Dopo 10 anni hanno perso i nemici del “Sangue dei vinti”

5 luglio

«Arrendetevi, siete circondati! » Urla così Beppe Grillo in questo tormentato 2013. Il dittatore delle Cinque stelle si rivolge ai partiti politici che lui considera sull’orlo della fine. Ha ragione o torto? In queste pagine non m’interessa stabilirlo. Ma il suo grido di battaglia mi sembra adatto a descrivere una situazione molto diversa. Anche gli avversari dei miei libri sulla guerra civile sono nei guai. Hanno scelto di farsi circondare da se stessi, rifiutando qualsiasi revisionismo sull’Italia tra il 1943 e il 1945. E dovrebbero arrendersi alla sconfitta. Il primo di quei libri, il più noto ai lettori, è Il sangue dei vinti.

Giampaolo Pansa su “Libero” del 4 luglio 2013 

Venne pubblicato dalla Sperling & Kupfer nell’ottobre 2003, dieci anni fa. E l’editore ha deciso di ripresentarlo in occasione dell’anniversario. Dieci anni sono un periodo di tempo importante nella vita delle persone. Chi era un ragazzo nel 2003 oggi è un adulto. E può essere interessato a conoscere un testo che allora non rientrava nel suo orizzonte di lettore. Ancora oggi qualcuno mi dice: «Non ho mai letto quel libro. Ma ho saputo che suscitò un baccano terribile. Come mai?»

Il baccano aveva un precedente. Nel 2002, sempre con la Sperling & Kupfer, avevo pubblicato I figli dell’Aquila, dedicato alle vicende di un ventenne che aveva combattuto per la Repubblica sociale. (…). Partendo dalle sue traversie, narravo il percorso di tanti ragazzi italiani che avevano scelto di rifiutare l’armistizio del 1943, per schierarsi con Benito Mussolini nell’ultima battaglia. Erano i vituperati «repubblichini», parola che odio enonuso mai. Il racconto si concludeva con la ritirata dei marò della San Marco verso il Po, nella fase finale della guerra. I figli dell’Aquila non suscitò contrasti rabbiosi tra i duri e i puri della retorica resistenziale. Il motivo era chiaro. In quel libro non andavo ancora a toccare un nervo scoperto: quanto era accaduto dopo il 25 aprile 1945. Con la resa dei conti brutale imposta ai fascisti sconfitti, le esecuzioni di massa, le vendette, le torture, gli stupri. In una parola il lato oscuro della Resistenza e le migliaia di morti che nascondeva. Il successo dei Figli dell’Aquila mi portò molte lettere che incitavano a fare un passo in più e a narrare gli orrori della fase successiva alla liberazione. Come sarebbe accaduto anche in seguito, a scrivermi erano soprattutto lettrici. Le sorelle, le vedove, le figlie, le nipoti di militari e di civili fascisti uccisi o fatti sparire quando la guerra era già conclusa. (…). Fu così che, a partire dall’autunno del 2002, cominciai a preparare il nuovo libro. Settimana dopo settimana, raccolsi un’infinità di notizie. (…). Mi resi conto che nessuno si aspettava la visita di un giornalista che non apparteneva alla loro storia, ma era disposto ad ascoltare con onestà e rispetto quanto gli narravano. Dovunque venivo accolto con gratitudine.

Compresi che, senza averlo deciso, stavo abbattendo un muro di silenzio e di omertà rimasto impenetrabile per quasi sessant’anni. E sottraevo al buio della dimenticanza l’esistenza di tanti italiani. Per di più lo facevo partendo da una posizione culturale che non era quella di un cronista di destra o neofascista, come era stato Giorgio Pisanò, ma arrivava dall’area opposta. Rivisto oggi, Il sangue dei vinti era un libro troppo nordista. Nel senso che la mia ricostruzione riguardava tutta l’Italia settentrionale, compresa l’Emilia e la Romagna, però si fermava lì. (…). Cercai di rimediare a queste assenze con i miei libri successivi, tutti pubblicati da Sperling & Kupfer: Prigionieri del silenzio, Sconosciuto 1945,La Grande Bugia e I Gendarmi della Memoria. In quei lavori replicai alle critiche che i custodi della sacralità della Resistenza seguitavano a rivolgermi. E ai fastidi che mi procuravano le loro truppe in piazza. Culminati con un’aggressione a Reggio Emilia nell’ottobre 2006, che in seguito mi costrinse a presentare i miei libri sempre protetto dalla polizia e dai carabinieri. Sino a quando mi vidi obbligato a rinunciare ai dibattiti in pubblico. (…). In quel concerto violento e grottesco spiccavano alcuni tenori che appartenevano all’intellettualità di sinistra e insegnavano storia contemporanea o moderna in più di un ateneo universitario. Questi piccoli baroni non accettavano che un dilettante come il sottoscritto avesse osato invadere il loro territorio.

