Davvero un “Medico” cavalcò la “Mula Farnese”…?

31 ottobre

Una serie di dipinti aiuta a mettere a fuoco una curiosa storia della Roma di fine Cinquecento: sullo sfondo della lotta tra le famiglie dei Farnese e dei Medici c’è la vicenda di Clelia, figlia del Cardinal Alessandro Farnese concupita da Cardinal Ferdinando de’ Medici. Il quale pensa bene di far credere di averne fatto la propria amante anche con l’aiuto di quadri e affreschi per i suoi palazzi in cui Clelia è rappresentata nuda. Oggi come ieri la lotta di potere passa attaverso il corpo di una donna e la sua reputazione…

di Patrizia Rosini
«Con voi, Clelia, mi scuso,
se clara vi chiamai:
Cagion ne fur questi sospiri, ond’hai!
fu questa lingua, e questo cor confuso;
ma se la lingua errò nel dirvi Clara,
non errò il cor, che’l cor volle dir cara».

Queste rime Torquato Tasso le rivolse alla bellissima Clelia Farnese (1556?-1613), figlia naturale del potente cardinale Alessandro Farnese juniore (1520-1589), il nipote di Paolo III passato alla storia come il Gran Cardinale. I libri che hanno scandagliato i mille aspetti dei travagliati anni del Rinascimento hanno sempre lasciato nell’oblio una figura all’epoca molto nota nelle corti italiane; la «leggiadra» Clelia, tanto amata dalla zia Vittoria Farnese duchessa d’Urbino per la sua «gentil natura», ammirata per la sua bellezza e fortezza d’animo. Pur essendo parecchie sue vicende ancora oggi avvolte dal mistero – a cominciare addirittura dal nome di sua madre – resta fermo però un punto: il suo vero volto è quello immortalato in un quadro ad olio conservato presso la Galleria Nazionale di Arte Antica a Roma dal pittore Jacopo Zucchi intorno al 1570, quando Clelia era già andata in sposa al Marchese Giovan Giorgio Cesarini (1550-1585). Nel dipinto è possibile vedere rappresentati i simboli dell’unione delle due casate nobiliari, l’orsa dei Cesarini ed i gigli farnesiani: entrambi gli elementi sono collocati nell’elaborata e pregiata collana della bellissima dama, inframmezzati da perle e pietre preziose.

Nonostante il matrimonio, però il marchese Giovan Giorgio Cesarini, decise di rimanere fedele ai suoi protettori de’ Medici e di non nominare il cardinale Alessandro Farnese quale esecutore testamentario, sia pure adducendo la scusa che il Cardinale, ormai in là negli anni e già oberato dagli impegni, non si meritava pure un’altra «scocciatura»: «[…] Lo perché detto mio testamento considerando la grave età e quasi continua indispositione dell’Ill(ustrissi)mo Cardinale Farnese, per li gravii et infiniti negotii de quali é continuamente oppresso, et impedito, et che come mio Padre e padrone haverebbe sempre tenuta, et terrà protettione di casa mia per non aggiongerli fastidii et occupationi maggiori non li ho deputato essecutore del detto mio testamento». Il sospetto prende corpo se si osserva che, in luogo di Cardinale Farnese, Cesarini pensò bene di nominare esecutore testamentario il più accanito rivale del suocero, il cardinale Ferdinando de’ Medici (1549-1609), suo coetaneo ed amico. Ovviamente la mancata scelta del cardinale Farnese, non poteva ricadere sulle sue continue malattie o gli impegni politici e sacerdotali ma bensì era dettata dall’acredine che tra loro si era consolidata e così il Cesarini cercò di sottrarre Clelia alle sottomissioni paterne cui sarebbe incorsa dopo una sua eventuale morte (come in effetti avvenne), inserendo un codicillo «serrato dieci giorni avanti la sua morte» in cui richiedeva la presenza costante della moglie nelle sue case e nel suo Stato: «Item confirmando il legato, e quanto ho disposto in favore della detta Sig(no)ra consorte dechiaro, che quando detta Sig(no)ra andasse ad habitare in qualche loco, Terra ò Castello, ò Città dell’Illu(strissi)mo Cardinale Farnese padre, per uno ò vero dei mesi per suo diporto, ò per soddisfattione di detto suo padre, ò per qualche altro compimento non intendo che perciò sia priva del sopraddetto legato accio che la intentione mia non é stata ne é altra, se non che detta S(igno)ra possa et debba con più assiduità attendere al governo di casa mia in Roma, et nel stato mio, il che non intederebbe trasfirendo l’ habitatione sua fuori di casa mia et del mio Stato».

