Addio a Bartolucci, l’ultimo maestro della Scuola Romana

13 novembre

L’11 novembre scorso è scomparso a 96 anni il maestro Domenico Bartolucci. Cardinale, direttore perpetuo della Cappella Sistina, fu il più importante interprete a livello mondiale della tradizione polifonica italiana, di Palestrina in particolare. Per tutta la sua lunghissima carriera di compositore e musicologo, iniziata a soli 14 anni, si impose di riportare in vita le glorie della musica a cappella della Scuola Romana, che aveva in Palestrina, Lasso e Victoria i massimi esponenti. Fu suo merito la rinascita della Cappella musicale pontificia Sistina dopo l’eclissi della direzione di Lorenzo Perosi. La sua sconfinata conoscenza della storia della musica e della storia della liturgia traspare in questa intervista rilasciata a Riccardo Lenzi su “L’Espresso” nel 2006, che riportiamo integralmente. [SiR]

Riccardo Lenzi da “L’espresso” n. 29, 2006  

Quando il cantore era come un sacerdote

Intervista con Domenico Bartolucci

D. – Maestro Bartolucci, ben sei papi hanno assistito ai suoi concerti. In quale di loro ha trovato maggior sapienza musicale?

R. – Nell’ultimo, Benedetto XVI. Suona il pianoforte, è un profondo conoscitore di Mozart, ama la liturgia della Chiesa e di conseguenza tiene in somma considerazione la musica. Anche Pio XII l’amava molto e spesso suonava il violino. La Cappella Sistina deve poi moltissimo a Giovanni XXIII. Da lui nel 1959 ebbi l’approvazione per il progetto di ricostituzione della Sistina che purtroppo, anche a causa della malattia del precedente direttore Lorenzo Perosi, era in condizioni precarie: non aveva più un organico stabile, un archivio musicale, né una sede. Allora si ottenne la sede, si congedarono i falsettisti e si definì l’organico dei cantori con i relativi stipendi; finalmente si poté anche istituire la scuola dei ragazzi. Poi venne Paolo VI, ma lui era stonato e non so quanto apprezzasse la musica.

D. – Perosi, il cosiddetto rifondatore dell’oratorio italiano?

R. – Perosi era un autentico musicista, un uomo impastato di musica. Ebbe la fortuna di dirigere la Sistina ai tempi del Motu Proprio sulla musica sacra che voleva giustamente purificarla dal teatralismo di cui si era imbevuta. Poteva dare un nuovo impulso alla musica di Chiesa, ma purtroppo non aveva una conoscenza adeguata della polifonia palestriniana e delle tradizioni sistine. Del canto gregoriano poi affidò la direzione al vice maestro! Le sue composizioni liturgiche spesso sono state d’esempio per lo stile superficiale del cecilianesimo, lontano da quella perfetta fusione tra testo e musica.

D. – Perosi faceva il verso a Puccini…

R. – Ma il lucchese era un uomo intelligente. E poi i suoi “fugati” erano ben superiori a quelli del tortonese.

D. – In qualche maniera Perosi è stato l’antesignano dell’attuale volgarizzazione della musica sacra?

R. – Non proprio. Oggi nelle chiese sono di moda le canzonette e lo strimpellio delle chitarre, ma la colpa è soprattutto delle idee sbagliate di pseudo intellettuali che hanno creato questa degenerazione della liturgia e quindi della musica, travolgendo e disprezzando l’eredità del passato e credendo di ottenere chissà quale bene per la gente. Se l’arte della musica non torna alla grande arte, non ad un accomodamento o a un sottoprodotto, non ha alcun senso interrogarsi sulla sua funzione per la Chiesa. Io sono contro le chitarre, ma anche contro la faciloneria della musica ceciliana: più o meno è la stessa zuppa! Il nostro motto deve essere: torniamo al canto gregoriano e alla polifonia palestriniana e proseguiamo su questa strada!

D. – Quali sono le iniziative che Benedetto XVI dovrebbe prendere per realizzare questo disegno, in un mondo fatto di discoteche e ipod?

R. – Il grande repertorio di musica sacra che ci è stato consegnato dal passato è costituito dalle messe, dagli offertori, dai responsori: prima non esisteva liturgia senza musica. Oggi colla nuova liturgia questo repertorio non ha più spazio, è una stonatura, inutile illudersi. È come se Michelangelo per il giudizio universale avesse avuto a disposizione un francobollo! Mi dica lei come è possibile oggi eseguire un Gloria o addirittura un Credo. Per prima cosa dovremmo tornare, almeno per le messe solenni e per le feste, a una liturgia che dia spazio alla musica e che si esprima nella lingua universale della Chiesa, il latino. In Sistina, dopo la riforma liturgica, ho potuto mantenere vivo il repertorio tradizionale della Cappella solo nei concerti. Pensi che la Missa Papae Marcelli di Palestrina non si canta più in San Pietro dai tempi di papa Giovanni! Ci fu concesso benignamente di eseguirla per l’anno palestriniano e la volevano senza il Credo, ma quella volta fui irremovibile e si eseguì tutta.

