10 agosto: muore la regina Cleopatra, nasce il mito

15 agosto

È il 10 agosto dell’anno 30 avanti Cristo. Ottaviano ha sconfitto Marco Antonio, e la trentanovenne regina di Alessandria giace senza vita su un letto d’oro. Accanto a lei l’acconciatrice Ira e Carmione, la dama di compagnia, anch’esse morenti. Finiscono così Cleopatra, l’età ellenistica e l’indipendenza dell’Egitto. Ma c’è stata anche un’altra vittima in quella lontanissima estate: la verità. Non si è suicidata per amore come un’eroina da melodramma, l’ultima dei Tolomei. Probabilmente non fu il serpente dell’iconografia a ucciderla. Sbagliamo persino a chiamarla Cleopatra VII, perché era la sesta a portare quel nome. La narrazione della sua vita è dipesa dai suoi nemici, in gran parte ufficiali dell’Impero romano. “Dal punto di vista moderno si tratta di polemisti, apologeti, moralisti, bugiardi, scribacchini, artisti del riciclaggio e del copia-incolla”, ha scritto la vincitrice di un Pulitzer, Stacy Schiff, nel suo “Cleopatra” (Mondadori).

Anna Meldolesi dal Corriere della sera il 10 agosto 2013 Corriere della Sera

L’Egitto non produsse grandi storici, perciò è come se conoscessimo Napoleone dalle parole dei suoi contemporanei inglesi, come se ci facessimo spiegare l’America da Fidel Castro. La Sony vorrebbe portare al cinema la biografia di Schiff, con Ang Lee alla regia e Angelina Jolie nel ruolo che cinquant’anni fa è stato di Elizabeth Taylor. Se il progetto andasse in porto, il grande pubblico potrebbe scoprire un’altra Cleopatra. Una donna libera e audace, intelligente e coltissima, che è rimasta nascosta sotto duemila anni di retorica e gossip d’autore. Una lady di ferro capace di parlare nove lingue, organizzare eserciti, sedare rivolte, condurre difficili trattative politiche, innovare la politica monetaria del suo paese. Un’abile stratega, insomma, lontanissima dalla femme fatale che se ne sta mollemente sdraiata nel nostro immaginario, con la complicità di Hollywood e degli artisti più grandi di sempre. Da Michelangelo a Brecht a Shakespeare, tutti si sono occupati di lei.

La documentazione materiale è lacunosa. Di Cleopatra abbiamo forse una singola parola scritta su un papiro e un’effigie incisa sulle monete. Doveva avere fronte alta, naso aquilino, occhi grandi e profondi, labbra piene, mento sporgente, e una personalità di molto superiore alla bellezza. L’avvenenza è arrivata nel corso dei secoli, insieme al mito, così come quel serpente che resta abbarbicato alla storia a dispetto del comune buon senso. Sui troppi dettagli che non tornano nel “caso irrisolto più importante della storia” ha scritto un libro la criminologa Pat Brown (“The Murder of Cleopatra”, ed. Prometheus). Come poteva un cobra essere nascosto in un cesto di fichi? Perché le guardie non l’hanno notato? In alternativa, perché per suicidarsi Cleopatra avrebbe dovuto scegliere un animale inaffidabile come l’aspide? Bastano le sue tossine per uccidere tre donne? Se non voleva essere catturata viva, avrebbe fatto meglio ad affidarsi a unguenti o bevande velenose. Magari cicuta e oppio, come Socrate. Oppure potrebbe essere stata tutta una messa in scena: forse per Ottaviano era troppo rischioso far sfilare a Roma, come prigioniera, la madre di un figlio di Cesare. L’omicidio è la tesi forte di Brown e non viene escluso nemmeno da Schiff, ma il punto è un altro. Quel serpente non è solo una cifra stilistica perfetta per pittori e scultori, è un’allusione sessuale; un regalo per le malelingue.

Nel ventennio del suo regno Cleopatra arrivò a dominare quasi tutta la costa orientale del Mediterraneo, costringendo le opposte fazioni romane a sceglierla come alleata o rivale. Chi ce l’ha raccontata però ha confuso l’esotico con l’erotico, impastando maschilismo e xenofobia. “Regina prostituta” secondo Properzio, per Dione è “una donna di sessualità e avarizia insaziabili”, una lussuriosa per Dante, la “meretrice dei re orientali” per Boccaccio. La ricordiamo come colei che ha irretito i due uomini più potenti del suo tempo, facendo dimenticare loro patria e famiglia. Invece è improbabile che avesse avuto una qualsiasi esperienza sessuale quando si presentò all’improvviso davanti a Cesare, più interessata a sopravvivere che ad adescarlo. Non sappiamo se sedusse o fu sedotta, né quanto tempo ci volle perché cadessero l’uno nelle braccia dell’altra. Il romanzo storico “La regina di Alessandria” di Martha Rofheart (Castelvecchi) la vuole innamorata, ma nessuno può sapere se fu vero amore. Con Cesare non mancavano le affinità elettive: il carisma, l’acume, la consapevolezza di avere pochi pari al mondo. Di Antonio inizialmente ebbe bisogno, ma tre figli dopo aveva invertito le parti. Si comportò come è sempre stato normale per i leader maschi, ascoltando le ragioni di stato oltre al cuore. Le donne egizie potevano scegliere chi sposare e chiedere il divorzio ottenendo di essere mantenute. Avevano gli stessi diritti ereditari dell’altro sesso, potevano prestare denaro, possedevano navi, botteghe, vigneti. I Romani si stupivano che gli Egiziani non lasciassero morire le figlie femmine, quando a Roma solo la primogenita poteva sentirsi al sicuro. L’Egitto era quel paese in cui “le donne orinano dritte, gli uomini accovacciati”, diceva Erodoto. Cleopatra commise anche un altro peccato, fece sentire l’Urbe rozza, insicura e povera rispetto ai fasti alessandrini. Travisarla è stato come ripristinare l’ordine naturale delle cose: “gli uomini regnano sulle donne e Roma regna sul mondo”.

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