Barbero: “Ma Fenestrelle non fu come Auschwitz”

24 ottobre

Con un libro sui soldati borbonici prigionieri nel forte dei Savoia, Alessandro Barbero ha scatenato le proteste del Sud. Ora risponde a chi lo accusa.

di Alessandro Barbero da “La Stampa” del 21 ottobre 2012 

Nell’estate 2011 mi è successa una cosa che non avrei mai creduto potesse capitarmi nel mio mestiere di storico. In una mostra documentaria dedicata ai 150 anni dell’Unità mi ero imbattuto in un documento che nella mia ignoranza mi era parso curiosissimo: un processo celebrato nel 1862 dal Tribunale militare di Torino contro alcuni soldati, di origine meridionale, che si trovavano in punizione al forte di Fenestrelle. Lì avevano estorto il pizzo ai loro commilitoni che giocavano d’azzardo, esigendolo «per diritto di camorra». In una brevissima chiacchierata televisiva sulla storia della camorra, dopo aver accennato a Masaniello – descritto nei documenti dell’epoca in termini che fanno irresistibilmente pensare a un camorrista – avevo raccontato la vicenda dei soldati di Fenestrelle.

La trasmissione andò in onda l’11 agosto; nel giro di pochi giorni ricevetti una valanga di e-mail di protesta, o meglio di insulti: ero «l’ennesimo falso profeta della storia», un «giovane erede di Lombroso», un «professore improvvisato», «prezzolato» e al servizio dei potenti; esprimevo «volgari tesi» e «teorie razziste», avevo detto «inaccettabili bugie», facevo «propaganda» e «grossa disinformazione», non ero serio e non mi ero documentato, citavo semmai «documenti fittizi»; il mio intervento aveva provocato «disgusto» e «delusione»; probabilmente ero massone, e la trasmissione in cui avevo parlato non bisognava più guardarla, anzi bisognava restituire l’abbonamento Rai.

Qualcuno mi segnalò un sito Internet dove erano usciti attacchi analoghi; del resto, parecchie e-mail si limitavano a riciclare, tramite copia e incolla, dichiarazioni apparse in rete. Scoprii così che il forte di Fenestrelle – che la Provincia di Torino, con beata incoscienza, ha proclamato nel 1999 suo monumento-simbolo – è considerato da molti, nel Sud, un antesignano di Auschwitz, dove migliaia, o fors’anche decine di migliaia, di reduci meridionali dell’esercito borbonico sarebbero stati fatti morire di fame e freddo e gettati nella calce viva, all’indomani dell’Unità. Questa storia è riportata, con particolari spaventosi, in innumerevoli siti; esistono comitati «Pro vittime di Fenestrelle» e celebrazioni annuali in loro memoria; e al forte è esposta una lapide incredibile, in cui si afferma testualmente: «Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il re e l’antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di stenti. I pochi che sanno s’inchinano».

Superato lo shock pensai che l’unica cosa da fare era rispondere individualmente a tutti, ma proprio a tutti, e vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori. Molti, com’era da aspettarsi, non si sono più fatti vivi; ma qualcuno ha risposto, magari anche scusandosi per i toni iniziali, e tuttavia insistendo nella certezza che quello sterminio fosse davvero accaduto, e costituisse una macchia incancellabile sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia. Del resto, i corrispondenti erano convinti, e me lo dicevano in tono sincero e accorato, che il Sud fino all’Unità d’Italia fosse stato un paese felice, molto più progredito del Nord, addirittura in pieno sviluppo industriale, e che l’unificazione – ma per loro la conquista piemontese – fosse stata una violenza senza nome, imposta dall’esterno a un paese ignaro e ostile. È un fatto che mistificazioni di questo genere hanno presa su moltissime persone in buona fede, esasperate dalle denigrazioni sprezzanti di cui il Sud è stato oggetto; e che la leggenda di una Borbonia felix, ricca, prospera e industrializzata, messa a sacco dalla conquista piemontese, serve anche a ridare orgoglio e identità a tanta gente del Sud. Peccato che attraverso queste leggende consolatorie passi un messaggio di odio e di razzismo, come ho toccato con mano sulla mia pelle quando i messaggi che ricevevo mi davano del piemontese come se fosse un insulto.

Ma quella corrispondenza prolungata mi ha anche fatto venire dei dubbi. Che il governo e l’esercito italiano, fra 1860 e 1861, avessero deliberatamente sterminato migliaia di italiani in Lager allestiti in Piemonte, nel totale silenzio dell’opinione pubblica, della stampa di opposizione e della Chiesa, mi pareva inconcepibile. Ma come facevo a esserne sicuro fino in fondo? Avevo davvero la certezza che Fenestrelle non fosse stato un campo di sterminio, e Cavour un precursore di Himmler e Pol Pot? Ero in grado di dimostrarlo, quando mi fossi trovato a discutere con quegli interlocutori in buona fede? Perché proprio con loro è indispensabile confrontarsi: con chi crede ai Lager dei Savoia e allo sterminio dei soldati borbonici perché è giustamente orgoglioso d’essere del Sud, e non si è reso conto che chi gli racconta queste favole sinistre lo sta prendendo in giro.

L’unica cosa era andare a vedere i documenti, vagliare le pezze d’appoggio citate nei libri e nei siti che parlano dei morti di Fenestrelle, e una volta constatato che di pezze d’appoggio non ce n’è nemmeno una, cercare di capire cosa fosse davvero accaduto ai soldati delle Due Sicilie fatti prigionieri fra la battaglia del Volturno e la resa di Messina. È nato così, grazie alla ricchissima documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Torino e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, il libro uscito in questi giorni col titolo I prigionieri dei Savoia : che contiene più nomi e racconta più storie individuali e collettive di soldati napoletani, di quante siano mai state portate alla luce fino ad ora. Come previsto, si è subito scatenata sul sito dell’editore Laterza una valanga di violentissime proteste, per lo più postate da persone che non hanno letto il libro e invitano a non comprarlo; proteste in cui, in aggiunta ai soliti insulti razzisti contro i piemontesi, vengo graziosamente paragonato al dottor Goebbels.

Però stavolta c’è anche qualcos’altro: sul sito compaiono, e sono sempre di più, interventi di persone che esprimono sgomento davanti all’intolleranza di certe reazioni, che sollecitano un confronto sui fatti, che vogliono capire. Col mestiere che faccio, dovrei aver imparato a non farmi illusioni; e invece finisco sempre per farmene. Forse, dopo tutto, sta tramontando la stagione in cui in Italia si poteva impunemente stravolgere il passato, reinventarlo a proprio piacimento per seminare odio e sfasciare il Paese, senza che questo provocasse reazioni pubbliche e senza doverne pagare le conseguenze in termini di credibilità e di onore.

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Inserito su www.storiainrete.com il 22 ottobre 2012

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49 commenti


  1. Rispetto per il prof.Barbero. Se va Fenestrelle non sono accaduti certi crimini contro i resti di quelli che furono parte dell’Esercito del Regno delle due Sicilie è giusto prenderne atto. La verità storica,quando è veramente dimostrata tale bisogna accertarla senza strumentalizzazioni propagandistiche e senza odio.Ma questo non significa che il Risorgimento fu fatto bene.Anzi. Tutt’altro che bene…Malissimo.

    Ubaldo Croce

  2. desidero precisare che la civiltà cattolica ne parla eccome degli eccidi di fenestrelle…..caro mio, documentati meglio. ciao.

    marco carpinelli

  3. Sto leggendo il libro di Del Boca “Italiani brava gente”. Facendo un cenno storico dall’unità d’Italia per arrivare ai fatti tragici che racconta della Guerra di Libia, comunque lui parla della guerra al Brigantaggio, come fu chiamata, avvenuta negli anni dell’Unità d’Italia che spesso di fatto fu una guerra contro l’annessione, briganti furono chiamati moltissimi ex combattenti borbonici che non volevano l’annessione. Si fece moltissimo per fare passare come brigantaggio la non volontà di sottomettarsi ai Savoia…forse di tutti quei morti, di tutte quelle fucilazioni dovremmo sapere di più… e magari in quel percorso potremo anche capire il ruolo di Fenestrelle.

    Barbara Ghini

  4. Caro Carpinelli, mi scusi se le rispondo con tanto ritardo, ma solo adesso sono capitato su questa pagina. Sono contentissimo di potermi documentare meglio. Mi citi dunque lei il passo della Civiltà Cattolica che parlerebbe “degli eccidi di Fenestrelle”. Il giornale è come lei sa un giornale di parte, di estrema faziosità (è un dato di fatto, non un giudizio di merito: allora più o meno tutta la stampa italiana era così, da una parte e dall’altra…), e beninteso ci sono suoi articoli (notissimi, e citati nel mio libro) in cui si parla delle “parecchie migliaia di prigionieri, tramutati nella Italia superiore” e “tentati colla fame, col freddo in clima per essi rigidissimo”, ma che “nondimeno stan duri a non pigliare servizio d’un Re che non è il loro”; e ancora, in cui si afferma che “Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso a uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane ed acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re!” Questi articoli contengono un altissimo tasso di mistificazione, come è dimostrato nel mio libro (veda in particolare il par. 10 e il par. 13), ma pur provenendo, ripeto, da un giornale di parte e violentemente antisabaudo non si sognano nemmeno lontanamente di parlare di eccidi o di sterminio. Aspetto dunque fiducioso che lei mi segnali dov’è che invece la Civiltà Cattolica parlerebbe di ciò.

    Alessandro Barbero

  5. SOLUZIONE FINALE PER L’ARMATA DEL SUD
    Toh! Il “romanziere medioevale” si fa “sentire”! Per forza deve cercare di avallare le ragioni dei suoi “5 morti di Fenestrelle”. Purtroppo esistono documenti che attestano le molte migliaia di soldati Napoletani deportati al nord. Infatti documenti che accennano a luoghi e cifre dei deportati “desaparecidos” nei campi di concentramento sabaudi (regolarmente dimenticati dagli “storici” prezzolati di regime) esistono e come! per esempio, la seguente lettera di Cavour a Farini, luogotenente a Napoli, datata 21 novembre 1860, n. 2551 del citato Carteggio, vol. III: “Carissimo amico. Io vi prego a nome pure dei miei colleghi a rifletterci ancora sopra prima di spedire qui tutte le truppe napoletane che il Papa e i Francesi ci restituiscono (si tratta di 12.000 soldati fatti prigionieri a Terracina,) è, a parer mio, atto impolitico sotto tutti gli aspetti. Il trattare tanta parte del popolo da prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell’esercito nazionale è impossibile e inopportuno. Pochissimi consentono ad entrare volontariamente nel nostro esercito, il costringerli a farlo sarà dannoso anziché utile almeno per ciò che riflette gran parte di essi. Ho pregato Lamarmora di visitare lui stesso i prigionieri che sono a Milano. Lo fece con quella cura che reca nell’adempimento di tutti i suoi doveri (e sappiamo bene qual’è). Poscia mi scrisse dichiarandomi che il vecchio soldato napoletano era canaglia di cui era impossibile trarre partito; che corromperebbe i nostri soldati se si mettesse in mezzo a loro. Credo che bisogna fare una scelta, mandare a casa tutti quelli che hanno piú di due anni di servizio, dichiarando loro che al menomo disordine sarebbero richiamati sotto le armi e mandati a battaglioni di rigore. Tenere sotto le armi quelli che non hanno compiti due anni di servizio e quelli fonderli nei reggimenti, costringendoli a servire per amore o per forza. Vi prego di comunicare queste idee a Fanti, invitandolo a nome del Consiglio a soprassedere almeno per qualche tempo dallo spedire a Genova quegli ospiti incomodi… Vi mando la lettera di Lamarmora sui prigionieri Napoletani…”. Ecco la lettera (18 novembre 1860):”… Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhi… e quel che è piú dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco secondo, gli rinfacciai che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al piú presto”.
    Il generale Tito Battaglini, nel suo libro “Il crollo militare del Regno delle Due Sicilie”, vol. 2, pag. 63, riferisce circa i prigionieri: a Gaeta “la forza capitolata fu di 920 ufficiali con 25 generali, avendo altri tre seguito il Re a Roma, e di 10.600 uomini di truppa, fra i quali 800 ammalati e feriti”.

    DEPORTAZIONE DEI PRIGIONIERI
    A Capua, da parte del Generale Enrico Morozzo Della Rocca, erano stati fatti altri 11.500 prigionieri, altri 2.600 dal Garibaldone in due tornate sul Volturno. Siamo perciò ai quarantamila di cui il generale Fanti parla al suo astuto padrone nel dispaccio n. 2545 datato Napoli 19 novembre 1860, riportato a pag. 347 del terzo volume della citata corrispondenza di Cavour: “Se V.E. non noleggia dei vapori all’estero e subito pel trasporto, è impossibile uscire da questo labirinto … ve ne vogliono … altri pei 40mila prigionieri di guerra”. Costui ritorna sull’argomento nella successiva lettera n. 2580 del 25 novembre: ” … Mi pare che nella grande urgenza di molti trasporti sarebbe necessario noleggiarne e contrattarne in Genova od altrove pel trasporto a Genova da Civitavecchia o Terracina dei prigionieri di guerra Napolitani che rendono i Francesi…”. Tali lettere affermano due cose: che i prigionieri devono essere deportati al nord e, implicitamente, che la flotta napolitana, regalata al nemico dai parricidi traditori e fusa con quella piemontese (Decret fusion marine Napolitaine et Sarde émané …) (dispaccio di Cavour n. 2583 del 25 novembre 1860 al Vittorione), non ha equipaggi, perché i marinai hanno disertato in blocco per raggiungere il loro legittimo Re a Gaeta. A tali prigionieri bisognerà poi aggiungere i capitolati delle fortezze della Sicilia ultime a cadere: Augusta, Milazzo, Siracusa e Messina (solo in quest’ultima 152 ufficiali e 4138 fra graduati e soldati; – v. C. Cesari L’assedio di Gaeta, pag. 172). Si arriva cosí alla cifra di cinquantaseimila prigionieri citati da quel degno figlio di Caronte, il generale Cialdini, nella polemica lettera del 21 aprile 1861 diretta al Garibaldone, pubblicata sulla Gazzetta di Torino: “… Generale, voi compiste una grande e meravigliosa impresa coi vostri volontari. Avete ragione di menarne vanto, ma avete torto di esagerarne i veri risultati. Voi eravate sul Volturno in pessime condizioni quando noi arrivammo. Capua, Gaeta, Messina e Civitella, non caddero per opera vostra, e CINQUANTASEIMILA borbonici furono battuti, dispersi e fatti prigionieri da noi, non da voi … Nel vostro legittimo orgoglio, non dimenticate, o generale. che l’armata e la flotta nostra vi ebbero qualche parte, distruggendo molto piú della metà dell’esercito napole- tano,e prendendo le quattro fortezze dello Stato…
    Già prima della resa di Gaeta era pure cominciato il calvario dei nostri soldati prigionieri: ” … tra le parecchie migliaia di prigionieri, tramutati nell’Italia superiore, benché tentati colla fame, col freddo in clima per essi rigidissimo, e, con ogni genere, di privazioni, appena i tre o quattro sopra cento si piegarono ad arrolarsi nelle milizie di un altro Re, e quasi tutti, all’invito, non fecero altra risposta, che questa molto laconica: Il nostro Re sta a Gaeta”(La Civiltà Cattolica, serie IV., vol. IX pag. 304, 25 gennaio 1861) e a pag. 306 “i poveri fantaccini regnicoli che nella Cittadella di Milano [l’odierno Castello Sforzesco, trasformato da fortezza militare in monumento civile verso il 1898,), in questi rigori di verno, vestiti alla leggera come se fossero di state a Mergellina, vivono di due once di riso” e a pag. 367: “Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei piú aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sí caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro Giuramento militare ed al legittimo Re! Simili infamie gridano vendetta da Dio, e tosto o tardi l’otterranno”. Il corrispondente ritorna, con parole ancora piú drammatiche, sull’argomento prigionieri nel vol. XI, serie IV, 14 settembre 1861, pag. 752: … i Torinesi avevano corso un altro pericolo, di venire, cioè conquistati dai Napoletani e di vedere la bandiera di Francesco II sventolare sulla torre di palazzo Madama. In Italia … esiste proprio la tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in gran quantità si stipano nè bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di què spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in Via Assarotti dove è un deposito di questi sventurati. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle, equi la malesuada fames et turpis egestas li indusse a cospirare; e se non si riusciva in tempo a sventare la congiura, essi ‘mpadronivansi del forte di Fenestrelle, e poi unendosi con migliaia di altri napoletani incorporati nell’esercito, piombavano su Torino. Un OTTOMILA di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio, ma il governo li considera come nemici, e, dice l’Opinione, che “a tutela della sicurezza pubblica sia dei dintorni, sia del campo, furono inviati a S. Maurizio due battaglioni di fanteria”. Ma si sa che inoltre vi stanno a Guardia qualche batteria di cannoni, alcuni squadroni di cavalleria, e, piú battaglioni di bersaglieri, tanto ne hanno paura! E cotestoro, cosí guardati e malmenati, pensate con che valore vorranno poi combattere pel Piemonte! Eccovi in che modo si fa l’Italia!”. Intanto si va a caccia, con forsennata tenacia, di ufficiali Napolitani: “la polizia … per mettersi al sicuro che, in caso di una sedizione popolare mancassero i capi militari atti a governarla … arrestò di botto sei Generali dell’esercito napolitano… spacciando di averli scoperti complici d’una tremenda congiura; ed inoltre intimò a moltissimi ufficiali … che dovessero costituirsi prigionieri in varie castella … ecco le centinaia d’innocenti oppressi e stretti in duro carcere”.

