Il Principe Eugenio, condottiero d’Europa

31 ottobre

I popoli di lingua tedesca lo chiamano Prinz Eugen, e ancora ne portano una memoria reverente. Fu il Savoia che divenne comandante imperiale, e negli anni delle guerre contro il Re Sole e gli ottomani riuscì a vincere ogni battaglia, sui campi e nei palazzi, gettando le basi di quell’Austria Felix che avrebbe segnato il XVIII e XIX Secolo. Torino, nel trecentesimo anniversario della liberazione dall’assedio, lo ricorda con un volume biografico, di cui «Storia in Rete» anticipa il capitolo dedicato alla battaglia di Belgrado del 1717, con la quale gli Ottomani furono cacciati definitivamente dall’Ungheria e cessarono d’essere una minaccia per l’Europa

di Wolfgang Oppenheimer con Vittorio G. Cardinali
(dalla biografia del Principe Eugenio di Wolfgang Oppenheimer con Vittorio G. Cardinali «La straordinaria avventura del Principe Eugenio», edita da Alzani e dall’Associazione Immagine per il Piemonte (pp. 255, € 18,00). E’ distribuita nelle librerie del Piemonte, Val d’Aosta e Liguria, o può essere richiesto via internet al sito www.immagineperilpiemonte.it
Nel maggio 1717 Eugenio riuscì a raggiunger il fronte slavo meridionale. Era rimasto ancora qualche tempo a Vienna per attendere la nascita della principessa Maria Teresa, la futura imperatrice. Il generale loreniano Mercy, comandante in capo nel Banato, era stato avvertito fin dal gennaio di studiare un attacco alla fortezza di Belgrado. Eugenio aveva piena fiducia in lui, forse come in nessun altro generale. Il padre di Mercy era caduto nel 1686, durante l’assalto di Ofen, dove il Savoia si era guadagnato gli speroni. Tutte le possibilità di un attacco alla potente fortezza, che dominava la confluenza del Danubio e della Sava, vennero sistematicamente studiate e prese in considerazione. Dopo aver esaminato a lungo la situazione, Eugenio decise di avanzare concentricamente da ovest e da nord-est.

128 squadroni di cavalleria e 30 battaglioni di fanteria si raccolsero nei pressi di Pancsova, nel Banato. Altri 80 squadroni e 40 battaglioni, fra cui il corpo ausiliario bavarese, avanzarono da ovest verso la Sava. Il 25 maggio Eugenio e Mercy si incontrarono nei pressi di Futak e stabilirono di attraversare il Danubio a Pancsova. In giugno venne presa la decisione di attaccare Belgrado non da occidente, bensì da oriente, sul Danubio. La flottiglia avrebbe provveduto ai trasporti verso Pancsova. A metà giugno, con grande sorpresa dei Turchi, venne attraversato il Danubio. Quest’importante decisione, come la battaglia di Belgrado, sarebbe in seguito stata «cantata» nella famosa canzone militare che parla del nobile cavaliere principe Eugenio e delle sue gesta. Davanti a Belgrado fu necessario attendere l’arrivo dell’artiglieria, indispensabile per cannoneggiare la cittadella. Le forze occupanti erano valutabili intorno ai 30 mila soldati scelti, al comando del serraschiere Mustafà (serraschiere era il titolo dato ai pascià nelle operazioni belliche). Le scaramucce delle avanguardie furono numerose. Verso la metà di luglio, una furiosa tempesta distrusse i ponti sul Danubio. Il trambusto che ne seguì permise ai Turchi una sortita, che però venne subito respinta.

