“Esercito RSI e partigiani uniti nella lotta per l’Italia”

12 gennaio

La Seconda guerra mondiale continua a essere una fonte inesauribile di studi, memorie e soprattutto controversie: nonostante siano passati più di settant’anni, la guerra delle democrazie contro le dittature, o, a seconda dei punti di vista, del sangue contro l’oro, è ancora un argomento da trattare con cautela, come ci racconta Alberto Leoni, autore di un importante saggio appena pubblicato dalle Edizioni Ares, Il paradiso devastato.

di Luca Gallesi dal Giornale del 07 gennaio 2013

Storia militare della campagna d’Italia (pagg. 504, euro 19,50). Fin dal titolo del suo libro, trapelano il suo amore per il nostro Paese e l’insofferenza per la retorica sulla «Guerra di Liberazione». Quali sono le caratteristiche del suo studio che più lo differenziano dalla foltissima letteratura sulla Seconda guerra mondiale?

«Se consideriamo la storiografia angloamericana, la guerra in Italia riguarda solo la “guerra grossa” contro i tedeschi, e gli italiani sono “innocent bystanders” coinvolti in uno scontro atroce. Per gli italiani è il contrario: esiste solo la Resistenza, si tratti dei partigiani o, meno spesso dell’esercito del Re, degli internati in Germania e della Resistenza nei Balcani. Gli Alleati? Spesso appaiono come eccessivamente prudenti. Due storiografie che si ignorano vicendevolmente, quindi, condannandosi a una visione parziale di questa storia. Il mio obiettivo è stato quello di fondere queste storie per capire come è cambiata l’Italia nel giro di tre anni».

Un abusato luogo comune qualifica l’esercito italiano come una massa di fannulloni vigliacchi. Dalle sue pagine, invece, emerge una immagine ben diversa……

«È vero che l’esercito si dissolse ma è anche vero che, nel settembre 1943, 20mila soldati furono uccisi in poche settimane. Nomi? Sono centinaia ma ne ricordo due, i primi eroi della Resistenza contro i tedeschi. Salvatore Bono che ingaggiò battaglia da solo a Nizza e il generale don Ferrante Gonzaga che morì con la pistola in pugno esclamando: “Un Gonzaga non si arrende mai!”. Penso anche al tenente Gianni Clerici che, a Cefalonia, si avviò alla fucilazione dicendo ai colleghi: “Facciamogli vedere come si muore!” cantando poi l’Inno del Piave».

Oggi, almeno nel mondo occidentale, nessuno sarebbe disposto a morire volentieri per la propria patria, ma così non fu per la generazione dei nostri padri: è vero che il volontarismo nella Seconda guerra mondiale raggiunse cifre di partecipazione eccezionali?

«Il paradosso è che, fino all’8 settembre, i volontari furono davvero pochi. Lo storico Virgilio Ilari, tuttavia, ha calcolato che, dopo l’armistizio, su tre milioni e mezzo di maschi italiani, un milione partecipò alla guerra e, di questi, ben 300mila furono volontari o con la Repubblica o con la Resistenza. Sono cifre che fanno pensare a una passione politica e civile ben diversa dalla “vulgata” attendista fino ad oggi dominante».

Una pagina che nel suo saggio viene finalmente approfondita è quella delle Forze Armate della RSI.

«Gli uomini in grigioverde non furono solo adoperati in operazioni di controguerriglia ma si batterono con valore sia sulla Garfagnana che in Val d’Aosta, e questa è una pagina poco studiata ma molto importante, anche perché vide una specie di collaborazione tra esercito repubblicano e bande partigiane che insieme riuscirono a mantenere l’italianità sulle valli reclamate dalla Francia. I francesi gollisti cercavano una revanche nei confronti dell’Italia, sopprimendo la collaborazione che c’era stata, fino ad allora, coi partigiani italiani. I reparti della RSI tennero duro sul fronte alpino e cedettero solo alla fine di aprile 1945. Dopo di allora anche i partigiani italiani iniziarono a compiere attentati contro le truppe francesi che si comportavano da occupanti e ci volle l’intervento di Truman perché i francesi si ritirassero. Il ruolo più importante svolto dai militari della RSI è, però, la difesa delle frontiere orientali. Una lotta atroce e dimenticata dove spicca la leggendaria resistenza del battaglione Fulmine della X Mas alla Selva di Tarnova».

In conclusione, proprio in relazione a quest’ultimo episodio, sarebbe auspicabile una definitiva riconciliazione tra gli italiani che hanno combattuto, in buona fede, su fronti diversi. Secondo lei è possibile?

«È possibile considerando come valori condivisi l’onore, il coraggio, la generosità, l’amor di patria. Tutte cose che oggi appaiono di poco o nessun conto. Ne Il paradiso devastato ricordo tutti gli eroi senza distinzioni, partigiani e repubblicani. E non posso non pensare a quel cimitero, ad Altare, che ospita le salme di partigiani e di militari della divisione San Marco, fortemente voluto dal generale Amilcare Farina. Attendo il giorno in cui questo cimitero diventerà il simbolo della ritrovata unità nazionale. Ho solo 55 anni, sono obbligato a sperare di vedere quel momento».

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Inserito su www.storiainrete.com il 13 gennaio 2012

 

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