Va’ fuora ch’è l’ora! – Le cinque giornate di Milano

31 ottobre

Fu una delle poche rivolte e una delle pochissime ad essere riuscite in Italia. Fra il 18 e il 22 marzo 1848, sull’onda della rivoluzione europea, Milano insorgeva e cacciava fuori gli austriaci. Non era questione di malgoverno o di eccessiva tassazione, stavolta, ma vero e proprio patriottismo e sete di libertà. Una volta tanto, nella Storia…

di Elena Percivaldi
«Qui si ha da fare con un popolo che ci detesta e ritiene giunto il momento di poter prendere posto nel consesso delle grandi nazioni». Correva l’anno 1848, quello delle grandi rivolte di popolo, e Milano, tra il 18 e il 22 marzo, dava vita alla più sentita e celebre rivolta della sua storia, le Cinque Giornate, costringendo il feldmaresciallo Radetzky, comandante delle truppe occupanti dell’Impero asburgico, a prendere atto della volontà di un popolo di dire basta ad un governo sentito come oppressivo e alieno, e a riprendere il mano le sorti della propria esistenza.

La situazione era stata preparata da anni di soprusi e ingiustizie. Il 10 dicembre del 1846 era morto Federico Confalonieri, grande patriota milanese, incarcerato nel famigerato Spielberg. Al funerale, tenutosi nella chiesa di San Fedele e pagato con una sottoscrizione popolare, partecipò una folla tale da preoccupare la polizia austriaca. La sera stessa, nessun milanese si recò alla Scala, uno sciopero silenzioso che si sarebbe d’ora in poi ripetuto ogni volta che la protagonista dell’opera fosse stata impersonata da una cantante austriaca. Ma l’episodio più significativo fu quello del primo gennaio 1848, quando i milanesi attuarono il celebre «sciopero del tabacco»: promosso da Giovanni Cantoni, ebbe come slogan il fatto che fumando (e giocando) ogni milanese avrebbe contribuito all’aumento delle finanze austriache. Lo sciopero proseguì per due giorni, ma il 3 gennaio un decreto imperiale minacciò gravi punizioni per chi avesse proibito ad alcuno di fumare. Nel pomeriggio i soldati, incitati da un falso volantino irrisorio nei loro confronti, si diedero ad atti di violenza contro i civili, provocando numerosi morti. L’odio nei milanesi verso il governo austriaco montò all’inverosimile. Pur non rivoltandosi, i cittadini si astennero dalla vita pubblica rifiutandosi di andare a teatro o a balli di gala, interrompendo ogni rapporto con l’invasore. Non mancarono gli episodi di violenza. A Pavia l’8 e il 9 alcuni studenti scatenarono una rissa con i poliziotti che fumavano sotto i portici dell’università. Ci rimasero due morti. Così da Vienna si decise per una politica intransigente: il 22 gennaio furono arrestati alcuni patrioti, il primo febbraio arrivò la censura. Milano e la Lombardia vivevano in un clima di terrore. Ma l’ardore covava sotto le ceneri.

