Una radio corsara sull’Adriatico. Per l’Istria italiana

27 aprile

«Oggi 3 novembre, giorno di San Giusto e anniversario della redenzione di Trieste, una voce libera parla finalmente agli italiani della Venezia Giulia. Italiani, sappiate resistere. La vostra Italia, l’Italia di Garibaldi e di Matteotti, ritornerà, è la voce di 45 milioni di italiani che non ci hanno dimenticato e non ci dimenticheranno». Con queste parole nell’autunno del 1945, sulla frequenza di 1380 Khz, irradiate di nascosto da Venezia, iniziava le sue trasmissioni Radio Venezia Giulia, una delle esperienze più incredibili e meno conosciute della “piccola guerra fredda” adriatica che per decenni oppose l’Italia alla Jugoslavia comunista.

di Marco Valle dal Secolo d’Italia del 24 aprile 2013 Secolo d'Italia

Fu un confronto aspro e amaro con caratteristiche originali. A differenza della “grande guerra fredda” — la disfida planetaria tra il blocco occidentale e blocco sovietico — sul confine orientale l’Italia si ritrovò sempre penalizzata, spesso isolata e più volte contrastata dai suoi nuovi alleati anglo-americani. All’indomani della sconfitta del 1945 l’Istria, Fiume e la Dalmazia ma anche Trieste e il Friuli orientale divennero pegni, merce di scambio tra la Jugoslavia di Tito, ambigua quanto vorace, l’Unione Sovietica, già sospettosa del suo indocile satellite balcanico, una Gran Bretagna italofobica e gli Stati Uniti ancora incerti sul loro ruolo neo imperiale. La sorte della maggioranza italiana di quelle terre divenne per i vincitori un dettaglio, una “quantité négligeable”: nei giochi di potere post Yalta; il destino dei vinti — come nel caso delle popolazioni tedesche dell’est Europa, dei baltici e dei magiari — era irrilevante.

La vicenda di Radio Venezia Giulia, raccontata ora nell’omonimo libro da Roberto Spazzali (Radio Venezia Giulia, Editrice Goriziana. Pg 235, euro 24.00) , s’inserisce in questo contesto ed è emblematica e rivelatrice di un tempo infido e oscuro. Nonostante i veti e l’occhiuta sorveglianza della Commissione alleata di controllo e il regime di sovranità limitata, il governo di Roma — o meglio la sua componente moderata e anticomunista — tentò di contrastare le mire annessionistiche yugoslave mobilitando gli italiani d’oltre Adriatico. Da qui l’idea di un’emittente clandestina non sottoposta alla censura dello Psychological Warfare Branch — la struttura media degli anglo-americani — che motivasse gli istriani e li inducesse a non abbandonare le loro case prima della conclusione del trattato di pace. La radio fu affidata dal Ministero degli Esteri al conte Justo Giusti del Giardino, un esperto diplomatico, allo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini e a suo fratello Alvise; la piccola ma determinata redazione scatenò da subito una forte offensiva mediatica che fece imbestialire gli yugoslavi — che innalzarono subito le loro antenne — e infastidì non poco gli alleati.

Ma, accanto all’opera di controinformazione — in particolare sulle foibe e sulle persecuzioni antitaliane — e di propaganda, l’attività di Radio Venezia Giulia divenne il perno di una serie di operazioni “coperte” dei ricostruiti servizi italiani. Grazie a un poderoso lavoro d’archivio, Spazzali ha ritrovato documenti che raccontano lo sforzo della nostra Intelligence, in preziosa sinergia con l’emittente, nelle terre occupate. In quegli anni tormentati la radio “pirata” ebbe la funzione di raccolta informazioni, controspionaggio e contrasto all’infiltrazione titoista. Tra le carte ritrovate dall’autore troviamo informazioni inedite sulla rete spionistica e le connivenze con il PCI degli jugoslavi, notizie sulle trame albioniche con Belgrado e note sul mancato impiego — una carta che andava giocata, al netto dei rancori vetero nazionalisti… — di anticomunisti sloveni, croati e serbi. Ma non solo. Tra veline e testi radiofonici, l’autore ha scovato messaggi cifrati e crittografati, notizie captate con apparecchi Morse: un segno chiaro della presenza “behind the ennemy lines” di nuclei clandestini pronti informare ma anche ad agire e colpire. Una pagina ancora tutta da scrivere.

