Fenestrelle e il genocidio (inesistente) dei borbonici

24 settembre

Quanti furono i prigionieri di guerra borbonici e papalini che morirono al forte San Carlo di Fenestrelle tra il 1860 e il 1865, dopo il crollo del Regno delle Due Sicilie e la proclamazione del Regno d’Italia? Per Juri Bossuto e Luca Costanzo, autori del saggio “Le catene dei Savoia”, in uscita a settembre con l’Editrice Il Punto-Piemonte in Bancarella, il loro numero ammonta a circa una quarantina. Si tratta dunque di una cifra ben diversa da quella fissata in decine di migliaia di presunte vittime sterminate nei presunti lager sabaudi, che da anni, tra siti Internet e libelli vari, vengono contrabbandate senza il sostegno di alcuna fonte archivistica, o di altro tipo, dalla pubblicistica neoborbonica e antiunitaria. L’anno scorso, sempre in estate, Bossuto e Costanzo avevano anticipato l’esito del loro lavoro basato su documenti parrocchiali, militari e civili dell’epoca, tirandosi addosso insulti e persino minacce. Ora il libro, che peraltro non si limita alla vicenda dei “napoletani” ma prende in esame il sistema carcerario e repressivo piemontese dal 1700 al fascismo, non fa che confermare quelle intuizioni.

di Massimo Novelli da La Repubblica Torino del 3 agosto 2012 Repubblica Torino

Tanto che lo storico Alessandro Barbero, che ha scritto la prefazione, può affermare che il lavoro dei due ricercatori piemontesi “non è soltanto opera di storia, ma necessario intervento civile”, che smonta una “invenzione”: “Parlo d’invenzione, che è parola forte se usata fra storici, e lo faccio a ragion veduta, perché Bossuto e Costanzo dimostrano tangibilmente che per quanto riguarda Fenestrelle ciò che è stato scritto da autori come Fulvio Izzo, Gigi Di Fiore, Lorenzo Del Boca o Pino Aprile è pura invenzione, non si sa quanto in buona fede”. Lo stesso Barbero rammenta di stare conducendo “una ricerca complessiva sullo scioglimento dell’esercito borbonico, il trattamento dei prigionieri e degli sbandati napoletani, e la loro incorporazione nell’esercito italiano, e ogni documento che mi passa tra le mani attesta che i libri di quegli autori contengono, in proposito, innumerevoli inesattezze e falsità, facilmente documentabili e dimostrabili”.

“Circa quaranta decessi in cinque anni tra soldati borbonici, ormai appartenenti ai Cacciatori Franchi (italiani, ndr) e papalini”, ricordano Bossuto e Costanzo, “significavano il doppio di quanto accadeva normalmente” a Fenestrelle. Però “in queste cifre, più che un genocidio etnico, si poteva osservare il macabro frutto di una profonda nostalgia, unita forse ad equipaggiamenti non adatti a quell’ambiente di alta montagna”. Dalla “corrispondenza ritrovata” traspare poi “un’attenzione continua dai caratteri umanitari” verso i militari napoletani, non “tralasciando mai di evidenziare l’essere i prigionieri di guerra soprattutto soldati che meritavano il medesimo trattamento riservato ai commilitoni sabaudi”. Fenestrelle e il genocidio (inesistente) dei borbonici

Lo scopo che “si prefiggeva la traduzione dei soldati del “disciolto esercito borbonico” nelle fortezze di Fenestrelle” era “quello di “ricevere, disarmati, una lezione di moralità militare, dopo la quale verrebbero inviati ai Reggimenti” del nuovo Stato italiano. Uno scopo, perciò, “incompatibile con qualsiasi soluzione finale nei loro confronti”. Nel libro viene anche sfatata la “presunta e folle, se fosse vera, prassi di “gettare e sciogliere nella calce viva i soldati napoletani appena giunti a Fenestrelle””, come sostiene “uno dei tanti siti filoborbonici”. La calce viva “posta sui cadaveri era la prassi cui tutte le sepolture dovevano essere soggette per motivi d’igiene, all’epoca”.

 

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Inserito il 24 settembre 2012

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230 commenti


  1. Non capisco sinceramente questa reticenza nel criticare il regno dei Borbone: il malcontento viene sempre presentato come proveniente da criminali, mafiosi, o da nobili avari. Sembra quasi che una monarchia assoluta di tipo feudale, come era il Regno delle Due Sicilie, fosse un governo auspicabile e buono per tutti…

    Mattia

  2. Mattia,sei una persona intelligente e pacata ,secondo te vale ancora la pena sentire il prof.Socrate?Io ricordo Socrates calciatore brasiliano un po’ lento ma dall’ottima tecnica.Lui era più attendibile come storico del regno delle Due Sicilie e del regno di Italia.

