Lobotomia di Stato: così in USA curavano i soldati traumatizzati

16 dicembre

SOLDATO LOBOTOMIZZATORoman Tritz’s memories of the past six decades are blurred by age and delusion. But one thing he remembers clearly is the fight he put up the day the orderlies came for him.
“They got the notion they were going to come to give me a lobotomy,” says Mr. Tritz, a World War II bomber pilot. “To hell with them.” The orderlies at the veterans hospital pinned Mr. Tritz to the floor, he recalls. He fought so hard that eventually they gave up. But the orderlies came for him again on Wednesday, July 1, 1953, a few weeks before his 30th birthday.
This time, the doctors got their way.

di Michael M. Phillips dal Wall Street Journal. 

Questo è un estratto da un articolo molto più lungo: leggi tutto sul sito del WALL STREET JOURNAL

The U.S. government lobotomized roughly 2,000 mentally ill veterans—and likely hundreds more—during and after World War II, according to a cache of forgotten memos, letters and government reports unearthed by The Wall Street Journal. Besieged by psychologically damaged troops returning from the battlefields of North Africa, Europe and the Pacific, the Veterans Administration performed the brain-altering operation on former servicemen it diagnosed as depressives, psychotics and schizophrenics, and occasionally on people identified as homosexuals.
The VA doctors considered themselves conservative in using lobotomy. Nevertheless, desperate for effective psychiatric treatments, they carried out the surgery at VA hospitals spanning the country, from Oregon to Massachusetts, Alabama to South Dakota. The VA’s practice, described in depth here for the first time, sometimes brought veterans relief from their inner demons. Often, however, the surgery left them little more than overgrown children, unable to care for themselves. Many suffered seizures, amnesia and loss of motor skills. Some died from the operation itself.

Mr. Tritz, 90 years old, is one of the few still alive to describe the experience. “It isn’t so good up here,” he says, rubbing the two shallow divots on the sides of his forehead, bracketing wisps of white hair.
The VA’s use of lobotomy, in which doctors severed connections between parts of the brain then thought to control emotions, was known in medical circles in the late 1940s and early 1950s, and is occasionally cited in medical texts. But the VA’s practice, never widely publicized, long ago slipped from public view. Even the U.S. Department of Veterans Affairs says it possesses no records detailing the creation and breadth of its lobotomy program.
When told about the program recently, the VA issued a written response: “In the late 1940s and into the 1950s, VA and other physicians throughout the United States and the world debated the utility of lobotomies. The procedure became available to severely ill patients who had not improved with other treatments. Within a few years, the procedure disappeared within VA, and across the United States, as safer and more effective treatments were developed.”

 

Oltre 2000 soldati USA trattati con “la cura del punteruolo”

Il soldato Tritz soffre ormai da 60 anni: attacchi epilettici, convulsioni nel sonno, senso di vuoto e incapacità di concentrarsi. È così da quando l’ospedale dei reduci che l’aveva accolto dopo tante missioni di volo durante la Seconda guerra mondiale gli fece praticare la lobotomia, per curarlo dalle turbe mentali con le quali era tornato a casa.

di Flavio Pompetti per “Il Messaggero”del 13 dicembre 2013 

Tritz era stato colpito più volte durante la guerra, e un frammento di metallo gli aveva fratturato il cranio lasciandolo in preda a turbe psichiche. Fu ricoverato e gli fu fatto l’elettroshock ben 28 volte con scarsi risultati. Infine venne ammesso alla pratica medica più innovativa e popolare della momento: la lobotomia. Oggi il quotidiano Wall Street Journal sta rivelando in una serie di articoli che la stessa sorte toccata la pilota d’aereo da combattimento Roman Tritz è stata divisa da altri duemila soldati americani, tutti trattati con la “Cura del punteruolo” del dottor Walter Freedman. Freeman aveva appreso a sua volta l’operazione fin dalla prima applicazione nel 1935 da parte del suo ideatore portoghese, il dottor Egas Moniz, che 14 anni più tardi fu premiato con il Nobel per la medicina per la scoperta. L’intervento comportava la trapanazione del cranio nei punti sui quali si voleva intervenire. Un anno dopo il medico americano era pronto a praticarla nella sua versione “transorbitale” su una paziente di 63 anni che soffriva di depressione, ansietà e insonnia, ed era afflitta da manie suicide.

L’idea di Freeman era che la percezione di tali stati mentali dipendeva dall’eccesso di attività dei lobi frontali, e che una volta semplificata la rete neurale, il problema sarebbe stato risolto. L’operazione riuscì perfettamente, e la donna, Ellen Ionesco, ne è ancora riconoscente oggi all’età di 88 anni. L’intervento era di una tale facilità che Freeman si offrì di ripeterlo in pubblico, nelle aule universitarie e nei laboratori ospedalieri, spesso senza nemmeno far ricorso all’anestesia; qualche volta operando a due mani contemporaneamente. L’esecuzione era talmente casuale nella trapanazione e nella cesura dei nervi da essere raccomandata anche a personale non necessariamente medico. Il figlio Walter, a sua volta divenuto più tardi un neurobiologo, ricorda che il padre la praticò per anni con fervore missionario, e che in una sola trasferta in West Virginia nel ’52 ne effettuò 228 in due settimane.

Le donne erano il suo bersaglio preferito, ma non si fermò di fronte a bambini irrequieti, a figli che rifiutavano le nuove nozze di uno dei genitori, persino un giovane che «sognava ad occhi aperti, e la notte dormiva con la luce accesa in stanza» come si legge nel referto medico che accompagnava la cartella di Lou Dully, operato a sua insaputa. Si fermò solo nel febbraio del ’67 dopo la morte per emorragia cerebrale di Hellen Mortensen. Alle spalle lasciava una scia di operazioni dal risultato terrificante: un terzo concluse con successo, un terzo con pazienti incapaci di vivere autonomamente, un terzo terminate in disastro. La sua reputazione era nel fango dopo che l’apparizione della Torazina a metà degli anni ’50 aveva mostrato una alternativa farmacologica alla pratica da macellaio da lui proposta. Il dr. Freeman morì nell’oblio generale nel ’72 per un tumore.

Ma nel 1943, con il ministero della Difesa americana prostrato di fronte alla crisi psichiatrica dei reduci di ritorno dal fronte, il capo della Veteran Administration Frank Hines non ebbe esitazioni: “Approvato” stampò con un inchiostro viola sulla partica che raccomandava la cura del punteruolo per i suoi ex combattenti.

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