La guerra dei Neoborbonici su Fenestrelle: è dibattito rovente

18 ottobre

Il dibattito attorno a Fenestrelle e all’internamento nel forte piemontese dei soldati borbonici lealisti sta raggiungendo nei media il calor bianco. Lo dimostra, fra l’altro, il serratissimo scambio di commenti che i lettori di Storia in Rete di diversa opinione stanno facendo sul nostro sito dimostrando una vis polemica e una preparazione superiore alla media. Per questo Storia in Rete dedicherà a questo tema ampissimo spazio e la copertina del prossimo numero. Invitiamo tutti a contribuire al dibattito e ricordiamo che su quelle pagine del Risorgimento che ancora dividono, come il Brigantaggio e le stragi di Pontelandolfo e Casalduni, Storia in Rete ha dedicato numerosi articoli sul numero 76, disponibile come arretrato o in formato pdf.

C’è da restar basiti! Mentre si susseguono i bollettini «della guerra» economica in corso e mentre il Mezzogiorno più di altre aree soffre e stringe la cinghia, c’è chi propone di incrociare i «ferri», ideologici o storici, sostenendo le ragioni del Sud borbonico negletto e «criminalizzato» dalla saggistica odierna. E sì, il libro di Alessandro Barbero edito da Laterza, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, non è passato inosservato. Dopo gli attacchi violenti e anche volgari arrivati via web ad un’ora dalla comparsa del tomo sugli scaffali delle librerie («un cumulo di menzogne», «una mistificazione! E’ come far scrivere la storia di Auschwitz a Goebbels») e dopo il rinfocolarsi delle polemiche in seguito alla recensione di Corrado Stajano per il Corriere della Sera, il colpo di scena: sfidiamoci, dicono i neoborbonici a Barbero.

di Rosanna Lampugnani dal Corriere del Mezzogiorno del 18 ottobre 2012 

SI TORNA ALL’ATTACCO – E’ questa anche una replica all’editore Giuseppe Laterza, il quale – attraverso il nostro giornale – non solo ha raccontato la genesi del libro (ai margini delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia), ma ha anche chiosato gli attacchi allo storico piemontese definito un razzista, derubricandoli a forme di leghismo rovesciato. Non l’avesse mai fatto! Prese carta e penna (si fa per dire), i neoborbonici sono tornati all’attacco per sfidare a duello – verbale – Barbero e Laterza. E il guanto è stato raccolto: «Il professore è a Parigi per presentare il suo libro Lepanto. La battaglia dei tre imperi ma è pronto al confronto – afferma l’editore – e lo siamo anche noi. Potevamo lasciar perdere tutto e invece non vogliamo affatto sottovalutare chi è portatore di pregiudizi rovesciati, chi è alfiere di quella che può essere definita subcultura: preferiamo discutere apertamente e pubblicamente, coinvolgendo anche storici importanti, perché ci sembra utile. E un po’ anche divertente».

NEOBORBONICI E LEGHISTI – La sfida è stata lanciata con questo messaggio: «Il professor Barbero ha affermato di avere finalmente riportato la verità sui fatti di Fenestrelle e, nello stesso tempo, ha utilizzato una terminologia offensiva e del tutto inappropriata in un contesto da dibattito storiografico definendo i “neoborbonici” artefici di “strumentalizzazioni non si sa quanto in buona fede”, con “invenzioni a uso e consumo delle passioni e degli interessi del presente” mescolando citazioni dal “mare magnum” di internet, fonti archivistiche, passi della Civiltà Cattolica (la rivista dei Gesuiti prima artefice delle “menzogne”) e brani dei (documentati) testi di Del Boca, Izzo, Di Fiore o Aprile (“spudorate reinvenzioni”, “furibonde mistificazioni” con libri “incredibilmente pubblicati da case editrici nazionali” fino addirittura all’affermazione che chiude lo stesso libro con l’invito a non “stravolgere il proprio passato per fini immondi” a p. 316). E se per l’editore Laterza i commenti qui pubblicati rappresentano “la deriva neoborbonica, altra faccia della medaglia leghista” (ma nessuno ha mai visto un “neoborbonico” candidato da circa… 150 anni), questo “stile” di Barbero, a quale deriva si potrebbe collegare e quali reazioni poteva suscitare?».

DIBATTITO DECENNALE – Già, quali? Eccole: «Il Movimento neoborbonico ha inviato al professor Barbero una richiesta di sfida/dibattito (interventi alterni di 3 minuti con clessidra, possibilità di utilizzare “testimoni” e documentazione, luogo e ora da definire) dopo quanto sostenuto nel testo e nei suoi recenti interventi». Tutto questo perché la questione di Fenestrelle – per chi non lo conoscesse: è un piccolo Comune incassato tra i verdissimi monti piemontesi, lungo il fiume Chisone – e dei soldati borbonici che, sconfitti a Capua, furono portati nel forte dopo aver rifiutato l’arruolamento nelle vittoriose truppe savoiarde, è ancora «al centro delle decennali ricerche» dei neoborbonici, i quali custodiscono anche «documenti inediti e ignorati da Barbero».

VINCITORI E VINTI – Sarà, ma basta scorrere le due pagine dedicate alla bibliografia, dove vengono citati 27 testi, per capire che la tesi dello storico ha comunque solide basi, rafforzate anche dallo studio di documenti conservati a Fenestrelle, dove non morirono 8000 giovani, dove non furono sterminati 40mila ragazzi – come sostenuto durante una cerimonia ai piedi del forte – ma certamente si manifestò anche drammaticamente «l’alterigia dei vincitori… espressione spesso di culture allora assai lontane tra loro, aggravata anche dai giornali clericali che soffiavano sul fuoco», scrive Stajano. Insomma, sarà tenzone storica, mentre Beppe Grillo, in un certo senso nel solco dei neoborbonici, suggerisce alla Sicilia di staccarsi dalla Penisola, cioè dal resto dell’Italia.

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Storia in Rete n. 76

Inserito su www.storiainrete.com il 18 ottobre 2012

 

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29 commenti


  1. Resta il fatto che i soldati Duosiciliani furono portati a Fenestrelle che non e’ certamente un albergo. A fare che? Il Regno Delle Due Sicilie non fa parte dell’italia, quindi perche’ questi soldati avrebbero dovuto essere arruolati in tale esercito? 151 anni di colonialismo bastano e avanzano, e’ inutile che la massoneria padana continui ad avvalersi della consulenza di scrittori salariati. Dopo giorgio bocca ecco alessandro barbero. piemontesi che hanno conquistato le Due Sicilie con un atto piratesco con l’aiuto della massoneria inglese e delle potenze europee.

    luigi

  2. La teoria del Risorgimento massonico è totalmente erronea. Il grande storico Gioacchino Volpe affermò che dopo la caduta di Napoleone in Italia «la massoneria si era addormentata quasi nella sua generalità; che fra massoni e carbonari non c’era nessun rapporto o poco rapporto, che molti carbonari rifiutarono nettamente di essere considerati massoni». Essa «cominciò a risorgere verso il ’60 e solo da allora riprese a tessere la sua rete. In questi 40 anni intermedi, la sua azione fu, in ordine al Risorgimento italiano, insignificante o nulla. Molti, i più dei patriotti, non erano massoni. Molti, fieri nemici di massoneria». D’altronde, è soltanto nel 1870 che viene meno formalmente la proibizione d’appartenere alla massoneria nel regno d’Italia: tale divieto era sempre rimasto in vigore già nel precedente regno di Sardegna. A conclusioni analoghe giunge anche l’altro importante storico della massoneria italiana Fulvio Conti, professore di storia contemporanea all’Università di Firenze, in “Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni”.
    Il miglior studio d’insieme sul rapporto fra massoneria e Risorgimento resta probabilmente quello di Alessandro Luzio, «La Massoneria e il Risorgimento italiano», articolato in due ponderosi volumi con amplissimi riferimenti documentari. Il Luzio parlava recisamente del “Risorgimento massonico” quale un mito creato assieme dai massoni e dai clericali, entrambi interessati, anche se con ragioni opposte, ad attribuire alle logge massoniche un ruolo nell’Unità che invece non ebbero. Le associazioni segrete (i carbonari, la Giovane Italia ecc.) ebbero scarsi e deboli rapporti con la massoneria ed i vertici dello stato sabaudo ne erano pressoché estranei.
    I monarchici unitari non erano praticamente mai massoni, a cominciare da Vittorio Emanuele II e Cavour, che rifiutarono ogni rapporto con le logge. Neppure Mazzini era massone ed anzi criticò la massoneria. Comunque, la grande maggioranza dei mazziniani non erano affatto massoni. Garibaldi fu massone, ma solo per pochi anni, prima di lasciare volontariamente l’associazione.
    Inoltre, i massoni era divisi fra i favorevoli all’Unità ed i contrari. Ad esempio, erano massoni anche il cardinal Antonelli, il ministro degli esteri e l’eminenza grigia di Pio IX (l’Antonelli cenava col barone Rothschild, con cui aveva una regolare corrispondenza epistolare) ed il ministro della polizia di due sovrani borbonici, il Del Carretto. Un noto massone, sostenuto politicamente dalle logge, era Napoleone III, che inviò una spedizione militare a schiacciare la Repubblica Romana ed a riportare sul trono Pio IX, che poi impedì a Garibaldi di marciare su Roma nel 1860, ed ancora al momento dei fatti d’Aspromonte, ed ancora a Mentana: insomma, l’imperatore francese grande protettore dello stato pontificio era un massone. Era stato massone anche Joseph de Maistre, il pensatore padre del movimento politico reazionario, ultracattolico.
    Bisogna ancora aggiungere che la massoneria non esiste: esistono le massonerie, anche piuttosto diverse fra loro e ben poco, o talvolta nulla, coordinate reciprocamente. I massoni nel periodo compreso fra il 1815, ovvero la Restaurazione, ed il 1870, erano in Italia pochissimi e privi di capacità e fini “cospirativi”. Marco Meriggi, nel suo studio “Il regno Lombardo-Veneto” (Torino 1987), così descrive la massoneria posteriore al 1815: “le logge massoniche non si presentavano più come raggi di una società segreta di ispirazione rivoluzionaria, bensì come innocue sedi di riunione di un ceto professionale che dell’adesione, anche sul piano rituale, al regime aveva fatto la propria ragione d’essere”. (p. 12)

    Marco

  3. Non è neppure vero che l’Unità d’Italia sia stata voluta da potenze straniere. UK e Francia in realtà non la volevano, come dimostrano i documenti. La verità è che ad essere un protettorato straniero era il regno delle Due Sicilie e che lo fu per tutta la sua storia.

    1) UN PROTETTORATO DELLA SPAGNA. LA CONQUISTA BORBONICA DELL’ITALIA MERIDIONALE
    La fondazione del dominio borbonico in Italia meridionale e la sua prima fase di regno sotto Carlo III videro il reame divenire un protettorato spagnolo.
    Carlo III conquistò con la forza il Mezzogiorno servendosi d’una armata di venuta costituita da mercenari d’ogni paese, anzitutto però ispanici. L’invasione avvenne durante la guerra di successione polacca e fu motivata su basi puramente dinastiche, legate alla spartizione dell’eredità del defunto ramo degli Asburgo di Spagna.
    Carlo III era un uomo in tutto e per tutto spagnolo, anzi castigliano, che dopo aver conquistato il regno con un’armata per così dire internazionale si circondò di stranieri, fra cui molti collaboratori spagnoli. Dopo aver regnato per alcuni anni, essendogli stata offerta la corona di Spagna, preferì tornare nel paese natale.
    Non credo che vi sia nulla di cui discutere: un regno nato dalla conquista di un sovrano spagnolo, ottenuto con l’ausilio di soldati spagnoli, circondato da collaboratori spagnoli, che infine preferì tornare in Spagna.