    Ernesto

  3. Mattia, l’idea di una monarchia retrograda, ottusa e crudele è tipica della vecchia cultura risorgimentale. Non era certo il paradiso in terra ma, neanche l’inferno.
    Consideri a titolo d’esempio che:
    – il Sistema Giudiziario duo-siciliano è stato il più avanzato dell’Italia preunitaria, basti pensare al Codice Penale del 1819; i magistrati erano reclutati per concorso e non per nomina regia come in altre parti d’Italia; quelli che componevano le Gran Corti Criminali erano in numero pari poiché in caso di equilibrio nel giudizio “L’opinione è per il reo “. Ferdinando II aveva inoltre abolito nel 1836 la pena dei lavori forzati perpetui che invece decenni più tardi fu comminata, in gran copia, dal governo “unitario” piemontese ai cosiddetti “briganti” meridionali.
    – Solo al Sud esisteva un sistema bancario moderno, serio ed efficiente.
    – L’istruzione era assicurata dalla presenza di regie università, reali licei e collegi, seminari, scuole secondarie (nei Comuni principali), scuole primarie (in tutti i Comuni) e molte scuole private (soprattutto religiose).
    – Uomini del calibro di Bartolomeo Grasso e Afan de Rivera realizzarono opere legate al territorio, bonificando vaste aree paludose, creando così una “cultura del territorio”, fatta di conoscenze ed esperienze di generazioni che si sarebbe perduta dopo 1860.
    Tutti indicatori molto positivi che contraddicono l’ingeneroso e falso giudizio negativo.

    Socrate

  4. Ernesto non potendo più fare il galante con la signora Maria Cipriano si è messo a dare consigli al sig. Mattia? Se si, come al solito, ha commesso due errori.

    Socrate

  5. Chiedo scusa a Socrate, ma non riesco a leggere interamente il commento che mi aveva fatto prima. Comunque io non ritengo il regno dei Borbone come la “negazione di Dio” come lo aveva definito Gladstone, ma i suoi sovrani mi sembrano, specialmente Francesco II, delle persone che in fatto di governo lasciavano molte mancanze perché “schiavi” di una mentalità arcaica che in quei tempi stava cadendo in disuso. Vittorio Emanuele II ebbe l’accortezza di tenere la Costituzione, Francesco II invece la concesse quando era ormai troppo tardi. Tra l’altro, se non è vero che il REgno delle Due Sicilie non è quello stato tirannico che molti hanno descritto, non è neppure quel governo libero che molti scrittori antirisorgimentali hanno tratteggiato: Gladstone parlava di 20.000 prigionieri politici, cifra che lui stesso ammetterà in seguito essere esagerata, ma lo stesso Ferdinando II ne ammetteva la cifra, tutt’altro che indifferente di oltre 2000

    Mattia

  6. Mattia, l’idea di una monarchia retrograda, ottusa e crudele è tipica di certa cultura risorgimentale. Non era certo il paradiso in terra ma, neanche l’inferno. Consideri a titolo d’esempio che:
    il Sistema Giudiziario duo-siciliano è stato il più avanzato dell’Italia preunitaria, basti pensare al Codice Penale del 1819; i magistrati erano reclutati per concorso e non per nomina regia come in altre parti d’Italia; quelli che componevano le Gran Corti Criminali erano in numero pari poiché in caso di equilibrio nel giudizio “L’opinione è per il reo “. Ferdinando II aveva inoltre abolito, il 25 febbraio 1836, la pena dei lavori forzati perpetui che invece decenni più tardi fu comminata, in gran copia, dal governo “unitario” piemontese ai cosiddetti “briganti” meridionali.
    Solo al Sud esisteva un sistema bancario moderno, serio ed efficiente.
    L’istruzione era assicurata dalla presenza di regie università, reali licei e collegi, seminari, scuole secondarie (nei Comuni principali), scuole primarie (in tutti i Comuni) e molte scuole private (soprattutto religiose).
    Uomini del calibro di Bartolomeo Grasso e Afan de Rivera realizzarono opere legate al territorio, bonificando vaste aree paludose, creando così una “cultura del territorio”, fatta di conoscenze ed esperienze di generazioni che si sarebbe perduta dopo 1860.
    Tutti indicatori molto positivi che contraddicono l’ingeneroso e falso giudizio negativo.