    (Quando nel settembre del 1861 il ministro Ricasoli e Bastogi visitarono Fenestrelle vi erano rinchiusi oltre 3.000 soldati borbonici, tenuti come PRIGIONIERI) (Rivista STORIA RIBELLE, n. 1, 1995), al forte S. Benigno di Genova, dove i prigionieri venivano “Gittati come branchi di bestie”, ad Alessandria dove “una parte dei prigionieri fu … chiusa nella cittadella e cacciata in un quartiere sotto strettissima guardia, che non li lasciava uscire neanco per le necessità. Entro quattro gironi di mura, con passi e contrafossi d’acqua corrente e rivell’ni e mezze lune tutto intorno, vedeansi le sentinelle su per le scale e nè corridoi il dí e la notte…” (La Civiltà Cattolica, Serie IV, Vol. XI, pag. 589),
    Allora,caro “romanziere medioevale”, perchè non mi ragguagli su dove è potuta finire tutta questa gente? Perchè ti sei soffermato solo sugli archivi piemontesi? Perchè hai “chiesto al ladro, se avesse rubato?”.
    A Napoli diciamo: “Aquaiuolo, l’acqua com’è? ‘..E’fresca! è fresca! “(al signore che vende bibite nel chiosco). Nupo da Napoli

    Nunzio Porzio

  6. Campi di concentramento piemontesi, ne parla il prof. Cicciarelli, “Defensore Civitatis”

    http://youtu.be/u002vwG01bM

    Nunzio Porzio

  7. La cosa che lascia esterrefatti è leggere i commenti dei sostenitori dei cosiddetti “lager”. I più sembrano degli invasati che non solo sostengono a piena forza la tesi del massacro, ma sembrano quasi “desiderarne” paradossalmente la veridicità. Ovviamente le fonti che portano sono sempre le stesse, per lo più decontestualizzate, e non si sognano nemmeno di verificarne la fondatezza o, quantomeno, il punto di vista.
    E questa è la cosa più smaccatamente incredibile: si dimostra fondatamente che il millantato massacro non è avvenuto, di fatto una notizia tutt’altro che negativa, e la reazione qual’è? Un’incazzatura generale!!
    E poi ci sono i soliti che continuano a chiedere dove sono finiti gli 8.000 uomini mancanti, un dato ricavato da chissà quali fonti. Ma perché non li cercano loro? Perché, una volta per tutte, non si danno da fare sul serio e ci presentano una documentazione con prove credibili?
    Il Prof. Barbero ha consultato solo archivi piemontesi? Bene, che i predicatori da strapazzo del fantomatico massacro – che mi ricordano tanto, nel dire e nel fare, certi movimenti complottisti ancora di grande attualità – ci portino i risultati delle “loro” ricerche nei “loro” archivi. Per ora siamo davanti ad una sorta di “professione di fede” buona solo per incantare gli ingenui.

    Giuseppe Riva

  8. Caro Giuseppe sull’autorevolissima rivista “obiettiva” e moderata Focus Storia di dicembre nel presentare un “duello”Savoia contro Borbone che sarebbe Nord vs.Sud in un’ottica da stadio riduzionista e semplicistica oltre che falsa e miseranda, si citano tra i testi “sacri” da consultare imn merito il libro del neoborbonico Gigi Di Fiore e quello di Lorenzo del Boca ,ancora più fazioso del primo.Del Boca è leghista ed è stato presidente del Consiglio dell’Ordine dei gionalisti e anche della Fnsi per vent’anni.Poi viene citato Barbero che peraltro si è occupato solo di Fenestrelle.C’è un ‘intervista ad Alberto Mario Banti che comunque la si pensi non è certo fazioso come del Boca o Di Fiore.C’è spazio solo per opere recenti, di saggi storici decenti solo uno sull’economia postunitaria di Fenoaltea.Per il resto solo scandalismo Si dà spazio nel numero di gennaio ad un commento equilibrato che dice “sapientemente” che la camorra l’ha introdottta Garbaldi.Alla signora risponde Gigi Di Fiore…Peccato che esistono studi seri,e non di pennivendoli di potentati localistici.come Dickie o Barbagallo che informano che la camorra fosse già padrona delle carceri e di tanti affari loschi(giuoco d’azzardo,prostituzione,ecc)già con i “giustissimi”Borbone e molto prima dell’arrivo di Garibaldi.

    ernesto

  9. Ci risiamo! E’ tornato Ernesto (a Foria) con le sue ridicole tesi tra gli “studi seri (per lui) e i pennivendoli (sempre secondo lui)”. Poi ci parla della camorra (e forse qualche cosa di vero la dice)e ci rende noti che: “..i Dickie o Barbagallo che informano che la camorra fosse già padrona delle carceri..”. Appunto, delle carceri, quelle carceri dove i Borbone li avevano relegati.Al ns. caro Ernesto(a Foria anche se Calabrese) gli dico, perdi un pò del tuo “prezioso tempo”,vai su YOU Tube e cerca ” Garibaldi e la camorra” e vedrai che essa è stata “istituzionalizzata” dal più grande traditore che la storia annoveri: Liborio Romano.Al sign.Giuseppe (Riva),”innamorato” di Barbero (mi sembra di ricordare che c’era già un altro, Davide?,che voleva fondare un club “fans di Barbero”) gli chiedo, ma perchè me li devo cercare io gli 8000 “desaparecidos”? Non sono certo io un ricercatore, sono altri che si “pavoneggiano” da “ricercatori”, sono loro che ci debbono dire dove sono andati a finire. Certo, noi comuni mortali, leggiamo e leggiamo tutto quello che ci capita poi sta a noi saper “discernere”il vero dal “prezzolato” ( e di “prezzolati” ce ne sono molti): Ecco, ti allego un articolo che ho letto solo mezz’ora fa:

    LE VERITÀ NEGATE SU FENESTRELLE E SUI LAGER DEI SAVOIA

    di Ignazio Coppola*
    Il recente dibattito apertosi in seguito alla pubblicazione del libro di Juri Bossuto e Luca Costanzo “Le Catene dei Savoia”, con la prefazione di Alessandro Barbero a sua volta autore del libro “ I prigionieri dei Savoia – La vera storia della congiura di Fenestrelle”, merita una dovuta riflessione per il tentativo di costoro di negare terribili verità, sostenendo che Finestrelle non fu mai un lager dove, a differenza di quanto da loro sostenuto, subito dopo l’unità d’Italia furono deportati decine di migliaia di meridionali e fatti morire a migliaia in quella fortezza destinata, appunto, come tante altre del settentrione, alla deportazione dei prigionieri meridionali.
    Bossuto, Costanzo e soprattutto Barbero fanno parte di quella schiera di ricercatori o pseudo-storici che, ancora, non intendono arrendersi a quelle evidenze ed a quelle verità nascoste dalla storiografia ufficiale che, in questi ultimi tempi, puntigliosi e documentati storici e ricercatori stanno mettendo in luce.

    Negare, come fanno Barbero e Bossuto, che Fenestrelle non fu un vero e proprio Lager dove vennero deportati e fatti morire alcune migliaia di prigionieri meridionali è come negare la esistenza di campi di concentramento di Auschwichz e di Dachau dove, 80 anni dopo, nelle camere a gas vennero fatti morire milioni di ebrei.

    Migliaia di meridionali morti, scomparsi e sciolti nella calce viva nelle vasche ancora esistenti all’interno della fortezza di Fenestrelle ed è per questo che di tutti questi orrori non se ne trovano tracce negli archivi di Torino ed in cui Barbero e Bossuto sostengono di averle ricercate. Orrori come quelli degli ebrei uccisi molti anni dopo nelle camere a gas naziste. Razza inferiore i meridionali, teorizzata a quei tempi dalla scuola positivista del Lombroso, e razza inferiore quella ebrea teorizzata dalle teorie naziste dopo. Razze da umiliare, deportare e annientare. Le migliaia di deportati che entravano a Fenestrelle, come monito alla loro rieducazione ebbero il “ privilegio” di leggere una scritta:”Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce”, simile a quella che centinaia di migliaia di deportatati, 80 anni dopo, ebbero l’analogo privilegio di leggere al loro ingresso nel campo di stermino nazista di Auschwitz: “ Il lavoro rende liberi”. Tragiche e terribili analogie e similitudini.

    Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è tuttora visibile quella triste e provocatoria iscrizione. Anche in questi propagandistici processi rieducativi si può, a buon diritto, dire che i piemontesi per massacri, eccidi e stermini perpetrati nei confronti delle popolazioni meridionali, furono a suo tempo, buoni maestri dei futuri nazisti.

    Di tutto questo i negazionisti Barbero e Bossuto se ne facciano una ragione. Si facciano una ragione che a migliaia e migliaia furono i deportati meridionali nelle carceri del Nord di cui Fenestrelle fu la punta dell’iceberg. Dal 1861, primo anno dell’Unità d’Italia, in poi, migliaia e migliaia di ex soldati del disciolto Esercito borbonico, di soldati papalini prigionieri, di contadini meridionali che i piemontesi definivano briganti, di prigionieri politici e renitenti di leva, di ex garibaldini dell’impresa di Aspromonte, tra cui alcune centinaia di siciliani, furono deportati nei lager del centro-nord e precisamente a San Maurizio Canavese, Alessandria, Milano, Genova, Bergamo, Bologna, Ascoli Piceno, Livorno, Ancona, Rimini, Fano, nelle isole dell’Arcipelago Toscano e della Sardegna ed in questo universo carcerario del nuovo stato italiano, il lager più importante e più tristemente famoso e temuto fu, appunto, quello di Fenestrelle, nell’alta Savoia.

    Fenestrelle, un’antica e inaccessibile fortezza sabauda a circa 150 chilometri da Torino, posta a più di 2mila metri d’altezza a protezione del confine sabaudo-piemontese fu, dunque, a partire dal 1861 il lager di Casa Savoia, la Siberia italiana, in cui non ci si fece scrupolo di deportare, senza soluzione di continuità, appunto ex soldati del disciolto Esercito del Regno delle Due Sicilie, papalini, pseudo briganti, prigionieri comuni e politici, donne e uomini di ogni provenienza in una promiscuità degna di peggior causa.

    Sulle condizioni e sul trattamento dei detenuti all’interno della fortezza di Fenestrelle, ne dà ampio e documentato conto, ove per loro conoscenza Barbero e Bossuto alla ricerca di documentazioni non lo avessero mai letto, un giornale piemontese dell’epoca “L’armonia”: “ La maggior parte dei poveri reclusi sono ignudi, cenciosi, pieni di pidocchi e senza pagliericci. Quel poco di pane nerissimo che si dà per cibo, per una piccola scusa si leva e se qualcuno parla è legato per mani e per piedi per più giorni. Vari infelici sono stati attaccati dai piedi e sospesi in aria col capo sotto ed uno si fece morire in questa barbara maniera soffocato dal sangue e molti altri non si trovano più ne vivi e ne morti. E’ una barbarie signori”.

    Un’altra testimonianza dello stesso tenore per ulteriore conoscenza dei tre negazionisti, è quella del pastore valdese Georges Appia che, nell’ottobre del 1860, e siamo solo all’inizio delle deportazioni, in visita al forte che già rigurgita di prigionieri meridionali, così ebbe a descriverli: ” Laceri, ignudi e poco nutriti appoggiati a ridosso dei muraglioni nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo dei loro climi mediterranei”.

    Laceri, ignudi e malnutriti l’aspettativa di vita per questi poveretti era fatalmente ridotta al minimo. Furono migliaia i prigionieri e i deportati che entrarono a Fenestrelle e pochi quelli che ne uscirono vivi per gli stenti, la fame e le temperature rigide alle quali non erano abituati e alle quali, crudelmente (gli infissi nelle finestre delle celle deliberatamente erano stati tolti e vi erano solamente grate) furono sottoposti.

    In questa disperata situazione e al limite di ogni umana sopportazione, vi fu il 22 agosto del 1861 un tentativo di rivolta che, scoperto in tempo e ferocemente represso, portò all’inasprimento delle pene, per cui, da quel momento, la maggior parte dei deportati protagonisti della rivolta fu costretta a portare ai piedi ceppi e catene appesantiti da palle di 16 chili. Pochissimi, in quelle condizioni, riuscirono a sopravvivere e a chi non riusciva a farcela era riservato un particolare trattamento privo di ogni umana pietà.

    I cadaveri di questi sventurati, anziché essere seppelliti, venivano sciolti nella calce viva, in una grande vasca posta nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso della fortezza ancora oggi visibile. Una morte anonima, senza alcuna sepoltura ed alcuna lapide, perché non restasse memoria né traccia dei crimini compiuti dai civilissimi “piemontesi”.

    Ecco perché i nostri “eroi” Barbero, Bossuto e Costanzo non troveranno, come sostengono nelle loro, tra l’altro parziali ricerche, tracce delle migliaia di morti, limitandosi a dire spudoratamente che i morti alla luce delle loro ricerche furono solamente quattro. .

    Pochi, per i suddetti motivi, infatti furono i nomi annotati nei registri parrocchiali dei prigionieri meridionali morti a causa delle terrificanti condizioni carcerarie. E per questo, nei registri mancheranno le migliaia e migliaia di nomi di tanti anonimi sventurati, morti dopo inenarrabili patimenti di fame e di freddo e poi sciolti nella calce viva e dei quali non rimarrà più alcuna traccia. Sciolti nella calce viva con gli stessi metodi che, molti anni più avanti, userà la mafia per cancellare le tracce e la memoria delle proprie vittime. Anche per i mafiosi come per i nazisti gli italo–piemontesi di allora furono fulgidi esempi e buoni maestri per le generazioni di criminali a venire.

    Questo, dunque, il libro nero, mai scritto o scritto male ( come nel caso dei libri di Bossutto e di Barbero ), dei lager dell’Italia post-unitaria, degli scheletri nell’armadio e della cattiva coscienza del nostro Risorgimento che meritano, per quanto descritto e documentato, una profonda riflessione su una Unità che costò ai meridionali, come sempre, lacrime e sangue e che, se vogliamo giungere a una storia condivisa, è ormai, appunto, tempo che vengano tirati fuori dagli armadi questi scheletri e così liberare la cattiva la coscienza, rivelando verità storiche scomode da troppo tempo secretate, perché, alla luce di tutto questo, per le popolazioni del sud, Risorgimento equivale oggi, sul piano storico, morale e politico a “Risarcimento”. Il risarcimento di una verità storica che per 151 anni ci è stata negata e che Barbero e Bossuto continuano a negarci.

    Infatti le tesi spudoratamente negazioniste dei nostri eroi Barbero, Bossuto e Costanzo di certo non vanno nella giusta direzione della ricerca di una verità condivisa, ma in quella opposta di negare e dividere il paese.

    Stando così le cose, non ci resta che consigliare a Juri Bossuto, autorevole esponente di Rifondazione Comunista del Piemonte, di rileggersi, ove non lo avesse ancora fatto, quello che Antonio Gramsci, nel 1920 su “Ordine Nuovo”, ebbe testualmente a scrivere a proposito del brigantaggio, dei Savoia e dello stato italiano: “ Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”. E furono molti di questi “contadini-briganti” meridionali, agli albori dell’Unità d’Italia, ad essere incarcerati assieme a tanti altri prigionieri per vari motivi, deportati e lasciati morire senza che ne rimanesse traccia, nei lager del settentrione e, in special modo, a Finestrelle.

    Infine ad Alessandro Barbero, emerito professore di studi medievali dell’Università del Piemonte Orientale, uno spassionato consiglio: continui ad occuparsi e perfezionarsi in storia medievale che è la sua materia, e non in quella risorgimentale nella quale, a quanto ci ha dato ad intendere, ha dimostrato di avere parecchie lacune e che, decisamente, non è proprio il suo campo. E proprio nel campo della storia medievale di cui è docente che Barbero potrebbe dare, in una delle sue tante lectio magistralis, cui spesso è chiamato a tenere, un peculiare contributo alla verità storica spiegando ai suoi conterranei padani che Alberto da Giussano, simbolo dell’orgoglio leghista di Umberto Bossi e di Matteo Salvini, e a cui sono state dedicate, a sproposito ed abbondantemente, vie, piazze e statue, è un personaggio mai esistito e parto fuorviante e diseducativo della narrativa di scrittori compiacenti, impegnati ad accreditare questo inesistente personaggio quale eroe del medioevo Lombardo.

    Una operazione verità che consigliamo a Barbero di intestarsi, anziché arrampicarsi sugli specchi per dimostrare false verità su Fenestrelle.

    Con Alberto da Giussano, per ristabilire la verità storica sarebbe facilitato dal fatto che, questo presunto eroe, non è mai esistito, essendo, questo si, il frutto di una falsa verità che ha fatto, in questi anni, tanto comodo nei loro sproloqui ai dirigenti della Lega Nord.