L’esercito imperiale iniziò con un fuoco d’artiglieria concentrico, facendo gradualmente avanzare le trincee di approccio. La guarnigione turca proseguiva intanto le sortite, nelle quali caddero il maresciallo Marsigli e il colonnello Rudolf Heister, un figlio del feldmaresciallo. Gli alti ufficiali, a quel tempo, si trovavano costantemente esposti a grossi pericoli durante i combattimenti. Il cannoneggiamento della cittadella aveva comunque provocato gravi danni al nemico: erano stati distrutti il fianco della fortezza e varie zone del borgo abitato. Con la costruzione di un ponte sulla Sava e di un altro sul Danubio, la città risultò praticamente accerchiata. A questo punto, il nuovo Gran Visir Chalil Pascià impiegò un esercito di soccorso per far saltare l’anello dell’assedio. A stento i Turchi erano riusciti a radunare circa 200 mila uomini presso Adrianopoli. Una spia ungherese, come dice la canzone dedicata al principe Eugenio, aveva portato al quartiere imperiale la notizia di questo esercito in marcia. La valutazione di 300 mila uomini, fatta allora, era eccessiva; in ogni caso si trattava di una forza poderosa, con una superiorità numerica valutata in un rapporto di 3 a 1. Eugenio, che si aspettava una manovra diversiva, aveva orientato il suo fronte sia verso occidente sia verso oriente. I Turchi non attaccarono, ma si trincerarono lungo il Danubio portando in posizione le loro batterie. Il Gran Visir aveva inoltre inviato a Pancsova 25 mila Tartari, i quali incontrarono però una durissima resistenza. Il lunghissimo bombardamento con il quale i Turchi avevano iniziato la battaglia di Belgrado aveva prodotto pesanti perdite nell’esercito imperiale. Furono uccisi il vecchio feldmaresciallo Heister e l’intendente di campo conte Regal. Poiché non solo Belgrado, ma anche gli imperiali si trovavano in una grossa sacca, il Gran Visir contava su un lento logoramento del nemico, provocato da brevi e ripetute scaramucce, oltre che dai problemi di rifornimento. I suoi calcoli non erano sbagliati, perché effettivamente c’era carenza di viveri nel campo asburgico, dove inoltre si stavano diffondendo le malattie, come la dissenteria, dovute al caldo umido e alle cattive condizioni igieniche. L’assedio tuttavia proseguì in modo immutato. Si riuscì infine a colpire il deposito principale delle munizioni, provocando ingenti danni ai Turchi. Il prolungarsi della guerra di posizione faceva sorgere dubbi sempre più forti, sia a Vienna sia al quartier generale di Belgrado, sulle sorti dell’esercito assediante, ora a sua volta assediato. Il principe manteneva la massima calma. Quando ebbe la certezza che il nemico stava eseguendo l’accerchiamento, decise di prevenire il pericolo. Di grande interesse è lo studio del suo ordine di battaglia, che prevedeva uno schieramento in sedici punti, e anche della sua «conduzione psicologica della guerra», cioè del modo con cui mise gli alti ufficiali, riuniti intorno a lui, a conoscenza del suo piano. Non aveva certo improvvisato le sue disposizioni, al contrario le aveva lungamente meditate, ma decise di porle ad effetto soltanto quando le circostanze lo richiesero. Le preoccupazioni non erano poche quando, il 15 agosto, Eugenio chiamò nella propria tenda l’intero corpo degli ufficiali. Nell’aria c’era tensione, ma egli emanava calma e sicurezza.

In modo breve e deciso diede le direttive, scegliendo le parole con la stessa meticolosità con cui sceglieva le trincee di approccio. Gli ufficiali, innanzitutto, avrebbero dovuto dare gli ordini «senza urlare o spazientirsi», perché proprio questo era il loro sicuro vantaggio sui Turchi: la disciplina ferrea che doveva compensare la grossa superiorità numerica. «Nessuno» disse il principe, «dovrà muoversi anche di un solo palmo dal posto assegnatogli». Bottino e saccheggi erano proibiti, pena la morte. Alla cavalleria comandò di sparare solo in caso di necessità estrema. La fanteria avrebbe dovuto invece mantenere un fuoco continuo, perché l’esperienza aveva insegnato che i Turchi venivano intimoriti più dalla sparatoria ininterrotta che dalla potenza del fuoco. «Di importanza fondamentale» continuò Eugenio, «è l’ordine delle colonne di attacco in ranghi serrati». Ogni soldato avrebbe dovuto restare in contatto col proprio superiore e, attraverso di lui, con il comandante supremo. Solo così si poteva essere certi che gli ordini sarebbero stati eseguiti. Con stupore, gli ufficiali notavano che, mentre esponeva loro le difficoltà della situazione e i piani che di conseguenza si sviluppavano, Eugenio acquistava non solo calma, ma addirittura quasi serenità. Espose l’alternativa di mantenere la difensiva, continuando all’assedio il più a lungo possibile, oppure di prevenire i Turchi passando all’offensiva. Terminò con le parole: «Prenderò possesso di Belgrado o i Turchi prenderanno possesso di me». L’atmosfera si alleggerì in un sentimento di liberazione generale.