    Socrate

  7. Per Mattia e per il filosofo greco,una tantum,così scrive in merito Francesco Barbagallo nel libro”La questione italiana Il Nord ed il Sud nel 1860″ casa editrice Laterza.”Un altro settore centrale per una prospettiva di sviluppo versava al Sud in condizioni particolarmente gravi di arretratezza organizzativa:le strutture del credito”Restavano solitari il Banco di Napoli, che aprì la prima filiale a Bari nel 1857(che tempismo sti Borboni), e il Banco di Sicilia che emetteva solo fedi di credito; la moneta cartacea cominciò a circolare a Napoli nel 1866 (senza e Burbone mamma mia e comme po’ esse!)con corso forzoso.Nel regno delle Due Sicilie non c’erano Casse di risparmio (me lo diceva mio nonno che glielo avevano detto che c’era poco da scialare a quei tempi),fornitrici di credito alle piccole imprese , che al Nord s’erano diffuse dall’inizio dell’Ottocento: la prima si aprì a Napoli nel 1861,la seconda a Cosenza l’anno dopo(quindi fu merito dei predatori sabaudi?).C’era solo qualche Monte di Pietà e qualche Monte frumentario che favcvaa credito in natura.Il problema del credito al Sud,in definitiva, era nelle mani di prestatori privati che esigevano alti tassi d’interesse,altrimenti detti usurai.Insomma benefattori.Ovviamente si tratta di “retorica risorgimentale” giacchè il Barbagallo,autore anche di una biografia su Berlinguer, è stato vicino al Pci.Ed è notorio che I Savoia erano maledetti comunisti o no Socrate?Ah no il comunista era Garibaldi è vero…Socrate la tua fonte è De Sivo o un suo emulo contemporaneo? P.s secondo me ti interessa solo quello che c’era a Napoli,del resto del Sud non te ne frega niente,sei un centralista peggio dei Savoia.Ma sospetto che tu non sia napoletano,ma un leghista veneto che ci vuole abbnandonare al nostro destino.Cattivone.

    Ernesto

  8. Caro Ernesto mi scusi, ma il suo napoletano fa schifo!
    Come indicatore “neutro” prendiamo in considerazione i titoli di Stato delle Due Sicilie e confrontiamoli con quelli del Piemonte. Nel 1859 godevano di ottima salute con una rendita consolidata del 5% e alla Borsa di Parigi quotavano il 20% in più rispetto al loro valore nominale. Al contrario quelli del debito pubblico piemontese quotavano il 30% in meno, con una forbice di ben 50 punti percentuali.
    Secondo indicatore “neutro”; l’ammontare del debito pubblico: quello piemontese era 5, dico cinque, volte più alto di quello del Sud.
    Terzo indicatore “neutro”: Le uniche banche pubbliche furono il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia le altre erano private e di piccole dimensioni.
    Prima dell’aggressione sabauda al Sud circolavano monete metalliche e il circolante era pari alla riserva aurea. La cartaccia emessa dai savoia nel 1866 fu l’effetto del corso forzoso.
    Lei continua ad offendere e non ne capisco la ragione. Capisco invece che deve essere estremamente imbarazzante continuare a sostenere tesi superate dalla storia, per fortuna non più succube della stucchevole e a volte ridicola retorica risorgimentale.

    Socrate

  9. Come ho detto prima Socrate non credo che il Regno dei Borboni fosse stata la “negazione del regno di Dio”, ma quello che intendo è che in fatto di libertà era indiscuttibilmente minore rispetto al Regno sabaudo dato che questo, grazie allo statuto albertino, potè godere di un parlamento eletto seppur a votazione limitata. E’ anche per questo motivo che fu sostanzialmente al sicuro da insurezioni: mentre i mazziniani potevano giustificare le rivolte con la mancanza di libertà, un attacco al Piemonte era invece malvisto dai liberali perché nel Regno era presente una qualche garanzia democratica. Motivo che spinse Crispi nel 1865 ha dichiarare che i democratici dovevano concludere la rivoluzione ed affidarsi invece allo strumento elettorale con il famoso motto “La monarchia ci unisce, la repubblica ci divide”.

    Mattia

  10. Mattia la “concessione” dello statuto non cambiò poi molto la situazione politica e sociale del Piemonte, parlare di più libertà mi sembra azzardato. Tra gli indicatori neutri del mio precedente intervento ho accennato al sistema giudiziario del Sud, rileggilo e considera che nel “liberale” Piemonte ad esempio le condanne alla pena di morte erano di gran lunga superiori al resto degli altri Stati italiani.
    Mazzini odiava i Savoia forse più di quanto odiasse i Borboni, ma questo non impedì di raggiungere accordi sottobanco per invadere il regno del Sud grazie ai maneggi di Benso e alla mediazione inglese. Qui si potrebbero aprire altri scenari inquietanti riguardo i finanziamenti della corona inglese alle società “segrete” del Mazzini, ma avremo modo di scriverne.
    Continuo domani