Mi giudicavano un abusivo doppiamente molesto poiché davo una lettura della Resistenza che loro consideravano blasfema. A farli impazzire di rabbia c’era infine il successo del Sangue dei vinti. Alla fine del 2003 aveva già venduto 400.000 copie. E anche questo li costringeva a prendere atto di una verità che non volevano vedere. La verità era che Il sangue dei vinti e l’insieme dei libri venuti dopo si stavano muovendo come una talpa tenace e insidiosa. Capace di scavare un percorso destinato ad arrivare a un risultato inaccettabile per tanti maestroni boriosi: la vittoria del revisionismo storico a proposito della guerra civile italiana. Il primo segnale lo vidi all’inizio del novembre 2006, tre settimane dopo la serataccia di Reggio Emilia. Perché parlo di una brutta serata? Perché il 16 ottobre una banda di squadristi rossi, arrivata apposta da Roma e capeggiata da un funzionario di Rifondazione comunista, si era data da fare per impedire la prima presentazione della Grande Bugia, in libreria da pochi giorni. Quel gruppo di violenti aveva tentato di zittire il maledetto Pansa e Aldo Cazzullo, mio amico e inviato del Corriere della Serache aveva accettato di dibattere con me.

L’incursione era stata predisposta con cura. Inalberava ancheuna bandiera:un grande lenzuolo rosso che inneggiava ai delitti del Triangolo della morte. La squadraccia fece un buco nell’acqua, perché l’intervento del pubblico che gremiva il salone dell’Hotel Astoria la costrinse a sloggiare. La mattina del 9 novembre 2006, mentre sfogliavo le pagine culturali della Stampa incappai in un titolone che strillava: «Resistenza. Hanno vinto i revisionisti». L’occhiello chiariva il concetto così: «La storia dei partigiani è sul banco degli imputati, ma gli studiosi che si riconoscono nella tradizione comunista tacciono. Hanno gettato la spugna?» La lezione esposta sulla pagina era del professor Giovanni De Luna, docente di storia contemporanea all’università di Torino. Lo conoscevo bene poiché, sempre sulla Stampa, mi aveva bastonato per Il sangue dei vinti. E io l’avevo ripagato con gli interessi. Ma adesso la musica di De Luna era in parte diversa.

Suonava così: «Nel nuovo senso comune storiografico, le tesi revisioniste si sono affermate in modo straripante ». La prova? Le tante, troppe copie vendute dei miei libracci e di quelli scritti da Bruno Vespa. Tuttavia De Luna aveva in serbo un’altra sorpresa per i lettori della Stampa. A sentir lui, il Pci demonizzato da Pansa non era stato difeso da nessuna Armata rossa degli storici di fede comunista. In soccorso c’erano andati soltanto dei battitori liberi appartenenti ad altre famiglie culturali e politiche: ex azionisti, ex liberalsocialisti, ex lottacontinuisti. Ragion per cui De Luna osservava, intristito: «Nonostante che gli eredi della tradizione del vecchio Pci siano oggi ai vertici politici e istituzionali dello Stato repubblicano, il silenzio sui temi che mettono in discussione la loro storia, proponendone una versione quasi caricaturale, è imbarazzante».