L’avventura radiofonica proseguì sino al settembre 1949 quando, modificatosi il quadro internazionale con la crisi di Berlino e l’adesione dell’Italia alla Nato, la fase clandestina fu considerata superata; i programmi vennero finalmente ufficializzati e subito incorporati dalla Rai che ribattezzò i programmi Radio Venezia III, inserendo nella programmazione la rubrica “L’ora della Venezia Giulia”. Nei quattro anni di attività “piratesca” — una pagina di grande giornalismo e di autentico patriottismo — l’organico della redazione crebbe e si rafforzò. Nel palazzo veneziano di calle degli avvocati — sede “protetta” della Marina Militare e, al tempo stesso, studio radiofonico segreto — lavorarono oltre un centinaio di ottimi professionisti, tra cui Vittorio Orefice, Franco Di Bella, Antonio Spinosa. Tutti giovanissimi. Una palestra d’intelligenze.

Come ricorda Spazzali, la cifra politica di Radio Venezia Giulia fu democristiana. Ne va dato atto. Grazie all’appoggio romano di Giulio Andreotti, l’operazione Radio Venezia Giulia fu un efficace baluardo alla propaganda titoista e, dopo l’iniquo trattato di pace del 1947, un vettore decisivo nella difesa dell’italianità di Trieste contro le mire slavo comuniste e le manovre dell’allora consistente partito indipendentista giuliano, ovvero i sostenitori del Territorio Libero di Trieste, fautori della trasformazione della Venezia Giulia in un’enclave neutralizzata.

Ma la difesa, disperata quanto ostinata, delle terre adriatiche non fu solo merito di De Gasperi, dei suoi ministri e del suo partito. Anzi. Nella sua indagine l’autore sottovaluta o minimizza alcuni fattori decisivi. In primis, la convergenza tra forze della Resistenza “bianca” (l’Osoppo) e forze della Repubblica Sociale (soprattutto la X° Mas di Borghese); dopo l’eccidio di Porzus, la battaglia di Tarnova e l’eliminazione dei CLN a Trieste, Fiume e in Istria — dal 1944 la Dalmazia era ormai perduta —, gli italiani anticomunisti ritrovarono una sorta di unità operativa. Dal dopoguerra in poi, la rete spionistica nelle zone occupate e l’attivismo a Trieste e Gorizia si basarono su personale fascista repubblicano, su resistenti nazionalisti e su ciò che restava della rete informativa della Regia Marina di De Courten. L’episodio di Maria Pasquinelli, insegnante italiana e punto di contatto tra i “bianchi” e la X° — la signora giustiziò il generale britannico De Winton a Pola alla vigilia della cessione della città agli slavi comunisti —, è significativo di un tempo e di un clima.

Per di più Spazzali, ottimo ricercatore ma timido analista, trascura il quadro geopolitico e glissa sulle responsabilità degli inglesi in Istria e a Trieste. Dal 1942 sino alla crisi di Suez (la fine dell’impero) i britannici cercarono di mantenere nei Balcani un’influenza politica autonoma da Washington: da qui gli accordi con i comunisti jugoslavi in chiave anti sovietica e anti italiana. De Gasperi comprese per tempo il disegno di Churchill ed Eden e ripreso dal laburista Clement Attlee: da qui l’adesione al Patto Atlantico, osteggiata dal Regno Unito, il riarmo sulla frontiera orientale, le campagne mediatiche (si pensi ai cinegiornali Luce e alla vittoria di Nilla Pizzi a San Remo con “Vola colomba, bianca vola”…) e le manifestazioni studentesche per la città giuliana. L’esperienza di Radio Venezia Giulia come i moti di Trieste, la mobilitazione militare del 1953 decisa da Pella — un personaggio che l’Italia dovrebbe rivalutare — sono tutte conseguenze d’intrecci complessi. Ancora da indagare.

Un’ultima annotazione. Radio Venezia Giulia e la sua agenzia di riferimento, l’Astra, fecero da megafono ai quadri dirigenti locali della Democrazia Cristiana. Vero. Peccato che — ad eccezione di Gianni Bartoli, il coraggioso sindaco di Trieste negli anni del TLT —, fu proprio questo gruppo di potere a condannare gli ultimi frammenti della Venezia Giulia italiana al marginalismo politico e alla decadenza economica. Dopo il 1954, conclusa la stagione delle passioni, furono Belci e Spaccini e i loro sodali — tutti appartenenti alla corrente morotea — a rinchiudere Trieste nell’assistenzialismo e a condannarla al localismo più triste: una deriva che inaridì una città un tempo effervescente, vivace e colta. Non a caso, la sede giuliana della Rai — l’erede della gloriosa Radio Venezia Giulia — si è ridotta da tempo un inutile ripetitore di scempiaggini cattocomuniste. Ma questa è un’altra storia.

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