    Socrate

  11. Grazie allo statuto albertino nel Regno di Piemonte si sono potute tenere elezioni con suffraggio ristretto, vi era una limitata libertà di stampa ben maggiore di quella sotto i Borbone, il cui sistema carcerario registrava anche casì di crudelta come quella di Poerio che fu mandato in carcere e imprigionato per lungo tempo con un piede incatenato ad un altro prigioniero (e ricordo che lo stesso Ferdinando II ammetteva la cifra, probabilmente superiore, di oltre 2000 prigionieri politici agli inizi degli anni ’50). Riguardo alla spedizione dei Mille, Cavour ebbe una parte minima e l’avrebbe difatti fermata se avesse potuto perché temeva la reazione della Francia (ma il progetto godeva di troppa popolarità per poter procedere contro Garibaldi e quindi decise di giocare su due tavoli). Anzi, l’incontro con a Teano fu programmato da Cavour non tanto per annettersi le nuove Regioni ma per fermare ed impedirgli di marciare su Roma (lo statista aveva, del resto, definito in passato l’Unità d’Italia come una “corbelleria”). Nè Mazzini, del resto, accettò mai pienamente di collaborare con i Savoia e continuò a tentare delle fallite insurrezioni anche nell’Italia ormai unità..

    Mattia

  12. Mattia, lo Statuto nasce dall’esigenza della borghesia di vedere rappresentati i propri interessi e non sposta i rapporti di forza all’interno dello Stato tra classi sociali, anzi. Il Re si preoccupò che producesse il minor cambiamento possibile all’interno degli assetti istituzionali e che lui, definito “figura sacra ed inviolabile”, mantenesse tutte le precedenti prerogative. I ministri furono considerati semplicemente suoi collaboratori e ad onta di Montesquieu, manteneva Il potere giudiziario nelle sue mani. Nominava infatti i giudici ed aveva il potere di grazia.
    La libertà di stampa, poi, era una chimera. Di fatto i giornali “politici” non esistevano e, pensa un po’, la testata più importante era “Il Risorgimento” di proprietà di Balbo e di Benso Curiosamente fu introdotta la figura del gerente responsabile, diverso dal direttore, che rispondeva penalmente davanti ai giudici. Praticamente un prestanome, spesso un poveraccio ignorante pagato solo per attirare su di se tutte le possibili sanzioni ed eludere i rigori della legge. Sono dettagli, ma rendono l’idea.
    Quanto al sistema carcerario, sei in errore. Già nel 1817 Ferdinando I di Borbone emetteva un decreto sulle carceri assolutamente all’avanguardia per i tempi. Il provvedimento prevedeva, innanzi tutto, la costituzione di una speciale Commissione che vigilasse sul regolare funzionamento delle carceri, sulla salubrità e sicurezza dei locali e sulla qualità del cibo somministrato ai prigionieri. Conteneva norme relative alla concessione di appalti che provvedessero, all’interno delle carceri, alla pulizia, la rasatura, il lavaggio della biancheria sporca, il ricovero dei malati in apposite strutture sanitarie. Ogni prigione sarebbe stata, inoltre, fornita di un cappellano, di un medico e di un cerusico. Un successivo decreto del 1822 introduceva per la risoluzione dei procedimenti giacenti, l’istituto della tran-sazione, l’odierno patteggiamento, tra il pubblico ministero e il reo, nel contesto di un procedimento abbreviato.
    Il regime borbonico si dimostrò all’avanguardia, nel settore, soprattutto per la progettazione e poi per la costruzione del primo carcere che si rifaceva ai criteri architettonici suggeriti dal Bentham: si trattava del carcere palermitano dell’Ucciardone inaugurato nel 1840.
    Due anni prima Filippo Valpolicella pubblicava, su incarico dei sovrani di Napoli, un suo ponderoso lavoro dal titolo “Delle prigioni e del loro migliore ordinamento”. In tale opera sembra superato l’uso della pena di morte e delle pene corporali, mentre l’esilio e la prigionia vengono ritenute le uniche pene da applicarsi contro i rei, mentre il lavoro, l’igiene, il silenzio, la divisione dei detenuti, la loro educazione religiosa, diventano i cardini del progetto di riforma. Con la costruzione dei carceri di Avellino e Palermo, ambedue a pianta circolare, alla stregua delle più moderne teorie, si dimostra come il Regno delle Due Sicilie mirasse alla concreta applicazione dei progetti di riforme e non alla sterile disquisizione sugli stessi. Un abisso rispetto ai sabaudi.
    Continuo domani.

    Socrate

  13. Mattia, può leggere il testo integrale dell’intervento sulla giustizia nel Regno delle Due Sicilie nel sito “neo-borbonici.it” dal quale è stato ricopiato, senza ovviamente dichiarare la fonte.
    E con questo chiudo i miei interventi su questo blog.

