I Doria del Cinquecento che resero Genova la più ricca

1 marzo

Genova come appariva nelle «Cronache di Norimberga», libro illustrato del 1493Per la corsa a sindaco, la Genova di centrosinistra ha deciso di affidarsi al professor Marco Doria, che alle primarie ha sbaragliato le due concorrenti del Pd, tra cui il sindaco uscente, Marta Vincenzi. Fu proprio con un D’Oria (Andrea; nei secoli il cognome ha perduto l’apostrofo) che iniziò il secolo d’oro della città tra quattro e cinquecento. Allora la posizione di Genova era così forte da essere non solo la città più ricca d’Europa ma anche quella più capace a reggere ai default sovrani. Come mostra la sua storia il dna della città non è nel feudo o nella rendita parassitaria, ma nei commerci, nella ponderazione di opportunità e rischi, nei viaggi, nella visione cosmopolita…
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di Giovanni Fracasso da Linkiesta del 26 febbraio 2012 Home
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Rispetto al declino italiano, i cui primi embrioni si manifestavano già agli inizi del Cinquecento, Genova ha avuto un ruolo e uno sviluppo differente. Per comprendere questa “diversità” occorre soffermarsi sulla svolta strategica voluta da Andrea D’Oria nel 1528. E si può partire dalla visione del bellissimo film di Ermanno Olmi Il Mestiere delle Armi: è un film che ovviamente non parla di Genova, ma descrive bene la situazione italiana del Cinquecento e l’inizio della nostra decadenza, che poi culminerà in un lungo e doloroso Seicento. La creazione degli Stati nazionali in Europa e l’apertura delle rotte atlantiche con la scoperta dell’America, aveva comportato un grande “salto di scala”, una nuova dimensione della geopolitica. In questa “nuova scacchiera” l’Italia rimane focalizzata sulle proprie rendite e sulle proprie divisioni. Nel 1526 fu fondata la “Lega di Cognac” – che vedeva insieme al Papato di Clemente VII, la Repubblica di Venezia, la Firenze Medicea, Genova, Francesco I Re di Francia, gli Sforza di Milano – con lo scopo di opporsi allo strapotere di Carlo V, Re di Spagna ed Imperatore del Sacro Romano Impero. A combattere l’esercito imperiale guidato da Georg von Frundsberg vi furono Giovanni delle Bande Nere (un Medici), impavido condottiero ma con poche truppe e, sui mari, la flotta comandata da Andrea D’oria, l’ammiraglio invictus. Con la caduta di Giovanni de’ Medici le truppe lanzichenecche, ricongiunte con quelle spagnole guidate da Carlo III di Borbone, ebbero la strada spianata in Italia fino alla conquista di Roma nel 1527, dove senza la guida del von Frundsberg e poi prive anche del comando di Carlo di Borbone, ma soprattutto senza paga, si abbandonano ad ogni devastazione.

Il “sacco di Roma” fu un tragedia enorme, la città santa veniva dissacrata con inaudite violenze e saccheggi. Ma fu anche un chiaro messaggio per le potenze europee: l’Italia era divisa, i suoi vari stati, ducati, principati, le stesse famiglie nobiliari (si pensi all’insanabile odio dei Colonna contro i Medici) non si sarebbero mai messi insieme in modo stabile e perenne. Quindi, in quanto divisa, l’Italia era una pregiata terra di conquista (“occasione grande di predare e di arricchirsi in Italia” dirà il Guicciardini) e per tutto il Cinquecento fu un cruento teatro di battaglia tra Francia e Spagna. Città e territori che erano stati fiorentissimi entravano in una spirale di decadenza o di isolamento. Le Signorie italiane sopravvivevano solo grazie a matrimoni ed alleanze. Venezia era impegnata sul fronte orientale e rimaneva il coraggioso baluardo contro l’avanzata dei Turchi, che iniziavano a impadronirsi dell’Europa Orientale.

