Altro che piramidi. Il segreto dei Faraoni? Poche tasse al popolo

12 gennaio

All’inizio della civiltà… fu la burocrazia. E ovviamente, a stretto giro di posta, la moltiplicazione delle cariche. Si inizia dallo «Scriba reale» per arrivare già entro la VI dinastia al «controllore degli scribi reali» e al «vice controllore degli scribi reali» o al «controllore di tutti gli scribi di tutti gli ordini reali e dei documenti».

di Matteo Sacchi dal Giornale dell’8 gennaio 2013

Insomma se uno va a curiosare al convegno organizzato dall’Università Statale di Milano in collaborazione con la Sorbona – Egitto: amministrazione, economia, società cultura dai Faraoni agli Arabi – l’impressione è che la tecnocrazia abbia detto la sua a partire dall’archetipo di tutti gli Stati: quello dei faraoni. Come spiega, a margine di un suo intervento proprio sui primordi dello sviluppo amministrativi, Patrizia Piacentini, ordinario di Papirologia e Egittologia dell’ateneo milanese: «Non appena quello Egiziano diventa uno Stato vero, troviamo una pletora di alti funzionari pagatissimi. Molti dei quali nemmeno vanno a lavorare. Ci mandano un sostituto». In un mondo dove la scrittura e i numeri della primitiva finanza fiscale sono preclusi ai sudditi, che non sanno leggere, il grande ufficiale trionfa incontrastato.

E non per niente comportarsi come un faraone non è proprio considerato un sinonimo di «buon governo». E però a mettere una parola buona sui sovrani dell’Alto e del Basso Egitto ci ha pensato uno dei guru dell’egittologia francese, Pascal Vernus: «Quello dei faraoni era senza dubbio un governo autoritario e teocratico. In certi casi anche duro… La parola del faraone, se pronunciata e suggellata in un certo modo, era la parola degli dei, era demiurgica. Però gli egiziani avevano una sorta di diritto di petizione. E noi sappiamo che in taluni casi i monarchi rispondevano anche quando si trattava di cose minime. E il prelievo fiscale per i nostri standard erano piuttosto ridotti…». Non bastasse l’Egitto vanta anche il primo sciopero della storia: «Gli operai specializzati del villaggio di Deir el-Medina (il nome antico era Pa demi – «la cittadina» -) che lavoravano alle tombe della Valle dei Re smisero di lavorare per ritardi nei loro stipendi, per lo più versati in forma di beni di consumo… Non li passarono per le armi: li pagarono».

E a quanto pare, tecnocrati permettendo, c’era anche un certo spazio per la satira politica. Racconta sempre Vernus che magari il faraone quando parlava “ex cathedra” era divino, ma per il resto del tempo poteva essere un mortale capriccioso. «Abbiamo dei papiri che raccontano la storia d’amore tra il faraone Pepi II (morto nel 2184 a.C., ndr) e il suo generalissimo Sasenet. Fughe notturne da palazzo, corde calate dalle finestre e incontri clandestini…».

Ma se il repertorio degli scandali è modernissimo, c’è anche un probabile sex gate legato alla morte di Ramses III, alla fine nel lunghissimo periodo gli egiziani sembrano essere stati per lo più abbastanza felici, carestie e guerre permettendo. E per quanto riguarda il periodo tardo dei monarchi tolemaici c’è chi ne è praticamente sicuro. Si tratta della professoressa Katelijn Vandorpe dell’Università di Lovanio. Ha studiato l’indice di felicità e di prosperità economico dell’Egitto sotto i Tolomei e le sette Cleopatra. Beh, non pare se la passassero male. «È difficile parametrare una società antica con una moderna. Ma soprattutto dal II secolo avanti Cristo i monarchi ellenistici mantennero da un lato la possibilità di ricorso alla corona dei cittadini, dall’altro moltiplicarono le opere pubbliche, le garanzie sulla proprietà privata, gli sforzi di consentire la felice convivenza tra egiziani e greci e il bilinguismo».

Comunque, a un alto indice di felicità contribuivano anche le imposte: «La tassazione mediamente si aggirava su un’imposizione complessiva attorno al 15-18% del reddito prodotto. C’era una piccola imposta personale e una tassazione che invece riguardava i prodotti e la ricchezza… Ovviamente in una società prevalentemente agricola si trattava per lo più di un prelievo sui prodotti della terra. Non so qui in Italia, ma nel mio Paese, il Belgio, il prelievo fiscale è ben più alto». E in effetti se si trattasse di presentare un programma elettorale basato su tasse e affini, oggi una coalizione capeggiata da Tolomeo V Epifane avrebbe discrete possibilità di spuntare un buon risultato alle urne.

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Inserito su www.storiainrete.com il 13 gennaio 2013

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Un commento


  1. Ecco da chi hanno appreso i Borbone in materia di tasse.

    Nunzio Porzio

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