    Augusto

  14. Augusto non capisco il suo problema. Invece di fare l’ironico saccente perché non risponde alle mie domande? Riportare brani tratti da siti internet sintetici e ben fatti serve solo per evitare lunghi sproloqui.
    Patetico il messaggio d’addio!…

    Socrate

  15. Lei, Socrate, sottovaluta la portata che ebbe lo statuto albertino che non fu una semplice specchio per allodole che mascherava una monarchia assoluta. Grazie alla Costituzione, uomini come Cavour poterono agire anche contro i propositi del re (lo stesso Vittorio Emanuele II detestava Benso al punto da dire che avrebbe preferito Garibaldi come primo ministro a lui); del resto, basti pensare che a Messina poté essere eletto nel 1866 il repubblicano Mazzini, nonostante l’opposizione del Governo, la cui elezione non fu ratificata alla fine solo perché il genovese non voleva partecipare alla vita politica dello stato monarchico.
    Quanto alle prigioni, anche ammesso che i principi teorici fossero quelle da lei indicati, nella realtà però le prigioni napoletane accadevano fatti assai spiacevoli come quello di Poerio, a cui avevo già accenato prima, o quello di Settembrini, costretto per lungo tempo a stare in una prigione stretta con altri sette detenuti senza che ne potesse uscire.
    Aggiugno anche che il regno dei Borboni versava in un tale stato di decadenza che Giovanni Cassisi sottolineava nel febbraio del 1860 la necessità di “purgar gradatamente le amministrazioni dal marciume che le rode”.
    P.S. Augusto ho letto che ha pubblicato dei libri, posso chiederle quali testi sono che sarei curioso di leggere?

    Mattia

  16. Mattia certamente la concessione dello Statuto pur con tutti i limiti e le restrizioni imposte dalla corona, fu un atto politico di una certa rilevanza. Come ho già detto, fu la borghesia e una certa parte dell’aristocrazia a chiederlo e a beneficiarne, non più di un 2% della popolazione. Chi come il Benso, il banchiere Carlo Bombrini, l’armatore Raffaele Rubattino, il ricco finanziere Giacomo Filippo Penco, agli Ansaldo e via discorrendo gestendo banche, società e attività commerciali e ricoprendo incarichi politici, volevano spazi di manovra più ampi. La stragrande maggioranza della popolazione probabilmente neanche se ne accorse!
    Luigi Settembrini, Carlo Poerio lo stesso Gladstone sono personaggi utilizzati dalla propaganda antiborbonica per rappresentare, ingiustamente uno scenario da romanzo gotico, nel quale un governo dispotico non faceva che arrestare gli elementi migliori della società, per rinchiuderli, incatenati, in oscure carceri sotterranee!
    Basta pensare che il giornale “Il Risorgimento” diretto da Camillo Benso iniziò la pubblicazione a puntate delle famose lettere.
    Illuminante è il discorso tenuto da Cavendish-Bentinck, non un fazioso borbonico, ma parlamentare inglese, alla Camera britannica nel 1863. Si parlava di brigantaggio e dei diritti umani nel meridione d’Italia e il deputato conservatore accusava il Gladstone di doppiofedismo facendo un parallelo con le accuse (quasi tutte false) mosse da costui al precedente Sovrano borbonico.

