Pansa: così per impadronirsi del Paese il PCI scatenò il terrore

9 febbraio

“Il Giornale” pubblica, per gentile concessione dell’editore, un estratto da “Bella Ciao. Controstoria della Resistenza” (Rizzoli, pagg. 430, euro 19,90; in libreria dal 12 febbraio) di Giampaolo Pansa. Nel saggio Pansa ricostruisce con dovizia di particolari il ruolo del PCI all’interno della guerra civile che ha insanguinato l’Italia dall’8 settembre del ’43 sino al 25 aprile del ’45 (anche se in molti casi le violenze si sono trascinate ben oltre).

da Il Giornale del 7 febbraio 2013 il Giornale, ultime notizie

Il giornalista documenta come i comunisti si battessero per obiettivi ben diversi da quelli di chi lottava per la democrazia. La guerra contro tedeschi e fascisti era soltanto il primo tempo di una rivoluzione destinata a fondare una dittatura filosovietica. Pansa racconta come i capi delle brigate Garibaldi abbiano tentato di realizzare questo disegno autoritario. Ricostruisce il cammino delle bande guidate da Luigi Longo e da Pietro Secchia sino dall’agosto 1943. Poi le prime azioni terroristiche dei Gap, l’omicidio di capi partigiani ostili al Pci, il cinismo nel provocare le rappresaglie nemiche, ritenute il passaggio obbligato per allargare l’incendio della guerra civile.

A distanza di tanti decenni colpisce sempre la strategia messa in atto dai militanti del Pci. In molti luoghi dell’Italia del Nord e del Centro, senza strutture apposite, comandi riconosciuti, progetti elaborati, basi predisposte. All’inizio tutto avvenne per iniziativa di singoli militanti, a volte sconosciuti anche ai dirigenti comunisti periferici. Fu così che si mise in moto un’offensiva fondata su uno schema semplice e terribile. Lo schema può essere riassunto nel modo seguente. Un attentato, una rappresaglia nemica. Un nuovo attentato, una nuova rappresaglia più dura. Un terzo attentato, una terza rappresaglia ancora più aspra. E così via, con una catena senza fine che aveva un solo risultato: allargare l’incendio della guerra civile e spingere alla lotta pure chi ne voleva restare lontano. Scriverà Giorgio Bocca: «Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Cerca la punizione per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio».

Ecco qual era la strategia dei Gruppi di azione patriottica, i Gap. Fondati verso la fine del 1943 per iniziativa del Comando generale della Brigate Garibaldi, ossia di Longo e di Secchia. Uno degli spagnoli, Francesco Scotti, poi raccontò: «Qualche compagno sosteneva che non era giusto scatenare il terrore individuale, perché questo era contrario ai principi marxisti leninisti. Anche in Francia avevo ascoltato critiche di questo genere».

Aderire alla strategia dei Gap, anche soltanto sul terreno del consenso politico, era difficile per molti iscritti al Pci clandestino. Gente semplice e coraggiosa che rischiava l’arresto perché aveva in tasca una tessera o partecipava a una raccolta di denaro per i primi nuclei ribelli. Ma trovare dei compagni disposti a sparare alla schiena di un avversario, e a sangue freddo, risultava un’impresa davvero ardua.

[…]

Il vertice delle Garibaldi non perdeva tempo a strologare su queste esitazioni. Voleva vedere subito dei morti nelle strade. Secchia incitava ad agire «contro le cose e le persone» dei fascisti. Le azioni non venivano quasi mai rivendicate. E questo accentuava la paura seminata dalle molte uccisioni.

Pochi si rendevano conto che i Gap erano piccoli nuclei armati, composti soltanto da militanti comunisti, clandestini nella clandestinità, capaci di vivere nell’isolamento più totale. Una solitudine in grado di mettere a dura prova la resistenza nervosa anche del più freddo terrorista.

In realtà i gappisti veri e propri, quelli professionali e in servizio permanente, erano una frazione davvero minuscola rispetto ai tanti comunisti che iniziarono a sparare quasi subito contro i fascisti.

Gli omicidi di dirigenti del nuovo Partito fascista repubblicano, di solito segretari federali, vennero preparati e compiuti da terroristi dei Gap. Ma gli altri delitti, ben più numerosi, furono il risultato di iniziative decise da singoli militanti, decine e decine di volontari, senza nessun rapporto con il vertice delle Garibaldi. Erano pronti a sparare e a uccidere, sulla base di una tacita parola d’ordine diffusa da nessuno.

Ecco qualche esempio di queste azioni, di solito destinate a non entrare nella storia della guerra civile. Il 5 novembre 1943, a Imola, venne ucciso il seniore della Milizia Fernando Barani. Il 6 novembre, a Medicina, sempre in provincia di Bologna, furono accoppati quattro fascisti. Il 7 novembre, a San Godenzo (Firenze) altri quattro fascisti caddero sotto le rivoltellate di sconosciuti.In seguito Giorgio Pisanò scrisse che questo attentato era stato compiuto da un gruppo guidato dal meccanico Alessandro Sinigaglia, poi capo dei Gap fiorentini. Anche lui uno spagnolo reduce da Ventotene, perse la vita nel febbraio 1944 in una sparatoria.