D. – Pensa che l’assemblea dei fedeli dovrebbe partecipare cantando in gregoriano alla celebrazione dei riti?

R. – Sull’esecuzione del canto gregoriano bisogna fare delle distinzioni. Una parte del repertorio, ad esempio gli introiti o gli offertori, richiede un’arte raffinatissima che può essere interpretata compiutamente solo da veri artisti. C’è poi anche un repertorio cantato dal popolo: penso alla messa “degli Angeli”, alle musiche processionali, agli inni. Era commovente il canto popolare del Te Deum, del Magnificat, delle litanie, musiche che la gente aveva assimilato e fatto sue, ma oggi anche di questo è rimasto ben poco. Inoltre il gregoriano è stato falsato dalla teoria ritmica ed estetica dei benedettini di Solesmes. Il canto gregoriano è nato nei secoli di ferro, deve essere virile e forte, altro che le dolcezze e i comodi adattamenti dei giorni nostri.

D. – Pensa che le tradizioni musicali del passato si stiano estinguendo?

R. – Cosa vuole: se non c’è la continuità che le mantiene vive sono destinate all’oblio e l’attuale liturgia di certo non le favorisce… Io sono ottimista per volontà, ma giudico la situazione attuale realisticamente, e credo che un Napoleone senza generali possa far poco. Oggi il motto è “andare al popolo, guardarlo negli occhi”, ma sono tutte storie! Facendo così finiamo per celebrare noi stessi: il mistero e la bellezza di Dio sono allontanati. In realtà assistiamo alla decadenza dell’Occidente. Un vescovo africano una volta mi disse: “Speriamo che il concilio non ci tolga il latino dalla liturgia, altrimenti nel mio paese prevarrà una babele di dialetti”.

D. – Giovanni Paolo II è stato un po’ accomodante su questi temi?

R. – Nonostante diversi richiami, nel suo pontificato si è consolidata la crisi della liturgia. A volte proprio le celebrazioni papali hanno contribuito ad affermare questo nuovo indirizzo con balli, balletti e tam tam. Una volta andai via dicendo: “Mi richiamate quando è finito lo spettacolo!” Capisce bene che se da San Pietro danno questi esempi, i richiami e i lamenti non servono a niente. Io di questo ho sempre protestato. E anche se mi hanno buttato fuori con la scusa degli 80 anni, non me ne pento.

D. – Cosa voleva dire, una volta, cantare nella Cappella Sistina?

R. – Il luogo e il coro erano un tutt’uno, così com’erano un tutt’uno la musica e la liturgia. La musica non era un semplice ornamento, ma dava vita al testo liturgico e il cantore era come un sacerdote.

D. – Ma oggi si può comporre proseguendo lo stile gregoriano?

R. – Bisognerebbe ritrovare quello spirito, intanto, di solidità. Ma la Chiesa ha fatto l’opposto favorendo motivi facili, orecchiabili, canzonettistici. Così credeva di piacere alla gente, e ha proseguito per questa strada. Ma l’arte non è questo. La grande arte è densità.

D. – Non vede qualche compositore, oggi, in grado di resuscitare una tale tradizione?

R. – Non è una questione d’ingegno: non c’è più l’ambiente. La colpa non è dei musicisti, ma di quello che si richiede loro.

D. – Eppure i monaci di Santo Domingo de Silos, con il gregoriano, hanno venduto milioni di dischi. Similmente la Terza sinfonia di Henryk Gorecki con le sue suggestioni medioevali…

R. – Fenomeni consumistici che m’interessano poco.

D. – Ma ci sono compositori autorevoli che hanno messo la fede al primo posto, come Pärt o Penderecki…

R. – A loro manca il senso liturgico. Anche Mozart è grande, ma dubito che la sua musica sacra stia tanto a suo agio in una cattedrale. Il canto gregoriano e Palestrina invece sono un tutt’uno con la liturgia.