    “Nel 1851 il Cancelliere dello Scacchiere scrisse quel famoso libello, con cui denunciava, con energia ed eloquenza, gli orrori delle prigioni napoletane; e il nobile Conte, a quel tempo Ministro degli Esteri, in risposta a una domanda posta dal nobile rappresentante di Westminster, rispose che avrebbe inviato una copia del libro a tutti i diplomatici britannici, nella speranza di trarne beneficio per tutti. […] Quali erano le accuse mosse al Governo di Napoli dall’onorevole nel suo libro?
    – Primo, che 20.000 e più persone fossero confinate nelle prigioni di stato. Cosa abbiamo adesso? Il Console Generale Bonham ha ammesso che i prigionieri politici sono più di 20.000. Molti Deputati hanno portato testimonianze dello stesso tipo. La Camera può apprendere dal signor Crispi che a Palermo ci sono 1300 prigionieri politici. Dal deputato Lazzaro (il 9 aprile passato) che la prigione di Salerno, costruita per contenere 600 detenuti, ne ha attualmente 1400. Potenza 1100 invece di 600. Lanciano 700 invece di 200. Eppure davanti a questi fatti l’onorevole tace.
    – Secondo, l’onorevole era indignato del fatto che la polizia napoletana facesse delle perquisizioni domiciliari. […] E invece, adesso che è in vigore lo Statuto Albertino, così tanto più liberale della Costituzione Napoletana del 1848, e le perquisizioni e arresti arbitrari sono all’ordine del giorno, […] adesso che sono sottoposti ad arresto i familiari di presunti briganti fino al terzo grado di parentela e centinaia di persone, per il mero sospetto di complicità, sono imprigionate e spesso fucilate senza processo, e molte persone, già assolte dai tribunali, continuano a essere trattenute in prigione, ebbene, l’onorevole tace.
    – Terzo, l’onorevole ha protestato contro il lungo periodo di carcerazione preventiva degli indagati prima del processo. Adesso che centinaia di infelici, di tutte le età e di entrambi i sessi, marciscono in galera senza speranza, e invocano l’aiuto degli stranieri di passaggio, adesso che un simile flagello è stato ammesso interamente persino dal Console Generale Bonham, l’onorevole tace.
    -Quarto, l’onorevole ha descritto lo stato delle prigioni in modo divenuto proverbiale. Qual è il loro stato attuale? Facciamogli leggere i resoconti di Crispi, Ricciardo, e del Console Bonham! Le catene dei prigionieri politici – le catene dei Garibaldini, la cui colpa è di avere amato troppo l’unità d’Italia, non riescono a suscitare la compassione dell’onorevole, ed egli e il Conte tacciono.
    – Infine, l’accusa principale dell’onorevole nei confronti del Governo Napoletano era di essere del tutto illegittimo. […] E lo Statuto Albertino è forse rispettato? Lo stato d’assedio a Napoli e in Sicilia è durato più di qualunque stato d’assedio sotto il governo borbonico; ed è un fatto ormai che la stampa libera sia imbavagliata. Non intendo in alcun modo difendere o giustificare minimamente l’operato degli ultimi governi borbonici. Ma il nuovo ordine ha forse migliorato la situazione? Sotto i Borboni, come ammette lo stesso onorevole, la pena di morte era rara; invece oggi centinaia, se non migliaia di persone vengono fucilate senza processo, e comandanti come il famigerato Fumel, le cui atrocità invano il Governo di Sua Maestà ha tentato l’anno passato di nascondere, sono stati mandati a bruciare e distruggere paesi interi e massacrarne gli abitanti. […] Onorevole, io non mi appello a lei in nome della coerenza, perché davanti a questa parola farebbe orecchie da mercante, ma in nome della pietà, affinché levi ancora la sua voce per la causa di Napoli, e si prodighi per mitigare i mali che affliggono quella infelice popolazione.”

    Socrate

  17. Come sarebbe? Lei ha scritto in precedenza che l’Inghilterra aveva appoggiato, diretto e sovvenzionato l’Unità d’Italia, e adesso invece dice che ci avrebbe dato contro? Com’è possibile lei si contraddice. Si era forse accorta in ritardo di avere sbagliato?
    Si sa che Gladstone era una persona onestissima, un benefattore, un filantropo, raccoglieva le povere prostitute dalla strada, oggi diremo che lottava per i diritti civili anche nel suo paese, e qui invece viene fatto passare per un disonesto che nasconde ciò che accadeva nel meridione d’Italia: imprigionamenti, massacri, etc.
    Io so che molti briganti che erano pericolosi criminali non sono stati neanche condannati a morte ma gli si è dato l’ergastolo. Come si concilia questo con quello che lei dice, anzi ripete come detto da questo lord Bentinck? Non era questo lord Bentinck quello che voleva l’indipendenza della Sicilia, e non appoggiava per niente l’unità d’Italia? O mi sbaglio?

    Cappanigra

  18. Non dubito che l’Unità d’Italia abbia avuto i suoi momenti “bui” come nella lotta al cosidetto “Brigantaggio”. Vorrei però che ci fosse la stessa onestà anche quando si parla del Regno Borbonico: affermazioni che fosse la terza potenza industriale d’Europa, che a Fenestrelle ci sia stato un genocidio di migliaia di soldati, che la conquista del Sud fosse dovuta a cospirazioni massoniche e mafiose ignorando i numerosi elementi di malcontento (dall’autonominismo siciliano alla prosrizione dell’opposizione liberale) sono faziose.
    Si ricordi pure i massacri delle truppe sabaude nel Sud, gradirei però che non sentire affermazioni risibili come che i meridionali siano stati trattati come gli ebrei sotto Hitler o che la guerra del brigantaggio abbia fatto un milione di morti (!). Si ricordi anche che non tutti i briganti erano eroi, ma vi erano anche veri e propri criminali come disse José Borjés che disse ad un tenente italiano che l’aveva catturato: “Andavo a dire a Francesco II che non vi hanno che miserabili e scellerati per difenderlo, che Crocco è un sacripante e Langlais un bruto”.