Con Andrea D’Oria Genova fece una scelta strategica netta. Dopo il fallimento della Lega di Cognac, di fronte alle mire d’espansione dei vicini francesi forti della loro potenza continentale, l’ammiraglio D’Oria nell’estate del 1528 siglò un’alleanza con la Spagna di Carlo V in cui ottenne la garanzia dell’indipendenza di Genova e, dopo aver liberato Napoli dalle truppe francesi, liberò anche la stessa città genovese. Carlo V, all’apice del suo potere, controllava un impero vastissimo che si estendeva su tre continenti ma aveva bisogno di “navi e di capitali”. L’alleanza hispanico-genovese si basò, dunque, su una ripartizione, su una “divisione di competenze” come ha sottolineato lo storico Arturo Pacini. I Genovesi fornirono l’infrastruttura finanziaria all’Impero spagnolo, scalzando fiorentini, tedeschi ecc. Il loro know-how era fonte di vantaggio competitivo: “La loro posizione di privilegio non deriva da particolare benevolenza dei sovrani spagnoli, ché anzi costoro a cominciare da Filippo II, odiavano i genovesi (…).Ma la potenza finanziaria dei genovesi obbligava i re spagnuoli a fare quello che i genovesi richiedevano” (C.M.Cipolla,1996).
In questa alleanza strategica non mancarono certo i dissapori, ad esempio gli attriti tra l’aristocrazia spagnola e i genovesi, alla cui base non vi era solo un problema di rapporti di potere, ma una diversa “philosophia”: la nobiltà spagnola era tutta dedita al feudo e alla rendita, viveva di lignaggio e delle concessioni della corte reale, il suo orizzonte era essenzialmente politico-religioso. I Genovesi invece erano mercanti-banchieri, conoscevano terre e costumi di continenti diversi, parlavano più lingue e soprattutto, da lungo tempo, padroneggiavano il nuovo linguaggio dei commerci: partita doppia, lettere di cambio, assegni, garanzie, prestiti, cedole, piani di ammortamento. Si mantenne insanabile questa dicotomia tra la rendita della nobiltà spagnola e la “molla della competizione” – actio mentis – dei mercatores genovesi.

Il periodo che va dalla svolta dell’ammiraglio D’Oria fino ad almeno il terzo decennio del Seicento è conosciuto nella storiografia (non solo spagnola) come il secolo d’oro dei genovesi, emblematico lo studio di Ruiz Martín, El siglo de los genoveses en Castilla (1528-1627): capitalismo cosmopolita y capitalismos nacionales. I Centurione, gli Spinola, i D’Oria, i Grimaldi, i Balbi, i Giustiniani, i Durazzo, i Lomellini e poi i Pinelli, i Sauli, gli Invrea assumono la leadership economico-commerciale nell’Impero. I genovesi seppero sfruttare abilmente le opportunità offerte dalle nuove rotte verso le Americhe: un enorme “mercato comune” formato dallo spazio atlantico-europeo, con le nuove ricchezze che affluiscono dalle colonie e da ogni parte del continente europeo. Genova diventò la più ricca città d’Europa, snodo centrale di quell’enorme mercato che erano i territori della corona spagnola. L’Europa viene inondata dall’oro e soprattutto dall’argento delle colonie, in particolare dopo la scoperta in Sud America della miniera di Potosì (sulla saga dell’argento spagnolo si leggano le interessanti pagine di Carlo Maria Cipolla).
Nel Seicento il poeta spagnolo Francisco de Quevedo y Villegas scriverà:

Poderoso caballero
es Don Dinero .
(…)
Nace en las Indias honrado,
donde el mundo le acompaña,
viene a morir en España,
y està en Génova enterrado.

Ma non erano solo i capitali e l’intermediazione finanziaria il terreno d’elezione dei genovesi. Essi commerciavano il grano siciliano e la lana castigliana, seta e manufatti tessili, spezie dall’Oriente, spostavano e intermediavano merci e capitali, soldati e lavoratori. Nello stesso tempo la flotta genovese forniva un validissimo ostacolo all’avanzata dei turchi e dei pirati barbareschi nel Mediterraneo.

