La cittadinanza: da Caracalla a oggi, questione di tasse?

22 luglio

Anno Domini 212, luglio. Sono trascorsi milleottocento anni tondi, da quando Antonino Caracalla, successore di Settimio Severo sul trono dell’Impero romano, firma la sua Constitutio, una riforma dello stato, che con il pragmatismo del tempo si condensa in un paio di righe: «Concedo a tutti gli stranieri che si trovano nel nostro Paese la cittadinanza romana». A prima vista, sembrerebbe un anniversario per specialisti. Se non fosse che questa carta tocca un tema bruciante, anche oggi: la cittadinanza.

di Ezio Savino dal “Giornale” del 22 luglio 2012 il Giornale, ultime notizie

Caracalla non era un premier imbracato nelle pastoie dei partiti. Quando decideva, siglava l’editto con il castone dell’anello, ed era fatta. Per qualche mese aveva diviso lo scettro con il fratello Geta, prontamente eliminato. Era un autocrate. Quando scrive «nostro Paese» intende l’ecùmene, la comunità dominata da Roma, sei milioni di chilometri quadrati, cento milioni di abitanti spalmati su tre continenti, con i barbari che premono alle frontiere. Prima del decreto, i cives sono una crema di privilegiati. Gli altri, i peregrini, gli extra, sono sudditi di serie B. Con la Constitutio Antoniniana tutti diventano cittadini a pieno titolo, con gli onori – e gli oneri – della nuova condizione.Poter dire civis romanus sum, sono un cittadino di Roma (come faceva l’ebreo Paolo di Tarso durante i suoi viaggi di apostolato, per tutelarsi dalle angherie della polizia locale) era uno scudo, una garanzia: l’autorità doveva prendere il civis con le molle, non poteva condannarlo alla leggera, perché l’imputato aveva diritto a un appello al popolo romano e, nei casi estremi, all’imperatore stesso.Che cos’era per gli antichi la cittadinanza? Aristotele definisce l’uomo «animale politico», è poiché in greco la polis è la città, la sua espressione classifica l’essere pensante, unico tra i viventi, come intrinseco «cittadino». Ma non bastano mura e confini per forgiare dei cittadini. La cittadinanza era un regalo del sangue, e i greci ne erano avari e gelosi. Nella “democratica” Atene di Pericle, erano politai solo i figli di genitori cittadini entrambi. Gli altri, anche di alta condizione economica, erano meteci, immigrati, precari. Non entravano in assemblea. Non sedevano sugli scranni dei tribunali. Non lasciavano in eredità i beni, che lo stato confiscava in parte. Sottostavano alle leggi e alle decisioni dei capi, ma non erano autorizzati a discuterne.

Cittadinanza era sinonimo di stabilità territoriale. La parola civis è impregnata di questo collante con il suolo nativo. La sua remota radice etimologica – ki – è la stessa del verbo greco kèimai, io «sto, giaccio»: ne derivano kòme, il villaggio come insieme di abitazioni stanziali, e perfino koimetèrion, il cimitero, il luogo della sosta eterna. Il prodotto latino è civitas, il corpo solidale e concreto degli individui, ma anche il valore astratto del sentirsi tutti sulla stessa barca, nei diritti e nei doveri. La dinamica Roma espandeva il dominio come un’alta marea. La sua cittadinanza era merce pregiata. La elargiva con maggiore generosità rispetto ai greci, ma sempre con oculatezza. Nelle provincie di conquista, diventavano cives i ceti dirigenti, garantendo il sostegno al potere centrale, prima al Senato repubblicano, poi all’Augusto di turno. I galloni di civis si potevano conquistare. I veterani delle legioni, nati peregrini, diventavano cittadini dopo l’onorato servizio. E i loro figli, grazie allo ius sanguinis, il diritto ereditario, si ritrovavano membri effettivi della comunità più potente del mondo. Era un seme in continua lievitazione. La donna straniera acquisiva lo status con il matrimonio legittimo: la prole era già cittadina di fatto. Anche gli schiavi potevano aspirare al salto. Se il padrone li liberava, le autorità sottoscrivevano, ed ecco nato un nuovo civis. Non era una prerogativa onorifica. Incideva sulla qualità della vita. Un cittadino era esentato dalle condanne più infamanti. Nessun giudice poteva spedirlo ad metalla, ai lavori forzati nelle miniere o, peggio, ad bestias, a morire dilaniato dagli artigli negli spettacoli circensi.

Roma aveva il senso degli affari. Lo stato negoziava con il singolo la sua coltre protettiva, traendone vantaggi. Sotto Tiberio, un immigrato diventava cittadino se per sei anni serviva fedelmente nelle coorti dei vigili, in città. Con Claudio, la promozione toccava a chi armava una nave capace di trasportare grano nell’urbe; Nerone la concesse a chi portava Roma i suoi soldi, costruendo una domus, una casa a decoro del paesaggio urbano; più pratico Traiano, che considerava “romani de Roma” gli stranieri che vi costruivano un mulino, macinando ogni giorno almeno cento moggi di frumento. Non si diventava cittadini gratis. Se ne avvantaggiavano tutti, e questo, per secoli, fu uno dei segreti della tenuta del regime.La mossa di Caracalla fu la più clamorosa, e la più arrischiata. Cittadini tutti quanti. Con qualche limite, però. Il suo editto sblocca una situazione temporanea. Diventano cives quelli che «ora» abitano dentro i confini: per gli immigrati futuri se ne riparlerà. I detrattori dell’editto misero il dito nella piaga. Caracalla era un tecnico del fisco. Più cittadini, più introiti dalle tasse. Il cittadino era anche un soggetto da spremere. Il debito pubblico di allora, principalmente, era il soldo dell’esercito, la stampella del potere imperiale. Resta il fatto che la cittadinanza era – e rimane – una questione politica che scotta. Da approfondire con passione, studio e lungimiranza. Ne va del futuro di un Paese.

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Inserito su www.storiainrete.com il 22 luglio 2012

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