Nel cuore della notte, la cavalleria si portò il più silenziosamente possibile in campo aperto. Un’ora più tardi si preparò la fanteria. Il timore di Eugenio era che i Turchi riuscissero a penetrare le linee imperiali durante la marcia. D’improvviso, come una cappa mimetizzante, grandi folate di nebbia coprirono le truppe. Non si vedeva a dieci passi di distanza. La circostanza, di per sé favorevole, si trasformò in un vero pericolo quando la cavalleria imperiale, spintasi troppo avanti verso destra, perse ogni contatto col centro. Anche la fanteria, che seguiva di poco, smarrì l’orientamento. Accadde proprio ciò che si era fatto di tutto per evitare: la frantumazione delle linee. Così, all’inizio della battaglia, ogni generale dovette operare per conto proprio, senza conoscere bene la situazione. Dopo il primo allarme, la cavalleria turca penetrò nelle falle che si erano aperte fra l’ala destra e il centro dello schieramento imperiale. Alla guida dei singoli reparti, tuttavia, l’esercito di Eugenio disponeva di comandanti esperti ed estremamente capaci. Circa 60 mila uomini, condotti dal feldmaresciallo, erano passati all’attacco, mentre il fianco nord veniva coperto con 10 mila uomini dal generale sassone barone von Seckendorff. Alessandro del Wüttemberg riuscì ad arginare la flessione del fronte facendo avanzare le riserve della fanteria. L’irruzione turca, però, non era del tutto scongiurata. Verso le 8 del mattino la nebbia cominciò a diradarsi ed Eugenio ebbe finalmente una visione globale del campo di battaglia. Vide la penetrazione turca nel centro del fronte, e rapidamente mandò avanti altre riserve di fanteria. Il poderoso fuoco dell’artiglieria nemica, a ridosso delle truppe, causò numerose vittime. Da una vicina collina sparavano incessantemente diciotto pezzi. Non restava altra scelta che assalire la collina. Dieci compagnie di granatieri e quattro battaglioni, fiancheggiati da due reggimenti a cavallo, misero a tacere quell’artiglieria dopo un duro combattimento. Si trattava di un colpo decisivo, perché sulla collina, che dominava la zona, poté essere piazzata l’artiglieria imperiale. I Turchi, lanciati nel frattempo al contrattacco, furono respinti. Il disordine della ritirata si allargava a macchia d’olio, trasformandosi in fuga. Verso le 11 la battaglia era vinta.

Belgrado, la cittadella fortificata e i 30 mila uomini di occupazione avevano fino a quel momento opposto resistenza alla conquista della città. Il 17 agosto partì la richiesta di resa. Il governatore esitava. Gran parte della fortificazione era ancora intatta. Ma nella guarnigione covava la rivolta e la città era sommersa dalle macerie. I soldati non intendevano esporre le loro famiglie alla prosecuzione dell’assedio. Infine, il governatore inviò due emissari con bandiera bianca. Eugenio offrì una resa onorevole. In fretta e in disordine, le truppe occupanti lasciarono con 300 carri e mille cammelli una città conquistata dall’esercito imperiale. Donne e bambini vennero imbarcati in navi sul Danubio. Così ebbe termine il cosiddetto «miracolo di Belgrado», che non fu certamente un miracolo, bensì il risultato di una serie di decisioni prese da un comandante geniale, dotato di fiuto sicuro e occhio attentissimo, che sapeva prendere le misure giuste nei momenti più critici. Come per Napoleone ed altri grandi condottieri, era tuttavia il suo carisma ad entusiasmare un esercito accerchiato, oppresso dalle malattie e dalla mancanza di viveri. Né la febbre, che aveva preso anche lui, né una leggera ferita – la tredicesima della sua carriera militare – avevano potuto impedirgli di combattere instancabilmente, anche questa volta, non solo come feldmaresciallo, ma anche come miles christianus, come soldato cristiano avviato ormai verso il mito. In seguito alla sconfitta di Belgrado, i Turchi si ritirarono dalla Transilvania e dall’Ungheria settentrionale. Le truppe imperiali restarono in Bosnia e a Novi, sull’Una. A Belgrado, il Savoia stava progettando la rapida ricostruzione della città e della fortezza distrutta. Preparò i quartieri invernali, diede istruzioni per l’amministrazione militare dei territori occupati, e a fine ottobre si mise in viaggio per Vienna, dove venne accolto nell’entusiasmo generale.