    2) UN PROTETTORATO DELLO STATO DELLA CHIESA. LA CHINEA E L’INGERENZA DELLA CHIESA
    Carlo III continuò a considerare il regno di Napoli un vero e proprio feudo del papa. L’Italia meridionale è stata giuridicamente un FEUDO del papa dal 1059, anno in cui il pontefice Niccolò II ricevette l’omaggio feudale di Roberto il Guiscardo, sino a Ferdinando I di Borbone, quindi per quasi sette secoli. Tale rapporto feudale è anzi molto ben conosciuto dagli storici, specialmente i medievisti, per la sua lunghissima durata e particolarità.
    Il rapporto feudale prevedeva anche un regolare tributo annuo al pontefice, oltre ad una serie di prerogative e privilegi riconosciutegli nell’amministrazione dei vari “regni” che si sono succeduti ecc. L’omaggio feudale al pontefice prevedeva una forma precisa, la cosiddetta “Chinea”. La “Chinea” era una mula bianca ammaestrata ad inginocchiarsi davanti al papa in segno di sottomissione e omaggio del sovrano meridionale verso il pontefice. Essa era accompagnata dall’offerta di un vaso d’argento contenente (da una certa epoca) 7000 ducati, come pagamento del censo per il regno di Napoli. Il rituale avveniva di solito alla data del 29 di giugno, vigilia della festa di San Giovanni e Paolo. L’omaggio feudale della “Chinea”, espressione della condizione di feudo papale del regno di Napoli verso il papa, durò dal 1059 sino al 1788, quando infine fu abolita.
    Si noti che il papa protestò per l’abolizione dell’omaggio feudale (avvenuta soltanto nel 1788) e continuò a farlo, ininterrottamente, sino al 1858. Ancora Pio IX rivendicò le sue prerogative feudali sul regno delle Due Sicilie. Esiste ancora una lettera autografa del Cardinale Antonelli, il Segretario di Stato di Pio IX, in cui esprime il suo disappunto per la cessazione dell’omaggio feudale plurisecolare. Essa recita: “protesta solita emettersi ogni anno nella basilica Vaticana nella vigilia dei SS Apostoli Pietro e Paolo, a motivo della non adempita presentazione della Chinea”. Data: 25 giugno 1855. Essa è citata per esteso nella biografia di Pio IX scritta dal sacerdote gesuita Giacomo Martina.
    L’abolizione della “chinea”, quindi la fine formale della condizione ufficiale e riconosciuta del reame borbonico come FEUDO del papa non pose certo termine all’ingerenza dello stato della chiesa. Il clero controllava funzioni pubbliche importanti come l’istruzione, la censura, l’anagrafe. Inoltre, esso aveva un potere economico enorme. I trentanove ordini monastici mendicati e possidenti maschili contavano, secondo una statistica del 1848, oltre 12.000 membri e possedevano 848 case, con un patrimonio stimato in quasi 40 milioni di lire dell’epoca. Gli ordini religiosi femminili, in assenza di precise statistiche, venivano calcolati in tredici, con 250 case e circa 5000 componenti. L’episcopato meridionale annoverava venti arcivescovi e sessantasette vescovi, col possesso d’un patrimonio valutato in superiore ai 39 milioni di lire del tempo. Esisteva in media un vescovo su 70.000 abitanti, mentre la Francia nello stesso periodo ne contava uno su 437.000. (Franco Molfese, “Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1962, pp. 75-76)

    3) UN PROTETTORATO DELL’INGHILTERRA
    A) L’Inghilterra adoperò diverse volte la cosiddetta “diplomazia della cannoniere” (gunboat diplomacy) nei confronti del regno delle Due Sicilie, esattamente come se ne serviva nei confronti dei paesi africani od asiatici sue colonie o protettorati. Questo avvenne diverse volte nella storia del regno borbonico: sotto Carlo III, sotto Ferdinando I, sotto Ferdinando II. Ad esempio, sotto Carlo III una flotta britannica si spiegò al largo di Napoli ed impose al re di recedere dall’alleanza con la Francia. Sotto Ferdinando I la minaccia della marina britannica fu decisiva nello spingere al conflitto con la Francia napoleonica. La situazione non cambiò poi di molto sotto i sovrani successivi. Ad esempio, nel 1840 la flotta inglese impose a Ferdinando II il mantenimento in mani inglesi del monopolio degli zolfi siciliani, mediante la cattura delle navi mercantili delle Due Sicilie. Era in programma un altro intervento analogo nel 1855, che avrebbe dovuto portare questa volta all’abdicazione del “re bomba” mediante una minaccia direttamente su Napoli, ma la regina Vittoria si oppose.
    Quello adoperato dal Regno Unito nei confronti del regno delle Due Sicilie era esattamente lo stesso trattamento impiegato verso i vari protettorati inglesi in giro per il mondo: la notissima, coloniale “politica delle cannoniere”. Non esiste alcuna ingerenza inglese anche solo lontanamente paragonabile, già solo per sfrontatezza, nei confronti d’altri stati italiani.

    B) Dal 1806 al 1815 Ferdinando I fu un re travicello degli inglesi, visto che senza il loro appoggio politico e militare non poteva esistere come sovrano neppure nei ristretti confini della Sicilia. L’isola era tutto ciò che era rimasto del suo regno ed era difesa dalle armate napoleoniche soltanto dalla flotta inglese, che controllava lo stretto di Messina.
    La costituzione del 1812 fu voluta dal regno unito ed accettata contro voglia da Ferdinando I. Da una lettera di Maria Carolina ( gennaio 1808 ) indirizzata al conte Damas si evince con chiarezza che i Borboni erano solo dei re fantoccio nelle mani degli inglesi: “Gli inglesi sono padroni ben pesanti e incomodi, e noi siamo ridotti a dovere cedere in tutto”. Il governo borbonico doveva rendere conto delle quattrocentomila sterline che ogni anno arrivavano dall’Inghilterra in Sicilia e che dovevano essere spese solo in armamenti. Gli inglesi decidevano anche chi nominare negli alti gradi dell’esercito borbonico. In pratica, il vero governatore della Sicilia era lord William Bentick.
    C) La Sicilia era stata colonizzata economicamente dagli Inglesi già nella seconda metà del Settecento (sempre sotto Ferdinando I) e tale egemonia economica sia era rafforzata ulteriormente nel 1806-1815 e durante la Restaurazione, con l’attività di grosse casate commerciali d’Inghilterra, come Woodhouse, Ingham ecc.
    D) la marina da guerra borbonica aveva “istruttori” inglesi, così come l’esercito aveva “istruttori” austriaci. Infine, perché non mancasse nulla in questo parallelismo, come esistevano ufficiali austriaci nell’esercito borbonico, così anche ufficiali inglesi a capo di navi borboniche.

    4) UN PROTETTORATO DELL’AUSTRIA
    L’Austria esercitò una forte ingerenza sul reame borbonico dalla fine del Settecento sino alla sua fine nel 1860, in una pluralità di modi.
    A) anzitutto, il matrimonio di Ferdinando I con Maria Carolina, della casata degli Asburgo d’Austria, fece sì che il sovrano effettivo divenisse la regina. Il “re lazzarone” era assieme ignorantissimo (si definiva “un asino”, era semianalfabeta e parlava soltanto il napoletano, nella variante del gergo dei “lazzaroni”) e disinteressato al governo, visto che le sue preoccupazioni principali erano le avventure amorose e la caccia.
    Maria Carolina perseguiva gli interessi dell’Austria, non del regno borbonico, che egli disprezzava, al punto da circondarsi di preferenza come ministri, consiglieri ed aiutanti d’Italiani d’altre regioni o di stranieri ad ogni effetto. La due disastrose decisioni di muovere guerra alla Francia, nel 1798 e poi nel 1805 furono dovute alla volontà della regina, che così intendeva aiutare la guerra dell’Austria contro le forze francesi. Fra gli altri, Vincenzo Cuoco osserva che “La regina spiegò il piú alto disprezzo per tutto ciò ch’era nazionale. […] Ci vedemmo inondati da una folla di stranieri, i quali occuparono tutte le cariche, assorbirono tutte le rendite senz’avere verun talento e verun costume, insultarono coloro ai quali rapivano la sussistenza.” Ad esempio, il comandante in capo dell’esercito borbonico divenne un austriaco, il generale Mack.
    La posizione di Maria Carolina come sovrano effettivo del reame borbonico (o bisognerebbe dire piuttosto “asburgico”) segnò il declino della vecchia camarilla “spagnola”, che aveva dominato dai tempi di Carlo III, e della sua sostituzione con una di austriacanti.
    La situazione si ripresentò non troppo differente nel 1859, alla morte di Ferdinando II. Francesco II, privo d’intelligenza ed energia, era completamente manipolato e plagiato da una triade costituita dalla matrigna (austriaca), dalla moglie (bavarese e sorella della moglie dell’imperatore Francesco Giuseppe) e dall’ambasciatore d’Austria, che controllavano la politica del regno con la propria consorteria.

    B) dopo il 1815, l’impero asburgico forniva all’esercito borbonico gli ufficiali addestratori (figure simili, mutatis mutandis, a coloro che oggigiorno sono definiti eufemisticamente “consiglieri militari”). Inoltre, dopo il licenziamento dei mercenari svizzeri, ritenuti le truppe migliori e più fidate dell’esercito borbonico (che però si erano ammutinate … le più fedeli, costituite da mercenari stranieri!), comparirono nell’esercito borbonico dei reparti detti di “bavaresi”, che erano invece costituiti in prevalenza da austriaci già militari delle armate imperiali asburgiche, e prestati al sovrano borbonico sia per aiutare un alleato, sia per assicurarsene il controllo. Di fatto, Vienna aveva sue unità militari alle pendici del Vesuvio.

    C) Lo stato borbonico aveva due banche ufficiali, il Banco di Palermo ed il Banco di Napoli, il più importante. Quest’ultimo aveva il potere di stampare moneta, ma non era controllato dal sovrano borbonico, bensì da una famiglia notissima, d’origine austriaca: i Rothschild. Il ramo austriaco dei Rothschild fu per lunghissimo tempo, dal Settecento sino al 1866 ed oltre, il principale finanziatore dell’imperatore d’Austria ed assieme una cinghia di trasmissione della sua politica imperiale. Come avvenne questa presa di possesso dei Rothschild sul Banco di Napoli?
    Ferdinando I aveva dovuto accettare la costituzione voluta dai suoi sudditi, ma, sebbene avesse giurato fedeltà alla carta costituzionale, non aveva intenzione di mantenere la parola data. Egli si recò a Lubiana a colloquio col Metternich e richiese l’intervento armato dell’Austria contro il suo stesso popolo. Il primo ministro austriaco accettò, ma pose precise condizioni.
    La spedizione militare del 1821 con cui l’Austria marciò sul regno delle Due Sicilie, su invito del suo stesso sovrano, per abrogarvi la costituzione, fu finanziata dal barone Rothschild. Dopo il 1821, una parte consistente dei contingenti militari asburgici giunti a Napoli per stroncare la rivoluzione costituzionale rimase acquartierata nel regno borbonico, a carico dell’erario e dei contribuenti locali.
    Da allora, le finanze dello stato delle Due Sicilie furono affidate ai Rothschild, che Metternich aveva imposto a Ferdinando I in cambio dell’intervento militare. In sostanza, il sovrano chiese che l’Austria reprimesse la costituzione ed in cambio accettò sia che le spese dell’occupazione militare austriaca fossero accollate alle casse borboniche, sia che l’amministrazione finanziaria del regno fosse controllata dai Rothschild, la longa manus della politica asburgica, permettendo quindi che il suo stato divenisse a sovranità limitata. Inoltre, il controllo finanziario di quest’ultimo sul “Banco di Napoli” concedeva indirettamente all’Austria un’ingerenza stretta nel bilancio e quindi nella politica del governo borbonico.
    [cfr. Maria Carmela Schisani, How to make a potentially defaulting country credible: Karl Rotschild, the Neapolitan debt and financial diplomacy ( 1821-26), in “Rivista di Storia economica”, XXVI, n.2. agosto 2010, pp. 233-277.]
    Quando Garibaldi giunse a Napoli, fra i suoi provvedimenti vi fu quello di confiscare la quota azionaria di proprietà del Rothschild e nazionalizzarla. Tale provvedimento fu dovuto, perché il Banco era controllato da un privato, straniero e per di più longa manus del governo imperiale, ostilissimo all’Italia. Si noti però che tale decisione riguardò appunto i beni finanziari del barone Rothschild e che il beneficiario fu lo stato italiano. Gli Italiani quindi, meridionali inclusi, non persero un centesimo da tale esproprio, anzi furono collettivamente arricchiti dalla nazionalizzazione della quota azionaria di controllo del “Banco”, in precedenza in mano ad un banchiere austriaco.

    5) L’ASSENZA INTERNA DI SOVRANITA’. FEUDALESIMO E CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
    Si dovrebbe ancora parlare, in maniera MOLTO approfondita, dell’assenza di sovranità INTERNA del reame borbonico, ossia della presenza di forze assai potenti, interne però e non esterne, che minavano la sovranità del governo:
    1) il potere feudale
    2) il brigantaggio
    3) le mafie
    Con tutti e tre questi tipi di potere, anteriori alla stessa nascita del regno borbonico e molto radicati, i sovrani borbonici vennero a patti, concedendogli larghi spazi di tolleranza ed accettando alleanze.
    Basti comunque osservare che il regno delle Due Sicilie, non diversamente dai vari protettorati e colonie che esistevano nel mondo di allora, era dominato da potenze straniere, che ne controllavano le finanze, le forze armate, la politica estera. Infatti, la forma “classica” di protettorato è proprio questa: uno stato in cui le finanze, le forze armate, gli esteri sono dominate da un altro stato, straniero. I secoli XVIII-XX hanno visto moltissimi esempi simili, specialmente in Africa ed in Asia.

    Marco

  4. ” Il grande storico Gioacchino Volpe affermò che dopo la caduta di Napoleone in Italia «la massoneria si era addormentata “. Ma quale grande storico! Volpe era un “lecchino” dei Savoia “piemontesi”, insignito dell'”Ordine Civile dei savoia” , per poi “traghettare” nei “fascisti”.