Naturalmente c’era anche lo scopo di salvaguardare i beni e le finanze di casa Cesarini dai Farnese, beni e finanze «protetti» attraverso il maggior antagonista del cardinale, il Cardinale Ferdinando de’ Medici e futuro terzo Granduca di Toscana quando, all’improvvisa morte del fratello Francesco I della nuova, la discussa Bianca Cappello, nell’ottobre 1587 esautorò il figlio della coppia, l’undicenne don Antonio, e prese il titolo che era stato di suo padre Cosimo. [Sulla strana morte di Francesco I de’ Medici e Bianca Cappello, morte su cui grava più di un sospetto di avvelenamento, «Storia In Rete» ha pubblicato un articolo nel n. 15/16 del gennaio/febbraio 2007 NdR] Clelia sembra essere stata una moglie rispettata da suo marito che la lasciò usufruttuaria di tutti i suoi beni mobili ed immobili sempre che rimanesse vedova e casta ed anche nella speranza che le proprietà non venissero «assorbite» dalla famiglia Farnese. A lei affidava tutti i suoi figli ed il governo delle sue case e possedimenti tra il Lazio e le Marche, come ad esempio lo splendido castello di Frasso (in provincia di Rieti), ancora oggi in parte visibile e che ci fa riflettere su quale fosse stato all’epoca il gravoso impegno che dovette sostenere Clelia per far fronte a tante responsabilità, quando nell’aprile del 1585 rimase vedova.

Non deve essere stato certo facile per Ferdinando e Francesco de’ Medici, accettare che il cardinal Alessandro Farnese ricevesse l’usufrutto di alcuni beni di famiglia. Altra considerazione da fare circa la rivalità tra il cardinale de’ Medici ed il cardinale Farnese, è quella relativa alla potenza politica farnesiana che in quel periodo veniva esercitata nell’Italia centrale, attraverso il Ducato di Piacenza e Parma (retto dal duca Ottavio, fratello del Cardinale) e il Ducato di Castro (nell’alto viterbese) rischiando di offuscare quella dei Medici. Forse non fu quindi un caso che il cardinale Ferdinando, con il tempo, si rivelasse un assiduo corteggiatore della bella Clelia che frequentò insieme al marito Giovan Giorgio, la sua splendida corte romana che si raccoglieva nella Villa Medici che ancora oggi (divenuta sede dell’Accademia di Francia) si staglia sul Pincio, vicino a Trinità dei Monti, a Roma. Fu così che forse si cominciò a tessere quella tela che servì agli avversari del cardinale Alessandro Farnese: insultarono Clelia per colpire suo padre e lo fecero sia attraverso le lettere anonime che ricevettero marito e padre cardinale, sia attraverso le «pasquinate»: venne appeso, infatti, sulla statua del Pasquino un cartello infamante: «il Medico cavalca la mula Farnese», per i romani era chiara l’allusione al cardinale Ferdinando De’ Medici e la bellissima Clelia. E’ anche possibile che il Cardinale Ferdinando facesse la corte a Clelia solo ed esclusivamente per dare del filo da torcere al Farnese: senza dubbio riuscì almeno in questo ultimo intento. Il cardinal Alessandro deve aver bevuto molti calici amari nel vedere la bella figlia oggetto di tanta corte e maldicenza. Purtroppo chi ne fece le spese fu solo lei, nonostante cercasse di difendersi attraverso una lettera indirizzata a suo cugino, il duca Alessandro Farnese, uno dei maggiori condottieri del tempo: «[…] quello che poi più mi affligge è che il Sig. Cardinale ha aperto lettere senza sottoscritione et nome, un servitorello mal satisfatto di me o di qualche mio ministro o di qualcosa, subbito manda queste lettere contraffatte et il Cardinale subito le mette a luce […] dando adito che ogni giorno si moltiplichino in queste materie […]»