    * Giornalista –autore del libro “ Risorgimento e risarcimento”La Sicilia tradita- Garibaldi tra apparire ed essere – Edizioni CNA Palermo Febbraio 2011

    Nupo da Napoli

    Nunzio Porzio

  10. Il ballo di Fenestrelle e il rispetto della memoria storica
    Diversi mesi fa alcuni giornali locali pubblicarono un’intervista ad alcuni ricercatori piemontesi per i quali i morti nel forte di Fenestrelle erano stati cinque. Dopo qualche mese gli stessi ricercatori pubblicavano un libro nel quale si dichiarava che erano stati oltre 40… Qualche mese dopo Alessandro Barbero pubblicava un altro libro nel quale (si prometteva) sarebbe stata finalmente rivelata la verità su Fenestrelle… Nel corso di un acceso dibattito con Gennaro De Crescenzo (Movimento Neoborbonico) a Bari

    venivano rivelate, invece, molte delle lacune archivistiche dello stesso libro che, anche a detta del moderatore Lino Patruno (articolo allegato), non aveva nessun diritto di “dichiarare chiuse le ricerche” e la questione-Fenestrelle, evidentemente, resta ancora drammatica e completamente aperta, in considerazione delle fonti esaminate dal Barbero (meno del 3% di quelle disponibili…). In questi giorni apprendiamo sconcertati e amareggiati che nel forte di Fenestrelle è stata organizzata, per la festa di San Valentino, una “cena romantica per le coppie di innamorati nell’incantevole scenario del forte tra lonzini della casa e risotti alla piemontese”, con musica dal vivo e “spettacolo finale di burlesque” (una sorta di spogliarello)… Il tutto organizzato dall’Associazione Progetto San Carlo e forse è utile ricordare che Luca Bossuto, già consigliere regionale, è stato per dieci anni presidente della stessa associazione e che il coautore del libro citato prima, Luca Costanzo, è definito “volontario accompagnatore” presso la stessa Associazione. Un’ipotesi: i due piemontesi hanno cercato (inutilmente) di “ripulire” l’immagine del Forte slegandola da quella cupa e macabra dei prigionieri borbonici (e non solo) che lì trovarono la morte e associandola a quella di un antico (e moderno) villaggio turistico? A questo punto aspettiamo con ansia un secondo libro di Alessandro Barbero ricordando che il primo nacque sull’onda di una incontenibile indignazione di fronte alla commemorazione e alla lapide che ricordavano la morte dei prigionieri borbonici: come frenare, infatti, un altro moto di indignazione di fronte all’allestimento di cenette a lume di candela e striptease in quel Forte che fu luogo di sofferenza e di dolore per decenni e per migliaia di persone? E pensare che c’è chi si accanisce nella creazione di sparuti ed esigui gruppetti su fhttp://ilnuovosud.it/site/wp-content/uploads/2008/thumb-fenestr2.jpgacebook (“le balle su Fenestrelle” e i suoi 33 “mi piace”) con i suoi scheletri (e i suoi balli) nell’armadio… (nelle foto la locandina dell’evento e alcune delle prelibatezze piemontesi gustate dagli innamorati la sera del 14 febbraio: in primo piano cannelloni e lonza…). Da: Movimento Culturale Neoborbonici
    Nupo da Napoli.

    Nunzio Porzio

  11. Su: IL MATTINO del 20/02/2013

    CONTROSTORIE di Gigi Di Fiore
    E anche la storia dei prigionieri di Fenestrelle finisce in burlesque

    Anche la storia tragica finisce in burlesque. In tempo di crisi, si sa, ogni spazio è buono, ogni idea è benvenuta per ricavare qualche euro. E l’hanno pensata così anche gli amministratori della fortezza di Fenestrelle in Val Chisone. E’ un castello, fu baluardo di confine per lo Stato piemontese, poi carcere tra i più rigidi e mortali del regno sardo prima e dell’Italia unita poi.

    E’ ormai nota la vicenda dei soldati meridionali dell’ex regno delle Due Sicilie catturati dall’esercito piemontese nel 1860/61 e rinchiusi tra quelle mura. Una targa ne ricorda le drammatiche esperienze: a decine vi morirono. Ma non c’è storia che tenga, la festa di San Valentino è sovrana. Per gli innamorati, ben vengano le emozioni forti condite da romanticismo e suggestione. E così, come informa La Stampa di Torino, a Fenestrelle, la sera del 14 febbraio c’è stata cena a lume di candela al Café des Forcats, spettacolo di Burlesque proposto dalla compagnia The Pleasure, musica dal vivo di Frank Polacchi. Il tutto, nel palazzo degli ufficiali, a soli 60 euro.

    E’ un legittimo sfruttamento commerciale di edifici storici, si dirà. Allo stesso modo, il Comune di Procida intende riutilizzare il carcere di Terra Murata per farne un grande albergo con 210 camere, per 500 posti letto, un centro congressi e altro.

    Ma sì, che le carceri, già luoghi di sofferenze e morte, diventino posti di attività più piacevoli! Ma non sempre è così. Sull’isola di Santo Stefano, amministrata dal Comune di Ventotene, il grande penitenziario borbonico è visitato con la guida dei soci di una cooperativa. Lì furono rinchiusi i liberali Silvio Spaventa, Luigi Settembrini, Sigismondo di Castromediano. Lì fu portato il capo brigante lucano Carmine Crocco e vi morì, in circostanze poco chiare, anche l’anarchico Gaetano Bresci che uccise il re Umberto I di Savoia. Il penitenziario è ancora luogo di memoria storica, anche se cade a pezzi e avrebbe bisogno di manutenzione.

    Da tempo si dice che il carcere di Santo Stefano sarà venduto, per un utilizzo diverso. Il penitenziario fu utilizzato dal regno delle Due Sicilie, dal regno d’Italia, dal fascismo. Chiuse nel 1965. Una targa ricorda i rinchiusi contrari al regime di Mussolini, come Sandro Pertini.

    Cosa è meglio per quei luoghi di sofferenze e repressione? Sì, tanti ex conventi sono diventati sede di uffici e anche suggestivi hotel, Castelcapuano a Napoli è stato per 4 secoli Tribunale. Ma le carceri? Da celle di detenzione a grand resort, o ristoranti a lume di candela? Scelta impegnativa.

    Sette anni fa, fui per Il Mattino in visita all’ex carcere di Santo Stefano. Mi resi conto che nessun utilizzo commerciale può eguagliare una full immersion nella memoria: certi luoghi parlano di sofferenza, ansie di libertà. In Italia, non sappiamo realizzare le nostre Epcot, i nostri parchi a tema reali. Ci provano in Basilicata tra difficoltà, come alla Grancia con il brigantaggio. Eppure, ricordare la storia, renderla fruibile in maniera intelligente e interattiva ai giovani figli dei pc potrebbe dare occasioni di lavoro, nel rispetto del nostro passato. Utopia. Forse, uno spettacolo di burlesque è più facile da allestire. E più economico.
    Pubblicato il 20 Febbraio 2013 alle 12:37

    Nupo da Napoli.

    Nunzio Porzio

  12. Dedicato al “romanziere medioevale” prof(?) Barbero (e ai suoi 4 morti di Fenestrelle).
    DA COMITATI DELLE DUE SICILIE:”FENESTRELLE I PRIMI NOMI DEI SOLDATI NAPOLETANI”
    Il primo studio sui campi di prigionia per soldati Napolitani, apparve sulla rivista L”Alfiere”,dando origine ad un più ampio saggio di Fulvio Izzo sull”argomento (I Lager dei Savoia).
    Le due ricerche, integrandosi, sono state alla base di una nuova messa a fuoco dell”ultima storia militare del Sud indipendente. Indro Montanelli negò l”esistenza dei campi di concentramento al Nord per soldati duosiciliani durante le fasi costitutive dell”unità d”Italia;ma,la sua,fu una difesa aprioristica e settaria del principio risorgimentale perchè se avesse avuto voglia di documentarsi, avrebbe potuto consultare i Carteggi di Cavour, base di partenza per conoscere il problema. Bastava limitarsi al solo volume dedicato all”indice” dei precedenti 15 volumi, per trovare a pag. 188 il titolo “Prigionieri di guerra Napoletani” con l’indicazione di ben 19 dispacci riportati nel terzo volume “La liberazione del Mezzogiorno” dove si parla diffusamente dei soldati delSud e del loro triste destino. Più autorevoli studiosi della materia hanno invece effettuato ricerche con maggior serietà ed il prof. Roberto Martucci, storico dell”Università di Macerata,ha scritto con coraggio:“il silenzio della più consolidata riflessione storiografica sull”argomento appena evocato, consentirebbe di ipotizzare l’inesistenza o la non rilevanza del fenomeno dei prigionieri nelle guerre risorgimentali, anche a causa della stessa brevità degli eventi bellici di quella fase storica, generalmente limitati a poche settimane di conflitto. Impressione che risulta rafforzata dalla lettura di testi coevi quali quelli del borbonico Giacinto De Sivo, che dedica poche righe alla questione, o del liberale Nicola Nisco che in proposito tace”. Meraviglia di più il silenzio conservato dal giornalista e politico liberale Raffaele De Cesare, che ha scritto,a pochi decenni dagli avvenimenti, sulla base di testimonianze dirette integrate da un’interessante bibliografia, senza tuttavia prestare la minima attenzione al problema. Il fatto poi che neppure il compiuto affresco legittimista di Sir Harold Acton, tracciato in anni a noi più vicini, si riferisca al tema crepuscolare della prigionia, sembrerebbe autorizzare una presa di distanza dalle poche righe con cui padre Buttà tentò a suo tempo di sfidare “ l’oblio dei posteri”. La questione assume però contorni del tutto differenti se proviamo ad interrogare quell’inesplorato e vasto microcosmo costituito dall ‘imponente Carteggio del conte di Cavour. Occultati tra migliaia di dispacci troviamo, infatti, una ventina di documenti che evocano a grandi linee una questione non marginale, suggerendo approfondimenti archivistici tali da riempire una pagina restata finora bianca nella storia militare dell’unificazione italiana. Essi aprono anche interessanti prospettive di ricerca riguardo alle relazioni interpersonali tra settentrionali e meridionali e all”uso di alcuni stereotipi divenuti di uso frequente nei decenni post-unitari, per qualificare gli appartenenti ai ceti più umili del cessato Regno delle Due Sicilie. Sottoscriviamo le parole dello storico con una riserva: la conoscenza del problema relativo alla prigionia dei soldati Napolitani colmerà certamente “una pagina restata finora bianca nella storia militare dell’unificazione italiana” ma andrà a formare, principalmente, il capitolo ricostruito a peritura vergogna di una classe politica e di una dinastia che unificarono in quel modo (col ferro e col fuoco ), Stati di tradizione italiana di gran lunga superiore a quella del Piemonte. Tornando ai nostri studi dobbiamo registrare un passo in avanti della ricerca, divenuta ormai un tema caro a tanti studiosi che si sentono eredi, oltre che discendenti, del cessato Regno delle Due Sicilie. Il passo in avanti riguarda la situazione del campo di concentramento di Fenestrelle. Questo luogo, situato a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, divenne la base di raggruppamento dei soldati borbonici più ostinati: quelli, per intenderci, che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell”esercito sabaudo, quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi. Il luogo non era nuovo a situazioni del genere perchè già Napoleone se ne era servito per detenervi i prigionieri politici ed un illustre Napoletano, don Vincenzo Baccher, il padre degli eroici fratelli realisti fucilati dalla ” repubblica partenopea” il 13 giugno del 1799, vi aveva passato 9 anni, dal 1806 al 1815, tornando a Napoli alla venerabile età di 82 anni. A Fenestrelle, quindi, giunsero i primi “terroni” ed in questo luogo molti di essi cessarono di vivere. Il numero di coloro che trovarono la morte non è certo perchè le cronache locali parlano di migliaia di soldati prigionieri morti ma non registrati. I loro corpi venivano gettati, “per motivi igienici”, nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso del Forte. Il personale addetto alla fortezza conferma ancora oggi l’esistenza della vasca.

    Ma a Fenestrelle funzionava anche un ospedale da campo dove furono ricoverati alcuni prigionieri. Coloro che morirono nell’ospedale vennero annotati nel libro dei morti di Fenestrelle e la Provvidenza ha permesso che alcune annate del libro parrocchiale dei morti si sia potuto consultare, anche se molto velocemente.Il dottor Antonio Pagano, accompagnato dal dott. Piergiorgio Tiscar, discendente del maggiore don Raffaele Tiscar de los Rios, capitolato a Civitella del Tronto, ha visionato il libro dei morti ed ha stilato velocemente l’elenco che ora si pubblica. I registri del 1860 e del 1861 sono scritti in francese ed i nostri soldati vengono definiti “prigionieri di guerra napoletani”. I registri del 1862, del 1863, del 1864 e del 1865 sono scritti in italiano e definiscono i prigionieri morti “soldati cacciatori franchi”. Mancano all”appello i registri dal 1866 al 1870 perchè prestati ad uno studioso di Torino. Avremo modo, in futuro, di colmare la lacuna e correggere eventuali errori di trascrizione. Elenchiamo ora i nomi dei nostri Caduti con religiosa emozione al fine di restituire alla loro memoria, dopo 140 anni, gli onori ed il rispetto che meritano per il sacrificio sopportato.

    – ANNO 1860 :

    1. Garloschini Pietro, m. 1.10, di Montesacco (?)

    2. Conte Francesco, m. 11.11, di Isernia, anni 24

    3.Leonardo Valente, m. 23.11, di Carpinosa, anni 23

    4. Palatucci Salvatore, m. 30.11, di Napoli, anni 26

    5. Suchese (?) Francesco, m. 30.11, di Napoli

    – ANNO 1861:

    1. Scopettino Matteo, m. 24.8, di Chieti, anni 22

    2. Miggo Salvatore, m. 7.10, di Galatina (Lecce) anni 24

    – ANNO 1862 :

    1. Donofrio Carmine, m. 16.1, di Villamagna (Chieti) , anni 27

    2. Caviglioli Marco, m. 29.1, di Cosciano (?)

    3.Palmieri Biagio, m. 5.2, di Teano, anni 23

    4. Visconti Domenico, m. 16.4, di Cosenza, anni 28

    5. Mulinazzi Francesco, m. 20.7, di Benevento, anni 24

    6. Gentile Rocco, m. 24.7, di Avellino, anni 25

    7. Leo Vincenzo, m. 18.9, di Veroli (Frosinone),anni 26

    8. Lombardi Nicola, m. 25.9, di Modigliano (?)

    9. Vettori Antonio, m. 7.11, di Amantea, anni 26

    – ANNO 1863 :

    1. Mazzacane Cristoforo, m. 18.2, di (?)

    2. Pripicchio Raffaele, m. 21.3, di Paola, anni 23

    3. Giampietro Giovanni, m. 9.5, di Moliterno, anni 28

    4. Milotta Giuseppe, m. 23.5, di Sala, anni 24

    5. Spadari Ruggero, m. 25.5, di Barletta, anni 24

    6. Serbo Tommaso, m. 17.8, di Triolo – Gareffa (?), anni 26

    7. Gaeta Giordano, m. 11.10, di Pellizzano (Salerno), anni 32

    8. Gorace Domenico, m. 15.12, di Palma, anni 32

    9. Grossetti Angelo, m. 23.12, di Mura (Vestone),anni 25

    – ANNO 1864:

    1. Masareca Giuseppe, m. 20.1, di Basilicata, anni 22

    2. Morino Santo, m. 29.1, di Mussano (Lecce), anni 26

    3. Pastorini Andrea, m. 16.2, di Maregno (?), anni 27

    4. Montis Salvatore, m. 24.4, di Tramalza (?)

    5. Palermo Giovanni, m. 12.5, di Atripalda, anni 32

    6. Cirillo Salvatore, m. 17.5, di Boscotrecase (Napoli), anni 32

    7. Pellegrini Massimiliano, m.11.6, di Colorno (?), anni 26

    8. Mossetti Antonio, m. 5.7, di Montalbano Jonico, anni 22

    9. Di Giacomo Pasquale, m. 8.7, di Sessa Aurunca, anni 23

    10. Giannetto Antonio, m. 19.7, di Zarca (?), anni 30

    11. Davarone Francesco, m. 25.7, di Avellino, anni 26

    12. Carpinone Cosimo, m. 4.11, di Fossaceca, anni 31

    13. Bononato Carmelo, m. 17.11, di Belvedere,anni 27

    14. Melloni Antonio, m. 20.11, di Sersini (?), anni 24

    – ANNO 1865:

    1. Laise Nunziato, m. 25.1, di Cetrara, anni 24

    2. Barese Sebastiano, m. 30.1, di Montecuso, anni 26

    3.Catania Angelo, m. 11.2, di Ischitella, anni 22

    4. Pessina Luigi, m. 21.2, di Gragnano, anni 27

    5. Mossuto Giuseppe, m.1.4, di Moriale, anni 25

    6. Guaimaro Mariano, m. 8.4, di Sala Consilina, anni 30

    7. Torrese Andrea, m. 11.5, di Avenza,anni 21

    8. Colacitti Salvatore, m. 15.5, Montepaone, anni 24

    9. Santoro Giuseppe, m. 20.5, di Sattaraco (?), anni 27

    10.Tarzia Pietro, m. 31.5, di Valle d”Olmo, anni 24

    11. Palmese Tommaso, m. 6.9, di Saviano, anni 24

    12. Ferri Marco, m.11.10, di Venafro, anni 24

    Elenco compilato a Finestrelle giovedì 25 maggio 2000 alle 12.30, da: – Antonio Pagano- Pier Giorgio Tiscar.

    Questi soldati del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana.

    Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, il più vecchio 32. Se non fossero stati relegati a Fenestrelle probabilmente sarebbero divenuti “briganti” e, forse, anche per questo motivo, furono relegati a Fenestrelle, fortezza del LIBERALE PIEMONTE, dove, entrando, su un muro è ancora ben visibile l’iscrizione:
    “OGNUNO VALE NON IN QUANTO E’ MA IN QUANTO PRODUCE” . Motto antesignano del più celebre e sinistro slogan che si poteva leggere nei lager nazisti: “ARBEIT MACHT FREI”.
    Non deve destare meraviglia l’abbinamento perchè la guerra del risorgimento, come ha giustamente osservato di recente Ulderico Nisticò, fu una guerra ideologica.

    E la guerra ideologica non può che concludersi con lo sterminio del “nemico”

    Ad essi và il mio deferente pensiero e l’anacronistico (per noi, ma non per loro) ” W ‘o’rre! ” Nupo da Napoli.

    Nunzio Porzio

  13. Scusi, dott. Alessandro Barbero, desidero chiederle cosa ne pensa del libro: “Terroni” di Pino Aprile.
    Grazie.

    Cristina Cardin

  14. possiamo girare la domanda a Barbero, ma questo non è il suo sito!

    emanuele

  15. E’ vero che questo non è il sito di Barbero, però quando vuole (e gli conviene) risponde. Nupo da Napoli.

    Nunzio Porzio

  16. E infatti, come volevasi dimostrare, cara Cristina Cardin il “medioevale” Barbero non ti ha risposto. Non ne avrebbe avuto vantaggi rispondendoti.Con simpatia Nupo da Napoli.

    Nunzio Porzio

  17. Egr, Prof. A. Barbero,
    vedo che frequenta questo post e per questo ne approfitto per ringraziarla pubblicamente.
    Premesso che mi occupo di commercio e che quindi ho poca dimestichezza con lo strumento della scrittura; pur non disprezzando altri periodi storici, da sempre sono affascinato dalla storia classica e pre-classica e quando posso, sono alla ricerca in rete di materiale inerente tale periodo.
    Nelle mie rare frequentazioni su youtube, spesso sono “inciampato” nei suoi numerosissimi interventi sulla storia medievale e, districandomi fra tutti i video che la vedono torreggiare come protagonista, un giorno, per puro caso, mi sono imbattuto in una sua partecipazione a Bari dove, per la prima volta, la si vede in un contraddittorio e dove l’argomento storico trattato non appartiene alla sua solita area di competenza.
    Incuriosito dalla particolarità del materiale, subito noto dal titolo che l’altro contendente è niente popò di meno che un nostalgico della passata monarchia borbonica e che l’oggetto della contesa è l’ultima produzione editoriale targata Barbero, certificata, tra l’altro, dalla presenza del suo editore.
    Devo ammettere che prima di riprendermi da quello che mia moglie definisce “effetto Vanna Marchi” (occhi sgranati, sguardo attonito e bocca lievemente aperta) è passato un bel po’ di tempo ma, riottenuto il controllo dei sensi, immediatamente hanno incominciato a frullarmi in testa i primi dubbi: ma dov’è finito il distacco dell’accademico Barbero, dov’è l’aplomb cattedratico del famoso professore, ma, soprattutto, che fine ha fatto il platonico “…so di non sapere” dello studioso di filosofia?
    Si d’accordo, siamo in tempi di crisi e qualsiasi strategia è lecita per incentivare le vendite, ma è credibile che uno stimato docente universitario, accreditato presso la televisione di stato, membro di prestigiose manifestazioni come il Premio Strega, scenda in singolar tenzone contro un anacronistico e quindi un po’ ridicolo neoborbonico?
    Fatte queste prime considerazioni, decido di capirci qualcosa e parto, in via preliminare, con la ricerca in rete; procedo con ordine e la prima cosa che faccio, visito il sito dei neoborbonici per conoscere meglio chi è che si macchia di lesa maestà.
    Qui trovo la prima sorpresa, confesso che le poche e frammentarie notizie che mi erano giunte all’orecchio, non avevano attirato il mio interesse ed avevo bollato il movimento come fuori dal tempo, fuori dalla storia e fuori dalla realtà. Ad una prima occhiata nel sito, nella prima sezione del menù principale, trovo già le motivazioni dell’associazione che recitano testualmente: “Il Movimento Neoborbonico è un movimento culturale che nasce per ricostruire la storia del Sud e con essa l’orgoglio di essere meridionali…”, di seguito si spiga che non ha né finalità politiche, né interessi di carattere federalista né tantomeno separatista e, soprattutto, si dichiara che “…non è (un movimento) monarchico perché i Borbone sono soprattutto dei simboli della storia e della cultura del Mezzogiorno”.
    Cielo, le cose si complicano, le intenzioni di De Gennaro sembrano intellettualmente oneste, la sua immagine incomincia ad ammantarsi di luce…(colgo l’occasione per scusarmi ufficialmente con i neoborbonici per i miei pregiudizi) e passo al punto successivo, forse quello più naturale.
    Sul sito ufficiale della Fortezza di Fenestrelle, dopo una non troppo facile ricerca, trovo così riportato: “…oggi da più parti si ricorda il periodo in cui la fortezza divenne un campo di concentramento per truppe borboniche e papaline. Recenti ricerche sottolineano le pessime condizioni in cui nel 1861 questi militari furono «ospitati» a Fenestrelle: laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. E’ noto un tentativo di ribellione ideato dai reclusi, piano sventato quasi per caso dalle autorità piemontesi”.
    Perbacco e pure perdinci, altra sorpresa, lo strano video che prima mi appariva quasi surreale si stava dissolvendo al cospetto della fondamentale e primaria domanda: ma perché quelli che, con un grande slancio di generosità, erano venuti a liberarci avevano ora la necessità di concentrare tanti soldati “nemici” in lager (oops, forse era meglio dicevo in gulag), al freddo ed alla fame; i “liberati”, prima di ritrovarsi in codesta condizione, furono avvertiti che poi avrebbero avuto tale trattamento? Le migliaia di soldati borbonici, prima di “abbracciare i nuovi ideali unitari” (in assenza di dichiarazione di guerra non si può parlare di resa), furono avvisati che successivamente avrebbero avuto l’obbligo di entrare nei ranghi del neo-esercito Italo piemontese?
    E poi, perché applicare la legge marziale ai territori così conquistati, inviare migliaia di soldati al sud per reprimere i focolai d’insurrezione popolare, costringere, per la prima volta nella loro storia, milioni di persone ad un esodo senza fine, ma, ma…. non erano i nostri fratelli d’Italia?…Ma perfino Caino ebbe pietà di suo fratello Abele e lo eliminò subito, senza sofferenze!
    Il romantico Risorgimento che conoscevo, quello che mi è stato inculcato a scuola sin da piccolo, si è trasformato all’improvviso in una grande e strana guerra, dove un Nord che si sente migliore e di molto superiore, si avventa con ferocia su un sud che si vuole e si deve ritenere inferiore!
    Chi è che ha cambiato le carte in tavola e quando? Ma Bossi non era un personaggio della più recente storia contemporanea?
    E’ qui, caro Professore, che principia la mia riconoscenza nei suoi confronti, se non fosse stato per quelle immagini così strane, se non fosse stato per la sua ostentata protervia che, in pieno delirio di onnipotenza, la spingeva a “minacciare” una gentile signora del pubblico di scrivere sul pessimo Lombroso, se non fosse stato per il suo senso di superiorità così simile a quello dei suoi predecessori, io non avrei mai e poi mai, intrapreso un viaggio attraverso le terribili verità del nostro passato, un viaggio di una persona che così ha potuto comprendere e contestualizzare meglio la sua condizione di uomo del Sud e che finalmente si sente a pieno titolo ed a tutti gli effetti, un Italiano.
    Egregio Professore, io ho raccolto il suo guanto di sfida e di questo le sarò eternamente grato!
    Un uomo del Sud

    P.S.: il ritenere gli “indignados meridionali” sinceri ed in buona fede, le fa onore ma le torna utile solo per ricevere ulteriori ringraziamenti e non la rende immune dai sospetti di cui si lamenta (il razzismo è spesso un boomerang e ha la memoria lunga);
    P.P.S.: per quanto concerne le motivazioni dei suoi “comportamenti”, proprio perché, come Lei dice “sta tramontando la stagione in cui in Italia si poteva impunemente stravolgere il passato…”, mi piace pensare che sia caduto nel medesimo meccanismo mentale dei neoborbonici che li obbliga ogni giorno, con coraggio ed orgoglio, ad impegnarsi nella strenue difesa delle proprie tradizioni e dell’onore dei propri avi, preferisco non fare altre congetture e la lascio da solo con la sua coscienza.

    Angelo

  18. Recentemente (venerdi 24 maggio) si è tenuto a Gorizia un interessante dibattito (“Questione meridionale e brigantaggio”) a cui hanno partecipato diversi “Storici” tra cui anche il prof. Barbero (storico medioevale), il prof. De Crescenzo, noto Neoborbonico, Il giornalista Pino Aprile, moderati dal Vicedirettore del TG1 Gennaro Sangiuliano davanti ad una platea di oltre 600 persone tutte attivamente interessate.
    Dal Sito dei Neoborbonici si legge: “… sorprendenti gli interventi di Alessandro Barbero: nessuna citazione del suo libro “sui quattro morti di Fenestrelle”. Nessuna risposta alle sollecitazioni in merito alle verità sui prigionieri borbonici (forse per timore di scivolare nella spigolosa questione storiografica-archivistica con le numerose lacune già sottolineate nel confronto di Bari?): qualche qualche vaga considerazione sulla difficoltà di fare storia “serenamente” in Italia (da che pulpito… considerato il tono delle accuse pubblicate nel suo libro),qualche vaga difesa (di fronte agli attacchi di un Pino Aprile più che mai in grande forma, carico e brillante) degli storici ufficiali che avrebbero sempre “parlato di saccheggi e massacri” (ma non nei testi scolastici!), qualche considerazione sulla complessità del fenomeno-brigantaggio che, secondo lui, sarebbe stato anche “endemico” [ma mai nella storia del Sud erano stati necessari oltre 200.000 soldati per debellarlo], era “finanziato da Francesco II” [due domande logiche: con quali soldi, visto che aveva lasciato a Napoli finanche i suoi risparmi? E perché mai -come già sostenne Calà Ulloa- il cuore del brigantaggio sarebbe stata la Basilicata e non l’Abruzzo così vicino anche allo Stato Pontificio?], sarebbe stato il sintomo di una antica “lotta di classe e agraria” [misteriosamente partita il giorno stesso dell’arrivo di Garibaldi a Napoli?]. Così Barbero, allora, attribuisce a interpretazioni parziali e attuali la visione di quel brigantaggio come lotta nazionale e borbonica [e i documenti degli archivi militari e civili, del Sud come del Nord dimostrano l’esatto contrario] contrapposta all’adesione di molti meridionali al “progetto unitario” [mentre i documenti dimostrano l’impercettibilità dei dati relativi ai garibaldini meridionali, degli “ascari” della Guardia Nazionale-consueta presenza di tutte le colonizzazioni- o di quegli esuli che rinnegarono la loro antica Patria e la loro gente spesso pentendosene tardivamente]. Del resto la confutazione della tesi della rivolta per i Borbone e per la Patria delle Due Sicilie è il cavallo di battaglia di tutti gli “storici ufficiali” perché quella rivolta dimostra la debolezza della tesi di fondo costitutiva dell’Italia:si trattò di un’invasione non voluta al Sud e contro la quale si ribellarono soldati e non soldati, “briganti e non briganti” per dieci anni e su tutto il territorio nazionale delle Due Sicilie. La stessa tesi, del resto, è stata portata avanti da Lucy Riall, docente di origini irlandesi e di cultura inglese che nel corso della serata ha fatto alcune dichiarazioni che meritano di essere analizzate. “Non dovete fare politica” [premesso che nessuno di noi si è mai candidato da qualche parte negli ultimi 150 anni, a che serve una storia fine a se stessa e senza collegamenti con il presente se, tra l’altro, mai come in questo caso parlando di questioni meridionali, molte scelte dimostrano una continuità drammatica e le conseguenze delle scelte del passato sono ancora vive sulla pelle dei meridionali? E’ come se qualcuno custodisse una grande biblioteca con diritto esclusivo di consultarla e senza possibilità di accesso per gli estranei: tanto varrebbe bruciarla…]; il Regno delle Due Sicilie “collassò da solo” [una tesi superata dall’accertamento della traumaticità di quello che subì il Sud e mentre lo stesso Croce sosteneva che il Regno era “crollato per un urto traumatico esterno”]; il governo borbonico “restava uno dei più spietati del mondo con le sue condanne a morte” [in contrasto evidente con la verità dei documenti: 113 le condanne a morte nel Piemonte tra il 1851 e il 1855, nessuna nelle Due Sicilie]; “una sola nave non faceva la differenza economica” [mentre non si trattava di una sola nave ma di un’intera flotta, prima in Italia e terza in Europa per tonnellaggio e traffici]; “le industrie del Sud e del Nord erano poca cosa rispetto a quelle del resto del mondo” [ma in questa sede si sta approfondendo il divario tra quelle del Nord e del Sud dell’Italia e conta non poco la potenzialità cancellata delle fabbriche del Sud dopo il 1860 con un numero di addetti e una varietà di produzioni superiori a quelli del Nord]; “scorretto citare le frasi razziste di D’Azeglio e degli altri perché si deve sempre contestualizzare: anche gli inglesi definivano gli irlandesi ‘scimmie verdi’ ma oggi dobbiamo capire perché” [per quanto sconcertante, l’affermazione è anche immotivata: se uno è razzista è razzista, a prescindere da dove e come ha definito “carogne o feccia” qualcuno]; “la storia va letta con serenità, freddezza e distacco” [al di là dell’aplomb britannico, alla Riall ovviamente non deve far male il pensiero che i cittadini di Pontelandolfo morivano “abbrustoliti nelle loro case” o che i piemontesi avessero “il diritto di decapitare i briganti per comodità di trasporto” e nessuno ce lo aveva mai detto…]; chicca finale, poi, l’affermazione secondo la quale in fondo “Garibaldi venne acclamato dal popolo in tutto il Sud” [come se il prof. Eugenio Di Rienzo, suo collega universitario, non avesse scritto il suo monumentale e documentatissimo libro nel quale è evidente il ruolo degli inglesi nell’unificazione o come se non fosse ormai più che dimostrata l’importanza dell’accordo stipulato con la mafia e la camorra che garantirono quelle “acclamazioni” in cambio di un potere ancora drammaticamente attuale].
    A conti fatti, di fronte alle lacune soprattutto archivistiche degli storici ufficiali spesso rimasti ancorati a teorie e tesi di 50 o 100 anni fa, il Festival della Storia ha dimostrato ancora una volta, oltre alla necessità di continuare il nostro lavoro di ricerca e divulgazione collegando (piaccia o no alla Riall) passato e futuro, la possibilità di vincere (e anche in trasferta) la nostra battaglia culturale.
    Gennaro De Crescenzo.”
    Come si vede Il prof. Barbero ha perso un’altra ghiotta occasione per rafforzare la “sua cervellotica convinzione ” che i morti a Fenestrelle furono solo 4 (o 5 ?). Professore accetti un consiglio, lasci stare il “falso mito del risorgimento”. Lei è più indicato per la materia che conosce bene. Si dedichi pertanto alla Storia Medioevale dove sicuramente non incorrerà in “grosse lacune”. p.s. d’altronde nel mio commento del 19 marzo u.s. su questo stesso sito già Le elencai circa una cinquantina di nomi di persone fatte morire a Fenestrelle dai ns. “fratelli d’italia piemontesi” venuti a “liberare il Sud”. per favore, potrei sapere da chi?). Nupo da Napoli

    Nunzio Porzio

  19. Guarda! Guarda! CENSURA PREVENTIVA!!(a favore dei “filo-piemontesi e quindi anche del “medioevalista” Barbero).

    Ho letto in rete (“Rete di informazione Del Regno delle Due Sicilie-30/05/2013-)quanto riporto sotto:

    ÈSTORIA 2013 L’EDIZIONE DEL “CONFRONTO”
    SCIVOLA NELLA CENSURA PREVENTIVA?

    Intervista ad Adolfo Morganti,
    Presidente di Identità Europea

    Prof. Morganti, lei è il Presidente dell’Associazione Identità Europea, che ha patrocinato l’uscita del saggio di Francesco Mario Agnoli “La vera storia dei prigionieri borbonici dei Savoia”, ed in tal veste era presente a Gorizia durante l’edizione del Festival E’Storia che si è chiuso il 26 scorso sul tema “Banditi”. Cosa è successo?

    Si è verificata una situazione veramente incresciosa, in modo particolare nel contesto di una manifestazione che si è presentata come “l’edizione del confronto”. Dopo aver pattuito con ampio anticipo con l’organizzazione dell’eccellente manifestazione una presentazione del testo in oggetto con la presenza dell’Autore, cui avremmo voluto invitare il prof. Alessandro Barbero per garantire il necessario contraddittorio, nell’imminenza della manifestazione stessa abbiamo notato che la presentazione non compariva nel Programma di E’Storia. La segreteria della manifestazione ci ha comunicato che a causa dell’indisponibilità del prof. Barbero la presentazione non ci sarebbe stata.

