«I diari del Duce sono falsi, vi spiego perché»

10 settembre

Zoom FotoCinque agende di trecento pagine ciascuna. Un totale di migliaia di fogli scritti in prima persona e in bella calligrafia con pennino ad inchiostro. E tra quelle righe lui: Benito Mussolini, tra gli anni 1935 e 1939. Non il dittatore. L’uomo, con le sue incertezze, i sentimentalismi, i momenti di debolezza. La commozione di fronte a un’alba. Il racconto malinconico di un incontro. Ma è il duce, questo?

di Lorenza Costantino da L’Arena del 10 settembre 2012 

Ci sarebbero gli estremi per una grande scoperta, di quelle che aggiungono un capitolo nei libri di storia, infiammano gli storici revisionisti e mandano in estasi i bibliofili. Invece no. I Diari del duce sono falsi. E l’editrice Bompiani ne ha sospeso la pubblicazione.
Ma ciò che ci interessa particolarmente della vicenda è che la soluzione dell’enigma porta il marchio di Verona, perché d’origine veronese è la grafologa giudiziaria Nicole Ciccolo. Figlia di Nicola Ciccolo (ex ala dell’Inter e poi consigliere comunale per il Psdi in città) è stata lei, con la sua perizia calligrafica, a togliere ogni ragionevole dubbio su quelle pagine, dopo anni di discussioni. Insomma la storia dei Diari, di questi ultimi e di altri che vennero acquistati nel 1956 da Mondadori, salvo poi rivelarsi falsi a loro volta, è strettamente intrecciata alla nostra città. Cominciamo dall’inizio.
A intingere il pennino nel calamaio e a vergare la carta con scrittura spigolosa e un po’ calcata non fu il capo del fascismo. Tutt’altro. Fu, con buona probabilità, una donna: addirittura una «figuretta da romanzo», come ha scritto Simonetta Fiori su Repubblica. Amalia «Mimì» Panvini Rosati di Vercelli, di professione falsaria, classe 1913, morta qualche anno fa in povertà e solitudine, circondata dai suoi moltissimi gatti. Figlia d’arte, tra l’altro, della madre Rosetta, anche lei abile contraffattrice.
Le due furono artefici, nel dopoguerra, di una serie di documenti attribuiti a Mussolini. Tra cui gli stessi quaderni mondadoriani, dai quali pure emergeva un duce sconosciuto alle masse: riluttante alla guerra, anzi trascinato da un Hitler fanatico.
Forse, nel caso specifico degli ultimi Diari, Amalia aveva velleità di romanziera, e intendeva solo scrivere un’opera liberamente ispirata alla vita di Mussolini. Non lo sapremo mai. Fatto sta che, per le loro truffe, madre e figlia vennero processate e condannate dal tribunale di Vercelli.
I Diari, però, attraversarono il tempo, fino ad arrivare nelle mani di Marcello Dell’Utri, di cui è nota la passione per i volumi antichi e i reperti bibliografici. Tanto nota che i magistrati stanno scandagliando il suo presunto coinvolgimento nel caso dell’antica biblioteca dei Girolamini di Napoli, da dove l’ex direttore Massimo Marino De Caro trafugò migliaia di preziosi tomi, nascosti proprio a Verona, dove aveva residenza, con l’aiuto di alcuni complici. Ma questa è un’altra storia.
Nicole Ciccolo racconta come ha avuto l’illuminazione: «Leggendo l’ultimo studio di Mimmo Franzinelli sui presunti Diari, “Autopsia di un falso”, mi è venuta l’idea di confrontare la scrittura di quel documento con la calligrafia autografa della falsaria Amalia». Finora non l’aveva fatto nessuno. «Se la donna e sua madre erano state condannate a Vercelli, ho pensato, si rivelava di estremo interesse il fascicolo processuale, conservato nell’archivio di Stato della città piemontese. L’ho trovato, ma privo di alcuni fogli, finiti chissà dove. L’analisi è comunque bastata per constatare che quella scrittura è, con buona probabilità, la stessa dei quaderni acquistati da Mondadori e dei Diari posseduti da Dell’Utri. È la mano di Amalia».

La grafologia non è matematica: in questo campo non esistono certezze assolute, ma pareri confortati da un’alta probabilità. Quella che sostiene la tesi di Nicole Ciccolo.
«La scrittura dei Diari è spontanea. Non presenta cioè evidenti segni di imitazione, ma è un’espressione dello stile dell’epoca», spiega l’esperta. «Si tratta della calligrafia tipica del periodo fascista, decisa, molto retta, marcata nei tagli delle “t”. Mussolini tuttavia era un grafomane. La sua calligrafia, che si può analizzare nei documenti dell’archivio di Stato a Roma o in carteggi personali autentici, come quello con la Petacci, variò molto nel corso degli anni. Ma non è mai sovrapponibile a quella dei Diari, pur assomigliandole. E c’è un altro elemento», aggiunge. «I Diari contengono errori grammaticali che Mussolini non avrebbe assolutamente fatto».
Tutta la ricerca che Nicole Ciccolo ha eseguito in collaborazione con Elena Manetti, anche lei grafologa, è contenuta in un libro che uscirà in ottobre. Se è vero che nella calligrafia si nasconde l’anima dello scrivente (psicografologia), com’era il duce? «Una persona composita, con una maschera sociale forte e un’intima vulnerabilità», risponde Nicole Ciccolo. Quei tratti di debolezza che, con acume femminile, rintracciò la falsaria Amalia, scadendo però «nel romantico, nel patetico, addirittura a tratti nel ridicolo», commenta lo storico Franzinelli. «Amalia creò un duce banale, terra terra, e poco acculturato. Fossero stati veri i Diari, Mussolini non ci avrebbe fatto una gran figura».

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Inserito su www.storiainrete.com il 10 settembre 2012

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Un commento


  1. A parte che la falsità di questi cinque diari é ben lungi dall’essere sicuramente accertata, non vi é mai venuto in mente che Mimí Panvini abbia copiato, con una sua abile scrittura simile a quella mussolniani, dei diari autentici allora a sue mani? La faccenda non é cosí chiara come Mimmo Franzinelli vorrebbe spiegarla.

    K. Logan

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