Lettere dal fronte, quei nostri ragazzi in Russia

5 dicembre

Italiani al fronte russoLettere, diari, testimonianze. Pezzi di storia vissuti sulla propria pelle, dentro la propria anima, o ascoltati chissà quante volte da nonni, zii, padri. Racconti di guerra e disperazione, di fame e freddo, di anima e sangue, ma anche salmi di speranza e inni alla fede, alla famiglia, all’amicizia. Una galleria di profili accomunati dal paese di origine, Oltre il Colle; dalle sue frazioni, Zambla Alta, Zambla Bassa, Zorzone; dalla follia della guerra. Una litania commovente di nomi. Dietro i quali ci sono i ritratti di contadini, minatori, boscaioli, carbonari. Giovani cresciuti insieme e che insieme avevano imparato a leggere e scrivere, a pregare, a lavorare e innamorarsi, mandati a combattere loro coetanei, a invadere una terra lontana e sconosciuta. Ventenni dal destino crudele: parecchi dei quali mai più tornati, falciati dalle mitragliatrici lungo le vie del Don, morti assiderati senza capire il senso del loro sacrificio, gli occhi sbarrati – per sempre – fissi sugli ultimi pensieri, abitati, chissà, dai volti dei genitori e delle fidanzate, da osterie di montagna, da cascine e stalle.

di Marco Roncalli dal Corriere della Sera del 27 novembre 2012 Corriere della Sera

In altri casi tornati lassù, tra le abetaie, a casa, sconvolti dal dolore: lo stesso provato da madri che vissero anni di attesa trepidante e la sera mettevano lumi alle finestre, immaginando che se i loro figli fossero tornati nella notte, avrebbero riconosciuto in quelle luci l’affetto di chi li aspettava. Ecco, sono questi i temi – fatti, sentimenti, valori – con il corollario di sottolineature circa il carattere bergamasco affacciate qua e là – che riverberano nelle pagine cucite da Serena e Martino Pesenti Gritti sotto il titolo «La Russia: cimitero dei nostri ragazzi. Oltre il Colle 1941-1943. Testimonianze inedite». Pagine che, alla vigilia del settantesimo anniversario della battaglia di Nikolaevka, ci restituiscono frammenti esemplari la tragica epopea dei nostri soldati in Russia.

Un libro per ricordare – insieme a quelli bergamaschi – migliaia di fanti e alpini italiani finiti nelle gelide steppe russe. Diventati sì soldati di un esercito invasore, ma che speravano solo di tornare alle loro famiglie salvi, immaginando un futuro. «Carissima mamma…, chissà con che ansia attenderai mie notizie… Spero, voglio sperare e anzi, sono sicuro che anche tu come me ti sarai rassegnata. Se invece, cara mamma non ti sei del tutto rassegnata, cerca conforto nel buon Dio, e vedrai che tu pure troverai la pace e la rassegnazione. Così ho fatto anch’io. Vedrai che torneranno ancora i giorni felici, i giorni lieti torneranno ancora, forse, per non finire mai più». Così Luigi Tiraboschi, il 16 novembrè42 dal fronte russo, preoccupandosi di avvertire «noi qua siamo ancora quasi tutti assieme noi bergamaschi» e di augurarsi in una lettera successiva dell’1 dicembre «spero sarà l’ultimo Natale che passiamo divisi e poi incominceremo ancora a lasciar passare gli anni sempre uniti…».

Tiraboschi morirà due settimane dopo, il 14, per le ferite riportate in combattimento, sepolto in un primo tempo a Kusmenko, ora le sue spoglie sono nel Sacrario militare di Cargnacco, in provincia di Udine. «Carissima mamma… Qui sono di nuovo in prima linea ed è anche una posizione assai battuta e non c’è da illudersi perché da un momento all’altro potrebbe arrivare ciò che mi toglie l’esistenza. Sai che 99,99 volte ci si scampa, ma poi quella delle 100 bisogna fermarsi. Qui tutto è con me: fame, freddo, pidocchi, sacrifici di ogni genere eppur e ti giuro che sono sereno come le nottate invernali, sono candido come un giglio, paziente come una mamma…», così Angelo Serturini il 14 gennaio 1943.

Secondo ricerche del ministero della Difesa Angelo morì il 26 gennaio: luogo di sepoltura sconosciuto. Sono solo due storie, fra le molte, riportate nel libro. Ventuno, ad essere precisi, i giovani oltrecollesi mai ritornati dall’inferno di ghiaccio: 16 di loro alpini della Divisione Tridentina (della quale, come è noto, solo un terzo rimpatriò sopravvivendo nell’epica ritirata celebrata da Nuto Revelli e Mario Rigoni Stern). Eppure, come Giuseppe Gentili ricorda in una delle brevi prefazioni (le altre sono di Valerio Carrara e di Tarcisio Bottani), da questa «vicenda apparentemente senza speranza», scaturì anche dell’altro. «Iniziò a germogliare il seme dell’autocoscienza, si fece strada in qualcuno di quelli che ebbero la ventura di tornare una nuova consapevolezza, la fiducia che le cose sarebbero potute finalmente cambiare. E così assistiamo, dopo l’8 settembre ’43, all’adesione convinta di molti reduci dalla campagna di Russia alle formazioni partigiane che si stavano costituendo sulle nostre montagne per dar vita alla Resistenza». Emblematico in questo senso il percorso di Gianluigi Guerrieri Gonzaga, cui è dedicato uno degli ultimi capitoli del libro: tornato in patria organizzò la brigata partigiana «Primo Maggio» delle Fiamme Verdi, fra le protagoniste della lotta di liberazione in Valle Brembana.

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Inserito su www.storiainrete.com il 4 dicembre 2012

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