    Ma qual’è il nesso fra il libro di Agnoli e il prof. Barbero?

    Barbero, eccellente “medievista”, uscendo ineditamente dall’età di Mezzo ha recentemente pubblicato un saggio polemico, “I prigionieri dei Savoia”, in cui ha fortemente criticato metodi e tesi di quelli che definisce i revisionisti neoborbonici partendo da un singolo episodio storiografico, l’internamento a Fenestrelle e dintorni dei prigionieri borbonici dopo l’invasione del Regno delle Due Sicilie nel 1860-61; le sue conclusioni, sorrette da una vis polemica che non ha evitato toni molto pesanti sul piano personale, è che tutti coloro che si sono occupati del periodo risorgimentale sul fronte “revisionista” manchino dei fondamenti stessi della ricerca storiografica, essendo servi dello stereotipo che contrappone il “sud” oppresso al “nord” oppressore.

    L’accusa – ammesso che sia tale – coglie nel segno? Francesco Mario Agnoli è definibile un neoborbonico?

    Ovviamente no, essendo di ceppo trentino ed essendo noto per le sue ricerche su Andreas Hofer, la Repubblica Romana e le Insorgenze antinapoleoniche in Italia. Ma secondo Barbero avrebbe avuto il torto di segnare una prefazione ad un testo di uno di questi studiosi “meridionalisti”, ed evidentemente di condividere con costoro un orientamento “revisionista” sul periodo risorgimentale. Barbero dedica tre pagine del suo testo a questa singola prefazione di Agnoli, ignorandone la bibliografia e lasciandosi andare ad apprezzamenti sul suo conto obiettivamente grevi. Preso atto dell’affondo di Barbero, Agnoli ha voluto replicare sul piano delle tesi, e nel saggio sopra citato ha cercato di dimostrare che proprio i documenti citati da Barbero in chiave “filopiemontese”(come ognun ben sa Barbero è torinese) conducono a conclusioni esattamente opposte a quelle da lui sostenute nel suo libro.

    Una “normale” polemica storiografica, quindi…
    Normale e doverosa. È esattamente da questi scambi di opinioni, fondate sui documenti e non farcite di offese gratuite,che il dibattito storiografico può progredire. Altrimenti non rimane che la dittatura dell’insulto televisivo, anticamera all’egemonia del pensiero unico.

    Quindi a vostro parere la presentazione dentro E’Storia del libro di Agnoli sarebbe saltata a causa delle tesi ivi espresse, critiche nei confronti del precedente saggio di Barbero…

    Noi cerchiamo di mantenerci strettamente ai fatti che sono: a) la pattuizione di una presentazione del testo all’interno del festival E’Storia 2013; b) la reiterata comunicazione scritta da parte della Segreteria organizzativa della manifestazione che a causa della mancata disponibilità di Barbero a partecipare alla presentazione, questa non si sarebbe più tenuta.

    E a Gorizia durante E’Storia che è successo?

    Alcuni episodi divertenti. L’Editore del testo di Agnoli, Il Cerchio, ha usato un poco di ironia ed ha affisso nel proprio Stand alcuni cartelli che annunciavano la “non-presentazione” del libro all’interno del Festival. Ovviamente la cosa – in sé obiettivamente curiosa – ha fatto immediatamente il giro dei partecipanti e della stampa presente in loco. L’Editore risulta soddisfatto per la pubblicità ottenuta.

    E il professor Barbero è venuto ad E’Storia?

    È stato ovviamente presente a Gorizia per affrontare esattamente lo stesso tema del dibattito in questione, nel contesto di una tavola rotonda che, come ci ha confermato il giornalista meridionalista Pino Aprile che vi ha partecipato, ” è stata gradualmente ed obiettivamente addomesticata in senso rigorosamente filosavoiardo ” e pertanto è risultata ben poco utile. Sul punto in questione non abbiamo avuto il piacere di una sua parola in merito, né di conferma, né di smentita, benché fin dal mattino di venerdì Mario Bernardi Guardi sul Tempo di Roma avesse reso pubblica la querelle, divenuta quindi di pubblico dominio molto rapidamente.

    In sintesi, perché avete così criticato questa cancellazione?

    Perché odora di censura preventiva, e l’atteggiamento elusivo di tutte le parti in causa non aiuta certo a scacciare questo sospetto. Bisogna stare molto attenti a queste tentazioni, che sono ricorrenti: uccidere il dibattito storiografico in nome di una verità che “deve” essere confermata. Già durante i festeggiamenti del 150° della proclamazione del Regno d’Italia abbiamo dovuto prender atto di casi del genere, che comunque sono la prova provata della fragilità del “pensiero unico” risorgimentalista nel nostro paese. Quando si impedisce non solo il dibattito, ma la presentazione pubblica di tesi sgradite, si è alle porte di una nuova, inedita dittatura culturale azionista/giacobina, cui è necessario ribellarsi.

    A cura di Giovanni Vinciguerra

    (segreteria@identitaeuropea.it) ”

    Che dire! Di “storici e scrittori ” (ma poi lo sono?) ancora “a libro paga” dei “filopiemontesi” e che “volutamente” vogliono “storpiare” la Storia, quella VERA!, ne esisteranno sempre, fin quando non sarà deciso di togliere “il veto” a tutte quelle nefandezze compiute dai cosidetti “fratelli d’italia piemontesi” e fin quando tutti gli “scheletri, nefasti e puzzolenti”, non saranno “tirati fuori” dagli armadi.
    Dispiace che uno “Storico” di grossa fama (medioevalista), si “riduca”, ora, ad ingrossare la folta schiera degli storici e scrittori “prezzolati2 di regime. Nupo da Napoli.

    Nunzio Porzio

  20. Barbero (storico medioevale) si è sottratto all’incontro di Gorizia per garantire il necessario contraddittorio, su “La vera storia dei prigionieri borbonici dei Savoia”,con Francesco Mario Agnoli.
    Ecco,invece, cosa ne pensa “Lo storico dilettante” Agnoli su Barbero.
    Apologia di uno storico dilettante
    di Francesco Mario Agnoli – 31/10/2012
    Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

    ” Il libro di Alessandro Barbero “I prigionieri dei Savoia”, appena pubblicato (ottobre 2012) da Laterza, non solo si propone di raccontare la vera storia del trattamento riservato dai piemontesi ai soldati napoletani caduti prigionieri nel corso della guerra che portò alla distruzione del Regno delle Due Sicilie, ma anche, soprattutto e fin dalla prefazione, di aprire una pesante polemica nei confronti di quegli esponenti del revisionismo risorgimentale che tale trattamento hanno descritto con toni assai cupi fino a proporre paragoni con quanto in seguito praticato dal regime nazista.

    Trovandomi citato fra questi revisionisti a causa della prefazione (a suo tempo richiestami dall’Autore) al bel libro di Fulvio Izzo “I lager dei Savoia” (criticato anch’esso dal Barbero, ma, nonostante il titolo ricco di evocazioni, con qualche benevolo distinguo), mi sono posto il problema se, invece di imbastire una mia replica, non fosse più opportuno lasciare il compito ad altri, che, come Roberto Martucci, ugualmente tirato in ballo, possono fare valere agli occhi del cattedrattico Barbero la loro qualità di storici professionisti e colleghi. D’altra parte una risposta personale e diretta è quasi imposta dalla natura di una polemica condotta con toni così pesanti da sollecitarla in tempi brevi che non sarebbero compatibili con quelli richiesti da una replica complessiva ad un libro di oltre 360 pagine. Mi è, quindi sembrato opportuno rinviare ad un secondo momento una risposta più ampia se non vi avranno nel frattempo provveduto il Martucci o altri, per dedicarmi in prima battuta alle questioni che riguardano direttamente la polemica del Barbero nei confronti del ”magistrato di carriera” (ora a riposo) nonché revisionista dilettante (dal momento che non sono né meridionale, né meridionalista e neo-borbonico e nemmeno storico professionista, debbo ritenere di essere stato collocato in questa categoria).

    Va precisato che questa replica pur ad oggetto limitato, per evitare nuove accuse di dilettantismo sarà “condotta criticamente sulle fonti”, e poiché nel caso queste sono costituite dal libro del Barbero, sulle sue affermazioni e sui dati che vi sono riportati. Il che, ovviamente, significa accettare la realtà del dato, ma, appunto criticamente, cominciando da quello solo in apparenza innocuo: le distinzioni fra “prigionieri di guerra” (i militari borbonici catturati o consegnatisi fino al 13 febbraio 1861, data della capitolazione di Gaeta), “sbandati” (i militari ancora a piede libero dopo tale data), “renitenti” (i giovani sottrattisi alle prime leve “piemontesi”), “refrattari” (i renitenti alle leve borboniche fino al 1860)), “disertori” (tutti coloro che fuggivano dopo avere indossato la divisa del Regio Esercito). Distinzioni tecnicamente esatte e storicamente non prive d’interesse, così come i provvedimenti del governo sabaudo che, ad arbitrio dei vincitori, trasformarono lo status dei militari napoletani da prigionieri di guerra a quello di generici carcerati o internati e infine di truppa italiana. Soprattutto distinzioni molto funzionali al progetto di chi, suddividendo e parcellizzando, mira a ridurre l’importanza del fenomeno, ma scarsamente rilevanti per un giudizio complessivo sul trattamento riservato dai Savoia ai soldati dell’esercito sconfitto, poco importa come classificati se la loro situazione dipese comunque dal servizio prestato nell’esercito borbonico e dal rifiuto dell’arruolamento in quello italiano.

    Vanno, quindi, messi in conto come componenti di una medesima umanità dolente e perseguitata tutti i militari ex-borbonici (e a rigore nemmeno si dovrebbero escludere i “renitenti” quanto meno delle prime leve “italiane”) che comunque finirono nei “depositi” piemontesi, nel campo di S. Maurizio e soprattutto nella fortezza di Fenestrelle, anche se, da ultimo, per assegnazione ai reggimenti di punizione dei Cacciatori Franchi lì di stanza, fra i quali tutt’altro che per caso numerosissimi erano i meridionali.

    Tornando a noi, le espressioni che mi vengono addebitate sono di avere definito “inferno carcerario”, la fortezza rupestre di Fenestrelle, e descritto i luoghi dove vennero deportati e detenuti prigionieri e sbandati come “il modello, di base di quell’universo concentrazionario di campi di deportazione e prigioni destinate ad attingere nel nostro secolo i supremi fastigi dei lager e dei gulag”, nonché di avere visto l’anticipazione di Pol Pott nella cittadella di Alessandria, nei depositi di Genova “e specialmente nel campo di concentramento e di rieducazione di San Maurizio Canavese nei pressi di Torino, e, infine, nell’ultimo cerchio di quell’inferno carcerario cui purtroppo è mancato un Solgenitsyn, la fortezza di Fenestrelle”. Affermazioni dalle quali lo storico piemontese deduce la mia ignoranza su “cosa fossero Fenestrelle e San Maurizio, quali le condizioni disumane in cui là il militare ribelle era incarcerato”, un’ignoranza dichiarata “profondamente offensiva innanzitutto verso la memoria degli uomini che passarono da quei luoghi, e che qui si pretende di onorare” (rilievo del tutto gratuito e da addebitare alla polemica ad ogni costo cui si abbandona il Barbero dal momento che gli unici legittimati a farlo, i discendenti o i compaesani dei carcerati di Fenestrelle, mai mi hanno rimbrottato per averne offeso la memoria).

    E veniamo al dunque per dire anzitutto che, essendomi occupato della situazione dei “prigionieri dei Savoia” esclusivamente nella citata prefazione, non ho nessuna difficoltà a riconoscere di non avere previamente svolto ricerche d’archivio, che mi azzardo a credere non indispensabili per i prefatori. Senza dubbio l’autore di una prefazione non può permettersi, nemmeno lui, di sbrigliare la fantasia ed è tenuto, oltre che alla lettura dell’opera prefata, ad una certa conoscenza della materia, ma non anche allo spoglio degli archivi per il controllo di tutti i dati (impresa oltretutto non semplice per un revisionista dilettante, che, a differenza di un cattedrattico, non ha a disposizione studenti e collaboratori cui delegarlo).

    In definitiva, le mie considerazioni sui lager sabaudi si fondavano sia su articoli e saggi pubblicati su “L’Alfiere”, una delle più colte e prestigiose riviste del Meridione (brillantemente diretta da un altro magistrato di carriera), e su altri periodici come Due Sicilie, sia sui libri di quegli stessi autori incorsi nei fulmini dello scrittore piemontese. Studiosi tutti che stimavo e stimo non solo per la conoscenza personale che ho con alcuni di loro, ma perché tuttora convinto che abbiano rappresentato la triste situazione dei militari borbonici prigionieri in modo assai più prossimo alla realtà del libro del Barbero pur ricchissimo di note e citazioni.

    Per quanto mi riguarda, se non ho svolto ricerche d’archivio e non ho visitato il campo di rieducazione (insisto) di San Maurizio Canavese da tempo soppresso, sono però andato qualche anno fa a Fenestrelle, riportandone, nonostante la bella stagione e il mio amore per le montagne, un’impressione tutt’altro che piacevole a causa dell’asprezza dei luoghi e del grigiore della costruzione, resa angosciante dal ricordo delle molte persone che a forza vi hanno soggiornato per periodi più o meno lunghi. Una visita che mi ha reso evidente perché Fenestrelle sia stata classificata fortezza di correzione e utilizzata per molti anni come prigione di Stato, prima da Napoleone poi dalla monarchia sabauda e di nuovo nel secolo scorso, dopo un ritorno a sede di punizione e correzione per militari, dal fascismo.

    Dalla mia visita ho riportato il ricordo di una scritta a grandi caratteri neri sopra una parete interna, nell’ala destinata al comando della fortezza di correzione: “Ognuno vale non per ciò che è ma per ciò che produce”, che forse lascia indifferenti gli storici di cultura azionista, ma che alla mia mentalità cattolica è sembrata orrenda, peggiore, come sintesi di un programma e di un’idea, del nazista “Arbeit macht frei”, di per sé innocuo e addirittura accettabile se non fosse stato stravolto e capovolto nell’attuazione.

    Di conseguenza mi rifiuto di credere che sia stato per caso o per insufficienza di altre sistemazioni, come invece pretende il Barbero, che una grande quantità di soldati napoletani sia passata prima o poi per Fenestrelle non per venire soppressi, ma per esservi “corretti” (è assolutamente pacifico, e non occorreva il libro dello storico piemontese per ricordarlo dal momento che nessuno ha mai sostenuto il contrario, che il sistema concentrazionario sabaudo mirava non alla eliminazione dei ricoverati, ma al loro arruolamento e conversione, perché Vittorio Emanuele II e il suo governo, convintissimi di un prossimo attacco in forze da parte dell’Austria, avevano un disperato bisogno di uomini da mandare a combattere e morire per la grandezza della dinastia).

    Comunque non si tratta soltanto di Fenestrelle, pur se questa temibile fortezza di correzione, stava al centro del sistema, e del campo d’istruzione creato nell’estate del 1861 a San Maurizio Canavese e definito dalla stampa dell’epoca “luogo di risanamento fisico oltre che morale”, ma di tutta una serie di “depositi”, soprattutto in Piemonte e in Lombardia (“centri di raccolta” vennero in un secondo momento istituiti anche a Livorno, Ancona, Rimini e Fano), dove, a cominciare dall’autunno 1860, vennero collocati i prigionieri napoletani.

    Restando al 1860, già nella prima metà d’ottobre, di fronte alla difficoltà di sistemare a Genova, dove erano stati condotti per mare ammucchiati nelle navi alla bell’e meglio, i primi prigionieri di guerra (il Barbero quantifica in 8.000 uomini questa prima ondata, una parte dei quali subito dislocata ad Alessandria e a Bergamo), e al loro rifiuto di arruolarsi, il ministero della Guerra, pur riconoscendo che non si poteva per il momento procedere ad arruolamenti forzati, non trattandosi di “regi sudditi” per non essere stata ancora proclamata l’annessione, dispose che “ove il numero di quelli che rifiutano sia troppo grande e non possano essere ritenuti prigionieri (…) il Ministero penserà a mandarli a Fenestrelle”. Pochi giorni dopo il generale Carlo Boyl di Putifigari, incaricato della sistemazione, ricevette l’ordine di designare ”fra i prigionieri napoletani 300 od intorno dei più rivoltosi per essere mandati a Fenestrelle”. Ben conoscendo il significato del ricovero nella fortezza di correzione, il generale reputò eccessiva la misura e nel tentativo di evitarla rispose che i prigionieri napoletani, pur non volendo prestare servizio, erano quietissimi e che la loro ostinata fedeltà a Francesco II andava attribuita alla loro natura di “gente alquanto idiota, non scevra di pregiudizi e alquanto bigotta”.