    ” Carlo III era un uomo in tutto e per tutto spagnolo, anzi castigliano, che dopo aver conquistato il regno con un’armata per così dire internazionale si circondò di stranieri, fra cui molti collaboratori spagnoli. Dopo aver regnato per alcuni anni, essendogli stata offerta la corona di Spagna, preferì tornare nel paese natale.
    Non credo che vi sia nulla di cui discutere: un regno nato dalla conquista di un sovrano spagnolo, ottenuto con l’ausilio di soldati spagnoli, circondato da collaboratori spagnoli, che infine preferì tornare in Spagna.” Quante inesattezze in queste parole: Anzitutto Carlo Sebastiano di Borbone a Napoli era Carlo VII anche se non si fece mai chiamare cosi. In Spagna diventò Carlo III e poi non era del tutto spagnolo (la mamma,la Farnese, era italiana e credo che tutti siano concordi nel reputare Napoli fortunata di averlo avuto come Monarca. ” si circondò di stranieri, fra cui molti collaboratori spagnoli.” Infatti!! L’abate Galiani, il famoso principe di Sansevero (reputato mago), il “toscano” Bernardo Tanucci, che poi furono i tutori del piccolo Ferdinando I (e IV) erano stranieri!!
    “Dopo aver regnato per alcuni anni, essendogli stata offerta la corona di Spagna,…” Regnò per alcuni anni e cioè per ben 24 anni (se questi sono alcuni anni!). Dopo Carlo VII tutti i Borbone che regnarono a Napoli, erano tutti Italianin nati o a Napoli, o a Palermo, quindi Italiani più dei “sardo-piemontesi” che parlavano ,scrivevano ed erano i ” cagnolini” dei francesi.!
    Mi fermo qui, Marco, perchè vedo che tu vuoi scrivere la storia, ma la “tua storia”. Basta! nupo da Napoli.
    r

    Nunzio Porzio

  5. Carlo di Borbone dopo l’invasione e la conquista dell’Italia meridionale si dedicò più ai propri piaceri personali anziché al governo ed all’amministrazione delle terre di cui si era impossessato. Il suo passatempo preferito era la caccia, a cui riservava la maggior parte del proprio tempo: “Però il gran da fare ordinario della Corte, la cura più assidua, la fatica più diurna consisteva nelle cacce del re. Assai poco egli si tratteneva nella capitale, e quel poco era inframmezzato dalle “campagne” o “giornate” di caccia nei luoghi immediatamente vicini. C’eran poi i men vicini e lontani, e quindi moto continuo di viaggi.” Per far ciò, il sovrano si trasferiva senza sosta fra le sue molte residenze di caccia: Torre di Guevara, Bonino, Venafra, Procida, Portici, Persano … [M. Schipa, “Il regno di Napoli al tempo di Carlo Borbone”, Napoli 1904, p. 290.]
    Una delle molte riserve venatorie create da questo sovrano per proprio diletto era stata fondata sull’isola di Procida. Questo avvenne dopo che il re ebbe confiscato le proprietà di Michelangelo D’Avalos, marchese di Vasto e signore dell’isola. Il sovrano impose inoltre agli isolani d’allevare fagiani. Scrive M. Schipa: “A tal fine due magistrati […] D. Matteo de Ferrante e D. Domenico Caravita, presidenti della R. Camera della Sommaria, onorati del grave compito, distribuirono fra parecchi isolani i fagiani avanzanti con l’obbligo di custodirli, alimentarli, esibirli ad ogni richiesta, pena ducati 20 per ogni capo mancante.”
    Il re impose inoltre pene severissime per l’uccisione d’un animale da caccia, che egli voleva riservato a sé: “Per l’uccisione di un fagiano, di un coniglio o altra bestia da caccia, decretarono la pena di 50.000 ducati con 7 anni di esilio pel nobile, di 100 ducati con sette anni di galera pel non nobile. Ma se l’uccisore era un ecclesiastico, in sua vece pagava e andava in galera il suo congiunto più prossimo, innocente. Severamente punito tenere cani e gatti, pel quale reato erano punibili anche gli ecclesiastici”. [M. Schipa, “Reali delizie borboniche in Napoli nobile”, in “Napoli Nobilissima”, n. s., 111, 1922]
    Siccome Carlo di Borbone voleva anche evitare che la cacciagione venisse attaccata da altri animali, egli proibì agli abitanti dell’isola di tenere con sé cani e gatti. Il risultato fu una grande proliferazione di topi.
    Anche Alexandre Dumas nella sua storia “I Borboni di Napoli” (Napoli 1864), scritta ricorrendo ad una notevole molte di documenti d’archivio, racconta il celebre o famigerato episodio, con le sue drammatiche conseguenze. Dopo aver ricordato che “Carlo III aveva una passione che dominava tutte le altre, la caccia […], che induriva il suo cuore, e che oscurava il suo spirito”, egli aggiunge che “siccome i gatti erano i nemici naturali dei fagiani grossi e piccoli, egli ordinò l’estirpazione della razza felina in tutta l’isola di Procida”. Il risultato fu un dilagare di topi, che giunsero a sbranare vivo un bambino in fasce: “I gatti non essendo più là per distruggere i sorci, ed i topi, questi pullulavano, e divennero audaci tanto, che un bambino nella culla fu divorato da essi.”
    Dopo questo tragico evento, ne avvenne un altro che portò alla rivolta gli isolani: “Questo fatto che avea diggià contribuito ad esasperare gli abitanti di Procida, coincise con un altro che non era tale calmarli. Un uomo il quale malgrado l’editto del suo re, avea conservato il suo gatto, sia per affezione a quello, sia per odio ai sorci, fu denunciato, imprigionato, convinto e condannato alla frusta per mano del carnefice; fu fatto andare per l’isola col suo gatto appeso al collo e venne mandato poscia alle galere.” Davanti alla condanna alle galere, quindi a fungere da rematore incatenato al remo, d’un uomo colpevole solo d’aver tenuto con sé il proprio piccolo felino, gli abitanti di Procida giunsero ad insorgere ed a minacciare che, se l’editto non fosse stato revocato, avrebbero chiesto aiuto ai pirati barbareschi “meno crudeli, secondo loro, d’un re che lasciava mangiare i loro figli dai topi, piuttosto che correre il rischio di veder mangiato dai gatti uno dei suoi fagiani” (A. Dumas, “I Borboni di Napoli”, pp. 56-57).

    Marco

  6. È innegabile che l’intellettualità dell’Italia meridionale abbia appoggiato accesamente il Risorgimento. Essa si è anzi distinta da quella settentrionale per il suo progetto politico strettamente unitario, diverso dalle soluzioni federaliste tipiche di molti pensatori dell’Italia del nord, poiché gli intellettuali del sud per primi erano convinti dell’opportunità d’uno stato centrale forte per compensare le differenze di ordine economico e sociale che pesavano a svantaggio del Mezzogiorno. Tutti i maggiori intellettuali meridionali operanti fra la caduta della repubblica partenopea e l’arrivo di Garibaldi furono d’idee liberali e patriottiche: i fratelli Alessandro e Carlo Poerio, l’illustre giurista Silvio Spaventa, l’ancor più illustre giurista Pasquale Stanislao Mancini, divenuto uno dei caposcuola del diritto internazionale all’Ateneo di Torino, Luigi Settembrini, Francesco De Sanctis, Luigi La Vista, il poeta allievo prediletto del De Sanctis stesso ecc.
    Costoro e molti altri incontrarono la morte, la prigionia o l’esilio. Il carcere di Montefusco, malsana ex fortezza adibita a prigione, fu riservato ai detenuti politici antiborbonici, che erano quasi tutti uomini di cultura. Altri patirono prima la prigionia, poi l’esilio. Il La Vista fu ucciso dai soldati borbonici nel 1848.
    Francesco De Sanctis, il grande critico letterario autore d’una fondamentale “Storia della letteratura italiana”, era anch’egli meridionale ed antiborbonico.
    È inoltre sintomatico che la storiografia sul Risorgimento inanelli una lunga serie d’autori in marcata prevalenza originari dell’Italia posta a sud di Roma: Pasquale Villari, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Gioacchino Volpe, Walter Maturi, Rosario Romeo, Luciano Cafagna, Alfonso Scirocco, Giuseppe Galasso… Lo studioso che si segnalò scrivendo sul Risorgimento per un alto apprezzamento del liberalismo, della dinastia dei Savoia, del Piemonte cavouriano stesso fu un partenopeo, nipote d’un alto magistrato borbonico, d’idee decisamente liberali e sabaude, Benedetto Croce. Lo storico abruzzese Gioacchino Volpe fu un fervido nazionalista e monarchico sabaudo e diede nel suo bellissimo studio “L’Italia in cammino” un quadro divenuto classico del processo di nation building italiano, molto apprezzato anche all’estero. Colui che molti reputano il maggior storico sul Risorgimento mai esistito, senz’altro il miglior biografo del Gran Conte, su cui scrisse un’opera monumentale, fu un siciliano, Rosario Romeo.
    Coloro che parlano di faziosità della storiografia accademica nella ricostruzione del processo unitario e d’antimeridionalismo della stessa non spiegano, o per meglio non dire neppure conoscono, la prevalenza di studiosi meridionali nell’analisi del periodo risorgimentale. Grandi storici sono sorti in ogni parte d’Italia, ma, per l’ambito specifico della storia risorgimentale, esiste una maggioranza di studiosi meridionali. Questo confuta l’ipotesi (mai provata) dei neoborbonici secondo cui la storiografia sull’Unità sarebbe viziata da pregiudizio antimeridionale, mentre induce a supporre che il fascino esercitato dal Risorgimento sulla classe intellettuale meridionale derivi dalla memoria storica dell’importanza positiva ricoperta dall’Unità per l’Italia del sud.

    Marco

  7. “Quando la rivoluzione francese e Napoleone espulsero da Napoli la tirannica famiglia regnante, i siciliani – incitati e sedotti dalle promesse e dalle garanzie inglesi – accolsero i fuggiaschi, e li sostennero nella lotta contro Napoleone col sangue e col denaro. Tutti conoscono il successivo tradimento dei Borbone, e i sotterfugi o le impudenti smentite con cui l’Inghilterra ha cercato e continua a cercare di nascondere il fatto di avere slealmente abbandonato i siciliani e le loro libertà alle tenere grazie dei Borbone.
    Attualmente, l’oppressione politica, amministrativa, e fiscale schiaccia tutte le classi della popolazione; e queste ingiustizie sono sotto gli occhi di tutti. Ma quasi tutte le terre sono ancora nelle mani di un numero relativamente piccolo di latifondisti o baroni. In Sicilia vengono tuttora mantenuti i diritti medievali del possesso della terra, salvo che chi coltiva non è più un servo della gleba; non lo è più circa dall’undicesimo secolo, quando divenne un libero fittavolo. Le condizioni dell’affitto sono, tuttavia, generalmente così oppressive, che la stragrande maggioranza degli agricoltori lavora esclusivamente a vantaggio dell’esattore delle imposte e del barone, producendo a malapena qualcosa in più rispetto alle imposte e all’affitto, e rimanendo essi stessi o disperatamente, o almeno relativamente, poveri. Pur producendo il famoso grano siciliano e frutti eccellenti, costoro vivono miseramente di fagioli tutto l’anno.
    Ora la Sicilia è di nuovo insanguinata, e l’Inghilterra è la distaccata spettatrice di queste nuove orge dell’infame Borbone, e dei suoi non meno infami favoriti, laici o clericali, gesuiti o uomini d’arme. I chiassosi declamatori del parlamento britannico riempiono l’aria di vuote chiacchiere sulla Savoia e i pericoli della Svizzera, ma non hanno neppure una parola da dire sui massacri delle città siciliane. Non un grido di indignazione si leva in tutta Europa. Nessun capo di governo e nessun parlamento chiede la messa al bando di quell’idiota assetato di sangue di Napoli.”

    Marx-Engels, Opere complete, Editori Riuniti, vol. XVII, pagg. 375-377

    Marco

  8. Il papa non era di ostacolo alla creazione della massoneria in Italia: per la Chiesa cattolica i massoni non potevano accostarsi ai sacramenti, vero, ma l’art. 1 dello Statuto Albertino garantiva la libertà religiosa e proprio per questo le prime logge in Italia furono (ri)create nel 1859 (un anno prima della spedizione dei Mille. Ricordo che fino alla Restaurazione la massoneria era diffusa in Italia e che l’affiliazione massonica di per sé non implica una comunanza di vedute politiche: nei primi anni ’60 le logge massoniche erano per lo più vicine ai moderati, mentre quelle vicine ai democratici erano poche e concentrate a Napoli e Palermo). Cavour non era massone e non era favorevole alla spedizione dei Mille.
    La causa della spedizione dei Mille (1089 per l’esattezza) è ben conosciuta e non ha niente a che vedere con l’Inghilterra. Francesco II rifiutò una proposta d’alleanza fattagli da Cavour, che prevedeva un patto politico e militare fra il neonato regno dell’Alta Italia (dopo la II guerra d’indipendenza) e quello delle Due Sicilie. Cavour gli suggeriva d’unire le proprie forze per cacciare l’Austria dall’Italia e procedere poi alla costituzione di uno stato federale, che avrebbe compreso i territori dell’Alta Italia (dalle Alpi sino alla Romagna ed alla Toscana), delle Due Sicilie (il territorio precedente, ampliato alle Marche ed all’Umbria) e del papa (il Lazio). Francesco II però non solo rifiutò la proposta, ma addirittura siglò un’alleanza segreta con il papa e con Francesco Giuseppe d’Austria per attaccare e distruggere il regno dell’Alta Italia (che comprendeva allora i territori del vecchio regno di Sardegna, più la Lombardia, la Toscana e l’Emilia-Romagna). Fu questa decisione, che configurava uno stato di guerra implicito, a condurre alla spedizione dei Mille. Francesco II quindi tradì a tutti gli effetti la causa nazionale e si strinse all’Austria per annientare l’unico stato costituzionale e filo unitario della Penisola.
    Fu l’ennesima dimostrazione della condizione di protettorato, dominato da stranieri, che rispondeva al nome di “regno delle Due Sicilie”, che per tutta la sua storia su in condizione semicoloniale, dominato dalla Spagna, dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Austria, dal papato.