Una bellissima dama come Clelia non poteva di certo passare inosservata. Era amata, apprezzata, lodata, alla moda e senza dubbio corteggiata dai nobili delle maggiori corti italiane, tutto questo non poteva che preoccupare suo potentissimo e ricco padre cardinale (più volte in predicato di divenire Papa e comunque influentissimo all’interno del Sacro Collegio) specialmente quando tra i vari corteggiatori emerse una figura di spicco, il Cardinale Ferdinando de’ Medici appunto. Lo storico francese Ferdinand Navenne, ai primi del Novecento, ricostruì la vicenda della corte assidua e sfrenata che il cardinale de’ Medici fece alla bellissima Clelia, forse indugiando troppo sul gossip: «Un giorno, egli [il cardinale de’ Medici] organizzò nei giardini di San Pietro in Vincoli una corsa di cavalli alla quale assistettero dei privilegiati; un’altra volta, curiosità consistente al programma, fu quella di offrire alla dama dei suoi pensieri una caccia al leoncino nella villa del Pincio che aveva acquistato dai Ricci. La festa riuscì a meraviglia con l’abile direzione del cardinale. Davanti al portamento di un così temibile rivale, gli spasimanti uno dopo l’altro si tirarono indietro. Tuttavia il pubblico iniziò a scandalizzarsi; solamente Gian Giorgio guardava con l’imperturbabile serenità che risiede nei mariti traditi». Navenne si dice sicuro della «leggerezza di costumi» della bella Clelia ma non è detto che questa donna coraggiosa e forte si sia lasciata facilmente trascinare in un reale tradimento che le avrebbe arrecato molti danni e nessun beneficio. Il sospetto che Navenne abbia calcato la mano circa la rispettabilità di Clelia, potrebbe essere confermato dal fatto che nel suo resoconto ci informa che tra i tanti ammiratori ci fu Curzio Gonzaga, autore di un «poema eroico», «Il Fido Amante», nel quale avrebbe dedicato a Clelia, al pari di molte altre nobildonne dell’epoca (tra cui le sue cugine Isabella e Lavinia Della Rovere ed alla zia Vittoria Farnese) alcuni versi: «Terrena Dea che col suo riso / Apre a sua voglia in terra un Paradiso». A ben vedere le rime sembrano essere molto chiare e quelle che riguardano a Clelia lodano oltre la sua bellezza anche la sua fedeltà e anche un altro poeta, ben più importante del Gonzaga, cercò di cantare la dignità di questa bellissima donna, il grande Torquato Tasso [vedi box in questa pagina NdR]. Forse anche per controbilanciare il fatto che tante maldicenze infondate erano sulla bocca di parecchia gente?

Di Clelia ci resta una serie di ritratti e dipinti che la ritraggono. Ed è possibile che non tutti avessero avuto il suo consenso. Tra le varie opere pittoriche che eseguì Jacopo Zucchi (1541-1590). Tra le opere commissionate dalla nobildonna e dal suo primo marito Giovan Giorgio Cesarini, troviamo Clelia sorprendentemente raffigurata in un piccolo dipinto di Zucchi, oggi alla Galleria Borghese di Roma, intitolato la «Pesca dei Coralli». Questo soggetto fu riprodotto – forse dallo stesso pittore – per altre ben tre volte, con qualche differenza ma soprattutto eliminando la figura di Ferdinando de’ Medici che nel dipinto a lui appartenuto, era maliziosamente seduto alle spalle della donna al centro, inserendo nella mano destra della dama un rametto di coralli bianchi e rossi. Sarebbe interessante chi, all’epoca, commissionò le copie del dipinto riproducente «La pesca dei coralli». Il committente dell’opera originaria, fu sicuramente proprio il cardinale Ferdinando de’ Medici, forse il principale autore delle maldicenze su Clelia, il quale l’avrebbe senz’altro voluta come sua amante dovendosi, probabilmente, però accontentare solo di avere questo dipinto nel suo studiolo di Villa Medici, dimora ben conosciuta e molto frequentata da prelati, nobili ed ambasciatori delle varie corti europee. Insomma, un modo subdolo ed efficace di far intuire quello che non è detto avesse potuto realizzare davvero: possedere il corpo della figlia di un suo grande e potente avversario.