    Ciò nonostante, giunti a Genova altri 5.000 prigionieri, 1.200 vennero spediti a Fenestrelle, mentre altri furono collocati a Genova, Alessandria e Milano. Il Barbero, nell’evidente intento di sminuire il carattere particolarmente correttivo dell’invio a Fenestrelle, riferisce che il comandante della fortezza venne sollecitato a prendere “gli opportuni provvedimenti affinché ai prigionieri napoletani che vennero destinati a questa fortezza siano usati i riguardi possibili perché la rigidezza del freddo di codesto clima non riesca perniciosa alla salute di gente abituata alla mitezza dei climi meridionali”. Può sembrare un provvedimento ispirato a umanità e al desiderio di convincere con le buone i napoletani a prendere servizio nel Regio Esercito. Lo confermerebbe la successiva circolare del 20 novembre 1860, che detta le regole per il trattamento di tutti i prigionieri, che doveva essere ispirato a giustizia e addirittura ad amorevolezza “affine di animarli a prender servizio nell’Esercito” e dispone la distribuzione di “quegli effetti di vestiario e calzatura che siano riconosciuti veramente indispensabili” sia pure “scegliendoli di preferenza fra quelli di minor costo”. Purtroppo la realtà fu assai diversa a quanto risulta, non dai resoconti filoborbonici o dalla stampa cattolica dell’epoca, ma, pur se riguardano solo prigionieri collocati a Milano e non, direttamente, quelli di Fenestrelle, dai rapporti del generale Alfonso La Marmora a Cavour, che gliene aveva dato incarico, e al Ministero della Guerra subito prima e subito dopo la circolare del 20 novembre. Il La Marmora mostra profondo disprezzo per i soldati napoletani (del resto largamente condiviso, riconosce il Barbero, dai comandi del Regio Esercito, dai giornali e dall’opinione pubblica settentrionale in genere, e piemontese in particolare), definiti “canaglia” e “feccia” e descritti “tutti coperti di rogne e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhi o da mal venereo”. Con tutta la scarsa considerazione che prova per loro e la sua contrarietà al loro arruolamento nel Regio Esercito, il La Marmora critica però la decisione di collocare questi uomini nelle caserme in condizione prossima a quella dei “servi di pena”, adibendoli cioè a lavori di solito assegnati agli ergastolani, e chiede di assegnargli “un trattamento pari ai nostri soldati” e di non lasciarli uscire senza averli prima rivestiti e dotati di abiti “per la riflessione stessa che trovandosi così malvestiti e laceri potrebbe incoraggiarli di più a commettere delle bassezze”.

    Insomma il La Marmora ci fa sapere che nel Castello Sforzesco i napoletani, pur essendo frammisti ai soldati “piemontesi” e in apparenza liberi (ma la libera uscita doveva esser espressamente concessa e lo era solo “ai più meritevoli”), erano malvestiti e laceri, svolgevano lavori da ergastolani ed erano trattati molto diversamente da quelli che si sperava diventassero i loro futuri commilitoni. Situazione destinata a protrarsi anche a mesi di distanza dalla cattura. Ne fornisce prova, certa perché del tutto involontaria, il quotidiano ministeriale torinese L’Opinione. In un articolo pubblicato il 4 dicembre 1860 lo scrittore milanese Cleto Arrighi riferì di essersi recato con un ufficiale al Castello Sforzesco e di avervi trovato circa duecento prigionieri napoletani “laceri e seminudi, che avrebbero fatto compassione ad un codino” e tuttavia ostinati, o per imbecillità o per fedeltà al loro Re, a non prendere servizio, pur sapendo che se si fossero decisi a “giurare alla nuova bandiera italiana” avrebbero subito ricevuto vestiti, paga e tabacco.

    Una testimonianza che costringe il Barbero ad ammettere che “sembra” che ci fosse “davvero il piano di forzarli ad arruolarsi a furia di maltrattamenti”. Il dubbio è di troppo tanto più che è ragionevole supporre che la situazione del Castello Sforzesco fosse migliore di quella della caserma di S. Girolamo, dove erano stati “ricoverati” “i più turbolenti e decisi alla resistenza” e dove il 1° dicembre si erano verificati incidenti fra carabinieri e napoletani, che avevano opposto resistenza, dapprima passiva poi usando come armi le panche e le gamelle del rancio, al trasferimento presso reparti dislocati in diverse località lombarde.

    Le notizie per Alessandria, Bergamo, Genova, Biella (dove pure si ebbe un ammutinamento di soldati napoletani che le autorità militari ritenevano invece pronti ad arruolarsi) e, appunto, Fenestrelle sono, per questo aspetto, più scarne, ma non c’è ragione di pensare che le cose andassero diversamente, dal momento che anche in questi “depositi” e fortezze i prigionieri borbonici si rifiutavano di passare all’esercito italiano.

    Per quanto in particolare concerne Fenestrelle e i riguardi usati ai napoletani che vi erano destinati è lo stesso Barbero a descrivere già nella polemica premessa al suo libro la “colonna di soldati in lacere uniformi turchine, disarmati e sotto scorta”, che la sera del 9 novembre, “marciava lungo la tortuosa strada alpina che risale la Val Chisone, nelle montagne piemontesi, verso la fortezza di Fenestrelle, costruita a 1200 metri di altezza sul livello del mare”, e a spiegare che si trattava di “prigionieri dell’esercito borbonico catturati per lo più alla resa di Capua il 2 novembre, trasferiti per mare da Napoli a Genova dove erano approdati il giorno prima, poi trasportati in treno fino a Pinerolo e ora avviati a piedi, giacché non c’era altro mezzo, alla fortezza. Esausti per l’interminabile marcia, arrivarono a Fenestrelle per tutta la notte, a drappelli sbandati. Uno di loro morì appena giunto, nei giorni seguenti ben 178 su 1186 vennero ricoverati in ospedale e altri quattro vi morirono”.

    A parte queste amorevolezze del governo e dei comandi militari piemontesi, è dunque provata l’esistenza di una quantità di luoghi, in un primo tempo collocati tutti in Alta Italia (ne vennero poi realizzati anche in Meridione, con una netta preferenza per le piccole isole, nelle quali i prigionieri potevano essere più facilmente controllati, non avendo modo di allontanarsene), dove i napoletani venivano collocati e spostati dall’uno all’altro in condizioni che si possono benevolmente definire di estremo disagio. Difficile allora comprendere perché il Barbero trovi fuori luogo la definizione di “universo concentrazionario”, non bastando certo il fatto che i luoghi di custodia fossero non “campi”, ma fortezze e caserme, e che l’unico campo, quello di San Maurizio fosse (come ha l’ardire di scrivere nel suo attaccamento al dato formale) “un campo di addestramento per truppa italiana e non campo di, prigionia”, quando quella “truppa italiana” di 6.000 ex-militari napoletani non veniva per prudenza fornita di armi nemmeno durante le esercitazioni, riceveva un rancio immangiabile e pochi abiti, ed era sorvegliata da due battaglioni di fanteria “piemontese”.

    Il termine “concentrazionario” viene da qualche decennio usato per individuare una particolare realtà, quella, appunto, di un mondo separato da quello normale, nel quale vengono collocati, non per loro libera scelta, soggetti avviati dal potere ad un destino particolare, che, nei casi estremi, può essere l’eliminazione fisica, in altri il lavoro forzato (laogai cinesi) in altri la rieducazione politica e l’arruolamento. L’universo concentrazionario piemontese mirava a convincere il maggior numero possibile di napoletani ad entrare nel Regio Esercito e a rimanervi fino al termine della ferma senza fare storie. Per questo il numero dei morti, a Fenestrelle, nei depositi e nel campo di S. Maurizio, comunque consistente perché le condizioni sanitarie erano quasi dovunque pessime e negli spostamenti non si usavano, come si è appena visto, troppi riguardi, risulta infinitamente più basso che in altri universi finalizzati invece alla soppressione.

    Si è detto che il centro del sistema era la fortezza di Fenestrelle. Se dovunque le condizioni di detenzione, educazione e addestramento erano cattive, nella fortezza di correzione erano necessariamente pessime. Difatti, ad esempio, il destino dei prigionieri (o, se si preferisce, ma la sostanza non cambia, formalmente ex-prigionieri) addestrati (sotto sorveglianza armata) nel campo di S. Maurizio era di essere inviati ai reggimenti del Regio Esercito per quelli che, progrediti nell’istruzione, “mostrino di aver acquistate le qualità che si richiedono a formare de’ buoni soldati”, mentre gli altri “si manderanno a Fenestrelle, per esservi tenuti sotto più rigida disciplina, finché si correggano e diventino idonei al servizio”.

    Ugualmente difficile comprendere, questa essendo la situazione, la ragione per la quale il Barbero ritenga inappropriata la definizione di “inferno carcerario” per la fortezza di Fenestrelle, pur riconoscendo che alcuni napoletani vi morirono e che altri, arruolati nei Cacciatori Franchi, vi rimasero per tutto il tempo della ferma, cioè per anni. Certamente non basta la sua pretesa di non tenere conto dei napoletani inviati a Fenestrelle in veste di soldati italiani assegnati ai Cacciatori Franchi per quelle stesse ragioni formali che dovrebbero fare del campo di S. Maurizio un semplice “campo di addestramento per truppa italiana”.

    Non vorrei deludere del tutto il Barbero sulle virtù correttive del suo lavoro e debbo riconoscere che dopo la lettura delle 360 faticose pagine che lo compongono se dovessi riscriverla modificherei due punti della mia contestata prefazione. Il primo là dove ho recepito la notizia che “la stragrande maggioranza e addirittura la quasi totalità fra i semplici soldati, i sottoufficiali e gli ufficiali dei gradi inferiori rifiutò l’arruolamento” senza precisare che la situazione cambiò, sia pure controvoglia, quando la legislazione piemontese rese obbligatorio l’arruolamento. Il secondo riguarda gli ufficiali napoletani dal momento che, secondo quanto scrive il Barbero, “nessuno di loro passò per Fenestrelle, né per San Maurizio né fu inviato ai Cacciatori Franchi”. Non sono in possesso di dati in contrario. Tuttavia, pur se quanto ho scritto può essere inesatto per Fenestrelle, resta il fatto che anche ufficiali napoletani subirono la prigione come quelli che, pur avendo avuto la garanzia di ricevere il trattamento patteggiato al momento della capitolazione per i loro colleghi della guarnigione di Gaeta, vennero invece arrestati, tenuti in detenzione a Napoli e, quindi, internati a Ponza, dove si perdono le loro tracce, che, a quanto si deduce da un accenno dell’autore, presero la via della giustizia penale. Altri poi vennero arrestati, fra la fine del 1860 e l’inizio dell’anno successivo, d’ordine del luogotenente Luigi Carlo Farini, romagnolo, che li definiva “svergognati” e “vile e disonorata gente”, e inviati i primi (tutti di grado molto elevato) a Genova, gli altri in due depositi istituiti appositamente per loro a Savona e a Chiavari. Si può immaginare che, nonostante i pregiudizi classisti dell’epoca, il trattamento riservato a questi ufficiali napoletani, considerati, a differenza dei piemontesi, non gentiluomini, ma “disonorata gente” non sia stato molto migliore di quello inflitto alla bassa forza. ”

    Allora, come più volte consigliato, non è meglio che Barbero si dedichi maggiormente dove è più ferrato ?
    (Mi riferisco alla “storia medioevale”.).
    Nupo da Napoli.

    Nunzio Porzio

  21. “GRAZIE BAEBERO”
    Su “IL MATTINO” di Napoli è apparso questo articolo di Gigi Fiore. Io “ringrazio” il prof(?)Barbero (medioevalista e non risorgimentalista)per il suo contributo dato affinchè si verificasse quel che poi è avvenuto.

    Fortezza di Fenestrelle, basta con la lapide! Distrutto il ricordo dei prigionieri meridionali.
    “Anche se ne fosse morto solo uno di quei prigionieri, sarebbe giusto ricordarlo”. Fui chiaro, a Torino, con il professore Alessandro Barbero. Mi chiese cosa ne pensavo della lapide sistemata nel 2008 all’interno della fortezza-carcere di Fenestrelle. Fui chiaro mentre si dibatteva su un suo lavoro, nato da una ricerca impostata, in maniera limitata, quasi esclusivamente su documenti dell’Archivio storico di Torino. Limitava il numero dei morti tra i prigionieri dell’ex esercito delle Due Sicilie e dello Stato pontificio, rinchiusi dopo gli scontri con i garibaldini e le truppe piemontesi. Poche decine, ho più volte scritto, non certo migliaia. Ma pur sempre morti lontano dalle loro terre e in stato di prigionia.
    Voglia di revisionismo delle controstorie. Voglia di strizzare l’occhio ad un mercato che si era rilevato incuriosito dalle controstorie, senza che il mercato rispondesse a Barbero come sperava: il libro è rimasto lì, con il suo 2 per cento di documenti consultati tra quelli disponibili sulle prigionie risorgimentali tra il 1860 e il 1862. Senza aver chiuso la ricerca sul tema dei prigionieri di una guerra non dichiarata tra italiani.

    L’effetto violento di quel testo è stata, invece, la distruzione della lapide che non dava fastidio a nessuno. Era stata affissa dai Comitati presieduti da Fiore Marro e diceva: “Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il re e l’antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di stenti. I pochi che sanno s’inchinano”.

    Nulla di esplosivo, di “secessionista”, di violento. Un ricordo, come in migliaia di lapidi che inneggiano alle case e alle casette dove ha dormito o è solo passato (ma sarà poi sempre vero?) Giuseppe Garibaldi in Italia.

    Tra bar e spettacoli ameni, la fortezza di Fenestrelle, carcere duro del regno sardo-piemontese e poi dei primi anni dell’Italia unita, viene visitata dai turisti. Niente ricordo degli italiani che vennero rinchiusi tra quelle mura, dopo una guerra di conquista che portò all’annessione di territori dello Stato pontificio e dell’intero Mezzogiorno.

    Gli accademici che hanno ricordato quelle prigionie, come Roberto Martucci o Eugenio Di Rienzo, sono a volte guardati con diffidenza dai loro colleghi. Mentre monta la voglia accademica di avviare finalmente ricerche su temi sollevati anche da storici non di professione.

    Temi della nostra storia di 152 anni fa, su cui l’accademia si era seduta. E per anni ci si poteva chiedere a cosa servissero le cattedre di storia del Risorgimento se tutto era stato scritto, esplorato, interpretato. Molto invece era rimasto nel buio. E ci volle un non storico-accademico, come Franco Molfese, per fare finalmente luce per intero sulla storia del brigantraggio post-unitario, con documenti inediti.

    Misteri dell’Italia, che non sa davvero fare i conti con la propria storia. E, in questo clima, ci sta anche la distruzione della lapide a Fenestrelle, anticipata dalle parole di Barbero. Parlò di “lapide menzognera che l’amministrazione del forte ha incredibilmente acconsentito di collocare, su falsità che hanno influenzato un’opinione pubblica particolarmente incattivita e frustrata”.

    Così parlò il docente di storia medievale. Con toni di insolita violenza che contestava ad altri. L’effetto è stata la rimozione della lapide a Fenestrelle. Ridotta a pezzi. E non ritrovata da chi era tornato nel forte per rivederla. Gigi Di Fiore.

    Stralcio del comunicato del “Movimento Neoborbonico”
    …..Distrutta la lapide di Fenestrelle: un’offesa grave (e inutile) alla memoria storica. Foto Quali le “controindicazioni” di quella piccola lapide cristianamente rispettosa della nostra storia a fronte, tra l’altro, di migliaia di lapidi retoriche e bugiarde dedicate magari ai massacratori dei meridionali in giro per l’Italia? Quali le motivazioni per il suo spostamento dalla piazza ad una cella e da quella cella, in pezzi, in un contenitore di plastica? I cocci li hanno raccolti gli stessi Comitati durante la loro ultima manifestazione (già pronta, naturalmente, una nuova lapide… Nessun collegamento, è ovvio, tra le polemiche di Barbero e la cancellazione di quel pezzetto di memoria storica ma ci aspettiamo, dopo il silenzio in occasione delle recenti cenette a lume di candela (burlesque compreso) oggettivamente poco rispettoso della stessa tragica e secolare storia di quel luogo di sofferenza e morte, un suo intervento contro chi, effettivamente “frustrato e incattivito”, ha pensato di fermare la dilagante e sacrosanta opera di ricostruzione di verità storica e memoria avviata dagli antichi Popoli delle Due Sicilie ma senza riuscirci e, anzi, rafforzandone addirittura le motivazioni: le lapidi del cuore e dell’anima non si possono più cancellare.” Gennaro De Crescenzo

    Il sottoscritto, nel provare esecrazione profonda per chi ha distrutto la lapide, “ringrazia” il prof(?) di storia medioevale, Alessandro Barbero, per il “suo contributo” affinchè ciò avvenisse. Nupo da Napoli
    Foto

    Nunzio Porzio

  22. Ma quel tale, come si chiamava, alberto da giussano mi sembra, mboh ma e’ veramente esistito? ma la lega nord che vorrebbe dividere l’italia come mai non fa paura? un bel libro sulla padania lo vogliamo scrivere? ma perche’ fanno cosi’ paura i neoborbonici? ci sono interessi da parte delle aziende padane che vendono i loro prodotti al Sud? o che si pappano il denaro pubblico attraverso gli appalti per costruire opere che non funzionano mai, ultima il ponte sullo stretto. Forse e’ anche per questo che si scrivono certi libri e altri no?

    luigi

  23. GRANDE VITTORIA PER LA VERITA’ STORICA A SAN SEVERO (Fg). Onore restituito ai soldati delle Due Sicilie anche nelle Puglie. I Neoborbonici hanno manifestato a San Severo giovedì sera (Auditorium teatro comunale “Verdi”) contro la presentazione del libro di Alessandro Barbero sui prigionieri borbonici, distribuendo volantini (copia allegata) a tutti i presenti e anche all’autore piemontese e artefice di numerosi interventi anti-borbonici negli ultimi tempi… Lo stesso sindaco, Gianfranco Savino, presente alla conferenza, si è detto contrariato per il perseverare della falsa storia e si è impegnato, con “Daunia Due Sicilie”, ad organizzare la proiezione del film-documentario che racconta la vera storia della nostra Terra: “La Terra dei Borbone”. Un po’ di verità storica distribuita ai “nemici” della verità storica… Successo e consensi (tranne che per i relatori, ovviamente) in sala e fuori…
    TESTO-VOLANTINO
    RISPETTO PER I SOLDATI DELLE DUE SICILIE! Il prof. Alessandro Barbero, esperto medievalista, ha scritto un libro su un episodio della storia del “Risorgimento”.
    In questo libro ha dichiarato “chiusa” la complessa e drammatica questione dei soldati delle Due Sicilie prigionieri dei Savoia a Fenestrelle e nel resto del Nord.
    Il prof. Barbero in questo libro
    – ha esaminato una percentuale minima (meno del 5%) delle fonti disponibili sul tema; – ha consultato solo le fonti dell’Archivio di Stato di Torino con poche altre citazioni di altri archivi (meno di 10) a fronte delle centinaia di archivi di enti pubblici, privati e ecclesiastici da consultare;
    – ha giudicato “parziali” le fonti che attestano le tragedie vissute da quei soldati (e imparziali le fonti ufficiali sabaude) come se non fosse vero che quei soldati furono deportati “nel gelo di Fenestrelle peggio che non si fa con negri schiavi tra fame a bere sozze brode e tra stenti e ghiacciaie perché fedeli al loro giuramento”…
    – ha minimizzato il dramma di quei soldati: nessuno aveva il diritto di deportare (contro la loro volontà) oltre 60.000 soldati a centinaia di km dalle loro case;
    – ha ignorato completamente i saccheggi, i massacri e le umiliazioni subite dalle popolazioni meridionali durante il “Risorgimento” a partire proprio da quei soldati…
    Altro che “furibonde mistificazioni” o “fini immondi” (cit. da Barbero):
    LE VERITA’ SULLA STORIA DELL’UNIFICAZIONE ITALIANA VANNO ANCORA RICERCATE E RACCONTATE IN MANIERA CORRETTA
    RISPETTO PER I SOLDATI DELLE DUE SICILIE- RISPETTO PER LA NOSTRA MEMORIA STORICA- RISPETTO PER IL SUD INTERO.
    Nupo da Napoli.

