Giorno del Ricordo: foibe ed Esodo sconosciuti a 1 italiano su 2

28 febbraio

Solo il 43% degli italiani sa cosa siano le foibe. E appena il 22% conosce il significato dell’Esodo giuliano-dalmata. Oggi ricorre il decimo Giorno del Ricordo, ma i dati del sondaggio compiuto dalla Società Ferrari Nasi & Associati e commissionato da Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia sono sconfortanti. Il Giorno del Ricordo è dedicato alla memoria delle vittime delle foibe e dell’Esodo di circa 350.000 italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre il resto dell’Italia veniva liberata, Trieste e l’Istria furono teatro di un eccidio ad opera dell’esercito comunista jugoslavo comandato dal maresciallo Josip Broz, detto Tito.
.
di Giovanni Ortolani da Linkiesta del 10 febbraio 2012 Home
.
Nelle foibe (profonde cavità carsiche) e nei campi di concentramento titini, morirono più di 10.000 persone. Le prime stragi avvennero all’indomani dell’8 settembre del 1943, quando nella Venezia Giulia si scatenò l’offensiva dei partigiani comunisti contro nazisti, fascisti e anticomunisti. Ma da subito i nemici divennero tutti gli italiani, colpiti indiscriminatamente in quello che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha definito un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo (…) che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”.
Lo scopo era quello di costringere gli italiani a fuggire dalle province istriane e dalmate. Le milizie jugoslave arrivarono a Trieste il 1 maggio del 1945. Fu l’inizio di quelli che vengono ricordati come “i quaranta giorni del terrore”.

Il memorandum stilato dal Dipartimento di Stato Usa l’8 maggio del 1945 non lascia dubbi su cosa stesse accadendo in città: “A Trieste gli Jugoslavi stanno usando tutte le note tattiche di terrore. Ogni italiano di una qualche importanza viene arrestato. Gli Jugoslavi hanno assunto un controllo completo e stanno attuando la coscrizione degli italiani per il lavoro forzato, rilevando le banche e altre proprietà di valore e requisendo cereali e altre vettovaglie in grande quantità.”
Monsignor Santin, all’epoca Vescovo di Trieste e Capodistria, descrisse così l’atmosfera che si respirava a Trieste: “Vivissimo era l’allarme e lo spavento invadeva tutti… In città dominava la violenza contro tutto ciò che era italiano. Tutti i giorni dimostrazioni di Sloveni convogliati in città, bandiere jugoslave e rosse imposte alle finestre. Centinaia e centinaia d’inermi cittadini, Guardie di Finanza e Funzionari civili, prelevati solo perché italiani, furono precipitati nelle foibe di Basovizza e Opicina. Legati con filo spinato, venivano collocati sull’orlo della foiba e poi uccisi con scariche di mitragliatrice e precipitati nel fondo.” La tragedia di queste terre fu resa ancor più insopportabile per la sistematica rimozione di quant’è avvenuto da parte delle istituzioni italiane e in particolare dal Pci. Solo nel 2002 venne istituito il Giorno del Ricordo. Il 10 febbraio è una data simbolica che si riferisce al 1947, anno in cui a Parigi venne firmato il trattato di pace con cui le province di Pola, Fiume, Zara, e parte delle zone di Gorizia e Trieste, passarono definitivamente alla Jugoslavia di Tito.

____________________________

Inserito su www.storiainrete.com il 27 febbraio 2012

Invia ad un amico Invia ad un amico     Stampa questo post Stampa questo post

Un commento


  1. La tragedia dei giuliano-dalmati sarebbe molto più conosciuta se fosse collegata, come dovrebbe, al Risorgimento. La si tratta invece come fosse da sola, sospesa sul nulla. Ma l’Irredentismo E’ il Risorgimento: il Risorgimento che continua nello spazio e nel tempo, cioè nelle terre rimaste tagliate fuori dalla riunificazione che ufficialmente si chiuse nel 1870 con la presa di Roma.
    Trieste, Gorizia, Zara, Fiume, Pola, sono tutte città che hanno intensamente gravitato intorno al Risorgimento, che dettero esuli, martiri e volontari alla causa nazionale, e la cui riunione all’Italia era considerata da molti come un’utopia.
    A questo proposito vorrei citare una bella frase del napoletano Carlo Pisacane, un altro grande protagonista meridionale (l’ennesimo) del nostro Risorgimento. Ex allievo del Collegio militare la Nunziatella, dove insegnanti come Mariano D’Ayala (che poi ne pagò le conseguenze) infondevano agli allievi l’amore più ardente per l’Italia e il suo riscatto, Pisacane maturò una posizione ancor più estremista di quella di Mazzini, venata da un socialismo utopico, dove le masse si autogovernassero in una immaginaria democrazia senza poteri dall’alto.
    Ecco la sua frase: “L’utopia è come l’orizzonte. Fai due passi e si allontana due passi, fai cento passi e si allontana cento passi. A che cosa serve dunque l’utopia? A questo serve: a continuare a camminare.”

    Buon fine settimana a tutti

    Maria Cipriano

    PS.: questa frase si trova anche sulla pagina facebook “Nuovo Risorgimento per l’Italia”.
    Altri spunti d’indagine storica sono nella pagina “i Borbone, la sanguinaria dinastia del Sud Italia”.

    Signor Augusto, non se ne vada, lei ne sa molto più di me su questi argomenti!

    Maria Cipriano

Lascia un commento

*

* Attenzione: i commenti sono moderati. Storia In Rete si riserva la possibilità di non pubblicare commenti offensivi, lesivi dell'altrui reputazione, o comunque contro le leggi in vigore. In ogni caso, i commenti pubblicato non riflettono necessariamente la linea editoriale di Storia In Rete, che si impegna a stimolare e diffondere un dialogo il più possibile rispettoso di tutte le posizioni.