A chi si riferiva De Luna nell’accennare ai vertici istituzionali? Lui non ebbe il coraggio di scriverlo, dunque lo ricordo io: a Giorgio Napolitano, eletto presidente della Repubblica nel maggio di quell’anno. Il giorno successivo all’assalto di Reggio, le agenzie di stampa avevano diffuso un comunicato del Quirinale: «Il presidente della Repubblica ha espresso a Giampaolo Pansa la sua profonda deplorazione per gli atti di violenza di cui è stato oggetto ieri a Reggio Emilia, in occasione della presentazione del suo ultimo libro». L’autunno del 2006 fu davvero una stagione cruciale per il revisionista Pansa. Si rifece vivo un altro storico accademico che mi aveva già infastidito al tempo del Sangue dei vinti. Era Sergio Luzzatto, 43 anni, docente di Storia moderna a Torino. Il 20 ottobre 2006, quattro giorni dopo l’aggressione di Reggio Emilia, con un tempismo da piccola vedetta rossa sempre all’erta, ottenne dal Corriere della Sera di poter pubblicare un suo personale editto di condanna del sottoscritto. Stampato nelle pagine culturali del Corriere aveva un titolo vistoso, messo per prudenza tra virgolette, come a precisare che quella era la sentenza del professor Luzzatto sul mio lavoro: «Piace al ventre molle dell’Italia ignava».

Sottotitolo elaborato dai cervelloni della terza pagina di via Solferino: «La rivincita. Che soddisfazione per i nostalgici del fascismo di Salò». Luzzatto sosteneva che La Grande Bugia era un libro inutile perché ripeteva «cose che si sanno ». Già dette e ridette «con maggiore sottigliezze rispetto a Pansa, da tutti i migliori studiosi della guerra civile e dell’immediato dopoguerra». Una robaccia «stilisticamente pedestre» che meritava soltanto il cestino della carta straccia. Ma Luzzatto sentiva il dovere di mostrarsi ben più cazzuto. Spiegò che i libri sfornati a ripetizione da Pansa («tonnellate di carta copiativa») vendevano molto perché piacevano «al ventre molle dell’Italia ignava». Spiegazione: «Il lettore di Pansa è probabilmente lo stesso che tiene in casa i libri di un altro giornalista di razza, Indro Montanelli. L’audience giampaolopansista corrisponde al ventre molle di un’Italia anti-antifascista prima ancora che anticomunista. Un Paese felice di sentirsi ignorante, e di farsi illuminare dal Robin Hood di Casale Monferrato. L’Italia innamorata di Pansa è una morosa che non fa invidia».

Una prosa stracca quella di Luzzatto. Dettata da un disprezzo fanatico e, temo, dalla voglia inconscia di aizzare chi poteva essere disposto a punirmi. Non l’avrei riesumata se, in questo 2013, il mio inquisitore dal ventre duro non ci avesse offerto una sorpresa. In aprile ha pubblicato da Mondadori Partigia. Una storia della Resistenza. Dieci anni sono trascorsi anche per lui, oggi arrivato ai cinquanta. E devo ammettere che non sono passati invano. Difatti in molte pagine l’infame Pansa viene riabilitato e messo sull’altarino personale di Luzzatto. Per farla corta, Luzzatto si è convertito. E per questo si becca le randellate dei suoi amici, gli stessi che mi avevano contestato. Adesso riconosce che ho sempre scritto i miei libracci con «il rispetto per la storia». Fra altri dieci anni forse riabiliterà anche i miei lettori. Non verranno più bollati come poveri ignoranti, accucciati nel ventre molle di un’Italia ignava, ma considerati possibili acquirenti dell’opera omnia luzzattesca. Insomma siamo sempre alla solita questione: le copievendutefanno gola a tutti. E il cancro del revisionismo storico? Pazienza, non tutti i gusti sono alla menta. Immagino che il vecchio Montanelli, assiso nell’angolo di Paradiso riservato ai grandi, sorrida dicendo di Luzzatto: ecco un altro bischero che mi ha sputacchiato da vivo e adesso mi dà ragione da morto!

PANSA: “INSULTATO PER DIECI ANNI DALLA CASTA DEGLI STORICI. HO SMASCHERATO IL GRANDE INGANNO DI UNA STORIA RACCONTATA SOLO DAI VINCITORI”

Simone Paliaga su “Libero” del 4 luglio 2013 

«Adulterata. Come una bottiglia di vino che non contiene vino. Così è la storia della Resistenza». Ce lo racconta Giampaolo Pansa in occasione della seconda edizione de Il sangue dei vinti, un libro spartiacque nella storiografia sulla guerra civile: prima tutto era nelle mani di studiosi comunisti; dopo, grazie alle centinaia di migliaia di copie vendute, qualcosa ha cominciato a cambiare.

Cosa è successo alla storia della guerra civile in Italia con Il sangue dei vinti?