    Nupo

  24. Vorrei capire una cosa, anche se esula leggermente dall’argomento trattato; ma è un dubbio che mi sorge spontaneo leggendo quei brani stralciati, riportati in alcuni commenti.
    Se eravamo un paese così povero, arretrato ed ignorante con un popolo parimenti rozzo, misero, meschino ed analfabeta(insomma un paese ed un popolo di merda); quali motivazioni hanno spinto il Regno di Sardegna e i Savoia a volerci invadere ed annettere? E perché non hanno fatto nulla, in quasi un secolo del loro regime, per migliorare il nostro territorio ed il nostro popolo?
    Grazie.

    Alberto

  25. Oh, ma i neoborbonici (che leggendoli mi vergogno e profondamente di essere meridionale) una traccia, una prova qualsiasi del massacro di fenestrelle riescono a portarla? Un diario, una lettera, un mucchio di ossa (la calce distrugge le ossa? Mi dicono di no) un ricordo, una testimonianza, una cosa qualsiasi… E caro Nupo, se tu avessi letto il libro di Barbero sapresti che NON ignora i massacri (e anzi li cita) e NON minimizza il dramma dei soldati che tra parentesi restarono a Fenestrelle poche settimane prima di essere arruolati a forza…

    stanislaw

  26. Caro Stanislaw, secondo il parere che mi sono formato tu sei più scettico di S. Tommaso (o hai letto poco). Al professor Barbero “cattedratico” di Storia Medioevale (e se la scrive come ha scritto il libro su Fenestrelle!!!), “piemontese” , “prezzolato” dallo stato italiano, contestato in tutte le sue affermazioni a cui non ha saputo mai dare riscontro(leggere “IL SUD, Dalla Borbonia Felix Al carcere di Fenestrelle” ediz. MAGENES febb.2014) che su Fenestrelle se ne “esce” con i suoi 4 (o forse 5) morti ho già avuto occasione di esprimermi su questo( Vedi commento del 19 marzo 2013 ) e quindi non vorrei ripetermi, tuttavia ti inserisco qualche stralcio per chiarirti le cose. “…. a Fenestrelle funzionava anche un ospedale da campo dove furono ricoverati alcuni prigionieri. Coloro che morirono nell’ospedale vennero annotati nel libro dei morti di Fenestrelle e la Provvidenza ha permesso che alcune annate del libro parrocchiale dei morti si sia potuto consultare, anche se molto velocemente.Il dottor Antonio Pagano, accompagnato dal dott. Piergiorgio Tiscar, discendente del maggiore don Raffaele Tiscar de los Rios, capitolato a Civitella del Tronto, ha visionato il libro dei morti ed ha stilato velocemente l’elenco che ora si pubblica. I registri del 1860 e del 1861 sono scritti in francese ed i nostri soldati vengono definiti “prigionieri di guerra napoletani”. I registri del 1862, del 1863, del 1864 e del 1865 sono scritti in italiano e definiscono i prigionieri morti “soldati cacciatori franchi”. Mancano all”appello i registri dal 1866 al 1870 perchè prestati ad uno studioso di Torino. Avremo modo, in futuro, di colmare la lacuna e correggere eventuali errori di trascrizione. Elenchiamo ora i nomi dei nostri Caduti con religiosa emozione al fine di restituire alla loro memoria, dopo 140 anni, gli onori ed il rispetto che meritano per il sacrificio sopportato.restituire alla loro memoria, dopo 140 anni, gli onori ed il rispetto che meritano per il sacrificio sopportato.

    – ANNO 1860 :

    1. Garloschini Pietro, m. 1.10, di Montesacco (?)

    2. Conte Francesco, m. 11.11, di Isernia, anni 24

    3.Leonardo Valente, m. 23.11, di Carpinosa, anni 23

    4. Palatucci Salvatore, m. 30.11, di Napoli, anni 26

    5. Suchese (?) Francesco, m. 30.11, di Napoli

    – ANNO 1861:

    1. Scopettino Matteo, m. 24.8, di Chieti, anni 22

    2. Miggo Salvatore, m. 7.10, di Galatina (Lecce) anni 24

    – ANNO 1862 :

    1. Donofrio Carmine, m. 16.1, di Villamagna (Chieti) , anni 27

    2. Caviglioli Marco, m. 29.1, di Cosciano (?)

    3.Palmieri Biagio, m. 5.2, di Teano, anni 23

    4. Visconti Domenico, m. 16.4, di Cosenza, anni 28

    5. Mulinazzi Francesco, m. 20.7, di Benevento, anni 24

    6. Gentile Rocco, m. 24.7, di Avellino, anni 25

    7. Leo Vincenzo, m. 18.9, di Veroli (Frosinone),anni 26

    8. Lombardi Nicola, m. 25.9, di Modigliano (?)

    9. Vettori Antonio, m. 7.11, di Amantea, anni 26

    – ANNO 1863 :

    1. Mazzacane Cristoforo, m. 18.2, di (?)

    2. Pripicchio Raffaele, m. 21.3, di Paola, anni 23

    3. Giampietro Giovanni, m. 9.5, di Moliterno, anni 28

    4. Milotta Giuseppe, m. 23.5, di Sala, anni 24

    5. Spadari Ruggero, m. 25.5, di Barletta, anni 24

    6. Serbo Tommaso, m. 17.8, di Triolo – Gareffa (?), anni 26

    7. Gaeta Giordano, m. 11.10, di Pellizzano (Salerno), anni 32

    8. Gorace Domenico, m. 15.12, di Palma, anni 32

    9. Grossetti Angelo, m. 23.12, di Mura (Vestone),anni 25

    – ANNO 1864:

    1. Masareca Giuseppe, m. 20.1, di Basilicata, anni 22

    2. Morino Santo, m. 29.1, di Mussano (Lecce), anni 26

    3. Pastorini Andrea, m. 16.2, di Maregno (?), anni 27

    4. Montis Salvatore, m. 24.4, di Tramalza (?)

    5. Palermo Giovanni, m. 12.5, di Atripalda, anni 32

    6. Cirillo Salvatore, m. 17.5, di Boscotrecase (Napoli), anni 32

    7. Pellegrini Massimiliano, m.11.6, di Colorno (?), anni 26

    8. Mossetti Antonio, m. 5.7, di Montalbano Jonico, anni 22

    9. Di Giacomo Pasquale, m. 8.7, di Sessa Aurunca, anni 23

    10. Giannetto Antonio, m. 19.7, di Zarca (?), anni 30

    11. Davarone Francesco, m. 25.7, di Avellino, anni 26

    12. Carpinone Cosimo, m. 4.11, di Fossaceca, anni 31

    13. Bononato Carmelo, m. 17.11, di Belvedere,anni 27

    14. Melloni Antonio, m. 20.11, di Sersini (?), anni 24

    – ANNO 1865:

    1. Laise Nunziato, m. 25.1, di Cetrara, anni 24

    2. Barese Sebastiano, m. 30.1, di Montecuso, anni 26

    3.Catania Angelo, m. 11.2, di Ischitella, anni 22

    4. Pessina Luigi, m. 21.2, di Gragnano, anni 27

    5. Mossuto Giuseppe, m.1.4, di Moriale, anni 25

    6. Guaimaro Mariano, m. 8.4, di Sala Consilina, anni 30

    7. Torrese Andrea, m. 11.5, di Avenza,anni 21

    8. Colacitti Salvatore, m. 15.5, Montepaone, anni 24

    9. Santoro Giuseppe, m. 20.5, di Sattaraco (?), anni 27

    10.Tarzia Pietro, m. 31.5, di Valle d”Olmo, anni 24

    11. Palmese Tommaso, m. 6.9, di Saviano, anni 24

    12. Ferri Marco, m.11.10, di Venafro, anni 24

    Elenco compilato a Finestrelle giovedì 25 maggio 2000 alle 12.30, da: – Antonio Pagano- Pier Giorgio Tiscar.

    Questi soldati del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana.

    Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, il più vecchio 32. Se non fossero stati relegati a Fenestrelle probabilmente sarebbero divenuti “briganti” e, forse, anche per questo motivo, furono relegati a Fenestrelle, fortezza del LIBERALE PIEMONTE, dove, entrando, su un muro è ancora ben visibile l’iscrizione:
    “OGNUNO VALE NON IN QUANTO E’ MA IN QUANTO PRODUCE” . Motto antesignano del più celebre e sinistro slogan che si poteva leggere nei lager nazisti: “ARBEIT MACHT FREI”.
    Non deve destare meraviglia l’abbinamento perchè la guerra del risorgimento, come ha giustamente osservato di recente Ulderico Nisticò, fu una guerra ideologica.
    E la guerra ideologica non può che concludersi con lo sterminio del “nemico”.
    Ad essi và il mio deferente pensiero e l’anacronistico (per noi, ma non per loro) ” W ‘o’rre! ” Nupo da Napoli.”

    Questo è quanto scrissi allora e come dicevo il “cattedratico” professore “medioevale” Barbero nulla ha contestato di quanto confutatogli nel libro citato sopra ( e comesi può evincere dall’elenco, di soli pochi anni, altro che 4/5 morti). Dici che ti vergogni di essere meridionale, questi sono problemi tuoi. Io non mi vergognerò mai di essere un meridionale, non “rinnegherò” mai i miei luoghi natii,Sono riconoscente e ringrazierò sempre il Signore che mi ha fatto nascere a Napoli di cui sono orgogliosissimo.Nunzio Porzio

    Nupo

  27. Caro Nupo,come volevasi dimostrare,per te le uniche fonti attendibili sono la casa editrice Magenes e i neoborbonici come il Dr.Pagano ,ecc,ecc,gli altri sono tutti prezzolati o piemontesi malvagi nazistoidi come Barbero,se ti contraddicono.Quando invece danno credito alle vostre fandonie(vedi Lorenzo Del Boca,piemontese e filoleghista)anche il piemontese cattivo può esservi utile.Addirittura alcuni tuoi sodali non si sono vergognati di cantare ridicoli oltre che infami cori contro il defunto Garibaldi e la signora Anita,spalleggiati dal piemontese leghista razzista antimeridionale,Mario Borghezio.Questo triste episodio l’ho visto in tv qualche anno fa alla trasmissione di Lerner sulla 7.Che senso ha che confrontarsi con gente settaria, una sorta di talebani,che non ammette altra verità che quella che le conviene( e conviene anche a tanti politicanti ladroni del Sud, di cui assolve ogni nefandezza) tra l’altro avallata da personaggi poco attendibili?A proposito di San Tommaso sai cosa diceva:Mai fidarsi di chi legge un solo libro…Magari non è neanche un libro,ma solo qualche spunto tratto dalla magica Rete che non mente mai e poi fa risparmiare tempo e fatica ai pigri e ai faziosi.Saluti,sei libero di riservarmi mille “affettuosi” aggettivi come già in passato.Non ti degnerò di ulteriore attenzione.

    Ernesto

  28. Ernesto. Questo l’ho già scritto ma lo ripeto: Sempre riottoso, offensivo, “schiattoso”, saccente, “ben educato”, razzista e poi chiama gli altri razzisti.a DIFFERENZA NOSTRA, mai che le sue affermazioni siano confutate da documenti, da riscontri, da prove. Chiacchiere, solo chiacchiere, “chiacchiere e distintivo ( da savoiardo)”. Ernesto, non meriti altro: “Ernesto a Foria”. (puoi chiamarmi come vuoi ma sono e resto sempre) Nupo da Napoli.

    Nupo

  29. “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti”.
    Antonio GRAMSCI

    Nicola Pacelli

  30. Non c’è niente da fare….non si vogliono convincere, pur all’evidenza dei fatti, che il così detto “risorgimento” ebbe come spinta principale l’odio razziale verso i meridionali, sudditi del Regno Delle Due Sicilie, oltre a interessi economici propri del regnuccio piemontese (all’epoca FALLITO. L’odio raziale (che continua ancora tutt’oggi a ben 155 anni dal quale maledetto 1860), fu alimentato in modo dissennato e senza alcun fondamento scientifico dal lombroso…Oltre fenestrelle che si ricordi cosa i “liberatori” ebbero il coraggio di fare a Casalduni, Auletta, Montefalcione, Somma Vesuviana, Carbonara, Pontelandolfo (tutte località Campane),ma anche in altri tanti paesi della Lucania, Puglia, Calabria e Sicilia. In questa ultima regione l’episodio più eclatante fu la fucilazione della bambina (9 anni) Angelina Romano accusata di brigantaggio….Ma una volta per tutte che si battessero il petto chiedendo PERDONO per le nefandezze che hanno commesso….e VERGOGNARSI!!!!

    antolamo

  31. Chi non sa cos’è la vergogna e neanche la Storia,pensando che si apprenda diffondendo infamie e panzane,come fanno certi giornalistucoli mafiosi ,osa parlare di vergogna(il brigante assassino,il mafioso infame non sa cosa è la vergogna,la colpa è sempre degli altri).Analfabeta com’è che il Pienomte di Cavour ospitò migliaia di esuli meridionali,fuggiti da quel”paradiso” di Regno delle Due Sicilie?

    Ernesto

  32. Gent. mo Prof. Barbero,

    è inutile cercare di far capire qualcosa a fanatici e visionari. Internet è il regno dei parolai, complottisti, mitomani. Non è possibile ragionare in modo scientifico e oggettivo con argomenti di quel genere. Lei è stato anche troppo signore.

