Perché in Italia non si fanno più documentari storici

9 dicembre

Uno degli strumenti più importanti della divulgazione storia è quello del documentario. A volte il mezzo visivo è più efficace della pagina scritta, soprattutto quando il racconto è ricco di filmati, riprese dal vivo che ci restituiscono il sapore del tempo, i colori, i costumi, la voce dei protagonisti. Ciò è vero naturalmente per quanto riguarda la storia del Novecento.

di Dino Messina da LaNostraStoria del 9 dicembre 2013 La nostra storia

Ma filmati che ricostruiscono battaglie medioevali o dell’antichità, che ci fanno vedere i luoghi, ricostruiscono ambienti e costumi sono anch’essi uno strumento formidabile.Pensavo questo sfogliando i titoli del catalogo online www.storiadoc.com, che raccoglie una sessantina di filmati realizzati da Fabio Andriola, direttore di “Storia in rete”, con la regia di Alessandra Gigante, per La 7. Ora che questa tv ha interrotto i contratti, Andriola ha pensato bene di mettersi in proprio e di capitalizzare anni di esperienza nella divulgazione storica audiovisiva. I primi risultati non si sono fatti attendere, se i diritti di tre documentari, su San Francesco, Santa Rita e Celestino V – un portato del nuovo interesse per la spiritualità suscitato da Papa Bergoglio – sono appena stati ceduti a una rete televisiva statunitense. Ma in Italia i passi sono più difficili, un po’ complice la crisi, un po’ perché qui da noi si preferisce comprare all’estero più che produrre filmati originali.
Un assurdo, secondo Andriola, visto che siamo il Paese con la maggiore concentrazione di cultura e quindi di storia del mondo, in cui non sarebbe difficile trovare le competenze per realizzare per esempio un filmato in cui i Medici, invece di essere definiti i “padrini” del Rinascimento, come viene affermato in una serie americana, vengono raccontati nella loro complessità. Senza nulla togliere al mistero e all’indagine sui lati più intriganti, sale di ogni opera di divulgazione.

storiadoc-animato

E’ vero che la nostra televisione di Stato, la Rai, produce degli ottimi documentari, ma si occupa soprattutto del Novecento, sfruttando l’immenso patrimonio archivistico e trascura duemilacinquecento anni di storia. E certo che di materia ce ne sarebbe tanta: basta vedere i titoli che offre il catalogo di www.storiadoc.com, che vanno dalla vera storia di Sissi, alla vicenda di Giordano Bruno, dal giallo dei diari di Vittorio Emanuele III di Savoia al Dante misterioso, da Cavour alle brigantesse… Per le vicende che esulano dal Novecento, le emittenti private e quella statale preferiscono comprare all’estero. Forse risparmiano, ma di certo la cultura del Paese si impoverisce.

Perché, suggerisce Andriola, quando si realizza una grande mostra su Pompei, non si pensa non soltanto al catalogo ma anche a un documentario che poi potrebbe essere commercializzato in Italia e all’estero? Perché non sfruttare le enormi risorse offerte dal nostro territorio? Utilizzando i tanti attori che magari hanno fatto ricerche sui costumi e sulla vita materiale nel Medioevo o nel Rinascimento o nell’Ottocento e che sono pronti a collaborare per produzioni televisive o cinematografiche, come fa per esempio un gruppo di Sulmona che lavora per Ridley Scott?

La sorpresa di Fabio Andriola, che si è avventurato in un’impresa difficile e affascinante, deriva dall’aver realizzato di essere uno dei pochi, se non il solo, produttore di documentari storici in Italia. Comprare dall’estero è giusto, ma se si acquistano prodotti di qualità. Altrimenti è frutto di una pigrizia che ci porta a mettere in circolo luoghi comuni e idee superficiali sulla nostra storia, come quella di Lorenzo il Magnifico ridotto al rango di un “padrino”.

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Un commento


  1. C’è però anche una ragione ideologica. Per questo non concordo quando dite che la RAI produce ottimi documentari. Il “lavoro” della RAI è quello di sopprimere la libera produzione per imporre una lettura ufficiale della storia. Quello che faceva l’Istituto Luce ai tempi del fascismo.

    Paolo Tritto

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