Anche Giovanni Baglioni, pittore ed autore di un libro sulle vite degli artisti dell’epoca, scrive che: «[…] molte cose [il cardinale] li fece dipingere, e tra le altre uno studiolo, che sta nel palagio del giardino de’ Medici, rappresentante una pesca di coralli con molte donne ignude, ma piccole, tra le quali sono molti ritratti di varie Dame Romane di quei tempi assai belle, e degne come di vista così di meraviglia […]». La Dott.ssa Calcagni, che nel lontano 1933 si cimentò nell’analisi di alcune opere dello Zucchi, tra cui «La pesca dei coralli» scrive: «[…] Questa figura (una delle donne rappresentate nel quadro), come le altre, é evidentemente disegnata su un modello, ma é difficile credere che a modello si prestassero dame dell’aristocrazia come dice il Baglione, date le leggi severe che in quel momento imperavano contro il nudo e dato che il dipinto era eseguito per un cardinale […]. Ma il personaggio principale del quadro é la donna seduta sugli scogli, dietro al putto in primo piano. Il volto é somigliantissimo sia nella linea, sia nell’espressione, a quello della figura alla sua destra […]. La donna, ornata del diadema regale, che dovrebbe essere la figura principale, la regina della scena non ha proprio nulla che s’imponga e che la faccia emergere fra le altre né per l’espressione, né per il gesto, né per la bellezza fisica: nulla ci dice il suo volto dal colorito cinereo, dalla solita linea ripetuta fino alla sazietà da Jacopo. Si distingue solamente per i ricchi ornamenti di perle che ricoprono la sua persona da calzari al diadema, che le cinge la testa, e per i veli bianchi rosati che la vestono più delle altre figure muliebri. […] Ma affinità maggiore riscontriamo fra la tavola della Pesca dei coralli e l’Allegoria dell’Acqua di Palazzo Firenze. Rivediamo infatti gli stessi tipi femminei, gli atteggiamenti, le movenze, i medesimi ornamenti (perle, coralli, conchiglie). Da questo ricorrere di somiglianze mi pare di poter porre l’esecuzione della «Pesca dei coralli» nello stesso periodo di tempo di Palazzo Firenze, cioè tra il 1574 e il 1575». Dunque anche allora ci si domandava come poteva una donna dell’aristocrazia romana lasciarsi raffigurare nuda in un periodo storico che non lo permetteva di certo, visto che dopo le licensiosità degli anni precedenti (in fondo Papa Borgia era morto solo nel 1503), nella seconda metà del Cinquecento i papi avevano cercato di porre un argine alla licenziosità dei costumi a Roma. Anche i volti delle donne rappresentate, tutti uguali, lasciano pensare che non il pittore ma il committente li abbia fortemente voluti, sia a Roma che a Firenze. Probabilmente Clelia forse, era stata scelta per rappresentare l’ideale di bellezza dell’epoca e quindi raffigurata nell’iconografia più in voga nel Rinascimento di fine Cinquecento.