    Marco

  9. Marco, io l’ho detto che tu, da “novello denigratore” del Regno delle Due Sicilie” vuoi scrivere “la tua storia”.
    Scrivi, infatti, che: “Carlo di Borbone dopo l’invasione e la conquista dell’Italia meridionale si dedicò più ai propri piaceri personali anziché al governo ed all’ammi- nistrazione delle terre di cui si era impossessato. Il suo passatempo preferito era la caccia, a cui riservava la maggior parte del proprio tempo…Assai poco egli si tratteneva nella capitale, e quel poco era inframmezzato dalle “campagne” o “giornate” di caccia nei luoghi immediatamente vicini…” (Sono parole tue).
    E meno male che “poco egli si tratteneva nella capitale” se no chissà quante altre cose avrebbe fatto oltre a quelle citate sotto (e a quelle non citate).

    1)Reggia di Caserta.
    2)Real Albergo dei poveri.
    3)Real Teatro di S. Carlo(41 anni prima dellla “Scala”)
    4)Reggia di Capodimonte.
    5)Reggia di Portici.
    6)Casina Vanvitelliana del Fusaro.
    7)Real sito di S. Leucio
    8)Il forte del Granatello.
    9) La Casina di Persano.
    10) Fabbrica delle porcellane di Capodimonte.
    E tante, tente altre cose tra cui:
    Il restauro dei porti di Salerno, Taranto e Molfetta, il porto di Girgenti, varie strade. Per l’edilizia militare, ricordiamo,il già citato, Forte del Granatello, i quartieri militari di Aversa, Nola e Nocera, il restauro di tante fortezze e la costruzione di nuove, la creazione dell’esercito nazionale e della flotta, la più importante in Italia e la prima fra quelle di second’ordine in Europa, la costruzione di fabbriche di oggetti militari che emanciparono il Regno dal monopolio straniero.
    Per l’edilizia sacra e di carità (sensibilissimo fu sempre il Re per i bisogni dei poveri), occorre ricordare il Ritiro delle Donzelle povere dell’Immacolata Concezione, l’Opera del Vestire gli Ignudi, il Collegio delle Scuole Pie a Palermo, l’Immacolatella, il grande Albergo dei Poveri a Palermo, il Monastero delle Teresiane a Chiaja e a Pontecorvo, i due grandiosi Alberghi per i Poveri del Regno, l’uno a Porto Nolano, l’altro a S. Antonio Abate, il Ritiro di S. Maria Maddalena per le donne ravvedute, a Capua il monastero delle Carmelitane, il restauro dell’incendiata Chiesa dell’Annunziata a Napoli, ecc.
    Per l’ediliza culturale, ricordiamo la nuova splendida sede dell’Università, gli scavi di Ercolano e Pompei, l’Accademia Ercolanense, la Fabbrica de’ Musaici, l’istituzione di nuove accademie e cattedre nel Regno, la Biblioteca Reale, divenuta poi la grande Biblioteca Nazionale e il Museo nazionale. Chiamò poi G.B. Vico a corte come storiografo del Regno.
    Fra le iniziative commerciali, per salvare la difficilissima condizione economica del Regno, Carlo istituì la Giunta di Commercio, intavolò trattative con turchi, svedesi, francesi e olandesi, istituì una compagnia di assicurazioni e prese provvedimenti per la difesa del patrimonio forestale, cercò di sfruttare le risorse minerarie, anche se poi si dovette interrompere l’iniziativa per mancanza di fondi e anche le altre iniziative non sortirono comunque gli effetti desiderati, almeno non subito.
    Inoltre istituì consolati e monti frumentari, fece leggi per l’incremento dell’agricoltura e della pastorizia.

    Nel 1741 fece un concordato con Roma con cui iniziò a tassare alcune proprietà del clero, poi aggiornò il sistema tributario; migliorò il caos legislativo varando un nuovo codice nel 1752, anche se non venne pedissequamente applicato, e si interessò anche del sistema giudiziario, ma senza sconvolgere il secolare assetto sociale dello Stato.
    Nel 1759 Carlo andò a Madrid per assurgere al Trono di Spagna. Ma lasciò un Regno vero al figlio, un regno nuovo, un regno avviato sulla strada delle riforme, del progresso civile e culturale, un regno amato dai suoi sudditi. E questa è la più grande delle ricchezze che i suoi discendenti erediteranno da lui. ( E questo perchè se ne andava a caccia!!!)

    Non parliamo dei primati conseguiti dai figli e nipoti nati in Italia,(quella vera, non quella “mezza francese”),
    ne citerò solo alcuni (per enuclearli tutti ci vorrebbe un poema ed io non “voglio riscrivere la storia” come tu stai facendo,da “piemontese” però):
    Ferdinando I (poi IV )- 1762 primo cimitero in Italia in Napoli; poi ne costruì uno a Palermo;
    – nel 1768 stabilì una scuola gratuita per ogni Comune del Regno e per ambo i sessi.
    – nel 1818 salpò da Napoli la prima nave a vapore italiana, che attraversò il Mediterraneo;
    E fra centinaia di altre cose non nominate, la Favorita di Palermo,popolò le isole di Ustica e Lampedusa, cacciando i barbareschi e costruendo fortezze; gli albanesi e i greci del Regno furono riuniti in colonie, e fondò seminari e scuole per loro, dando loro anche un luogo per il commercio in Brindisi; inoltre istituì un vescovado di rito greco cattolico;
    Questo è il Re che la “vulgata” storiografica nazionale ha sempre presentato come volgare, ignorante, fanatico e reazionario. Un Re “Lazzarone”, “popolano”; ed infatti il popolo vero fu sempre con lui.

    Ferdinando II il Re di Napoli più amato dai suoi sudditi, ed è per tal ragione ovviamente che a tutt’oggi risulta essere il sovrano più calunniato. Scrisse su lui Marta Petrusewicz, fornendo un quadro del suo regno, «(…) la popolazione in crescita, la tassazione ed il sistema doganale meglio regolati, ed il governo impegnato in un intervento intelligente di costruzione delle ferrovie e strade, manifatture reali e prigioni moderne».
    Nell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato il Premio per il terzo Paese al mondo come sviluppo industriale (I in Italia);
    Alcuni Primati: Il ponte sul Garigliano, sospeso a catene di ferro, che fu il primo di questa foggia in Italia, e tra i primissimi in Europa.
    Prima ferrovia e prima stazione in Italia (tratto Napoli-Portici);
    Prima illuminazione a gas di città;
    Primo telegrafo elettrico;
    Prima rete di fari con sistema lenticolare;
    La più grande industria metalmeccanica in Italia, quella di Pietrarsa;
    L’arsenale di Napoli aveva il primo bacino di carenaggio in muratura in Italia;
    Primo telegrafo sottomarino dell’Europa continentale.
    Primo esperimento di Illuminazione Elettrica in Italia a Capodimonte;

    il giornalista francese Charles Garnier descrive la situazione del Regno nella sua Memoria sul Regno delle Due Sicilie (Parigi, 1866): «le imposte erano meno gravose di quelle del Piemonte e minori di quelle italiane degli anni postunitari; il credito del governo solido, il debito basso, la coscrizione molto più tollerabile; gran parte delle entrate erano spese nell’agricoltura e nei lavori pubblici, fra cui si ricordano la prima ferrovia e il primo telegrafo elettrico in Italia, e anche il primo ponte sospeso e i primi fari diottrici furono attuati nel Regno; e così il primo battello a vapore. Il commercio era in crescita, fiorenti le manifatture»
    Miglior finanza pubblica in Italia; ecco lo schema al 1860 (in milioni di lire-oro) Cfr. F.S. NITTI, La scienza delle finanze, cit. in H. ACTON, Gli ultimi Borbone di Napoli, (1962) Giunti, Firenze 1997, p. 2.:
    – Regno delle Due Sicilie: 443, 2
    – Lombardia: 8,1
    – Veneto: 12,7
    – Ducato di Modena: 0,4
    – Parma e Piacenza: 1,2
    – Stato Pontificio: 90,6
    – Regno di Sardegna: 27
    – Granducato di Toscana: 84,2

    SOCIETÀ, SCIENZA E CULTURA:

    Prima assegnazione di “Case Popolari” in Italia (San Leucio presso Caserta);
    Primo Cimitero italiano per poveri (il “Cimitero delle 366 fosse”, nei pressi di Poggioreale);
    Primo Piano Regolatore in Italia, per la Città di Napoli;
    Cattedra di Psichiatria;
    Cattedra di Ostetricia e osservazioni chirurgiche;
    Gabinetto di Fisica del Re;
    Osservatorio sismologico vesuviano (primo nel mondo), con annessa stazione metereologica;
    Officina dei Papiri di Ercolano;
    La più alta percentuale di medici per abitante in Italia;
    Più basso tasso di mortalità infantile in Italia;
    Prime agenzie turistiche italiane;
    Scavi archeologici di Pompei ed Ercolano;
    Prima cattedra di Astronomia;
    Accademia di Architettura. una delle prime e più prestigiose in Europa;
    Primo intervento in Italia di Profilassi Anti-tubercolare;
    Primo istituzione di assistenza sanitaria gratuita (San Leucio);
    Prime agenzie turistiche italiane;
    Scavi archeologici di Pompei ed Ercolano;
    Primo Atlante Marittimo nel mondo (G. Antonio Rizzi Zannoni,
    “Atlante Marittimo delle Due Sicilie”);
    Primo Museo Mineralogico del mondo;
    Primo “Orto Botanico” in Italia a Napoli;
    Primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte;
    Primo Centro Sismologico in Italia presso il Vesuvio;
    Primo Periodico Psichiatrico italiano pubblicato presso il Reale Morotrofio di Aversa da Biagio Miraglio;
    Primo tra gli Stati Italiani per numero di Orfanatrofi, Ospizi, Collegi, Conservatori e strutture di Assistenza;
    Primo istituto italiano per sordomuti;
    Prima Scuola di Ballo in Italia, annessa al San Carlo;
    Prima Città d’Italia per numero di Teatri (Napoli);
    Prima Città d’Italia per numero di Conservatori Musicali (Napoli);
    Prima Città d’Italia per numero di pubblicazioni di Giornali e Riviste (Napoli);

    Scuola pittorica di Posillipo (da cui uscì, fra gli altri, G. Gigante);
    Teatro S. Carlo (il primo nel mondo), ricostruito dopo un incendio in soli 270 giorni;
    Scuola musicale napoletana (Paisiello, Cimarosa, Scarlatti);
    Successo mondiale (e tutt’oggi valido) della canzone napoletana;
    Questi sono solo i “primati”, non certo tutte le attività avviate nel Regno e i progressi raggiunti in ogni campo.
    E questo fù il Monarca del Regno “negazione di Dio”.

    Tutto questo ed altro in soli 137 anni di Regno. Certo che per essere monarchi “debosciati” i Borbone. Figuriamoci cosa avrebbero combinato se fossero stati “normali”.
    Ora Marco, continua pure a scrivere “la tua storia” distorta(o forse con scopi reconditi?), visto che ti piace essere prolisso (come lo sono stato io in questa narrazione e chiedo scusa a chi legge)senza badare ai fatti e al concreto,, però vorrei che tu trovassi un minuto,un solo minutino per rispondere a:
    si può ancora continuare a credere alla “vulgata” risorgimentale che presenta il Regno borbonico come il più regredito e odiato d’Italia?
    2) Come si può spiegare il fatto che prima del 1861 non esisteva praticamente il fenomeno dell’emigrazione, e che dopo tale data sono emigrati,a tutt’oggi,quasi 30.000.000 di disperati?
    3) Tutto questo costituisce una spiegazione al tragico quanto eroico fenomeno della rivolta filoborbonica del 1860-1865 (quando fummo chiamati…Briganti) ?.
    Nupo da Napoli

