Il Capitano Alatriste deve uccidere il Doge

27 aprile

«Due uomini si battevano nella luce incerta dell’alba, stagliati contro il grigio chiarore che si diffondeva lentamente da est. Le nuvole erano scure e pesanti, e sulla laguna veneziana cadeva una neve quasi liquida. Faceva molto freddo, quel 25 dicembre 1627». Fin dalle prime battute – e stoccate di toledana e biscaglina, le spade del Capitano – il settimo romanzo della saga si preannuncia avvincente, e come gli altri sei, pervaso da un alone di malinconica desesperanza, perché Diego Alatriste non nutre alcun ideale, né tantomeno persegue un fine: sopravvivere combattendo sembra essere stato sin dall’inizio l’unico proposito di un’esistenza votata al mestiere delle armi. Eppure… Alatriste ha una coscienza, per quanto tenda a tacitarla, e ha persino un cuore, perennemente minacciato dalla punta di una lama e costantemente gonfio di rimpianti inconfessabili.
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di Pino Cacucci dal “Corriere della Sera” del 24 aprile 2012 Corriere della Sera
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Chi, come me, è un appassionato lettore delle avventure del «vecchio» soldato dei famigerati Tercios de España, i battaglioni di fanteria che nel XVII secolo ingaggiarono battaglia contro gli eserciti di mezza Europa e mezzo mondo islamico, l’uscita del settimo libro è motivo di gioia a lungo attesa, e al contempo, di apprensione: mancano solo due avventure alla fine dell’eroe. Come faremo, dopo? Huerfanos del Capitano, scambieremo ricordi in Rete, in mancanza di poterlo fare in qualche taverna malfamata, tra le Fiandre e la Castiglia.

Arturo Pérez-Reverte, «Il ponte degli assassini», traduzione di Eleonora Mogavero e Giuliana Carraro, Marco Tropea editore, pp. 278, € 16,90Perché Arturo Pérez-Reverte sembra avesse già tutto in testa – o quanto meno la trama grossa, il canovaccio storico e geografico – quindici anni fa, quando pubblicò il primo romanzo della saga, rivelando che sarebbero stati nove e non uno di più, e quindi già sappiamo che Alatriste morirà con la spada in pugno affrontando l’esercito francese a Rocroi, nel 1643, quell’ultima battaglia campale che segnò la fine di un secolo e mezzo di supremazia spagnola sull’antico continente. Lo sappiamo perché la voce narrante è quella del giovane Íñigo Balboa, figlio di un compagno d’arme caduto nell’assedio di Julich, e Alatriste lo prende sotto l’ala (o meglio la cappa), insegnandogli a restare vivo dove gli altri crepano. Balboa ce lo rammenta in ogni romanzo, che il Capitano è già morto quando lui ne ricorda le gesta nelle proprie memorie. Il grado di comando, sia chiaro, è soltanto un soprannome, perché Alatriste al massimo arrivò ai galloni di sergente nel Tercio di Cartagena, perdendoli di lì a poco per aver sfidato a duello un ufficiale inetto. Il resto, è un alternarsi di arruolamenti più o meno forzosi e ingaggi da spadaccino, cioè sicario, coinvolgendosi in cospirazioni di cui è spesso inconsapevole strumento.

Caso raro nella storia della narrativa, Pérez-Reverte ha pianificato una saga da migliaia di pagine attraverso nove romanzi, sapendo quali tappe avrebbe percorso il suo ombroso schermidore – abile anche con pistola e archibugio – tanto che, quando si trovava ancora ai due terzi dell’impresa letteraria, ha potuto agevolmente scrivere la sceneggiatura del film Alatriste, distribuito in Italia con il titolo «Il destino di un guerriero»: da allora, le centinaia di illustrazioni che ce lo hanno raffigurato su copertine di libri e riviste sono svanite davanti alle sembianze di Viggo Mortensen. E il regista Agustín Díaz Yanes non avrebbe potuto far scelta migliore. Qui, la sindrome del lettore accanito che resta comunque deluso vedendo il film tratto dall’oggetto delle sue brame, si affievolisce davanti al grande attore straordinariamente calato nella parte e una regia finalizzata semplicemente allo scopo: narrare per immagini ciò che lo scrittore ha puntigliosamente descritto in ogni particolare, compresi luoghi e vestiario. Operando ovviamente un obbligato riassunto, perché nove romanzi potrebbero occupare almeno il doppio di puntate televisive.

Dunque, il film è accettabile (e non è poco, detto dal lettore fanatico), certo non poteva fare miracoli rispetto al linguaggio. E se lo stesso Pérez-Reverte ammette: «Sono diventato membro della Real Academia de la Lengua grazie ad Alatriste», significa che, al di là delle trame avventurose, lo scrittore ci offre una ricostruzione straordinaria non solo della storia d’Europa, degli eventi, dei personaggi principali e dei mille comprimari, ma anche e soprattutto del linguaggio delle corti e delle soldataglie nella Spagna secentesca. Usi e costumi, armi e amori, complotti e tradimenti: su tutto questo, prevale l’accurato studio della lingua (i traduttori vanno elogiati per i grandi sforzi fatti, ma solo nell’originale si può apprezzare l’approfondita conoscenza dell’autore di come si parlava e scriveva ai tempi di Cervantes o poco oltre). E Pérez-Reverte si toglie la soddisfazione di usare come personaggi dei suoi romanzi alcuni nomi sacri della letteratura spagnola del Siglo de Oro, a cominciare da Francisco de Quevedo, allora vigoroso ingegno della letteratura barocca e qui amico e compagno di disavventure del Capitano, a Lope de Vega, «principe delle lettere», nonché il poeta Luis de Góngora, bersaglio delle stoccate (in versi) di Quevedo, suo acerrimo rivale.

Ed è proprio Quevedo a fornirci la citazione per questa settima avventura, Il ponte degli assassini, ambientata sulla laguna: «Venezia, puttana del mare, svergognata e ipocrita», dove tutti sembrano avere come unica religione il profitto. Pérez-Reverte assicura, in ogni intervista, di non voler mai fare raffronti con la realtà odierna: «Non è colpa mia, se le classi politiche di oggi, in Spagna come in Italia, sono corrotte quanto la Venezia del XVII secolo».

Da Napoli, baluardo di Filippo IV nel Mediterraneo, Alatriste e Íñigo Balboa passano dai piaceri dell’ozio all’incubo di una missione suicida: uccidere il doge Giovanni Corner. Radunata la «gente di spada e di silenzi», come il veterano Sebastián e il micidiale moro Gurriato, destri con le lame e muti sul cavalletto di tortura, il Capitano degradato parte per Roma, passa da Milano, e giunge a Venezia, dove, fedele al secondo cognome di Tenorio (quello di Don Giovanni), cade nelle spire di una cortigiana bellissima quanto spietata. Poi, incontra di nuovo l’acerrimo nemico, il siciliano Gualtiero Malatesta, l’unico capace di tenergli testa con la spada in pugno (e infilzarlo), ma che qui, per i capricci del destino cinico e baro, diventerà suo complice, seppur «temporaneamente».

Alle ombre della città lagunare, irta di insidie e marciume morale, Diego Alatriste y Tenorio scamperà: niente paura, mancano ancora due romanzi all’appuntamento fatidico sulla piana di Rocroi.

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Inserito su www.storiainrete.com il 27 aprile 2012

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