Quel non troppo sottile filo rosso fra sindacati fascisti e CGIL

21 maggio

La storia esemplare delle acciaierie di Terni mostra quanto i consigli operai della RSI abbiano influenzato l’organizzazione comunista nel dopoguerra.

di Luca Gallesi da Il giornale del 18/05/2013 il Giornale, ultime notizie

Ci sono luoghi comuni che solo la lenta e paziente azione del tempo riesce a scalfire. A nulla vale la realtà dei fatti o il ricordo dei testimoni: certe convinzioni sono postulati, verità rivelate, indiscutibili e inconfutabili. Di queste assolute certezze, la storia del Novecento è ricca di esempi soprattutto a proposito degli aspetti «sociali» del fascismo, ovvero i suoi rapporti col mondo del lavoro. Contrariamente a quello che generalmente si crede, infatti, ci fu – ed ebbe un ruolo importante – anche un sindacalismo fascista, figlio del sindacalismo rivoluzionario, ma non solo.

Agli studi specialistici di Pietro Neglie e di Giuseppe Parlato, autori rispettivamente di importanti saggi sul passaggio di autorevoli dirigenti sindacali fascisti nelle file della CGIL e sulla sinistra fascista, si aggiunge ora, su questo tema, un ulteriore, notevole contributo di Stefano Fabei, Fascismo d’acciaio. Maceo Carloni (Mursia, pagg. 366, euro 22), dedicato alla storia, appassionante e poco studiata, della cosiddetta «Manchester d’Italia». Parliamo della città di Terni, sede ancora oggi di importanti stabilimenti siderurgici, dove il fascismo attuò, anche durante la RSI, una efficace politica di tutela dei diritti del lavoratore. Città industriale e operaia per eccellenza, Terni viene immediatamente presa sotto l’ala protettrice del fascismo, che la eleva al rango di capoluogo di provincia, trasformandola in un gigantesco conglomerato non solo siderurgico, ma anche elettrominerario, chimico e meccanico. Lo sviluppo industriale è seguito, sin dal 1922, dall’importante gerarca Tullio Cianetti e poi dal protagonista di questo libro, Maceo Carloni, un operaio che, attraverso lo studio e la buona fede, si era fatto strada fino ai vertici del Sindacato Fascista; il suo archivio è una delle fonti principali di Fabei, che ne ricorda con pagine commoventi l’assassinio, a opera di commissari politici comunisti, rimasto vergognosamente impunito.

A proposito della politica sociale fascista, anche a Terni, dove la RSI governa legittimamente fino al 13 giugno 1944, vengono elette le commissioni di fabbrica, organi di cogestione della politica degli stabilimenti, che saranno presi a modello dalla CGIL nel dopoguerra per costituire i consigli di gestione. In una lettera di Longo a Togliatti del 31 marzo 1945, la politica del PCI viene chiaramente esposta: «non siamo contro in principio alle varie istituzioni in questione (vale a dire delle mense popolari, delle cooperative aziendali e della socializzazione), ma solo perché sono fasciste». Quindi aggiunge: «boicotteremo con tutti i mezzi le elezioni delle commissioni interne fasciste, ma è evidente che a liberazione avvenuta procederemo immediatamente alla nomina delle commissioni interne operaie». In realtà, come dimostra Fabei, il PCI, almeno a Terni, accettò che nelle commissioni della Repubblica Sociale Italiana venissero eletti elementi comunisti e socialisti, un fatto minimizzato (quando non ignorato) dalla storiografia ufficiale, che sorvola anche sulla politica nazionale perseguita dagli operai – fascisti e antifascisti insieme – contro le pretese dell’alleato germanico. Del resto, nell’agosto 1936, Togliatti in persona aveva lanciato l’appello ai «fratelli in camicia nera» per la «salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italiano!»…. Alla fine del conflitto, il CLNAI avrebbe voluto salvare, defascistizzandolo, il principio della partecipazione operaia alla gestione delle aziende, ma i vincitori della guerra, ossia gli Alleati, non tollerarono nulla che avesse anche soltanto un vago sentore di socialismo; così, tra le primissime iniziative del neonato governo antifascista ci fu l’abrogazione della legge sulla socializzazione che, anche se non aveva «disseminato la valle del Po di mine sociali», dava evidentemente molto fastidio.

Ai comunisti non resta altro che adeguarsi: la rivoluzione è rimandata a tempi migliori e ci si accontenta di cancellare, almeno dalla storia, se non dalla memoria, le imbarazzanti tracce della sinistra fascista.

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