Fin dal settembre 1717 era arrivata a Semlino, vicino a Belgrado, una delegazione turca con una lettera per il principe da parte del serraschiere. Nella lettera si dichiarava di aver saputo che il principe era «disposto a un trattato di pace con la Sublime Porta che durerà in eterno». Il governo dell’Impero era evidentemente interessato a concludere presto la pace, non solo per consolidare i nuovi possedimenti, ma anche per potersi dedicare con rinnovato slancio alla politica occidentale. Questa volta era la Spagna che, condotta dall’avventuriero Alberoni, aveva messo gli occhi sull’Italia e aveva già compiuto un’operazione di sbarco in Sardegna. Ciononostante, le trattative con la Sublime Porta dovevano essere condotte da una posizione di forza. La mediazione delle potenze marittime, in seguito nuovamente richiesta, venne in un primo tempo scartata. La campagna successiva venne apprestata con energia, su suggerimento di Eugenio, secondo il quale un esercito ben equipaggiato era più efficace del miglior contratto. A Costantinopoli, nel frattempo, il partito della pace aveva preso il sopravvento. Nel marzo 1718 si giunse seriamente all’inizio delle trattative su un’isola danubiana vicino ad Orsova. Eugenio puntava soprattutto con fermezza sui punti essenziali, per dimostrarsi più generoso sulle questioni secondarie. Un’importante premessa della pace consisteva nel trovare un accordo con Venezia sulle clausole contrattuali. Il principe rilevava come ora contasse innanzi tutto porre termine alla guerra con una pace onorata, senza fossilizzarsi su certe posizioni esterne, dal momento che la realtà aveva dimostrato che «la Repubblica non era in grado di imporsi e che province così lontane non potevano essere mantenute senza una grande forza continuamente disponibile». Nel modo più duro si discusse sul principio dell’«uti possidetis, ita possideatis» [Ciò che si è conquistato sarà annesso NdR]. Ma il riarmo dell’Impero non era rimasto senza conseguenze, così che alla fine i Turchi cedettero su questo punto principale.

Ai primi del giugno 1718 venne solennemente aperta la conferenza di pace. Nel corso delle trattative, Eugenio non mancava di ammonire gli ambasciatori perché «non esasperassero la controparte, irrigidendosi su richieste superflue o troppo dure». St. Saphorin rilevò: «Considerando la tendenza di questa Corte a non porsi limiti nella fortuna, sarebbe stato sufficiente lasciare agire gli altri ministri, perché con quantità enormi di richieste, alle quali poi non avrebbero mai voluto rinunciare, perdessero l’occasione di concludere la pace a Passarowitz; ma ben lungi dall’indulgere a ciò, il principe ha deciso tutto, ed essendo in possesso dei pieni poteri, ha dato agli ambasciatori dell’imperatore gli ordini che riteneva giusti, ha dato disposizioni perché concludessero, a dispetto di quanto potevano contrapporre». La pace di Passarowitz venne finalmente firmata il 21 luglio 1718. Venivano così poste le premesse, nell’Europa centrale e nei Balcani, su cui si sarebbe sviluppata la storia dei successivi duecento anni. A conclusione del trattato politico, che assicurava le posizioni asburgiche nel Banato, a Belgrado e nella Bosnia, oltre che nell’Ungheria e nella Transilvania, venne concluso con la Sublime Porta un importante trattato commerciale. Il sultano concedeva ai mercanti austriaci libertà di traffico e di navigazione nell’Impero Ottomano e l’esonero dalle imposte, a parte una tassa di importazione del 3 per cento. L’Impero asburgico raggiungeva in tal modo quella dogana privilegiata del 3 per cento che avevano già ottenuto prima l’Olanda, poi l’Inghilterra e Genova e infine, nel 1673, anche la Francia sotto l’energica direzione di Colbert. Il Savoia mise in guardia i negoziatori imperiali, abituati a sottilizzare su ogni parola, dal porre in pericolo la conclusione della pace con lunghi mercanteggiamenti su questioni di secondaria importanza. Una rapida azione nel momento opportuno era garanzia di successo. Con questi trattati, Eugenio di Savoia, giunto alla Corte imperiale trentacinque anni prima come un piccolo postulante, aveva raggiunto la più alta vetta della sua carriera.

Wolfgang Oppenheimer
Vittorio G. Cardinali

Questo articolo è stato pubblicato su Storia in Rete n° 18

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