    Mattia

  19. Cappanigra sta scherzando? Spero di si.
    Io non mi contraddico comunque, per sicurezza, Le ri-spiego quello che ho scritto in precedenza.
    Qui non è in discussione se l’Inghilterra appoggiava o meno l’unità d’Italia. Ho parlato d’altro.

    Lord Gladstone, grande accusatore del sistema carcerario borbonico l’8 maggio 1863 alla camera inglese si ritrovò sul banco degli imputati.
    “Il deputato conservatore Cavendish-Bentinck, infatti, partendo da alcune analogie tra il Sud Italia pre-unitario e post-unitario, rispolverò dai ricordi le denunce fatte da Gladstone dieci anni prima, per accusarlo senza mezzi termini di doppiopesismo”.
    Vennero così denunciate le porcherie commesse dai piemontesi. Spero di essere stato chiaro.

    Non conosco a quali Briganti “pericolosi criminali” Lei si riferisce, può anche essere, ma rimane il fatto che ad onta dello Statuto Albertino e della giustizia tout court, migliaia di innocenti furono ferocemente massacrati dai “liberatori”.
    Sono argomenti sdrucciolevoli sui quali purtroppo molti hanno speculato. Non faccia come Roberto Benigni che tempo fa in televisione, in un discorso tenuto nell’ambito delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, ha affermato che i Borbone erano “peggio dei nazisti”, non sarebbe degno di un uomo di cultura come Lei, spero.
    Tenga presente che non sono neo borbonico ne ho interesse a difendere l’operato dei Borbone.
    Ho solo voglia di un po’ di verità.

    Socrate

  20. Mattia non ho elementi per affermare con certezza che il Regno Borbonico fosse la terza o la quarta potenza industriale d’Europa. Aveva di certo dei primati che la mettevano almeno allo stesso livello di molti altri stati d’Europa. Il punto è che per anni è sempre stata fatta passare l’idea di una terra povera e depressa, priva di qualsiasi risorsa economica. Una immagine altrettanto falsa e distorta della realtà. Fenestrelle non fu in ogni caso una bella pagina del Risorgimento, uno o cento o mille prigionieri non fa la differenza. Rimane il dato inconfutabile che fu un campo di concentramento. Per chi si piccava di unire l’Italia e gli italiani, non era una cosa da menar vanto, tanto che per 140 anni nessuno ne ha parlato. Il malcontento al Sud c’era, certo, come esistevano mille focolai di malcontento in tutto il continente. Erano tempi di grandi stravolgimenti sociali, politici e tecnologici. Questo non giustifica in nessun modo una invasione violenta e feroce da parte di chicchessia. E’ stato un alibi che ha retto per molti anni, ma ormai, da solo, non regge più. I Briganti non erano tutti eroi, molti erano delinquenti comuni e volgari tagliagole. In quella sporca guerra, perché di guerra si trattò, tutti commisero delitti e nefandezze. La cosa che qui mi piace rimarcare però, è che nei libri di storia “canonici” ancora oggi non viene fatto un distinguo, si continua a parlare in termini spregiativi di tutti i meridionali, anche di chi, dalla parte degli sconfitti, aveva comunque degli ideali.

    Socrate

  21. Per i primati del Regno delle 2 Sicilie bisogna vedere però anche quanto siano indicativi. Ad esempio, vero che Ferdinando II fece costruire la prima ferrovia ma il suo era un giocattolo da re inutile dal punto di vista commerciale tanto che nel 1860 ne aveva molto meno drl Piemonte. Fenestrelle non fu una bella pagina ma c’è da differenza tra il dire che morì qualche decina di soldati rispetto alle migliaia millantate dalla storiografia filoborbonica. Vero che la storiografia “ufficiale” ha sottaciuto gli aspetti più biechi fi questo periodo ma gli antirorgimentali stanno facendo la stessa cosa solamente dall’estremo opposto

    Mattia

  22. Mattia lasciamo perdere per un attimo la gara a chi era più avanti per numero di treni o fabbriche di lenzuola, non ci porterebbe a nulla. Sicuramente l’economia duo siciliana era molto diversa da quella del Piemonte. I Borbone avevano un approccio più paternalistico e monopolista dei piemontesi, ma in compenso avevano una finanza sana, una riserva aurea pari alla moneta circolante e un debito pubblico cinque volte inferiore, una tassazione molto bassa, molte franchigie per i più poveri ed esenzioni per gli agricoltori. Tutto questo rendeva il regno del Sud molto appetibile a chi, al contrario, aveva contratto molti debiti e le casse regie praticamente vuote. Io non sono anti risorgimentale. Come ho detto più volte ricerco solo la verità e non accetto tesi preconfezionate che mistificano la storia.