«Non mi va di parlare di storia della guerra civile, ma di narrazione. Non mi considero uno storico, sono un narratore. Il sangue dei vinti è stato una fessura aperta nel muro della storiografia comunista».

In che senso?

«Tutta la narrazione, non la Resistenza, è stata un bluff, un grande inganno. Prima del libro non mi rendevo conto di quello che veniva cucinato nei testi che volevano raccontarla: storie truccate, cifre modificate, gesta eroiche mai avvenute. Inoltre si preferiva tenere nascoste vendette, rese dei conti, fucilazioni, intimidazioni. Ecco la storia della guerra civile. Poi, grazie a questo libro, ho capito un altro bluff».

Quale?

«La guerra civile non dura in Italia dal 1943 al1945 come riportano i libri. Ma dal 1943 al 1948: si chiude con De Gasperi e con la vittoria elettorale della Dc che mette le cose a posto».

A quale scopo questo gioco di prestigio da parte degli storici?

«Perché gli storici sono una casta. Si sono addirittura inventati un linguaggio cifrato per nascondere il verme dentro la mela e non farlo vedere a chi voleva vedere. Si trattava di coprire la gestione autoritaria del Pci e delle formazioni Garibaldi, che rappresentavano il 70-80% dei reparti partigiani».

Perché questa alzata di scudi della sinistra?

«Perché ha la pretesa di raccontare lei la storia della guerra civile. Non si rende conto che in una guerra ci sono almeno due parti, se non tre, visto che da noi combattevano anche i tedeschi. È una follia credere che la storia la possano raccontare solo i vincitori».

È stato così da sempre?

«Nel maggio 1959 partecipai a un convegno organizzato dall’Istituto Nazionale per la Storia del movimento di liberazione. Dopo il mio intervento si alza in piedi Vannuccio Faralli, primo sindaco di Genova dopo il conflitto, per chiedere come fosse possibile concedere la parola a giovani fascisti. Ma io non lo sono mai stato. Fu Parri a prendere le mie difese e a incoraggiarmi a continuare a studiare premiandomi con una borsa di studio di sua tasca: un assegno di 25 mila lire…».

Eppure di acqua ne è passata sotto i ponti dal 2003. Basta vedere quel che è successo in occasione dell’uscita di Partigia, il libro di Luzzatto…

«Luzzatto ha scritto nel 2006 su di me cose pazzesche. Ora anche lui ha subito degli attacchi, ma poi la casta degli storici lo ha protetto… Quando uscì Il sangue dei vinti Curzi, che dirigeva Liberazione, e Giorgio Bocca mi attaccarono senza aver letto il libro. E pochi alzarono un dito in mia difesa».
Giungerà il momento in cui si potrà parlare di tali temi in modo pacato?

«Mai. L’Italia è un Paese fazioso, diviso in caste e in clan contrapposti. Non c’è speranza».

Cosa bolle nella sua pentola?

«Sangue, sesso, soldi: un librone di oltre 400 pagine che uscirà a settembre per Rizzoli con la pretesa di narrare l’Italia dal 1946 a oggi. Cosa meglio di queste tre parole per raccontarla?».

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Un commento


  1. Panza ha scoperto l’acqua calda (basta leggere Fenoglio per avere un quadro un pò più preciso della Resistenza).
    E ovunque si parla di eccidi, e a Genova ,di bastimenti carichi di persone fatti affondare dopo la guerra, di regolamenti di conti eseguiti dalle cosiddette furie rosse, che la resistenza l’hanno fatta così e dopo.
    Ma figuriamoci se al Villari ( su cui mi hanno costretto a studiare)o Luzzato, o Bocca (quello che diceva nè con lo stato nè con le Brigate Rosse mentre quelli ammazzavano di continuo) e Curzi tele-fazione, che piangeva i Russi sconfitti in Afghanistan) che la storia l’hanno sempre interpretata per i loro padroni, si può chiedere l’onesta intellettuale di riconoscerlo. Anche perchè loro da quella resistenza e da quelle bugie(o non verità) forse ci hanno solo guadagnato come tanti giornalisti e ovviamente una certa parte politica.
    Ma tutta la verità e le porcherie devono uscire fuori,
    altro che resistenza.Perchè quelli nominati sopra son gente che se non la pensi come loro sei un nemico

    Danilo

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