Nel Reggiano, dopo la fine del Tirelli, si cercò di accoppare il commissario della nuova federazione fascista, l’avvocato Giuseppe Scolari. Era l’imbrunire del 13 novembre e l’attentato fallì. Andò a segno il terzo colpo, messo in atto il 17 dicembre. L’obiettivo era Giovanni Fagiani, cinquantenne, seniore della Milizia e già comandante della 79ª Legione. Abitava nel comune di Cavriago e stava ritornando a casa in bicicletta. Era in compagnia della figlia Vera, 19 anni, che pedalava accanto a lui. In località Prati Vecchi, il seniore venne affrontato da due ciclisti, in apparenza contadini avvolti nel tabarro per difendersi dall’umidità invernale. Gli spararono e lo uccisero. Mentre Vera si gettava sul padre, tirarono anche su di lei e la colpirono al volto. La ragazza sopravvisse, ma rimase cieca.

A Genova il gruppo di Buranello, ormai divenuto il Gap della capitale ligure, il 27 novembre 1943 cercò di intervenire in appoggio agli operai meccanici e ai tranvieri scesi in sciopero. L’agitazione era stata indetta dal Pci per adeguare il salario al carovita e ottenere l’aumento della quantità di alcuni generi alimentari tesserati. Ma l’aiuto si limitò a un paio di attentati contro i tralicci dell’alta tensione. Più pesante fu l’intervento in occasione del nuovo sciopero deciso tra il 16 e il 20 dicembre. Due fascisti vennero uccisi, forse dai Gap o da altri. Per reazione, le autorità repubblicane fucilarono due operai già in carcere perché trovati in possesso di armi mentre tentavano di sabotare dei tram. La rappresaglia, resa pubblica il 20 dicembre, fece terminare subito l’agitazione.

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4 commenti


  1. Ritengo doveroso riportare il virgolettato di un vero uomo, che ripugnava il revisionismo storico per fini arrivistici…Giorgio Bocca: «Ma è un pazzo. Mi rifiuto di discutere con un mascalzone e un falsario che mente completamente»; si indovini ora chi era il destinatario

    Maurizio

  2. Ovviamente ti riferisci a Pansa.Secondo me Bocca in tema di fascismo non è particolarmente obiettivo,per usare un eufemismo.Però Pansa che inizialmente ha,secondo me svolto un’opera meritoria,non è che mi convinca molto.E’ diventato quasi monotematico, i crimini della Resistenza.Quanti libri ha scritto sull’argomento?Sei,Sette? E’stato per decenni esponente dell’antifascismo militante,pare che dovesse diventare direttore di Repubblica,poi litiga con la proprietò,va via e diventa in poco tempo editorialsta di Libero.Non è un cambiamento troppo repentino .Non escuderei che sia mosso anche da motivi personali di astio verso una certa sinistra(sempre più minoritaria) che considera la Resistenza un mito intoccabile.

    Ernesto

  3. Ovviamente ti riferisci a Pansa.Secondo me Bocca in tema di fascismo non è particolarmente obiettivo,per usare un eufemismo.Però Pansa che inizialmente ha,secondo me, svolto un’opera meritoria,non è che mi convinca molto.E’ diventato quasi monotematico, i crimini della Resistenza.Quanti libri ha scritto sull’argomento?Sei,Sette? E’stato per decenni esponente dell’antifascismo militante,pare che dovesse diventare direttore di Repubblica,poi litiga con la proprietà,va via e diventa in non molto tempo idolo della destra ed editorialista di Libero.Non è un cambiamento troppo repentino? .Non escuderei che sia mosso anche da motivi personali di astio verso una certa sinistra(sempre più minoritaria) che considera la Resistenza un mito intoccabile.

    Ernesto

  4. Premesso che la guerra è sempre ed in ogni caso “una faccenda sporca” la storia ha bisogno di fatti, date e nomi che, a prescindere dalle opinioni personali, Pansa sembra fornire con dovizia di particolari. Del resto è innegabile che in Italia per parecchio tempo certi argomenti sono rimasti tabù e che la ragion di stato ha dettato una unica versione ufficiale e comportato un vero e proprio “condono tombale” tanto a destra che a sinistra.
    Se da una parte non é mai stato celebrato un “processo di Norimberga” italiano dall’altra tutti i crimini commessi da alcune fazioni partigiane (soprattutto di stampo comunista) sono stati fatti passare sotto silenzio. Il dopoguerra era un periodo turbolento, la guerra fredda era ormai un fatto e l’aggressivo orso russo alle porte: serviva pacificare la nazione ed avvalorare l’immagine dei “combattenti italiani-brava gente” per diversificarli dai nazisti. Il tutto con buona pace della giustizia e della realtà storica!!!
    Questa è la mi opinione e se, finalmente, qualcuno parla dei fatti e non solo delle ideologie, ben venga (e se esagera un po’ lo mettiamo in conto ai tanti anni di “storia a senso unico”: la sinistra)!!!

    Massimiliano

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