La sera del 17 marzo giunse in città la notizia di un’insurrezione a Vienna che aveva portato alla fuga di Metternich e un proclama imperiale in cui si aboliva la censura e si indiceva un’assemblea proprio per evitare subbugli in altre parti dell’impero, in particolare a Milano. Era il pretesto che tutti attendevano per dar vita alla rivolta, che puntualmente scoppiò il giorno dopo. Il 18 marzo 1848. A reggere le fila vi era Cesare Correnti, che dunque chiamò i milanesi a raccolta davanti al Palazzo del Municipio per costringere il podestà Gabrio Casati a richiedere il passaggio del governo alla municipalità. Il vice governatore, rimasto solo, ordinò a Radetzky di tenersi a disposizione. La folla attendeva l’arrivo di Casati per accompagnarlo al Palazzo del Governo, in corso Monforte. Riluttante, Casati cedette ma la folla, esaltata, arrivò prima e invase il palazzo. Quando Casati giunse sul posto andò dall’O’ Donnel, che fu costretto a firmare tre decreti in cui autorizzava la formazione di una guardia civica, stabiliva il passaggio del governo al Municipio e imponeva la restituzione delle armi della polizia alla municipalità. Preso prigioniero, il vice governatore fu trasportato a Palazzo Vidiserti, dove si recò anche il podestà con la sua legazione. Appresa la notizia, il feldmaresciallo Radetzky, chiamate le truppe, dichiarò nulli i decreti e proclamò lo stadio d’assedio. La folla, in tumulto, iniziò a radunarsi e a creare improvvisate barricate. Un gruppo di croati si scontrò con i milanesi, facendo alcuni morti. Allora le campane della chiesa di San Damiano presero a suonare a martello per richiamare al combattimento, imitate via via da tutte le campane della città. Le truppe austriache occuparono subito Palazzo Reale, l’Arcivescovado e soprattutto il Duomo, dall’alto del quale sparavano i cacciatori tirolesi. Radetzky, cercando di spaventare il popolo, minacciò di usare i 200 cannoni che aveva a disposizione, ma non sortì alcun effetto. Carri, carrozze, mobili, barili, tappeti, perfino i banchi delle chiese furono gettati nelle strade a formare barricate di protezione, mentre per procurarsi le armi necessarie alla resistenza furono svuotati i musei e messe a disposizione le collezioni dei nobili. Dalle finestre pioveva di tutto, dall’olio bollente alle tegole. Verso sera il palazzo del Municipio fu espugnato dagli austriaci nonostante l’eroica difesa degli assediati; ma Radetzky non vi trovò la legazione, che era invece a Palazzo Vidiserti. Molti però furono fatti prigionieri. Al termine della prima giornata il feldmaresciallo era sorpreso dall’unitarietà della rivolta, cui partecipava ogni ceto. «Il carattere di questo popolo – ebbe a dire in seguito – sembra cambiato come per il tocco di una bacchetta magica».

Era solo l’inizio. Nella notte, la legazione e il podestà si spostarono nella casa di Carlo Taverna, facilmente difendibile. E in effetti l’indomani, domenica di San Giuseppe, Milano era ormai una città trincerata. Le barricate sorgevano ovunque, fatte dei materiali più strambi, e ostruivano le vie impedendo il passaggio della cavalleria. A Porta Venezia erano stati staccati dai marciapiedi i lastroni di granito, a piazza Cordusio a proteggere gli insorti c’erano i libri dell’Ufficio del Bollo. Tra una barricata e l’altra, i dispacci erano portati dai ragazzi degli orfanotrofi, i martinitt, che facevano da staffetta, mentre le donne, se non combattevano vestite da uomo, rifocillavano gli insorti e cucivano tricolori. La parola d’ordine era fare incetta di viveri, magari intercettandoli agli austriaci, che per paura li lasciarono dunque nel quartier generale del Castello. Intanto gli scontri continuavano senza sosta. Fallito il tentativo di riprendere il Broletto e di spingere alla diserzione le truppe ungheresi, i milanesi conquistarono piazza Mercanti e Porta Nuova grazie anche all’eroismo del colonnello nizzardo Augusto Anfossi, a Milano per caso, che riuscì a travolgere con pochi uomini un plotone di artiglieri. Radetzky, sempre più preoccupato, minacciò di bombardare la città, suscitando le proteste dei consoli di Francia, Inghilterra, Sardegna, Stato Pontificio e Svizzera, che lo implorarono di evitare una tale atrocità. Al calar della notte, l’eclissi di Luna dava oscuri presagi.