    Socrate

  23. La politica del bilancio attivo però non è necessariamente un indicatore di maggiore prosperità rispetto ad un altro regno. Come scriveva Montanelli:”Quanto al bilancio, mentre Napoli badava a tenerlo in attivo con una politica di tesaurizzazione che lasciava il paese senza strade, senza scuole, senza servizi, Torino aggravava il disavanzo, ma per potenziare l’agricoltura e ammodernare l’industria rendendola competitiva con quella straniera”. Se ama la ricerca, Socrate, dovrà però vedere anche che all’epoca il Regno dei Borbone non era visto come un regno appetibile da conquistare ma come uno stato di arrettratezza. Basta pensare, come ho detto sopra, che Massimo d’Azeglio pensava che unirsi a Napoli equivaleva a condividere il letto con un malato di vaiolo.

    Mattia

  24. Giusto Mattia, è esatto. Infatti quello che cercavano i Savoia era solo uno Stato con tanti soldi in cassa e qualche milione di sudditi da tassare. Le strade, i ponti, le infrastrutture non interessavano affatto.
    Non è invece vero che il Regno dei Borbone era arretrato come qualcuno vuol far credere. Massimo d’Azeglio diceva quello che molti piemontesi pensavano, a prescindere dalla situazione economica. Questo, piuttosto, da la misura di quanta “passione patriottica” aleggiasse tra i conquistatori!

    Socrate

  25. Intendo dire che se nel Nord vi era la percezione che il Sud fosse arrettrato (indipendentemente che questo fosse vero o falso), questo stride con l’ipotesi che avevi fatto che il Piemonte volle tentare la conquista unicamente per imposessarsi di ricchezze e tassare nuovi sudditi…

    Mattia

  26. Mattia, al Nord non c’era nessuna percezione del Sud e forse neanche del Centro. Era un piccolo mondo provinciale. I pochi che avevano in mano le leve del comando, politici, banchieri, ricchi borghesi e aristocratici invece sapevano molto bene quello che volevano, dove andarlo a prendere e soprattutto come prenderlo!

    Socrate

  27. Faccio l’ultimo commento altrimenti temo che questa discussione durerà fino alla fine dell’anno. Inserisco delle riflessioni di Paolo Mieli (a recensione per l’altro di un libro a favore dei Borboni) dove rileva che, indipendentemente dal fatto che il Sud fosse effettivamente prospero o meno, esso veniva concepito nell’Ottocento (a differenza delle vedute positive settecntesche) come un’entita decadente di tipo africano: “Nel 1844, Cesare Balbo scriveva che l’Italia assommava «da settentrione a mezzodì province e popoli così diversi tra sé come sono i popoli più settentrionali e più meridionali d’Europa». E prima ancora, nel 1820, Metternich aveva detto che nell’Italia del Sud la rivoluzione era inconcepibile dal momento che quello meridionale «è un popolo mezzo barbaro, di un’ignoranza assoluta, di una superstizione senza limiti, ardente e passionale come sono gli africani». Benedetto Croce raccontava come fosse stato lo stesso Ferdinando II a confidare a un diplomatico che lì nella sua Napoli «cominciava l’Africa».”
    La ringrazio comunque Socrate per gli spunti interessanti anche se resto di idee diverse dalle sue.

    Mattia

  28. Mattia rispetto le sue idee e la ringrazio dell’incontro. I dubbi e le perplessità, frutto di attento studio e ponderate riflessioni, mi hanno spinto a cercare oltre. L’unica certezza che ho acquisito e che tranne qualche piccolo dettaglio tutto quello che si racconta sul risorgimento è frutto più di opinioni che di fatti e come Lei ben sa l’opinione non ha in sé la garanzia della verità.
    La saluto con una frase di Orazio resa famosa da Kant: Sapere aude!

    Socrate

  29. I coniglietti, ferventi seguaci delle favolette risorgimentali, sono scappati!
    Come sempre accade in questi casi, rifiutano di ammettere l’evidenza e si chiudono nel mutismo tipico degli sconfitti. Per chi, al contrario, non si accontenta della narrazione dei vincitori e continua cercare e a studiare è una conferma che la strada intrapresa è quella giusta. Grazie agli sforzi e alle fatiche di pochi eroici volenterosi, ad onta del conformismo imperante, le future generazioni avranno una visione più completa, lucida ed imparziale degli accadimenti risorgimentali.

    Socrate

  30. quante storie ! la questione a cui dare risposta senza tanti contorsionismi è : chi ha invaso e sottomesso con la violenza gli altri ? i sabaudi o i borboni ?
    e non vanno tirate in ballo l’unificazione del paese che comunque è stata fatta con le armi e non col consenso del popolo !!

    giuseppe de luca

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