Due affreschi che rivelano il volto dipinto di Clelia, li troviamo sempre a Roma, a Palazzo Firenze, abitazione romana del cardinale Ferdinando de’ Medici, il quale fece affrescare, sempre allo Zucchi, la volta di uno dei saloni, con la stessa iconografia utilizzata nel palazzo Farnese di Caprarola con la differenza che in questo ciclo pittorico fece inserire il volto della figlia del cardinale Farnese. Vediamo dunque la bella Clelia nella «allegoria dell’Acqua» in una donna che in primo piano, immersa nell’acqua, cattura lo sguardo dello spettatore, mentre al Palazzo degli Uffizi é rappresentata nella «notte» la troviamo, infatti, mentre stringe a se due puttini. E’ utile ricordare che Ferdinando fu un uomo senza scrupoli, e ancora oggi è tra gli indiziati per la morte del fratello Francesco e della cognata Bianca. Nella «Pesca dei coralli», lo Zucchi raffigura Clelia ben sei volte ed in atteggiamenti più adatti a delle cortigiane che non ad una gentildonna, per di più figlia del Gran Cardinale. Cosa vuole rappresentare il pittore forse su indicazione di Ferdinando de’ Medici?

È possibile che il cardinale Ferdinando de’ Medici, dietro l’apparenza di una ispirazione all’ideale della bellezza femminile incarnato da Clelia Farnese, si dette un gran da fare per infangare l’onore di Clelia, come abbiamo ricordato, per colpire politicamente il padre. Quale migliore occasione poteva esserci se non quella di mettere in mostra, non uno ma ben sei volti della donna di cui andava dicendosi invaghito, nuda, prepotentemente carnale e con in mano il corallo, simbolo qui rappresentato in modo ambiguo tra culto cristiano e pagano? Che sia Clelia non ci sono dubbi: oltre alla impressionante somiglianza con i volti delle sirene, è sufficiente guardare il giglio azzurro (simbolo araldico dei Farnese) dipinto al centro del panno che è appoggiato non a caso tra le gambe della donna, quasi a voler indicare l’identità di appartenenza della donna. Se questi furono i motivi di Ferdinando, allora dovremo considerare una datazione più tarda del 1574, anno in cui Clelia era la sposa adolescente di Giovan Giorgio ed ancora fuori dalle «mire» del cardinale de Medici. Potremo quindi pensare che il 1585 possa essere la data più logica per l’esecuzione della «Pesca dei coralli».

Non sappiamo dunque che ripercussione ebbe l’ideale di bellezza incarnato dalla Farnese, certo è che al cardinale suo padre non dovette fare certo piacere. Zucchi fu l’allievo di Giogio Vasari, pittore di casa Farnese, amico del cardinal Alessandro Farnese oltre che autore del celbre libro «Le vite». Nonostante questo, essendo Jacopo Zucchi il pittore preferito dal cardinale Ferdinando de’ Medici, dovette adeguarsi alle richieste ed imposizioni di soggetti e temi di narrazione, anche se avevano come «racconto» le accuse, probabilmente infondate, che il Medici forse mise in atto a spese di Clelia Farnese. Nel dipinto è possibile notare i due bambini ai lati della donna regale, somigliantissimi a Ferdinando de’ Medici, che forse dovevano rappresentare il desiderio del cardinale di sposarsi e mettere al mondo degli eredi che potessero proseguire la linea dinastica familiare, come scrisse Pietro Usimbardi, segretario particolare del cardinale: «[…] cominciò a credere che non fusse mal fatto provvedersi una giovane nobile et onesta, con la quale secretissimamente trattando, acquistasse un paio di figliuoli, dai quali potesse, in ogni evento di tal sua inabilità, provvedersi successore, legittimandoli per matrimonio sussequente da dichiararsi al tempo[…]». In realtà, nel 1589, Ferdinando sposò la nipote di Caterina de’ Medici regina di Francia, Cristina di Lorena, allevata dalla nonna a seguito della prematura scomparsa della figlia di questa, Claudia. Rinunciava insomma alla bella Clelia, ma legava il nome dei Medici alla Lorena.

Patrizia Rosini
patrizia.rosini@micso.net

Questo articolo è stato pubblicato su Storia in Rete n° 30

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