    Nunzio Porzio

  10. Oltre ad una repressione continua e feroce, la dinastia borbonica ha lasciato il meridione d’Italia in condizione davvero infelici. Un esempio di questo è il cosiddetto l’indice di sviluppo umano (Hdi, Human Development Index) e l’indice fisico di qualità della vita (Pqli, Physical Quality of Life Index). Si parla talora in proposito di BSC (Benessere Sociale Netto). Il calcolo di tali indici avviene servendosi sia di criteri economici anche differenti dal PIL puro e semplice (quale la distribuzione del reddito) oltre a diversi di tipo sociale.
    Le differenze regionali dal 1871 al 2001 per quanto concerne l ’HDI od indicatore sociale sono stati analizzati da Emanuele Felice nel suo articolo “I divari regionali in Italia sulla base degli indicatori sociali (1871-2001)”, comparso sulla “Rivista di politica economica”, Roma, 2007, fasc. IV
    La sintesi offerta è la seguente: “Questo saggio presenta e discute alcuni dei principali indicatori sociali per le regioni italiane, per anni benchmark dal 1871 al 2001: l’aspettativa di vita, l’istruzione, l’indice di sviluppo umano e, limitatamente al periodo dall’Unità al fascismo, le misure antropometriche. Dal quadro d’insieme emerge un percorso di convergenza del Sud Italia che, avviatosi con decisione già alla fine dell’Ottocento, si sarebbe arrestato sostanzialmente solo nelle ultime decadi del Novecento. Pur senza mostrare particolare dinamismo, le regioni più arretrate avrebbero beneficiato di una situazione di avanzamento generale sul piano nazionale ed internazionale, per quel che riguarda l’innalzamento dei livelli di istruzione, la riduzione della mortalità e i miglioramenti nell’alimentazione.” (Felice, cit., p. 1)
    Il prof. Felice considera dati antropometrici (valutabili con obiettività e derivanti dalle condizioni medie di vita, come la statura), di durata di vita media, d’istruzione. Egli riscontra nel suo saggio, sin dal 1871, un netto divario fra nord e sud, a favore del primo. Ad esempio, nel 1871 il tasso d’istruzione del nord Italia si pone verso quello del sud Italia in un rapporto di 13 a 5, la speranza di vita di 11 a 8 ecc. (cfr. Felice, cit., p. 41). Tuttavia, tale divario, sin dalla fine del secolo XIX, tende a ridursi drasticamente e sempre più, con un processo che sostanzialmente si arresta nelle ultime decadi.
    Scrive il Felice:
    “Dal quadro d’insieme che forniscono questi parametri — altezze, speranza di vita, istruzione e indice di sviluppo umano —emerge un percorso di convergenza del Sud Italia verso il Centro-Nord di durata quasi secolare: avviatosi con decisione nelle ultime decadi dell’Ottocento, esso prosegue per buona parte del secolo successivo, nonostante l’arretramento subito con la seconda guerra mondiale, per arrestarsi solamente negli anni ottanta e novanta.”
    Felice spiega questo miglioramento degli indicatori sociali del Meridione in termini di pura dipendenza da fattori endogeni, ovvero al miglioramento della condizione degli indicatori sociali nazionali ed internazionali: “La categoria interpretativa della “modernizzazione passiva” proposta da Luciano Cafagna appare la più consona per dare conto degli avanzamenti del Mezzogiorno nel campo sociale, forse più di quanto essa non lo sia relativamente al reddito. Il Sud, come già detto, si sarebbe semplicemente avvantaggiato dei miglioramenti del quadro generale, nazionale ed anche internazionale (per quel che riguarda, ad esempio, l’estensione dell’istruzione obbligatoria e di base, oppure la diffusione delle pratiche e delle infrastrutture igieniche e sanitarie); ne avrebbe beneficiato “passivamente”, ovvero senza particolare reattività da parte di autonomi soggetti locali, ed anzi con una certa lentezza, dovuta a condizioni endogene di ordine istituzionale e culturale.”-Lo studio del professor Felice prova quindi il miglioramento delle condizioni di vita degli Italiani meridionali, attestate dalla maggiore istruzione, dalla migliore salute, dalla più lunga durata della vita. E’ inoltre significativo che tali indici si siano accresciuti dopo l’Unità non solo in termini ASSOLUTI, ma anche RELATIVI, ossia in confronto a quelli dell’Italia settentrionale. Prima dell’Unità esisteva infatti un divario consistenti degli “indici di sviluppo umano” fra nord e sud, a vantaggio del primo, mentre invece dopo si sono progressivamente ridotti (sempre per “l’indice di sviluppo umano”).

    Marco

  11. i calcoli di Felice sull’HDI sono confermati da molti altri studi. Secondo il prof. Felice, dal quadro d’insieme forniti da una serie di parametri , altezze, speranza di vita, istruzione e indice di sviluppo umano, raccolti su ampia scala statistica sia per i decenni anteriori all’Unità, sia per quelli posteriori, emerge il momento dell’unificazione quale fase di passaggio da un divario piuttosto netto fra le condizioni di vita del nord e del sud (con quest’ultimo più arretrato), verso una progressiva convergenza.
    Felice spiega questo miglioramento degli indicatori sociali del Meridione in termini di pura dipendenza da fattori endogeni, ovvero al miglioramento della condizione degli indicatori sociali nazionali ed internazionali, servendoi della categoria interpretativa della “modernizzazione passiva” proposta da Luciano Cafagna [Luciano Cafagna, «Modernizzazione attiva e modernizzazione passiva», Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali, vol. 2, n. 2, 1988, pp. 229-240]. L’Italia meridionale si sarebbe avvantaggiata dei miglioramenti del quadro generale, nazionale ed anche internazionale (per quel che riguarda, ad esempio, l’estensione dell’istruzione obbligatoria e di base, oppure la diffusione delle pratiche e delle infrastrutture igieniche e sanitarie).
    Ancora, lo studioso anglosassone B. A’Hearn conferma che da ben prima dell’Unità si desse un divario piuttosto netto nella qualità della vita ed anche nell’alimentazione fra Italia settentrionale e meridionale. Egli si basa in proposito su stime antropometriche, decisamente oggettive: B. A’Hearn, “Anthropometric Evidence on Living Standards in Northern Italy. 1730- 1860”, The Journal of Economic History, vol. 63, n. 3, 2003, pp. 351-381.
    Lo stesso dicasi per i calcoli sui tassi di durata di vita media e sulla mortalità. Le teorie del prof. Felice concordano con quanto scrive A. Tizzano, “Sviluppo della popolazione italiana dal 1861 al 1961. Mortalità generale”, Annali di Statistica, vol. 94, serie VIII, n. 17, 1965, pp. 441-465.Si devono poi ricordare alcuni provvedimenti e interventi di ambito nazionale che hanno inciso drasticamente, sulla riduzione delle cause di morte nelle regioni meridionali:
    1) gli interventi per la realizzazione di infrastrutture idriche e sanitarie, i quali nel corso del Novecento hanno permesso di debellare il tifo e il colera, endemici nel periodo borbonico (L Faccini, “Tifo, pensiero medico e infrastrutture igieniche nell’Italia liberale”, in F. Della Peruta (a cura di), “Storia d’Italia. Malattia e medicina”, Einaudi, Torino, 1984, pp. 707-737
    2) la vaccinazione obbligatoria contro il vaiolo, anch’essa assente nel periodo borbonico; (U. Tucci, “Il vaiolo, fra epidemia e prevenzione”, in F. Della Peruta (a cura di), “Storia d’Italia. Malattia e medicina”, Einaudi, Torino, 1984, pp. 389-424.
    3) la distribuzione gratuita del chinino, anch’essa assente nel periodo borbonico e che ha concesso di ridurre fortemente la percentuale dei morti fra i contagiati; P. Corti, “Malaria e società contadina nel Mezzogiorno”, in F. Della Peruta (a cura di), Storia d’Italia. Malattia e medicina, Einaudi, Torino, 1984, pp. 633-678.
    4) l’imponente piano di riduzione delle zone paludose, diretto anche a combattere l’incidenza della malaria. (Ibidem)
    5) la riduzione del divario preunitario nella dotazione ospedaliera, in termini di posti letto e di modernità degli ospedali (E. Felice, “Divari regionali e intervento pubblico. Per una rilettura dello sviluppo in Italia”, Bologna, 2007, p. 114).
    Come si vede, gli studi del prof. Felice non sono certo gli unici a sostenere l’esistenza d’una differenza negli indici di HDI o Benessere Sociale Netto fra nord e sud d’Italia prima dell’Unità. Prima dell’Unità esisteva infatti un divario consistenti degli “indici di sviluppo umano” fra nord e sud, a vantaggio del primo, mentre invece dopo si sono progressivamente ridotti (sempre per “l’indice di sviluppo umano”), grazie alla modernizzazione indotta dalle politiche dello stato unitario (“la modernizzazione passiva” di cui parlava già Luciano Cafagna oltre 20 anni fa).

    Marco

  12. Le interpretazioni del divario economico fra nord e sud sono sempre state diversificate al loro interno e si possono distinguere almeno tre grandi correnti: 1) quella del meridionalismo classico (Nitti, Gramsci), suo modo ripreso eppure superato da Rosario Romeo. Esso riconosce che il divario preesisteva all’Unità, ma sostiene che si sia accentuato dopo di essa, o per le politiche governative sbagliate (quelle della Sinistra storica però, costituita in prevalenza da meridionali), o per la legge del “dualismo economico”, ovvero che le aree già più sviluppate sono riuscite ad attrarre in misura maggiore capitali, personale ecc. dal resto d’Italia 2) la tesi continuista, che vede nella diversità di condizioni fra parti d’Italia il frutto di una lunga differenziazione economica nella storia italiana, iniziata sin dal pieno Medioevo. Effettivamente, non vi sono praticamente dubbi che, a partire almeno dal secolo XII, alcune regioni conoscono una crescita economica intensissima, grazie ai Comuni, alla nascita di una borghesia diffusa, dei commerci, dell’artigianato ecc., mentre molte altre rimangono legate ad un’economica agricola e feudale. Gli storici del Medioevo abitualmente assegnano all’Italia centro-settentrionale il primato assoluto nell’Europa dei secoli XII-XV. I modernisti dal canto loro, pur ammettendo un declino economico di tutta Italia a partire dalla metà del Cinquecento, individuano proprio nel meridione la parte più svantaggiata. Questa tesi è praticamente fuori discussione, anche se essa si sofferma più sulle condizioni di lungo periodo, dell’era medievale e moderna, che non sul mondo contemporaneo.
    Il professor Emanuele Felice (Italy’s regional inequality over the long run (1891-2001): linking indirect estimates with official figures, and implications, p. 21) presenta in questo modo tale corrente: The first one, prevailing up to the 1990s, held that the at the time of Unification in 1861 the north-center regions, and in particular the north-western ones, were already more advanced: the argument is in line with the thesis proposed by Giustino Fortunato at the turn of the previous century, who emphasized the ‘natural poverty’ of the south, due to dry climate, to the shortness of natural resources
    and in particular of hydraulic power, to the low levels of (what today we would call) human and social capital, to the feudal heritage in the land system. By contrast, the north-west was a natural candidate for industrialization, because of a better geographical position, more favourable natural endowments and more advanced human and social capital endowments. Moreover, in the mid nineteenth century it was undisputedly better off in terms of transport infrastructure, in the credit sector, as well as in some crucial manufactures such as the silk industry.”
    Su questa linea si trova, fra gli altri, Luciano Cafagna;, Cafagna. L., ‘Intorno alle origini del dualismo economico in Italia’, in A. Caracciolo, ed., Problemi storici dell’industrializzazione e dello sviluppo (Urbino, 1965), pp. 103–150.Cafagna, L., Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia (Venice, 1989).
    Su una linea di più lunga durata, tale distinzione economica è stata rintracciata già nel Medioevo (David Abulafia, D., The two Italies. Economic relations between the Norman kingdom of Sicily and
    the northern comune, Cambridge, 1977) e persino con radici nell’evo antico (Il grande storico inglese Arnold Toynbee propose una simile interpretazione nel suo studio Hannibal’s Legacy: the Hannibalic War effects on Roman life, Oxford, 1965).
    3) infine, la terza scuola, più recente, si fonda sui criteri della “new economic history” anglosassone. Essa ammette una certa diversità fra nord e sud prima dell’Unità, a favore del settentrione, però sostiene che le diversità regionali fossero più importanti di quelle delle macroaree (nord, centro, sud). Per il resto, essa tale corrente individua nel periodo post.unitario una fase di rapida ed intensa crescita economica in tutta Italia, soltanto con ritmi differenti, con regioni che crescono di più ed altre di meno. Il più rapido sviluppo del nord nei cinquanta anni posteriori all’Unità è dovuto anzitutto alla maggiore vicinanza con l’Europa settentrionale (Francia, Germania ecc.), alla superiore disponibilità di energia derivante dall’acqua (fiumi, cascate ecc.), importante per le industria dell’epoca.
    Una presentazione, sempre da Felice (cit., p. 22), la riassume in questo modo: “The third and most recent approach looks more articulated. Stemming from the scholars grouped around the ‘Istituto meridionale di storia e scienze sociali’ (Imes), founded in 1986, and its review ‘Meridiana’, it argued, with the avail of some brilliant case studies,40 that in the second half of the nineteenth century it was misleading to consider southern Italy as an uniform and backward area. As a whole the south may have ranked a bit below the centre-north, but the divide was relatively small. Above all, generalizations are to be considered wrong”
    E’ giudizio pressoché unanime fra gli storici che le condizioni economiche del Mezzogiorno fossero in media meno buone di quelle dell’Italia del nord al momento dell’Unità e che tale forbice avesse radici plurisecolari. Neppure gli storici meridionalisti, a partire da Villari, Nitti e Gramsci, sostengono il contrario. Lo stesso Giustino Fortunato, forse il maggiore fra i meridionalisti, dopo un attento esame della condizione del meridione prima dell’Unità, concludeva che fosse peggiore del resto d’Italia, pur riconoscendogli alcuni (pochi) aspetti positivi.-

    Marco

  13. 1) la stragrande maggioranza degli storici, italiani e stranieri, ritiene per fermo che un certo divario economico fra “nord” e “sud” d’Italia preesistesse all’Unità. Abitualmente si risale sino al secolo XII per individuarne l’origine. 2) il signor Mentone ha citato un recente studio della Banca d’Italia che, a suo dire, sosterrebbe il contrario. In realtà, esso conferma proprio tale divario economico. Suppongo che esso sia lo studio (recente) di due studiosi della Banca d’Italia, Fenoaltea e Ciccarelli, che viene spesso citato da neoborbonici. Il testo di Fenoaltea e Ciccarelli “Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of Industrial Growth in Post-Unification Italy”, Roma 2010 è uno dei numerosi studi accademici sull’argomento.
    Comunque, lo studio di questi due economisti non dice nulla di essenzialmente nuovo rispetto al nucleo basilare dei saggi di Rosario Romeo ed altri sul divario economico fra nord e sud d’Italia.
    Esso difatti conferma quanto già dato per accertato nella storiografia accademica.
    La differenza economica fra regioni del nord e del sud d’Italia preesisteva all’Unità stessa, facendo una media (certo variabile da regione a regione). Basti dire che nel 1871 (data da cui parte l’analisi di Fenoaltea-Ciccarelli), le azioni sul valore aggiunto (industriale), sono così distribuite (Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of Industrial Growth in Post-Unification Italy, pp. 41-49, in Appendix: The provincial production estimates). Riporto i dati stimati da Fenoltea-Ciccarelli per il 1871 regione per regione:
    Piemonte 202
    Liguria 90
    Lombardia 285
    Veneto 159
    Emilia 118
    Toscana 149
    Marche 46
    Umbria 27
    Lazio 57
    Campania 170
    Abruzzo 50
    Puglia 72
    Basilicata 21
    Sicilia 157
    Calabria 57
    Sardegna 45

    Questa è una sintesi:
    -Nord Italia (Piemonte-Liguria-Lombardia-Veneto-Emilia): 854
    -Centro Italia (Toscana-Marche-Umbria-Lazio): 279
    -Sud Italia: (Abruzzo-Campania-Basilicata-Puglia-Calabria-Sicilia-Sardegna): 572
    Si noti che le sole regioni del Nord, senza il Friuli (non calcolato), senza Trieste ed il Trentino (non ancora facenti parte del Regno d’Italia), avevano nel 1871 un valore aggiunto industriale annuo di 854 milioni di lire, contro gli 851 di tutto il resto d’Italia.

