Storie dimenticate di partigiani. “Di noi non si parla mai”

25 aprile

Augusto De Luca, classe 1927, è un vecchietto incredibilmente lucido e arzillo. Non a caso ogni tanto lo invitano nelle università a parlare. E uno dei maggiori storici della resistenza, Ruggero Zangrandi, ha sfruttato le sue memorie per uno dei suoi libri più famosi 1943: 25 luglio – 8 settembre (Feltrinelli, 1964).

di Matteo Sacchi, dal Giornale del 25 aprile 2013 il Giornale, ultime notizie

De Luca, «Benemerito della lotta di liberazione», ha molto da raccontare non soltanto sull’8 settembre, ma anche su tutto ciò che accadde sino al 25 aprile del 1945. Infatti, anche se era appena un ragazzo ha combattuto con i reparti partigiani – ma lui precisa subito: «Noi ci definivamo patrioti, non partigiani» – nei violenti scontri di Forti di Nava (11 marzo 1944). Faceva parte del cosiddetto Gruppo divisioni alpine, forze organizzate dal maggiore degli Alpini Enrico Martini, nome di battaglia Mauri, di cui fece parte poi anche Beppe Fenoglio. Quei partigiani, molto spesso ex militari, combattevano i fascisti in nome dell’Italia, senza posizionamenti ideologici insomma. Come dice De Luca: «Pensavamo che la politica venisse dopo la liberazione, non prima, molti erano monarchici, andavamo all’attacco gridando “viva il re”».

De Luca si unì ai partigiani, pardon patrioti, giovanissimo. Ha un ricordo nitido dei fatti, per nulla oloegrafico. Innanzitutto c’era grande confusione, il che faceva sì che coraggio e paranoia si mischiassero. I tedeschi erano spietati e professionali, quelli che li affrontavano sui monti erano una compagine fragile, e poco disciplinata. All’inizio De Luca si trovava a Ormea con la famiglia durante i brevi combattimenti in cui l’esercito italiano venne travolto dai tedeschi, subito dopo l’8 settembre. Riesce a nascondere una pistola, un moschetto e si mette, con un amico, a cercare di raccattare armi da dare alla Resistenza. Il suo unico contatto con quelli che stanno in montagna è un tizio che al paese vive di espedienti: «Diceva di chiamarsi Beppe Ravotti. La cosa che gli interessava di più era raccogliere armi e alla fine mi presentò ai partigiani». De Luca si aggrega per un breve periodo al gruppo comandato da Martinengo (al secolo Eraldo Hanau): la 13ª Brigata Val Tanaro. Il primo passaggio in montagna è quasi una scampagnata. Si conclude quando viene a riprenderlo la mamma. Gli altri, vista la donna disperata, lo autorizzano a scendere, anche se non prima di avergli fatto uno “scherzone”: «Passai dieci minuti di spaghetto, mi legarono a un albero e si apprestarono a fucilarmi chiamandomi traditore. Era uno scherzo, però erano talmente seri che ci credetti veramente».

Poco tempo dopo i partigiani occupano Ormea e De Luca torna a combattere con loro. Però ha un’amara sorpresa proprio sull’uomo che glieli ha presentati: «Ravotti viene arrestato con l’accusa di essere un accaparratore e di aver venduto armi e viveri alla borsa nera». Vero o falso? Ma non c’è molto tempo per pensare a dettagli di questo tipo, c’è da affrontare i tedeschi. Si combatte a Forti di Nava, dove i partigiani armati sono in fortissima inferiorità numerica… All’inizio gli insorti resistono, poi vengono costretti a ripiegare. Si cerca di organizzare dei punti di raccolta. Quello a cui era diretto De Luca è alla Colla di Casotto. Quando ci arriva… «quale fu la nostra sorpresa e quella di altri partigiani giunti da altre direzioni nel non trovare nessuno… gridammo al tradimento degli ufficiali». Non era vero, Mauri e gli altri erano braccati. De Luca e i suoi ripartono. Ma poi si ritrovano di fronte a un quesito tremendo. Hanno dei prigionieri: due carabinieri catturati a Pieve di Teco e il figlio di un «fascista notorio». Tenerli non possono e lasciarli è rischiosissimo. Votano per fucilarli, ma quando De Luca ha già il mitra in mano si rifiuta: «Una cosa era uccidere in combattimento, una cosa era uccidere così a sangue freddo… poi fra i tre c’era un ragazzo più giovane di me, che probabilmente non aveva nessuna colpa, per le idee e il comportamento del padre». Anche gli altri allora optano per lasciarli andare. E forse la bontà ha un prezzo, perché quando le SS attaccano la Val D’Inferno mettendola a ferro e fuoco sembra che sappiano dove andare a cercare i partigiani.

De Luca dopo molto vagare finirà per tornare dai suoi a Torino. E i genitori gli fanno fare quello che è normale per un ragazzo della sua età. Lo rispediscono a scuola. Lui si mette allora a fare campagna antifascista negli istituti della città. Anche con qualche piccola gaffe. La maggior parte dei fiancheggiatori partigiani sono socialisti o comunisti. Alla fine di un bel discorso di propaganda De Luca vuol fare il saluto col pugno chiuso ma, per colpe di anni di abitudine, sbaglia: gliene parte uno col palmo aperto… E poi arriva il 25 aprile: «Ho cercato con alcuni compagni di avere delle armi… siamo andati alla caserma abbandonata di Piazza Bernini, sono riuscito a prendere un moschetto con delle munizioni. C’è stata una scaramuccia contro due carri armati tedeschi. Però con dei fucili contro i panzer si è potuto fare ben poco. Poi ho rastrellato i cecchini, mentre in città diventavano tutti partigiani… E lì la storia è finita».

Però anche se la storia è finita da tanto tempo c’è qualcosa che a De Luca non è mai andata giù. «Alla fine la rappresentazione che è passata della Resistenza è quella di una Resistenza ideologizzata, tutta spostata a sinistra, ma i comunisti saranno stati al massimo il 30 per cento di quelli che hanno partecipato… Degli altri non si parla quasi mai…».

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Inserito su www.storiainrete.com il 25 aprile 2013

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