D. – Nelle lettere di Mozart in effetti non traspare un gran sentimento religioso. Eppure, nell’“et incarnatus est” della sua Messa in do minore, quel farsi voce di soprano degli strumenti a fiato ci spiega perfettamente il mistero dell’incarnazione…

R. – Non dimentichi che il padre di Mozart era maestro di cappella. Quindi, volente o nolente, respirò a pieni polmoni l’aria della Chiesa. C’è sempre qualcosa di concreto, soprattutto nella biografia giovanile di un uomo, a spiegare tali profondità spirituali. Pensi a Verdi che da ragazzo ebbe come primo maestro un prete e suonava l’organo a messa.

D. – Lei si sente un po’ solo, senza eredi?

R. – Non c’è più nessuno. Mi ritengo l’ultimo maestro di cappella.

D. – Ma a Lipsia, alla chiesa di San Tommaso, c’è il sedicesimo Kantor dai tempi di Bach…

R. – In Germania, in campo protestante, i figli del compositore dei brandeburghesi salvaguardano gelosamente la loro identità. Disse giustamente Verdi che i tedeschi sono figli fedeli di Bach, mentre noi italiani siamo figli degeneri di Palestrina.

D. – A proposito di Verdi, la grande musica sacra non sempre è compatibile con la liturgia…

R. – Certamente. La Messa da Requiem di Verdi non può dirsi una messa adatta alla liturgia, ma pensi con quale potenza penetra il senso del testo! Anche Beethoven: ascolti l’attacco del Credo. Altro che il movimento ceciliano. Sono quei capolavori di musica sacra che hanno il loro giusto spazio nelle esecuzioni concertistiche.

D. – Anche Bruckner era molto ispirato…

R. – Ha il difetto di essere prolisso. La Messa con gli strumenti a fiato, quella in mi minore, è assai noiosa.

D. – Aveva ragione Mahler a dire che era “mezzo dio e mezzo babbeo”?

R. – È così. Aveva dei momenti straordinari, ad esempio quando trattava gli archi con grande sapienza. Ma poi cominciava a strombettare e allora…

D. – E Mahler le piace?

R. – Come il precedente. Momenti belli, ma assai ripetitivo. Verrebbe da gridargli a un certo punto: taglia, abbiamo capito!

D. – Secondo Ratzinger c’è la musica come fenomeno di massa, pop, che si misura sui valori del mercato. E quella colta, cerebrale, destinata a una piccola élite…

R. – È la musica dei moderni, da Schönberg in poi, ma la musica sacra deve proseguire lo spirito del canto gregoriano e rispettare la liturgia. Il cantore in chiesa non fa l’artista, fa il predicatore, ovvero predica cantando.

D. – Lei invidia un po’ le Chiese orientali?

R. – Giustamente non hanno cambiato niente. La Chiesa cattolica ha rinunciato a se stessa e alla propria fisionomia, come quelle donne che si fanno la plastica facciale: poi non si riconoscono più e qualche volta gliene derivano anche serie conseguenze.

D. – Fu suo padre ad avvicinarla alla musica?

R. – Era un operaio di una fabbrica di laterizi a Borgo San Lorenzo in provincia di Firenze. Amava cantare in chiesa. E le romanze di Verdi e di Donizetti. Ma allora cantavano tutti: i contadini mentre potavano le viti, il calzolaio mentre rifiniva le suole. C’erano le bande in piazza, durante le feste arrivavano le guide musicali da Firenze e il teatro del paese aveva due stagioni d’opera all’anno. È tutto finito.

D. – In Italia i governi hanno pure tagliato i finanziamenti a orchestre e teatri…

R. – Hanno fatto bene. Negli enti c’è troppa gente che vegeta. Prenda ad esempio gli uffici amministrativi: prima c’erano quattro o cinque persone, adesso sono venti-venticinque.

D. – In che senso Palestrina, Lasso o Victoria possono considerarsi attuali?

R. – Per la loro densità musicale. Palestrina è il primo patriarca che ha capito che cosa vuol dire far musica; lui ha intuito la necessità di una scrittura contrappuntistica vincolata dal testo, aliena dalla complessità e dai canoni della scrittura fiamminga.

D. – Per il filosofo Schopenhauer la musica è il culmine di tutte le arti, oggettivazione immediata della Volontà. Per i cattolici può definirsi espressione diretta di Dio, quanto il Verbo?

R. – La musica è arte con la “a” maiuscola. La scultura ha il marmo, l’architettura l’edificio… La musica la vedi solo con gli occhi dello spirito, ti entra dentro. E la Chiesa ha il merito di averla coltivata nelle sue cantorie, di averle dato la grammatica e la sintassi. La musica è l’anima della parola che diventa arte. In definitiva, ti dispone a scoprire e accogliere la bellezza di Dio. Per questo più che mai oggi la Chiesa deve sapersene riappropriare.

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