    Tale divario economico si è poi accentuato, ma non immediatamente dopo l’Unità, anzi ben oltre, a partire da 1876-1881. Scrivono infatti Fenoaltea-Ciccarelli:
    “At the provincial level, too, one sees substantial stability between 1871 and 1881: there is no evidence of significant change tied to Unification itself, to the extension of the low Piedmontese tariff to the once protected South, to the early construction of the peninsular trunk railways that supposedly allowed the industry of the North to capture and exploit the markets of the South Things change after 1881, with (temporally, and one presumes causally) the increase in the rate of industrial growth, the cyclical upswings of the 1880s and of the belle époque.” (cit., p. 9)

    I briganti erano di solito criminali comuni, che però potevano essere impiegati come mercenari da parte di latifondisti od anche poteri statali reazionari. Un caso tipico fu quello della Romagna, che sino alla prima metà dell’Ottocento ebbe un’alta presenza di briganti. Molti fra costoro erano puramente e semplicemente criminali, altri però avevano aderito ad una società segreta reazionaria, che prendeva diversi nomi: “Centurioni”, “Zelanti”. I suoi membri contavano una manovalanza criminale costituita da briganti, ma coloro che li guidavano erano invece di ben altra classe sociale ed assolutamente reazionari, servendosi del loro operato per aggredire e terrorizzare i liberali. La situazione s’aggravò a tal punto che infine sotto Pio IX si decise di ricorrere a misure drastiche, essendo la Romagna funestata da una guerra civile strisciante. (cfr. ad esempio G. Candeloro, “Storia dell’Italia moderna”, vol. II, “Dalla Restaurazione alla rivoluzione nazionale”, Milano 1960, pp. 63 sgg.; D. Tarantini, “La maniera forte”, Verona 1975, p. 23)
    Un comportamento simile fu tenuto anche nel regno borbonico. Per limitarsi alla distruzione della Repubblica Partenopea, molti fra i principali comandanti dell’armata borbonica erano capibanda che si erano dati alla macchia già durante il governo di Ferdinando I, il che testimonia che il loro operato non era certo mosso da lealtà dinastica. Uno di loro, lo Sciarpa, secondo il Cuoco aveva contrattato i suoi servigi presso i repubblicani, per poi aderire alla causa borbonica per puro interesse. Un alto ufficiale “legittimista”, il Tristany, assunto dal governo borbonico in esilio per condurre un tentativo di riconquista dell’Italia meridionale, si rese ben presto conto che la grande maggioranza dei briganti non avevano motivazioni politiche nel loro operare. Il Tristany riassunse questa situazione ricordando proprio il famigerato Mammone. Egli disse: “Anche ai tempi di Mammone i suoi gregari s’infischiavano della Monarchia e del Papato” (la citazione si ritrova in Jacopo Gelli, Banditi, briganti e brigantesse nell’Ottocento, Firenze 1931, p. 110.
    «In realtà “la difesa del trono e dell’altare”, la “guerra popolare”, sbandierate dalla propaganda legittimista e clericale, non poggiavano su una base molto più consistente dei raggiri e della demagogia […]. Le masse contadine si erano poste in movimento per cause economiche e sociali, permanenti e contingenti, che mostrano tutta la vacuità delle parole d’ordine reazionarie e spiegano come queste potessero, al massimo, attizzare furiose ed effimere esplosioni di collera e di malcontento, ma non erano certamente atte ad organizzare nel Mezzogiorno d’Italia qualcosa di simile alla Vandea controrivoluzionaria o alle guerra antinapoleoniche del popolo spagnolo. D’altronde, gli stessi pubblicisti borbonici e clericali si trovavano ben imbarazzati nello spiegare la totale assenza di capi legittimisti “napoletani” alla teste delle bande, oppure la riluttanza e l’ostilità di un Crocco o di un Chiavone nell’accettare la guida e i consigli di Borjes o di Tristany, sebbene costoro fossero stati officiati dalla corte in esilio a Roma come condottieri dalla guerriglia anti-unitaria. I capi delle bande brigantesche si avvalevano largamente della “legalità” impersonata da Francesco II, per emanare proclami e ordini, e per imporre balzelli, taglie e leve con sufficiente autorità. Ma tutto ciò, osservava il sotto-prefetto di Ariano Irpino, Lucio Fiorentino, in una acuta relazione del novembre 1862, concorreva ad alimentare il brigantaggio “solo per metà, e più esattamente per pretesto.” Cipriano La Gala replicò un giorno ironicamente ad un avvocato da lui catturato, il quale tentava di dimostrare la propria simpatia per i Borboni: “Tu hai studiato, sei avvocato, e credi che noi fatichiamo per Francesco II”?» Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1964, pp. 156-157
    I briganti propriamente “politici” furono in realtà ben pochi e risultarono essere per lo più murattiani o repubblicani. La Lucania fu infatti l’epicentro del brigantaggio politico, che ebbe in regione connotati anzitutto murattiani e non borbonici. L’altra zona con maggiore densità di briganti “politici” fu quella vicino alla frontiera del Lazio meridionale, perché poteva avvalersi dell’appoggio e della complicità del papa.
    E’ da notare comunque che molto spesso i briganti “politici” altro non erano che criminali comuni sostenuti con armi, viveri, denaro ecc. da interessati burattinai, ciò che può essere esemplificato da un evento abitualmente dimenticato ma di grande significatività. E’ noto che Pio IX, acerrimo nemico dell’Unità d’Italia e dello stato laico, finanziò ed armò i briganti e consentì loro di rifugiarsi nel Lazio, ancora in suo possesso, facendone propria base operativa. Eppure, dopo alcuni anni di tale politica, il pontefice, malgrado fosse estremamente ostile allo stato italiano e ne desiderasse in ogni modo la scomparsa, non solo cessò d’appoggiare i briganti, ma addirittura sottoscrisse con il governo italiano il cosiddetto “accordo di Cassino”, che consentiva alle unità regolari del Regio Esercito di passare il confine per inseguire e distruggere i briganti, in pieno territorio pontificio. La decisione del papa può stupire, perché egli rimase per tutta la vita del tutto contrario ad ogni cedimento della sovranità dello stato pontificio, che secondo lui aveva origine divina. La causa di una simile decisione papale era dovuta alla gravità delle devastazioni che i briganti avevano inflitto al territorio del Lazio meridionale, nonostante questi ultimi si trovassero su di uno stato loro amico e benefattore.
    Un mutamento analogo avvenne anche nel Mezzogiorno, con il progressivo distacco dei “manutengoli”, che erano i finanziatori e burattinai dei briganti, dai banditi veri e propri. Questi ultimi si erano rivelati incontrollabili e dediti spesso alle violenze contro gli stessi ceti che li sostenevano, ossia essenzialmente parte del clero e dell’aristocrazia meridionali, cosicché costoro li abbandonarono.
    D’altra parte, in intere regioni il brigantaggio politico fu sempre praticamente assente. Ad esempio, in Calabria esistevano moltissime bande, tutte quante molto piccole e del tutto prive di connotazioni politiche, i cui capi briganti erano di solito già alla macchia nel periodo borbonico. L’epicentro del brigantaggio fu la Lucania, dove esistevano molti comitati segreti di “manutengoli”. Essi però erano costituiti in prevalenza da “murattiani”, gruppo ideologico che nel meridione conservava ancora dopo il 1860 una certa consistenza.
    Il più importante e famoso dei capi brigante, Carmine Crocco, ebbe un itinerario a suo modo esemplare. Colpevole di reati comuni ed assieme smanioso di vendicarsi d’angherie subite da persone di ceto superiore al suo, Crocco divenne brigante sotto il regno borbonico. All’arrivo di Garibaldi, egli prese parte ad un’insurrezione antiborbonica a Potenza e s’arruolò nell’esercito garibaldino. Egli sperava nella cancellazione della propria fedina penale. Tuttavia, scoperto il suo passato di bandito, fu cacciato dall’esercito. Egli allora riprese a fare il brigante, per conto proprio, per poi venire contattato da emissari francesi, che gli fornirono armi e denaro in quantità: l’intento di Napoleone III era proprio quello di portare un Murat, e non un Borbone, sul regno di Napoli. Crocco si diede quindi al brigantaggio, in teoria per conto del re borbonico in esilio (tanto da usare anche la vecchia bandiera borbonica, atta a conseguirgli le simpatie del clero, ostile allo stato laico unitario), di fatto finanziato ed armato dall’imperatore francese.
    Quando infine fu catturato ed imprigionato, egli ebbe modo di dichiarare nelle sue memorie (aveva appreso a leggere e scrivere in carcere) che non aveva combattuto per il re borbonico, perché non voleva cambiare un padrone per un altro, quanto per una (confusamente teorizzata) sorta di repubblica contadina dai tratti anarchici.
    Insomma, Crocco iniziò a fare il brigante per ragioni personali sotto la monarchia borbonica, divenne garibaldino, dovette ritornare alla macchia perché fu scoperto il suo passato di criminale (non per motivi ideali), innalzò la bandiera borbonica ma di fatto era finanziato ed armato dalla Francia, infine dichiarò di essere più o meno repubblicano.
    La maggior parte dei capi briganti erano alla macchia già nel periodo borbonico, cosicché il fenomeno non si può interpretare come “resistenza” allo stato unitario, in quanto preesisteva ad esso. Era anzi plurisecolare ed espressione del malcontento contadino verso l’apparato statale e la classe dirigente latifondista, fosse essa rappresentata dagli Angioni, dagli Asburgo di Spagna, dai Borboni o dai Savoia.
    l regno borbonico era quello che aveva di gran lunga la maggior diffusione di criminalità (cfr. ad esempio Romano Canosa, “Storia della criminalità in Italia. 1845-1945”, a causa dell’arcaica struttura sociale di tipo feudale e dell’alleanza vigente fra potere regio ed i vari gruppi criminali dei lazzaroni, dei briganti e delle mafie.
    Il brigantaggio era infatti presente da molti secoli e con grande intensità nel Meridione d’Italia ed era uno dei maggiori ostacoli ad un suo sviluppo. Fra gli altri, il grande storico Fernand Braudel nel suo capolavoro “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II” (cfr. volume II, capitolo V, paragrafo III. MISERIA E BANDITISMO), presenta proprio l’Italia meridionale come uno degli esempi di territorio infestato dal fenomeno brigantesco, che egli, intelligentemente, riconosce come un fenomeno assieme anarcoide (jacquerie contadina indotta dalle misere condizioni di vita), criminale eppure sfruttato dai latifondisti per i propri interessi di fazione. Cito un brano fra i molti del Braudel: “Nelle grandi patrie del banditismo, il compito [di repressione] deve essere sempre ripreso. Nel 1578 il marchese di Mondéjar, viceré di Napoli, decideva un nuovo tentativo contro i fuoriusciti di Calabria. Sin dall’arrivo nel regno era stato informato dei loro crimini: terre predate, strade interrotte, viaggiatori assassinati, chiese profanate, incendi, persone rapite e ricattate. I provvedimenti del cardinal Granvelle erano stati inefficaci, e anzi, scriveva il vicerè, “il numero di fuoriusciti è aumentato, moltiplicati i loro delitti, cresciuto talmente il loro potere e l’insolenza che in mille parti del regno non si può viaggiare senza gravi rischi e pericoli” (ibidem, p. 789). ancora dal Braudel: “In Calabria […] i fuorilegge pullulano, favoriti dalla circostanze e dalla natura del terreno […] Le azioni repressive esasperarono l’attività dei banditi: forzavano castelli, entravano in pieno giorno nelle grandi città, osando “Uccidere i loro nemici persino nelle chiese, facendo prigionieri, su cui mettevano taglie”. Le atrocità spandevano il terrore: “Essi devastavano le terre, massacravano le greggi di coloro che resistevano o che li perseguitvano per ordine e incarico dei governatori, non osando questi farlo essi stessi” (Ibidem, p. 790). Ancora dal Braudel: “Nel 1580 un agente veneziano segnalava che tutto il regno era infestato dai banditi, che i briganti da strada erano i padroni nelle Puglie e soprattutto in Calabria. […] Una ventina d’anni dopo la situazione era ancora peggiore. I briganti spingevano le loro incursioni sino al porto di Napoli: le autorità arrivavano a preferire l’accordo o l’astuzia alla lotta. La grossa banda di Angelo Ferro, che terrorizzava la Terra di lavoro” (Ibidem. p. 791
    Il brigantaggio meridionale era una sorta di idra: aveva un medesimo corpo, ma molte teste. La sua base costitutiva era il “cafone” ovvero il contadino povero, che rappresentava però, di solito, la semplice manovalanza della violenza. Chi guidava e controllava i briganti, per propri fini, erano altri: i notabili locali; le mafie; gruppi di potere politico.
    Già in epoca borbonica la politica locale si sviluppò con il ricorso a relazioni verticali di patronato e clientela. Le fazioni si formavano per il controllo dell’apparato amministrativo ed i sostenitori del gruppo dominante venivano ricompensati col impieghi e contratti. G. Fiume, nel suo studio sul comune siciliano di Marineo, ricorda che l’oggetto della lotta tra le fazioni era “il monopolio delle cariche comunali, gestite per accumulare, consolidare patrimoni familiari con il saccheggio dei beni pubblici” [G. Fiume, “Introduzione” in G. Cirillo Rampolla, “Suicidio per mafia”, Palermo 1986, p. 17]. Il ricorso alla violenza in epoca borbonica era praticato regolarmente dai notabilati e dalle èlites locali per assicurarsi dai contadini il pagamento dei canoni e dei debiti, oppure per competere nel controllo delle amministrazioni locali. [A. Massafra (a cura di), “Il mezzogiorno preunitario: economia, società, istituzioni, Bari 1988, p. 915”] Lucy Riall in “La Sicilia e l’unificazione italiana. Politica liberale e potere locale (1815-1866)” (ed. or. Oxford 1998, trad. it. Torino 2004), dopo aver confrontato diverse ipotesi interpretative sul brigantaggio, conclude che “il banditismo in Sicilia, e in molte altre parti del Meridione”, sarebbe stato “una forma di mobilità sociale ascendente” (cit., p. 65). Esso era uno strumento delle lotte di potere fra i “galantuomini” locali.
    Alcuni storici parlano d’un rapporto assai stretto fra organizzazioni mafiose e briganti. Ad esempio, Vincenzo D’Alessandro in “Brigantaggio e mafia in Sicilia” [Messina 1950, p. 155), sostiene che la mafia ottocentesca fu originata anche dalla trasformazione di bande armate al servizio dei “notabili” nelle zone rurali dell’entroterra in un fenomeno urbano radicato nelle città costiere, dove strinse rapporti con il potere politico. La ‘ndrangheta da parte sua ha rivendicato presso i suoi aderenti una filiazione dal brigantaggio. Il saggio “‘Nndrangheta dal’Unità ad oggi”, di Enzo Ciconte, a cura di Nicola Tranfaglia, documenta come questa organizzazione mafiosa abbia sempre rivendicato il proprio sostegno al brigantaggio e che ancora oggi cerca di proporsi quale rappresentante d’una supposta “vera Calabria” contro uno stato presunto “oppressore”.
    Le stesse carte giudiziarie dello stato unitario presentano per molto tempo una relativa in distinzione fra i termini di “brigante”, “camorrista”, “mafioso”, ed altri affini come “manutengolo” (fiancheggiatore dei banditi o dei mafiosi), “facinoroso”, “malvivente”. [V. Pizzini, “La storia della mafia fra realtà e congetture”, in “Studi storici”, XXXV, 1994, n. 2, p. 436] D’altronde, la medesima legge Pica, definita abitualmente quale emanata contro il brigantaggio in senso stretto, in realtà era rivolta a reprimere ogni forma illegale d’associazione armata, mafie incluse.
    Lo stato borbonico ereditava dal dominio spagnolo una struttura di stato molto debole, in cui un gran numero di funzioni erano svolte da privati od organizzazioni di privati. Il feudalesimo meridionale e le mafie ricoprivano molti di questi spazi ed ambedue, ambiguamente intrecciati fra loro, si servivano della violenza come strumento d’affermazione del proprio potere sia verso i concorrenti, sia nei confronti dei sottoposti. I “campieri” in servizio ai latifondisti meridionali erano piccoli reparti militari privati, che spesso compivano violenze ai danni dei contadini. I briganti, quasi tutti “cafoni” d’origine, era assieme gruppi criminali e forme di ribellione sociale (sullo stile, per dare un’idea, di un Pancho Villa). Però, non sfuggivano spesso ad alleanze ambigue con latifondisti e mafiosi, che si servivano di loro per propri obiettivi (controllo del territorio), ripagandoli con forniture di armi, denaro, protezione ecc.
    Gli osservatori, sia stranieri, sia locali, della realtà del mezzogiorno borbonico rilevavano tutti una frequente violenza (Goethe e Stendhal, fra gli altri) e l’assenza sostanziale dello stato in intere regioni. Ad esempio, la Sicilia nel periodo 1815-1860 aveva una presenza di militari e polizia limitata in pratica alle città della costa e neppure tutte. Lo sterminato entroterra era quasi lasciato a sé stesso, o meglio amministrato per il tramite dei feudatari locali. Le mafie e le squadre di “campieri” e “gabellotti”, rispettivamente alleate e controllate dai latifondisti, facevano in pratica da strumento di controllo del territorio.
    I governi unitari vollero invece mettere termine a questa situazione e cercare d’imporre un’autorità dello stato sul territorio, a cominciare dal monopolio della forza fisica legittima, quindi con la scomparsa dei gruppi armati largamente tollerati in epoca borbonica. Quando si parla di “brigantaggio” negli anni immediatamente posteriori all’Unità credo sia indispensabile tener presente che esso si scomponeva di fatto in molte e varie anime: briganti veri e propri; sgherri dei latifondisti; mafiosi; rivoluzionari anarchici e socialisti; mercenari stranieri pagati da Pio IX e dalla Francia. Costoro furono, a seconda delle circostanze, variamente appoggiati, finanziati ed armati dalla chiesa cattolica (che voleva conservare i propri estesissimi possedimenti terrieri; il 10% delle terre del regno delle Due Sicilie erano in mano ecclesiastica) e da Napoleone III (bramoso di mettere un Murat sul trono di Napoli).

