“Dicono delle Torri Gemelle, ma qui hanno fatto una strage”

20 luglio

Quando cadono senti dei tonfi assordanti che t’atturano l’orecchie. Quelle so’ le bombe. C’ho una rabbia dentro a ricordarmele. Quel giorno stavo affacciata alla finestra, in via dei Sabelli, a vedere gli sposi che uscivano di casa…”.

di Mariagrazia Gerina da “Il Fatto Quotidiano” del 19 luglio 2013 Il Fatto Quotidiano

Ecco, se vuoi sapere che cosa furono i bombardamenti che settant’anni fa seminarono la strage per le vie di Roma e ridussero in macerie il popolare quartiere di San Lorenzo devi guardare negli occhi Adelina Valerio, 91 anni, figlia di un minatore partito a costruire le strade di New York e tornato quasi cieco per un incidente sul lavoro. Devi immaginartela settant’anni fa, affacciata a quella finestra di via dei Sabelli: “Mi chiamavano lo sceriffo, ero alta e stavo sempre in vedetta…”.

Devi immaginartela questa donna, che adesso abita in via Montecuccoli, dove Rossellini girò Roma città aperta, mentre ti racconta quel 19 luglio 1943, quando 662 bombardieri alleati sganciarono su Roma 4 mila bombe: 3 mila morti, sbriciolato un intero quartiere di artigiani e carrettieri, che per primi si erano ribellati al fascismo negli anni Venti e che fino all’ultimo non avevano voluto credere alle bombe. “Sonava l’allarme tutte le sere”, racconta Adelina: “Ma noi pensavamo: qui c’è il Papa, nun ce bombardano”. Fino a quando arrivarono le 11.03 di quel 19 luglio.

Vieni a vedere sennò non capisci”, fa Adelina, trascinandoti per le vie di un quartiere, un tempo antifascista e operaio, ora di studenti, che quasi non riconosce più. “Adesso ci stanno tutti questi pub, ma allora qui c’erano solo botteghe e osterie”. Via dei Sardi, via dei Volsci, via dei Sabelli. “Ecco vedi, quella è la casa dei signori dove lavoravo e la finestra dove stavo affacciata”, fa indicando nel vuoto di un palazzo crollato quasi per intero, seppellendo donne, bambini e futuri sposi. “Una vicina, che correva in bagno ogni volta che suonava l’allarme, mi disse di scendere giù a tenerle il pupo”. Un attimo dopo, il finimondo.

“Ci ritrovammo dentro il forno”, racconta poi indicando una bottega-fantasma. “Sor Gino, il proprietario, era un gerarca: ci spinse donne e bambini in uno sgabuzzino, invece delle bombe esplosero i sacchi di farina facendoci quasi morire soffocati”. Pochi metri ancora. “Ecco quella era casa mia”, dice indicando l’ultimo isolato, crollato per metà. “‘sta via era tutta macerie, accanto al cancello di Villa Mercede c’era un mucchio di bambini ammazzati, lo scalo di San Lorenzo era un macello. Dicono delle Torri Gemelle, ma qui hanno fatto una strage”.

“Dice che volevano bombardare lo scalo merci ma io non ci credo: fu un atto terroristico come Hiroshima”, si sgola ancora Aldo Bravi, 77 anni, al secolo Pommidoro . Come suo padre. E come il ristorante storico di famiglia, in piazza dei Sanniti. Ricostruito nel dopoguerra grazie a una grande mescita di vino pagata dagli abitanti del quartiere. Era uno dei preferiti di Pasolini.

“Vedi quest’angolo”, fa Aldo tirando fuori una foto d’epoca: “Adesso non c’è più”. Aldo, piccolino, quel giorno era in campagna con la nonna. Ma sotto le macerie morirono le sorelline di 4 e 2 anni e sua madre. “Da allora io so’ diventato l’orfanello. Fu mio padre, pompiere, a tirarle fuori. Altro che F-35, ritornare a casa e trovare la famiglia massacrata è una rabbia che te porti appresso per la vita intera”.

Adriana Amalfitani, classe 1925, era una ragazza, lavorava in uno studio fotografico, e quel giorno stava andando all’Anagrafe per dei documenti, perché il padre era morto da poco di malattia. Si mise a correre verso casa quando sentì che avevano bombardato San Lorenzo. “Avevo le scarpe alte, se ne spezzò una, mi tolsi anche l’altra e continuai a correre a piedi nudi. Sanguinavo ma non sentivo niente. Correvo da mia madre.

Appena passo l’arco di Santa Bibiana vedo il primo palazzo distrutto, la farmacia Sbarigia non c’era più. La gente fuggiva via urlando. Arrivai al portone di casa mia, era pieno di feriti. C’era una donna coperta con un panno. Alzo un lembo: le scarpe non erano di mia madre”. Adriana, con la testa imbiancata dai calcinacci e il rimmel colato sotto agli occhi, continua a correre tra le macerie. “A piazzale del Verano c’erano le rotaie divelte, i morti sembravano carbonizzati”. Sua madre non c’è. Quando la trova, viva e ferita, è già notte.

Sua sorella più grande la tireranno fuori dalle macerie 11 giorni dopo. “La riconobbero dal medaglione con la foto di mio padre”. A casa non sono più rientrati. Adriana ha salvato un mobile radio, dei dischi, il baule con il corredo e poco altro. Nessuno l’ha mai risarcita. Con altri “sinistrati” di San Lorenzo andò a occupare un appartamento al Tiburtino III, costruito dal regime per gli sfollati di Borgo e del centro storico sventrato per far spazio a via dei Fori Imperiali. Non c’era acqua, non c’erano i gabinetti. “Quando in ospedale venne la regina Elena a trovare i feriti, mamma le disse: maestà, quando finirà questa guerra? ‘Lo sa Iddio’, rispose lei. ‘No, lo sapete voi’, le fece mia madre”.

I giornali dell’epoca raccontano che il giorno dei bombardamenti Pio XII corse a fare visita a San Lorenzo. Ci sono le foto di lui che prega alla basilica di San Lorenzo fuori le Mura, bombardata anche quella. Però i sopravvissuti non se lo ricordano. “Si vede che si è fermato alla basilica e nel quartiere non ci è entrato”, sentenzia Adelina. “Nelle foto è circondato da uomini in cravatta, ma a San Lorenzo nessuno portava la cravatta quel giorno”, osserva Carlo, il fratello di Adriana.

Fulvio Fiorentini, classe 1932, invece se lo ricorda bene. Quel giorno, appena cominciarono i bombardamenti, si mise a correre verso casa: il palazzo di Pommidoro era crollato, il carcere minorile di via dei Reti, con più 100 ragazzini dentro, bombardato anche quello. Casa sua si trovava a palazzo Lamperini, il più antico del quartiere.

Trenta metri quadri, ci vivevano in nove. Loro stavano al secondo piano. Un vicino li aiutò a mettersi in salvo, la casa crollò. Loro erano già partiti su un carro. È allora, durante la fuga dalle macerie, che Fulvio dice di aver visto il Papa: “Lo vidi andare via mentre la gente invocava: Roma città aperta. Una donna teneva alzata una bambina con il capo penzoloni, era morta”.
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