Einaudi, De Felice e l’egemonia culturale rossa negli anni ’50-’60

16 dicembre

A Torino, in Via Biancamano, attorno a Giulio Einaudi alle riunioni del mercoledì si affollavano intellettuali di varia provenienza, per lo più azionista e marxista. Fra redattori interni e accademici d’alto lignaggio, si progettavano collane, edizioni, traduzioni d’ogni genere culturale (d’arte, storia, letteratura, filosofia, musica…); un’attiva intensa, frenetica che, senza nascondere sottese attrazioni per l’universo sovietico e neanche la percezione della prima, fascinosa curiosità per le comuni agricole cinesi, avrebbero strutturato e definito l’assetto politico-ideologico dell’élite intellettuale italiana del dopoguerra; l’“egemonia”. Il volume, il secondo della serie, che oggi riporta i verbali di quelle riunioni – I verbali del mercoledì.

di Paolo Simoncelli, da Avvenire del 5 dicembre 2013 

Riunioni editoriali Einaudi. 1953-1963 Einaudi, pp. 900, euro 50 –, nella quarta di copertina (attività redazionale un tempo spesso di Calvino) reca solo, platealmente, un elenco di nomi; impressionante come insieme alto, severo, quasi consapevolmente minaccioso della pochezza del lettore e dell’intellettuale d’oggi: Giulio Einaudi naturalmente, e Antonicelli, Argan, Bobbio, Cantimori, Cases, Fortini, vari Ginzburg, Panzieri, Serini, Strada, Venturi, Vittorini… Un elenco che delimita un’attività e un perimetro culturale irripetibile e irraggiungibile; che si profila addirittura come una sorta di Moloch (respingente con un semplice ghigno nomi diversi, come quello di Del Noce). E sì che l’elenco riportato è una nostra sintesi, e che molti altri nomi dello stesso livello si affacciano ancora, virtualmente presenti, alle “riunioni del mercoledì”.

Difficile dunque cogliere un minimo comun denominatore di tante attività che attraversano e connotano un decennio politicamente rovente (emblematica l’interruzione delle verbalizzazioni nel 1956-57). Parziale certo, ma pur simbolico, isolare tra infinite circostanze, quelle concernenti Renzo De Felice. Simbolico di come la giovane generazione del dopoguerra si affacciasse al proscenio intellettuale.

De Felice è un neolaureato, iscritto al Pci, nel cuore di Cantimori; appare per la prima volta citato a fine ’54: «qualcuno dovrebbe prendere contatto con lui». Ma quegli anni volano; il giovane studioso del giacobinismo italiano ha mostrato in breve una verve che l’ha portato all’Istituto Croce, a scontrarsi con Saitta direttore di “Movimento Operaio”, a subire per questo l’interruzione dei rapporti con Cantimori, a uscire dal Pci nel ’56, a trovarsi isolato, senza lavoro…

Poi, grazie anche a don Giuseppe De Luca, recupera progressivamente contatti e prospettive; riappare infatti nei verbali del mercoledì il 29 ottobre ’58 come possibile autore di un volume sui Girondini (che non avrebbe avuto seguito). Non ha fortuna come “modernista”; ma gli si aprono improvvise e pericolose strade come “contemporaneista”. Nel ’61 De Felice è alle battute conclusive della sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo; ne parla spesso con Cantimori che ne firmerà una problematica Prefazione. I verbali del mercoledì ci dicono solamente che a fine settembre questa Prefazione è in redazione. Ma non viene detto altro; e sì che quel volume dalla sua uscita, a novembre, e per i mesi seguenti avrebbe determinato un caso clamoroso.

Già in quegli anni appariva un’innovazione azzardata ricostruire la storia del fascismo sui documenti; figurarsi leggervi nomi della tradizione antifascista caduti nella vergogna dell’antisemitismo, tra cui quello di Leopoldo Piccardi allora segretario del Partito radicale (che aveva voce nel “Mondo” di Pannunzio). Un caso che spaccò il partito: polemiche infinite, accuse, querele… e, a fine dicembre, una «ristampa identica alla precedente del 10 novembre 1961» (così nel colophon) che identica non era, visto che incredibili minacce del coté azionista avevano obbligato De Felice a ridurre l’indicazione delle responsabilità di Piccardi (sulle quali, nelle successive edizioni del volume, De Felice avrebbe indicato nuova documentazione).

Di tutto ciò, dunque, nessuna traccia nei verbali; ma parimenti sintetica è la nota di accoglimento del progetto defeliciano della biografia di Mussolini. Sorprende quindi ancor più la minuzia con cui viene invece seguito un contemporaneo lavoro minore affidato a De Felice: la traduzione e cura di un classico della prima storiografia internazionale sul fascismo, il volume di William Deakin, sui rapporti Hitler-Mussolini e la caduta del fascismo, The Brutal Friendship (Londra, 1962), noto in italiano come Storia della Repubblica di Salò. Un insieme di attenzioni che vedono impegnati i vertici dell’Einaudi, da Venturi a Bollati.

Disparità di attenzioni casuali, salvo sospettare per questa edizione, chissà?, qualche retroscena di prudenza storiografica. Sorvoli e preoccupazioni dunque. Attraversando quasi tutta la cultura italiana, può capitare. Può capitare di trovare di tutto: casi singolari, come l’ostilità di Muscetta verso Gassman (e il più tardo rifiuto del comitato editoriale di pubblicarne l’Autobiografia), e casi ben più roventi come il lacerante diniego opposto alla pubblicazione del libro di Fofi sull’Immigrazione meridionale per la veemenza degli attacchi alla Fiat e alla “Stampa” (rifiuto confortato anche da Cantimori); con cui s’affacciava lo spettro censorio e comunque veniva messo a nudo il blocco di potere politico-culturale einaudiano. Casi, circostanze, trascuratezze, conferme, inediti… che servono a seguire in ogni risvolto e nella testimonianza di ogni inquieta cautela, il dispiegarsi (e il controllo) di un’egemonia.

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