    Non starò poi ad indicare tutti i “primati” che in realtà tali non solo. Ad esempio, la cattedra di astronomia Giuseppe Cassella presentata da alcuni come “primato mondiale” borbonico. Basta leggere la biografia del grande Cassini per rendersi conto che a bologna esisteva già una cattedra di astronomia nel 1650 almeno. Ma poi è più incredibile per il fatto che a napoi una cattedra di astronomia esisteva già prima del 1786, infatti nel 1735 viene istituita da carlo di borbone la cattedra di astronomia e nautica assegnata a pietro di martino ( 1707-1746 ). Giuseppe Cassella invece fu fondamentale per l’astronomia del meridione d’italia perché fu il fondatore dell’osservatorio di palermo nel 1790! cattedre d’astronomia esistevano già nelle università del Medioevo. Devo controllare dall’opera di Jacques Le Goff “Intellettuali nel Medioevo”, ma non ho praticamente dubbi al riguardo. L’elenco dei presunti “primati” che tali non erano sarebbe molto lungo e ne ho solo citato uno come pars pro toto.

    In quanto all’emigrazione, essa coinvolse tutta Italia, anzi tutta Europa, negli stessi anni e comprese molte decine di milioni di persone. Essa fu dovuta ad una rapidissima crescita demografica che comprese tutta Europa. E’ stata fortissima, ad esempio, l’emigrazione dalla Germania, dalla Scandinavia, dall’Inghilterra. Per restare all’Italia, per tutto il periodo 1861-1914 l’emigrazione ha interessato più le regioni settentrionali che non quelle meridionali, proprio a causa della densità demografica.
    Si noti comunque che nel Settecento interi paesi si era spostati dall’Italia meridionale al vicino stato pontificio,malgrado anch’esso fosse molto povero in confronto alle principali economie europee, tanto che le autorità borboniche imposero divieti all’emigrazione.

    Marco

  14. Marco, e ti ripeti sempre, e dici sempre le stesse cose, alcune le hai già ripetuto almeno 4 volte ed eviti poi, le domande dirette che ti si fanno. Rispondi, qualche volta a qualche domanda. Ma chi ti paga per essere cosi “astioso ed acido” verso il Regno delle Due Sicilie E verso I Borboni? Tu,”novello denigratore” ,scrivi,scrivi, scrivi ed ancora scrivi (“stronzate”). Perchè con l’analisi economica sei partito dal 1871 (” Basti dire che nel 1871-data da cui parte l’analisi di Fenoaltea-Ciccarelli…”)cioè 10 anni dopo che erano state “rapinate” tutte le risorse del Regno e non parti dall’analsisi fatta da F.S. NITTI, La scienza delle finanze,1903. Presidente del Consiglio del Regno D’Italia nel 1919 (Quindi sicuramente non Borbonico).Egli accusò, in primis, i governi dell’Italia unita di aver sfruttato le risorse meridionali per soddisfare gli interessi settentrionali.
    Solo a chiacchiere parli (e ti ripeti sempre)di “repres- sione continua e feroce e che la dinastia borbonica ha lasciato il meridione d’Italia in condizione davvero infelici….”
    E quei 137 anni in cui “i debosciati” Borbone,di cui ti ho scritto in precedenza, hanno raggiunto tanti primati che fine hanno fatto? Non hai risposto. Ma già tu(come lord Gladstone )devi solo denigrare.
    E sul “Brigantaggio”,non i briganti(c’è grossa differenza tra essi) mica hai risposto te ne vieni con la tua tiritera “..Il brigantaggio era infatti presente da molti secoli e con grande intensità nel Meridione d’Italia..”.
    Guarda caso, nel Meridione d’italia, quando tutta la Penisola ne era invasa e i più feroci briganti (e non “Briganti”)agivano proprio nel Piemonte (toh! guarda chi si rivede!). Sei di una “faziosità” incredibile (e prolisso). Cerca di smetterla di tediare i lettori. Non è nemmeno giusto. Che vuoi dimostrare che conosci la storia?
    E va bene, conosci la storia (faziosa).
    Nupo da Napoli

    Nunzio Porzio

  15. nupo che dice fazioso agli altri è come il bue che dice cornuto all’asino.Ma a voi chi vi paga per dire queste cazzate mostruose sul regno dei primati(tutti a Napule e nel Settecento).Magari il regno delle scimmie e di Cita.Mentre sutta a Salerno c’erano i pecuri e i pecurari e briganti assassini che impedivano ogni sviluppo, lo dicono tutti i viaggiatori stranieri, non i lecchinacci pagati dai tuoi amici? Allora Potevano scrivere allora solo gli scagnozzi al soldo di Re barbone u lordone u capiscsti chissu tu che hai la faccia tosta di parlare di lecchini e leggi solo minchiate di minus habentes? Quanto siete presuntuosi voi grandi sudisti del cetriolo,che ti credi che basta leggere quello straccione di Aprile e i dementi corrotti pagati e sistemati dalle regioni e dalle province e dai comuni ,mentre il meglio del Sud resta disoccupato o deve emigrare, come all’epoca dei Barboni,perchè voi servi
    dei politicanti meridionali ,come i Barboni erano i servi degli austroungarici, avete rubato e fottuto tutto. Mo vai a leggere l opere di scienza do u Professore, visto che non sai e non saprai una mazza di storia.Professore di pastorizia?Siete la vergogna del Sud.Almeno i vostri padroni di oggi vi hanno sistemato bene?

