa e sanguigna non meno dei grandi giornalisti e meglio dei giornalisti- pseudostorici. È dalla storia che potrà e dovrà venire la fine di quell’orrendo gioco al rialzo del numero dei propri cadaveri. O italiani, esortava un poeta ovvero Foscolo, vi esorto alle storie.

24 agosto 2008

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Un commento


  1. Un esempio di ‘massacro’ gonfiato è quello di Cefalonia dove morirono in combattimento circa 1300 nostri soldati (da considerare quindi come CADUTI in battaglia) e ne furono fucilati dopo la resa non più di 300-350 in gran parte ufficiali (136 alla sola Casetta Rossa) ai quali SOLI spetta la qualifica di MARTIRI.
    A fronte di tale risultanza storica da me accertata

    (v. http://www.italiaestera.net/modules.php?name=News&file=brevi&sid=3726)

    si continua -con la massima faccia di bronzo- a parlare di 9-10.000 morti assassinati dai tedeschi.
    E’ una menzogna storica tipica dell’Italia dove invece di fare luce sul passato lo si rappresenta per ciò che fa comodo alla propria ideologia: e a quella comnuista fa comodo parlare di 10000 morti….
    USQUE TANDEM ?
    Massimo Filippini
    Orfano di un Ufficiale VERAMENTE fucilato a Cefalonia

    Massimo Filippini

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