Anche i genovesi come i banchieri fiorentini subirono dei default sovrani: si pensi ai mancati pagamenti dei debiti da parte di Filippo II nel 1557. Furono perdite dolorose, con ingenti danni, che colpirono lo “stato di salute” di tutta la città. Anche i Fugger, banchieri tedeschi, furono colpiti pesantemente e agli inizi del Seicento si arrivò alla liquidazione delle loro attività bancarie. Non fu così per i genovesi che riuscirono a riprendersi e rifinanziarono il debito della corona spagnola. Rispetto alla Siena o alla Firenze del Trecento, rispetto al crollo del Banco Mediceo nel Rinascimento, Genova era riuscita a ridurre gli effetti del rischio sistemico attraverso due grandi e straordinarie creazioni: innanzitutto il Banco di San Giorgio, un banco pubblico, che fungeva da primordiale Banca Centrale (Giorgio Felloni è stato il responsabile scientifico del progetto di sistemazione dei suoi straordinari archivi, valorizzando e pubblicando documenti interessantissimi) e si è giustamente sottolineato come il Banco sia stato un fondamentale elemento di successo nella storia millenaria della città. Poi le novità introdotte con le fiere di Besançon e in seguito di Piacenza: in un mercato europeo così vasto e sempre più globalizzato (dalle Americhe ad Oriente) occorreva creare delle “camere di compensazione” tra debiti e crediti ed occorreva separare il commercio delle merci dal commercio dei denari. Le fiere si erano già affermate come luoghi di scambio istituzionalizzati sin dal Medioevo. Ma in quelle dell’età moderna i genovesi assunsero – grazie alle elevate competenze tecniche e alla disponibilità di capitale – il governo del “mercato dei cambi” (le cambiali tratte) con la creazione di un sistema “accentrato” per la regolazione delle cambiali di tutta Europa. I genovesi in questo modo riuscirono a resistere anche alla crisi francese del 1558 e agli altri successivi default della corona spagnola.
Banchieri e mercanti della Repubblica genovese dunque non solo sfruttarono le opportunità (enormi) offerte dalla globalizzazione dei mercati ma, consapevoli dei rischi insiti in questo vertiginoso processo di crescita, iniziarono a implementare dei metodi di controllo, di compensazione e di regolamentazione.

Ovviamente nel secolo d’oro genovese vi furono luci ed ombre: la riforma del 1528 comportava la “repubblica dei ceti”, un governo cioè oligarchico, sul fronte dei trasporti non era più possibile alcuna sfida sulle grandi rotte transoceaniche ormai monopolio degli inglesi e degli olandesi, i commerci portarono in dote rendite e possedimenti (soprattutto nel Regno di Napoli) e la spinta commerciale col tempo diminuì a favore della gestione delle ricchezze e delle proprietà.
Analizzare questo periodo è tuttavia utile per comprendere quanto la “dimensione commerciale” spieghi successi e declino della Repubblica genovese.

Spesso si è detto che nel panorama italiano la storia economica è stata trascurata perché non era “storia delle idee” (nel senso crociano), ma Genova rappresenta un esempio straordinario in cui storia economica, storia politica e storia delle idee coincidono: ego genuensis ergo mercator.
L’ars mercatoria per Genova è stata sempre legge costitutiva e fondante della città, nomos basileus. Sono il mare e i commerci la proiezione naturale di Genova.
Qualsiasi futuro si immagini per la città, non si può prescindere da questa caratteristica. Non è nel feudo o nella rendita parassitaria, ma nei commerci e nel “governo dei commerci”, nella ponderazione di opportunità e rischi, nei viaggi, nella visione cosmopolita, insomma nella “mercatura” che si trova il dna di Genova.

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Inserito su www.storiainrete.com il 29 febbraio 2012

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