    Ernesto

  16. Francesco Saverio Nitti che fu presidente del Consiglio italiano,nonostante il “razzismo” sabaudo.Il nonno di Nitti fu trucidato dai briganti non ancora patrioti evidentemente…Nessun cantante prezzolato come Eugenio Bennato(un bieco traditore che fa soldi in tutta Italia,invece di emigrare da Juan Carlos o dal papa se fosse coerentte e non un ominicchio),nessun cineasta di quelli organici a molti partiti del nulla nel dopoguerra, nessun teatrante che alla scuola o all’università democratica ha comprato un diploma o una laurea, ci ha mai fatto una canzone,un film, un’opera teatrale sugli eccidi infami dei briganti assassini che hanno spadroneggiato per secoli,salariati dai Borbone. Ibriganti c’erano anche in altre zone d’Italia,ma solo al sud non vengono debellati proprio per merito dei grandi Borboni spesso amici e sodali di delinquenti vari… Ha scritto Ciconte nel libro sul brigantaggio che la repressione fu sempre feroce,anche con i Borbone.Appendevano le teste dei briganti anche loro,dice Spagnoletti nella storia del Regno delle Due Sicilie edizioneil Mulino.Ma nel periodo tra il 1816 eil 1860 si sa d molto poco delle repressioni borboniche antibrigantesche,proprio perchè non c’è libera stampa come avviene invece con i Savoia che consentono subto anche ai loro avversari di esprimere la loro opinione(vedi denuncia delgaribaldino Ferrari in Parlamento già nel 1862 sugli eccessi nella repressione del brigantaggio al Sud).Con gli illuminatissimi Borboni invece possono scrivere solo i lacchè di corte,tipo quell’afflitto di De Sivo,altrimenti c’è la galera.La tendenza a nascondere, a negare tutto, a mistificare i fatti, ad attribuire maggior peso alla forma che alla sostanza resiste ancora nel peggio de Sud e nella cultura della mafia. E’un retaggio della nefasta dominazione spagnola,cui si ricollegano come mentalità e comportamenti tutti i sovrani borbonici ,tranne Carlo III.La mafia,la camorra,il brigantaggio, i cui capi uccidono,taglieggiano e stuprano sistematicamente, altro che patrioti della minchia,altro che genocidi sabaudi non nascono certo nel 1861(addirittura nel 500-6oo per la camorra,molto prima dell’Unità per la mafia) questo lo sanno anche le pecore,ma i pecorai che si credono acculturati e superiori perchè hanno letto qualche libercolo fazioso no.Il padre di Nitti per la cronaca
    combattè assieme a Garibaldi con altre migliaia di italiani Del Sud.L’esercito garibaldino meridionale era composto da decine di migliaia di volontari,per fortuna non eravavamo(allora) tutti briganti venduti al Borbone,Al Papa,a Napoleone III, o agli austriaci come i criminali comuni Crocco e Ninco Nanco, che prima erano garibaldini e poi passarono con i Borbone,non potendo avere dai sabaudi sconti e amnistie per i loro crimini.Crimini comuni ,ampiamente documentati nel libro più completo mai uscito sul brigantaggio,quello di Molfese edito da feltrinelli nei primi anni 6o, uno studioso gramsciano e marxista che non parla solo delle feroci rappresaglie dei Savoia che coinvolgono anche vittime innocenti talvolta.Questo è vero e non credo che nessuno lo neghi.Molfese fornisce una descrizione assai dettagliata azioni delle varie bande brigantesche che in varie zone dell’Italia meridionale,soprattutto In Basilicata, Puglia, Molise,Sannio Ed Irpinia non svolgono solo attività antisabauda, ma depredano ,uccidono,saccheggiano stuprano ,vessano gli abitanti dei paesi che non stanno dalla loro parte. Il quadro è molto diversa da zona a zona,non esiste un’unica spiegazione dei fenomeni per tutto il Sud,come ha scritto l’ottimo storico sicilano Lupo nel suo recente saggio.Come è che questi fenomeni si verificano solo nella 2nda parte del 1860,cioè dopo che l’esercito garibaldino si è sciolto?Come mai Garibaldi arriva a Napoli indisturbato, accolto trionfalmente, e non diciamo panzane sulla camorra,perchè Ferdinando II ,leggi Barbagallo a altri in merito, era in ottimi rapporti con camorristi e criminali comuni di cui si è sempre servito, altro che Garibaldi che doveva abbattere un regno scioltosi come neve al sole,nonostante fosse questo grande Regno indipendente e legittimo(cioè gradito alle grandi potenze dell’epoca fino al 1860 altrimenti l’avrebbero stracciato e distrutto come e quando volevano).Garibaldi non può certo mettersi a fare l’analisi del sangue ai volontari,ha bisogno di uomini per abbatere un regno,non è un diplomatico o un uomo di Stato .Diverso è l’atteggiamento dei Savoia quando si insediano. Hanno bisogno di un riconoscimento internazionale e si discostano dai Borbone che hanno sempre fatto uso e continuano a fare ricorso ai tagliagole.Tra i filoborbonici esisteva anche gente in buona fede certo.non tutti erano briganti.Ma se fossero stati in maggioranza Garibaldi non avrebbe vinto e i Savoia non sarebbero mai arrivati e noi saremmo rimasti isolati dal mondo una specie di Algeria o Tunisia,questo era il livello medio della nostra economia,cultura e società. questa è la verità dura da accetare per chi sostiene che il regno di Napoli era una grande potenza europea… é opprtuno Leggere in proposito Beales e Biagini sul risrgimento italiano e l’unificazione o la Zamagni sull’economia europea dall’Ottocento al’integrazione europea sempre del Mulino.Questi sono libri degni di lettura non certo i libelli scritti da Aprile o Del boca che sembrano scritti da cocainomani.

    Ernesto

  17. Ernesto, io già l’ho detto chi sei. “Ernrsto a Foria”. E’ colpa tua se non ti sei informato chi era. Vuoi fare il “calabrese” e fa il calabrese.Confermi però la mia opinione che tu di storia non conosci un “tubo”. E poi “le pecore” pascolano per i monti e dalle tue parti ce ne sono molti: Nupo da Napoli.

    Nunzio Porzio

  18. Dedicata ad un sudista (fasullo). “Ernesto a Foria”. Nupo.u

    http://youtu.be/tYGrmBX8nPs

    Nunzio Porzio

  19. Dedicata sempre ad “Ernesto a Foria”

    http://youtu.be/WE-h12f-Mfs
    Nupo.
    Tra i tanti primati fu la 1^ città al mondo a portare l’acqua corrente nelle case.

    Nunzio Porzio

  20. Per” Ernesto a Foria” e per Marco, eruditevi un pò. Ernesto scrive:”mentre il meglio del Sud resta disoccupato o deve emigrare, come all’epoca dei Barboni,” . Ignorante, l’emigrazione nel Regno delle Due Sicilie inziò dopo l’unità. O brigante, o emigrante.
    Ho visto ” il livello medio della nostra economia,cultura e società ” di oggi. Certamente stavamo meglio 151 anni orsono. E in quanto a Garibaldi e la camorra…..
    Chi ti paga, Ernesto,anche a te, per continiuare a denigrare, dopo 150 anni?
    Nupo da Napoli.

    http://youtu.be/6F0N2xOh94s
    http://youtu.be/89Z8u2cNltk

    Nunzio Porzio

  21. Sei un napoletano razzista proprio come sospettavo…Calabresi alle armi, i napoletani ladroni vogliono tornere a fotterci tutto e a rifarci colonia come negli anni del Borbone…Scherzo.Ma non si sa mai.Non ho il piacere di conoscere il mio omonimo e mi annoio a guardare video postati da Nunzio che ricorda un pò Ye-ye,un personaggio di Catanzaro caratteristico che purtroppo non è più con noi.Ora vedi che Nitti,come Salvemini,citato anche da Napolitano sui notevoli risultati comunque raggiunti dallo Stato unitario,come Gramsci che non era certo un fan dei Borboni di cui peraltro rammenta gli ottimi rapporti con gli zar imperialisti,ha scritto anche tante altre cose oltre a quello che piace tanto a voi altri.Ad esempio ecco cosa riferisce Lupo,nel saggio pubblicato da Donzelli, “L’unificazione italiana” a pag 172, citazione dal celebre Nord e Sud”Ai tempi del regime borbonico vi erano intere province,intere regioni quasi chiuse ad ogni civiltà”;I Borbone volevano il popolo “buono” e dunque ignorante,niente scuole,ma niente balzelli,poche opere pubbliche,ma pochi oneri.Ricorda altresi che “tutta l’Italia,pur adusa a trastullarsi con i giobertiani “primati” era allora un paese molto arretrato,di modo che il suo progresso economico di età postunitaria va considerato”Grandissimo”,somiglia ad una vera “Resurrezione”… Vedi un pò cosa scrive il Nitti,ammirato e citato, quando conviene e omettendo alcune frasi,dai neoborbonici… Ed aggiunge ” Tutti i progressi che si sono compiuti non sono che l’effetto dell’Unità.Io non voglio con ciò dire che la nostra desolante unità amministrativa sia sempre un bene;nè voglio dire che la pesantezza del nostro meccanismo politico non possa essere eliminata, ma voglio solo dire che l’unità poltica ci ha dato tutte le cose migliori che abbiamo,la supremazia del potere civile,il risveglio della coscienza individuale…l’Italia,se qualcosa deve essere nel mondo non può che essere unitaria.Una Lombardia o una Sicilia autonome non sarebbero nulla,se anche per qualche non senso storico noi potessimo solo per maligna ipotesi ammettere”.Inoltre aggiunge Nitti “nel mezzogiorno di fine secolo c’è molto scontento non perchè si sta peggio,ma perchè siamo diventati migliori e la insofferenza è cresciuta,ovvero si è creata un’opinione pubblica in grado di discutere di questi argomenti e di proporre una soluzione vedendo che l’importanza economica del Sud nella vita economica dell’Italia è molto diminiuta tra il 1870 ed il 1888”.Per Nitti il riferimento polemico non può essere dunque il 1861,scrive Lupo, se non per l’unificazione finanziaria e per l’aggravamento delle imposte al Sud.lo stesso NItti negli “Scritti politici” pubblicati da Feltrinelli,pur lamentandosi dell’impiego prevalente delle risorse finanziarie in tre regioni del Nord,Lombardia,Piemonte e Liguria, riconosce che in quelle regioni c’erano alcune precondizioni per lo sviluppo economico che qui al Sud non c’erano, nonostante il favoloso regime borbonico…In quelle zone del Nord c’era infatti un maggior livello di istruzione, un minore tasso di analfabetismo e una certa pratica di governo rapprsentativo.Non mancano in Nitti feroci critiche alla società meridionale.D’altronde senza autocritica ed autoesaltandosi ciecamente e falsamente l’unico approdo è il nulla o lo stadio…E’quanto scrive anche lo stesso sAlvatore Lupo, sulla scia della storiografia più accreditata e obiettiva.” Dico subito che le svolte determinanti per il dulismo economico Nord-Sud, si verificarono alquanto prima o alquanto dopo il 1861. Quanto al prima c’era una evidente vantaggio settentrionale nella disponibiltà di terreni pianeggianti e vie di comunicazione(ferrovie,strade,canali navigabili),nella produttività agricola,nel tasso di alfabetizzazione, tutti cruciali indicatori delle precondizioni dello sviluppo” Aggiungerei modestamente io che nelle regioni settentrionali e in Toscana il livello qualitativo dell’amministrazione era migliore e la corruzione e la criminalità erano molto meno diffuse quanto meno al momento dell’unificazione.

    Ernesto

  22. ernesto, sono stato tre giorni lontano da internet e trovo interventi simili. Cercate di moderarvi da soli e non mi fate intervenire a me, che se c’è una cosa che detesto è censurare gli interventi altrui. Tenetevi SOTTO le righe.

    emanuele

  23. Ho letto i vari commenti che sono stati posti in queasta sezione.Noto con rammarico che è difficile stabilire una verità storica riguardante la unità della nazione.Al di là del campanilismo e della personale interpretazione mediante vari scritti, alcune informazioni ci possono illuminare e capire (sia parzialmente)come realmente era la sitiuazione economica e sociale al sud.
    Una certezza era il tesoro nei forzieri del banco di Napoli, una certezza era la totale assenza di emigrazione.
    queste due sole condizioni dovrebbero schiarire un po i pensieri di molti. A proposito la trasmissione televisiva di nome ULISSE spiega molto bene il sud pre unitario.

    fiducioso

  24. E la massoneria sarebbe stata dormiente ? I primi massoni furono e lo sono ancora i Savoia, poi Garibaldi,Cavour,Nigra,Mazzini,Mario,Dumas,e si potrebbe continuare con un elenco infinito.
    Marco, prolisso grafomane molto bravo nel copia e incolla rapinando brani interi di scrittori salariati.
    La storia non è quella dei vari Volpe, servitorelli e ciucci al servizio di massoni qual loro stessi erano.
    Il Regno delle Due Sicilie era un protettorato in multiproprietà a leggere questo marchettaro che risponde al nome di Marco.

    Perrucci Antonio

  25. Il regno del Sud si chiamava Regno di Napoli(unica città degna di questo nome al momento dell’unificazione nel Mezzogiorno continentale, a differenza del Centronord…) la denominazione regno delle due Sicilie risale al 1816 dopo la restaurazione,senza la quale, e cioè senza l’appoggio delle potenze straniere dominanti reazionarie,Austria in prImis,la pidocchiosa e imbelle dinastia borbonica,dependance degli Asburgo e protetta militarmente dagl inglesi e dal grande spergiuro Nelson,pari per infamia a Ferdinando I il lazzarone analfabeta ,si sarebbe levata dai c… almeno 60 anni prima del 1860.La massoneria era un movimento che si batteva per la libertà di espressione( che consente oggi a tanti ignoranti di sparare puttanate su argomenti su cui non hanno alcuna cognizione di causa!) a differenza del clero retrivo al soldo dello straniero che ancora oggi fiancheggia e retribuisce,come in passato, briganti e assassini e mafiosi,spacciandoli per devoti fedeli oltre a studiosidi… pastoriziaNè Cavour,nè Mazzini erano massoni.Leggete la storia non i libercoli per parrucchieri di qualche pennivendolo frustrato esperto velista come Pinocchio Aprile o qualche pseudostorico da Pro loco o da Asl che non è mai andato più sù di Napoli o del Vaticano,salariato dal clero o dalla mafia o dai polticanti pseudosudisti su libro paga della Lega per scassare l’Italia e manipolare la Storia ad uso di un pubblico di frustrati e sottosviluppati

    Ernesto

  26. Ueh!! dopo 14 mesi si fa vivo “Ernesto a Foria”, “iroso”, “bavoso” e “spocchioso” come sempre ma piu di questo tu non meriti: “Ernesto a Foria”. Nupo da Napoli

    Nupo

  27. Oeh Nunziarè nda vindisti piscia oja(avariato,ovviamente)?

    Ernesto

  28. Guarda che “Ernesto a Foria” non è un cantante, ma tutt’altra cosa.

    Nupo

  29. Adesso però per favore BASTA. I prossimi commenti contenenti insulti e riferimenti irriguardosi verranno rimossi e gli utenti responsabili “bannati”. Qui si discute di storia gli insulti non hanno spazio

    Fabio Andriola

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