Il lunedì seguente le truppe imperiali abbandonavano il centro di Milano. Le campane del Duomo tornarono a suonare, mentre sulla Madonnina sventolava il tricolore piantato da Luigi Torelli. L’occupazione della Direzione di Polizia permise la liberazione di molti prigionieri e l’arresto dell’odiato commissario Bolza, a cui Carlo Cattaneo salvò la vita: «Se lo uccidete – disse – fate cosa giusta, ma se lo risparmiate fate cosa santa». Intanto in casa Taverna si era costituito un Comitato di Guerra formato dallo stesso Cattaneo, da Enrico Cernuschi, Giulio Terzaghi e Giorgio Clerici. Verso mezzogiorno sulle barricate fu catturato il maggiore Ettinghausen, che pare avesse una proposta d’armistizio da parte di Radetzky. Incerti sul da farsi, Casati e gli altri stavano soppesando la decisione da prendere quando giunse la notizia dell’eccidio, da parte dei soldati austriaci, di alcuni milanesi inermi nella chiesa di S. Bartolomeo. Il conte Borromeo, furioso, proclamò allora al messaggero che i patrizi milanesi erano pronti a morire sotto le rovine dei loro palazzi. Il maggiore fu rispedito da Radetzky, ma anziché essere bendato come all’arrivo, fu lasciato libero di vedere con i suoi occhi, nel tragitto, il coraggio con cui combattevano i milanesi. Sconvolto e ammirato, il militare esclamò: «Addio brava e valorosa gente». Il popolo, ormai affezionato alle barricate, accolse la notizia del rifiuto con gioia ed esaltazione.

Il giorno successivo, il 21 marzo, in casa Taverna il barone Hubner tentò il tutto per tutto chiedendo tre giorni di tregua. Fu rifiutata. Il conte Martini, inviato da Carlo Alberto, garantì l’intervento del re a patto che si fosse dichiarato il Governo Provvisorio. La nomina avvenne dopo qualche incertezza: presidente Casati, segretario Correnti, comandante della Guardia Civica Pompeo Litta. Gli austriaci, ormai confinati fuori dalla cerchia dei Navigli, tenevano in città solo pochi capisaldi, tra cui il Palazzo del Genio. Gli insorti riuscirono a conquistarlo con gravi perdite. Nell’impresa si distinse Pasquale Sottocorno che, storpio e zoppo, riuscì ad incendiare l’edificio incurante dei fischi dei proiettili. In breve caddero in mano degli insorti la caserma di San Simpliciano, il collegio di San Luca e l’ufficio di polizia a San Simone. Radetzky, in difficoltà e a corto di viveri, si diede a progettare la ritirata. Le truppe sarebbero passate per Porta Romana, ma non prima di aver raso al suolo la zona circostante. Occorreva inoltre tenere in pugno Porta Tosa, in modo da coprirsi le spalle. Ma Porta Tosa fu scelta anche dai ribelli come punto da forzare per poter comunicare con le campagne. L’assalto quindi fu durissimo. Gli scontri durarono tutto il giorno 22 e con tutte le forze possibili. A un certo punto gli insorti stavano per cedere, ma Luciano Manara con un gesto furioso riuscì a dar fuoco alla Porta, creando un varco per i contadini, richiamati dalle campagne dal lancio dei palloni aerostatici che incitavano alla rivolta. Entrarono in massa. La battaglia infuriò senza posa, mentre gli artiglieri bombardavano il Castello. A poco a poco caddero in mano milanese Porta Comasina, Porta Nuova e Porta Orientale. Porta Tosa e Porta Romana, invece, caddero di nuovo in mano agli austriaci, che ne approfittarono per evacuare le truppe. Verso mezzanotte i soldati austriaci di erano dileguati, all’alba la città era finalmente libera. Gli austriaci, temendo un imminente intervento piemontese, si ritiravano a spron battuto anche da molte altre città lombarde e dalle valli dell’Adda e dell’Oglio. Per celebrare il trionfo, Porta Tosa fu ribattezzata Porta Vittoria, e Giuseppe Grandi realizzò un obelisco che simboleggia lo sforzo di tutti i milanesi, nessuno escluso, per ottenere la libertà. Momentanea, purtroppo. Ma questa è un’altra storia.

Elena Percivaldi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 23 di Storia in Rete

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