    Cordialmante,

    Andrea Fiano

    Andrea Fiano

  33. Il prof. Barbera forse confonde verità e bugie. Come del resto hanno sempre fatto i vincitori. La legge Pica docet. Basta questa per pensare ad uno stato basato sul sangue. Ne parlo perchè le fonti storiche di un piccolloo paese come Santeramo in Colle raccontano verità sorprendenti, che collimano con quanto detto a difesa del Sud e di quanti hanno letteralmente subito l’invasione piemontese, ribellandosi a Garibaldi e compagni. Leggete al posto di scrivere storielle sulla bontà di Cavour e compagni.
    Peraltro il professore in oggetto considera anche positivo deturpare le opere d’arte per apporre firme varie a testimonianza dell’imbecillità antica e moderna. Il prossimo graffito faremmo bene ad apporlo alla sua macchina o sul suo palazzo. A memoria….

    giusy

  34. Posto che il Risorgimento non ha bisogno di essere difeso né da me né da altri in quanto si difende benissimo da solo con i fatti, i documenti e la memoria dei veri Italiani, i neo-borbonici e affini pretendono contro-dimostrare con le loro continue accuse che i meridionali non volevano l’Unità d’Italia ma la subirono loro malgrado, cedendo alle violenze di Garibaldi e dei “piemontesi”. La storia del Risorgimento però dimostra l’esatto contrario, e la piccola sommossa legittimista di Santeramo in Colle in provincia di Bari, avvenuta nel dicembre 1860, non diversamente da molte altre consimili, ne è la riprova. Infatti, se da un lato il Re Francesco II poteva ancora contare su qualcuno (cosa logica e normale), questo qualcuno, chiunque fosse, non era né numericamente né qualitativamente in grado di demolire l’ideale Risorgimentale qual era andato formandosi fin lì in tutta l’Italia, Puglie comprese. La sommossa di Santeramo in Colle, perciò, come le altre, fu ampiamente contrastata già sul posto, a cominciare dai De Laurentis, noti patrioti liberali del paese, e non andò molto oltre la processione organizzata in onore di Francesco II da una parte del clero locale e da un ex sergente borbonico.
    Il piano generale era quello di sollevare gli animi del popolino meridionale con false paure e false promesse, facendo leva sulle ataviche superstizioni in cui era tenuta la gente più ignorante, ma i risultati non furono così eclatanti come ci si aspettava. Garibaldi veniva presentato come il Diavolo e il fatto che i garibaldini vestissero di rosso ne costituiva la riprova. Vittorio Emanuele II e Cavour erano due scomunicati. Tutti gli spauracchi religiosi –e non- erano agitati davanti a una plebe confusa e spaventata dai tumultuosi cambiamenti in corso, cui bastava poco per andare in escandescenze, e alla cui spaventosa ignoranza si devono alcuni sciagurati linciaggi di garibaldini. Il filo conduttore della presunta “rivolta popolare di massa del mezzogiorno” contro l’Unità d’Italia è tutto qui: ex militari borbonici in ordine sparso che il Re promuoveva di grado in cambio dei loro servigi, prelati cospiranti nell’ombra, famiglie rimaste legate ai Borboni, stuoli di briganti vecchi e nuovi assetati di soldi e di bottino, alcuni dei quali riuscirono a costruirsi veri e propri tesori, agitatori stranieri che si atteggiavano a strateghi, inviati dal Papa e dal Re per tentare di organizzare una controffensiva militare contro Garibaldi e contro Vittorio Emanuele che non ci fu mai.
    Il Re Borbone, che sperava di rinverdire i successi militari della passata insorgenza anti-francese dei tempi di Napoleone, riconquistando come allora il trono a seguito di masse popolari inferocite per le tasse e le ruberìe dei francesi, non valutò e non volle valutare le profonde differenze tra le due situazioni, e infatti non riconquistò un bel nulla. Ciò nonostante, nel dicembre 1860, sperando negli aiuti internazionali, dopo aver respinto le offerte dei “piemontesi”, si chiuse in una inutile resistenza nella fortezza di Gaeta che durò fino al febbraio del 1861, sapendo bene le conseguenze che avrebbe comportato per la popolazione, e anzi ordinando un’ancor più assurda resistenza agli uomini rimasti nella roccaforte di Messina, il cui esagitato comandante minacciava di cannoneggiare la città, se Cialdini non gli avesse fatto sapere che, nel caso osasse, avrebbe fucilato un militare borbonico per ogni messinese morto.
    Fino all’ultimo il Re Borbone tramò e brigò, scomodando le cancellerie di tutta Europa, smuovendo mari e monti (anche il governo del Brasile), spronando l’Austria a invadere l’Italia, incitando la flotta francese a bombardare dal mare, chiamando a raccolta i più fanatici legittimisti d’europa, assoldando bande armate, tentando di ricostituire un esercito disfatto e demoralizzato, liberando pericolosi briganti dal carcere, ma non riuscì in nessuno dei suoi intenti: e non riuscì proprio perché mancò l’appoggio massiccio della popolazione, che ansi rimase vittima di tutto questo suo dissennato operare, né il patetico proclama rivolto ai popoli del mezzogiorno l’8 dicembre del 1860 sortì gli effetti sperati, così come non sortì gli effetti sperati l’ordine del giorno emanato il 26 novembre dello stesso anno rivolto ai suoi soldati di ricostituire i ranghi militari per combattere l’”invasore”. Infatti, ogni dieci soldati borbonici che gli obbedivano, mille facevano il contrario.
    Del resto il proclama medesimo, cosparso di volute imprecisioni, dietro l’apparenza conciliatrice con gli amatissimi sudditi, tradisce la sorda ira di un Re spodestato a cui proprio i sudditi avevano di fatto negato il sostegno da Marsala al fiume Tronto (che segnava a nord-est il confine con lo Stato Pontificio).
    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  35. eccelso prof. barbero, non capisco una cosa,Lei mi insegna che chi vince scrive la storia, pertanto non può permettersi di prendere in giro il lettore affermando di essersi documentato alle fonti della falsità storica sapendo benissimo che tali informazioni non corrispondono al vero, o Lei ignora tutto ciò oppure è in malafede
    La saluto cordialmente

    P.S. dall’alto della mia ignoranza le suggerisco di documentarsi a svariate fonti dopo di chè si faccia un’opinione, ma senza preconcetti e partigianeria

    guido

  36. Eccelso Guido,
    non so dove lei abbia letto la sciocchezza della storia scritta dai vincitori, a meno che non abbia fatto, ad esempio, la straordinaria scoperta che Tucidide era spartano. Per il resto, la sua lettera dimostra soltanto che lei ignora perfino il significato della locuzione “fonte storica”. Studi qualche mese, poi si faccia risentire.
    La saluto molto cordialmente

    Augusto

  37. Caro barbero, capisco la sua enfasi, però’ lei mi insegna che la storia la scrivono i vincitori, noto con piacere che lei si è’ abbeverato alla fonte delle falsità’, forse, ma ne dubito lei è’ in buona fede oppure un ascaro al servizio di chi comanda e la verità’ non la riguarda a lei interessa solo compiacere chi ha il potere e cosa mi può’ dire riguardo all’annessione di Venezia al regno di-taglia

    Sguido

  38. Sì, ma non è che solo perché la storia la scrivono i vincitori che la versione degli sconfitti di 150 anni dopo diventa automaticamente quella vera…

    emanuele

  39. Anche perché gli sconfitti di ieri potrebbero essere i vincitori di oggi,visto il livello culturale della nuova classe dirigente rapace e corrotta come i peggiori briganti di strada e i cosiddetti revisionisti(spesso giornalistucoli che si occupavano del nuovo fidanzato di Belen o scrivevano canzoni per Al Bano) potrebbero essere i reggicoda dei nuovi poteri oltre che di altri vecchi ben noti

    Ernesto

  40. Spunti di riflessione.

    Alessandro Barbero autore di “I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle” nega che nelle prigioni piemontesi sia stato perpetrato un “genocidio” ai danni dei soldati dell’esercito napoletano. Lo fa con argomenti seri dopo aver visionato 64 unità archivistiche conservate presso l’Archivio di Stato di Torino. Peccato che Il fondo consultato è privo di inventario e che le unità archivistiche sono 2.773.

    Juri Bossuto e Luca Costanzo autori del saggio “Le catene dei Savoia”, tentano di dimostrare la medesima tesi di Barbero (autore della prefazione). Sembra tutto perfetto, ma non le viene qualche dubbio sapere che Il Bossuto è stato consigliere comunale a Fenestrelle e che per quattro anni è stato presidente dell’Associazione per il recupero del forte omonimo? O che Luca Costanzo dal 2006 è volontario presso l’Associazione Progetto San Carlo – Forte di Fenestrelle, dove ricopre il ruolo di accompagnatore?

    Socrate

  41. In linea di massima chi blatera di genocidi o stermini deve portare le prove( e non le provole o le mozzarelle di Gioia del Colle), in secondo luogo l’opera di Bossuto e Costanzo non ha goduto della possibilità di diffusione ,trattandosi di opera edita da una piccola casa editrice locale,garantita ai libercoli infami di Aprile o di Lorenzo del Boca,pubblicati dall’editrice Piemme, gruppo Mondadori,migliaia di copie presenti in tutte le librerie anche negli angoli più sperduti dell’Italia Molta gente ,quella meno informata o acculturata alla fine acquista o segue pedissequamente e conformisticamente le cacchette che trova in giro.Non sono molti quelli che conoscono i Romeo,i Galasso, i Croce…Quindi casa editrice Piemme significa Poteri forti nell’Editoria. .A proposito di POTERI Forti di cui qualcuno parla a sproposito con il solito vittimismo ipocrita tipico del camorrista o del mafioso,per cuii malvagi sono sempre gli altri,magari gli “sbirri”…Infine giusto per concludere, giacchè ripetere sempre le stesse cose è stancante per chi non è affetto da disturbo ossessivo -compulsivo o non è retribuito per fare propaganda menzognera,ricordo quanto segue.I cosiddetti neoborbonici hanno sfilato a Fenestrelle accompagnati e guidati dal senatore Mario Borghezio già parlamentare ed eurodeputato della Lega Nord,notoriamente secessionista,convinto sostenitore della superiorità padana e non particolarmente tenero con i meridionali,tranne i soldati borbonici gli “eroici briganti povere innocenti animelle ,vittime dei malvagi militari sabaudi ed i neoborbonici di oggi con cui è in ottimi rapporti in odio a Garibaldi e ai Savoia o al conte di Cavour. Tutto quello del Sud che può servire a scassare l’Italia piace al Borghezio e ai secessionisti come lui. Anche se fa schifo obiettivamente.Peraltro la pulitissima Lega Nord non ha disdegnato di utilizzare come suo tesoriere Belsito un individuo di origini calabresi, coinvolto in loschi intrallazzi e legato pare alla ndrangheta. Capire il perché non è difficile anche per chi non è un genio.D’altronde il Borghezio da vecchio reazionario coerente preferiva il vecchio Piemont di Solaro della Margherita che non voleva saperne di ospitare esuli meridionali piantagrane,diversamente da quanto fece Cavour dopo il 1848.I rapporti tra leghisti nordisti e leghisti sudisti( o neoborbonici se crediamo alle sovrastrutture),anche grazie alla preziosa intermediazione di Berlusconi sono chiari ed evidenti per chi non abbia gli occhi foderati di prosciutto o non sia parte di questa alleanza.Lorenzo Del Boca ,giornalista,in ottimi rapporti con i poteri forti,giacchè altrimenti non si resta per 20 anni presidente dell’Ordine dei giornalisti o della Fieg,è stato consulente del presidente leghista della regione Piemonte,Cota.In carica proprio quando si svolgevano le manifestazioni dei sudisti neoborbonici.Guarda che combinazione,che fatalità.Il leghista Del Boca e il sudista Aprile che in teoria dovrebbero odiarsi(giacchè il giornalista(?) pugliese in origine diceva di odiare la Lega) si scambiano complimenti ,pacche sulle spalle, presentazioni di libri.Scrivono per la stessa casa editrice.Sono entrambi “coraggiosamente” antirisorgimentali si corrono pochi rischi a parlar male di “cose vecchie”, il De Boca è un esperto di maledizioni,maledetti Savoia,maledetta guerra,maledetti Generali e benedetti però gli idioti che comprano i suoi libri.lo stesso dicasi per il sudista Aprile,un semisconosciuto giornalista che è stato direttore o vicedirettore di periodici come Gente e Oggi, da diversi anni ridotte al rango di riviste che si occupano di gossip,spazzatura,miracoli e delitti…Fantastico esempio di giornaletti che fanno seria ricerca storica…L’Aprile era molto legato all’ex governatore della Sicilia Lombardo,cosiddetto autonomista.Come se la Sicilia non avesse goduto già dal primo dopoguerra di sufficiente autonomia(trattasi di Regione a Statuto Speciale) con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.Anzi l’Aprile ha esaltato apertamente il Lombardo,fervente ammiratore di Bossi e già condannato per rapporti con la mafia.In un’Italia smembrata e pseudofederale due profondi e raffinati intellettuali di tal guisa ,sostenitori di dottrine politico-culturali che rispecchiano i veri umori dei popoli più evoluti ,cioè il polentonismo e il terronismo(sto semplicemnte riportando i titoli di due loro opere,quella del Pino pugliese peraltro ha avuto grande successo)potrebbero ricoprire un ruolo importante da veri ministri magari della cultura ,uomini di Stato o forse dell’Antistato.Peraltro, a riprova del rapporto della casa editrice Piemme gruppo Mondadori,con i poteri forti o fortissimi,va ricordato che questa casa editrice che privilegia lo “studio storico rigoroso”e “l’analisi serena e obiettiva delle fonti” pubblica anche molte opere del Papa.

    Ernesto

  42. Mi correggo,ho scritto erroneamente che Del Boca jr. è stato presidente della Fieg, in realtà è stato presidente per alcuni anni della Fnsi(federazione nazionale della stampa)oltre che ovviamente per molti anni del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti.

    Ernesto

  43. Ernesto tutto questo sproloquio per non dire niente a parte la solita ironia fuori posto. Sarebbe più utile guardare la stella invece di indugiare sul dito!
    Resta, unica certezza, la superficialità dell’indagine del Barbero e la mala fede del duo Bossuto – Costanzo.

    Socrate

  44. Se non vuoi capire, non capire.Quel che è certo è che Aprile e Del Boca oltre a scrivere fesserie sono uomini al servizio di lega nord e lega sud.

    Ernesto

  45. La platea di bocche buone che plaude a Pino Aprile and company,non si merita nemmeno l’onore di un contraddittorio. La differenza tra la Storia fatta seriamente e la storiella romanzata, spettacolarizzata e inventata dei due personaggi in questione (e di molti altri) è ovvia, in quanto costoro continuano a ripetere accuse già lanciate a suo tempo mentre i fatti si svolgevano, dai nemici del Risorgimento, in primis la rivista “Civiltà cattolica” che ogni settimana ne inventava una nuova contro Garibaldi e i piemontesi: la storiella delle piastre d’oro turche al nostro Eroe è una di codeste fandonie.
    Non per nulla Pino Aprile è (o è stato) direttore di una nota rivista di pettegolezzi, come giustamente ha fatto notare Ernesto, mentre il signor Del Boca fa parte di una famiglia antifascista intrisa di livore antipatriottico in perfetta linea di obbedienza col cattocomunismo dell’epoca per il quale la storia d’Italia cominciava dopo l’8 settembre, nella “grande lotta di popolo della Resistenza” cui partecipò, forse, lo 0,1% della popolazione italiana.Tutto ciò che viene prima per l’ineffabile signor Del Boca è storia da buttare. Ma c’è chi lo legge, perchè la gente ha fame di sensazionalismi, vuole essere impressionata, vuole trovare un capro espiatorio alle disgrazie del presente, e questi “flautisti” sanno come fare: gettando le colpe all’indietro, si evita di vederle nel presente, a carico dei veri responsabili dell’oggi, i quali, forse, sono nati proprio da quell’8 settembre. La pagina di Pino Aprile è tutta un inneggiare a De Magistris. In quanto ai Del Boca, inutile dire che per loro la colpa è tutta di Berlusconi.
    E dunque: possono essere definiti degli storici questi personaggi? Direi proprio di no. Sono degli opinionisti (quantomai opinabili), dei giornalisti, quantomai integrati e inseriti in un contesto che li premia e dà loro pubblicità.E tanto basta per il popolino, che magari non conosce neanche le date delle tre guerre d’indipendenza ma pretende giudicare il Risorgimento.
    La Storia, per fortuna, è un’altra cosa.

    Maria Cipriano

  46. Ernesto io ho capito benissimo. Fermo restando il suo giudizio negativo su Aprile e Del Boca, resto in attesa di conoscere il suo parere sui lavori di Barbero, Bossuto e Costanzo.

    Socrate

  47. Signora Maria Cipriano, la Storia, per fortuna, è un’altra cosa. Giusto, condivido, anzi direi che la Storia è molte cose, perché molteplici sono le testimonianze del passato che possono trasmettere il sapere. Ma la Storia, sinonimo di ricerca, si nutre di molte fonti studiate e indagate da uomini e donne che, in quanto tali, hanno spesso interpretato se non addirittura travisato la realtà. Non è una mia opinione ma un dato di fatto. Lei stessa lo asserisce spesso nei suoi scritti, riferendosi ovviamente a chi non la pensa come lei.
    Lasci perdere i retro pensieri, i pregiudizi e le tendenza politiche, sono scorie che servono solo ad alterare la verità.

    Socrate

  48. Ripasso dopo mesi da questo sito ma pare che il tempo non sia trascorso perchè ritrovo ancora in primo piano il nome di Pino Aprile: della cui competenza storica testimonia, per fare un solo esempio, l’affermazione (a p. 31 del suo ultimo libro) che nel settembre 1866, durante la rivolta del “Sette e mezzo” i ribelli “riconquistarono Palermo e gran parte dell’isola, sconfiggendo militarmente i reparti dell’esercito sabaudo”. Se Aprile avesse consultato un manuale di storia per la scuola media, vi avrebbe letto che la repressione del moto di settembre fu resa più rapida dall’isolamento della insurrezione palermitana, alla quale si associarono solo pochi centri della provincia quali Misilmeri o Piana dei Greci, mentre nel resto dell’isola nessuno insorgeva.
    Con soave impudenza gli aprilici accusano poi di superficialità chi scrive dei libri dopo aver studiato per anni. Come cantava Endrigo, “io sono nato in un dolce paese, dove chi grida più forte ha ragione”.
    Buone vacanze.

    Augusto

  49. Augusto ha ragione, almeno così sembra a voler dare credito ai libri di storia per la scuola media…
    Libri dove ancora oggi si racconta la favola del “furto” delle navi a Quarto o dell'”amor patrio” di un migliaio di furfanti prezzolati. Fare le pulci ai libri di Aprile è giusto, strano però che tanta passione critica non venga rivolta a tutti.

    P.S.
    Sono qui da circa 2.400 anni e qui sempre mi troverà se avrà voglia di confrontarsi con me.

    Socrate

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