Caso Moro, i misteri e le risposte non date alla vedova

18 marzo

l ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, il 9 maggio del 1978 (foto Jpeg)«Posso soltanto dirle che nel 1978 lo Stato era assolutamente impreparato rispetto a emergenze di quel tipo. Non sapeva quasi niente della realtà del terrorismo». Peccato che quando sequestrarono Aldo Moro uccidendo i cinque agenti di scorta, le Brigate rosse esistessero da otto anni e avessero già messo a segno rapimenti clamorosi, assassinato magistrati, avvocati, uomini delle forze dell’ordine, sparato su politici, giornalisti, dirigenti carcerari. Eppure, disse candidamente nel 1992 l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, «si era in una situazione di debolezza neanche lontanamente sospettabile; perciò, vedendo in retrospettiva come fu condotta la gestione del sequestro Moro, posso dire che essa fu del tutto artigianale e non adeguata alla situazione».

di Giovanni Bianconidi dal Corriere della Sera del 16 marzo 2014 

Sarà. Ma rilette oggi, queste frasi pronunciate davanti alla commissione d’inchiesta sulle stragi nel gennaio ‘92 suonano come la conferma di uno degli enigmi che resistono a trentasei anni di distanza dal fatidico 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani e del rapimento del presidente democristiano, ammazzato dopo 55 giorni di prigionia: come mai le istituzioni erano così «impreparate» di fronte alla pericolosità delle Br che imperversavano e proclamavano ai quattro venti di voler attaccare «il cuore dello Stato»?
È solo una delle tante domande senza risposta racchiuse in una vera e propria «antologia dei misteri» del caso Moro pubblicata sul sito internet dei deputati del Pd a cura del vicepresidente Gero Grassi (pugliese come Moro), che vorrebbe una nuova indagine parlamentare. Utile non si sa quanto, a tanto tempo dai fatti. Tuttavia il riassunto, in 400 pagine, di testimonianze e relazioni raccolte dalle precedenti commissioni d’inchiesta certifica i troppi punti oscuri sul delitto politico che maggiormente ha segnato la storia della Repubblica. Custoditi negli archivi del Parlamento. Una giungla di quesiti (non tutti ugualmente importanti) in cui ciascuno può approfondire quelli che più lo inquietano. Alcuni però sembrano più macroscopici di altri, anche per come sono emersi – e rimasti irrisolti – dagli stessi atti.
Via Gradoli e il ruolo di Moretti

Ad esempio l’informazione su Gradoli, ufficialmente arrivata dalla parodia di una seduta spiritica, il famoso «gioco del piattino», a cui parteciparono Romano Prodi e altri professori che in seguito avrebbero ricoperto cariche importanti. Fu lo stesso Prodi a trasmetterla ai vertici della Dc. «Anche se ci siamo trovati in questa situazione ridicola, noi siamo esseri ragionevoli – spiegò nell’audizione del 1981 -. Se soltanto qualcuno avesse detto di conoscere Gradoli, io mi sarei guardato bene dal dirlo. È apparso un nome che nessuno conosceva, allora per ragionevolezza ho pensato di dirlo». A parte la credibilità dell’origine della notizia, il mistero ulteriore è che le ricerche si concentrarono nel paese di Gradoli dove non c’era nulla, senza andare in via Gradoli dove invece abitava Mario Moretti, il capo brigatista che in quei giorni interrogava l’ostaggio. Eleonora Moro, moglie del presidente dc, chiese perché non si cercasse una strada romana con quel nome. «La risposta che ancora oggi mi lascia senza parole è stata: “Non c’è nelle pagine gialle!”», riferì in Parlamento. Invece c’era, e c’erano pure i brigatisti. Ma il covo fu scoperto solo il 18 aprile, a causa di una strana infiltrazione d’acqua. In casa non c’era nessuno e Moretti si salvò, alimentando i dubbi manifestati nel ‘95 da Corrado Guerzoni, collaboratore di Moro: «Moretti ha stabilito con qualcuno una convenienza reciproca per la gestione del sequestro, e ha potuto viaggiare tranquillo per l’Italia senza che nessuno lo fermasse. Nessuno ha avuto interesse a trovare Moro».
Le carte sparite e il Vaticano

Lo stesso giorno fu recapitato il falso comunicato numero 7 delle Br, secondo il quale l’ostaggio era stato ucciso e il cadavere gettato nelle acque (ghiacciate) del lago della Duchessa, sulle montagne tra Lazio e Abruzzo. L’ex sottosegretario all’Interno Lettieri ammise nel 1980: «È un altro di quegli episodi sconcertanti che si sono verificati. Non voglio esimermi da responsabilità, ma tutti abbiamo dato credito a quella pista». In realtà il magistrato inquirente nemmeno andò sul posto, tanto il comunicato era palesemente inattendibile, mentre il ministro dell’Interno Francesco Cossiga lo accreditò per ore. Altro mistero, insieme a quelli su chi l’ha ideato e chi l’ha confezionato.
Sulla scomparsa dei resoconti su indagini e riunioni svolte al ministero indagò la commissione stragi che nel ‘92 concluse: «La mancanza negli archivi del Viminale di tutta la documentazione non trova alcuna plausibile giustificazione… Si conferma una costante dell’“affare Moro”: prove importanti sulla gestione della crisi sono sottratte agli organi istituzionali, ma non è escluso che altri ne disponga e le utilizzi o minacci di farlo nel momento più conveniente». Anche sul ruolo del Vaticano e di don Antonello Mennini, «postino» di alcune lettere di Moro, restano quesiti aperti. Come le pressioni su Paolo VI per evitare ogni apertura nella lettera agli «uomini delle Brigate rosse», o i sospetti che quel sacerdote sia stato anche un «canale di ritorno» dalla prigione del presidente dc.
È tutto scritto nelle carte del Parlamento, dai piduisti al vertice dei servizi segreti alle tante forzature sulla «non autenticità» delle lettere di Moro, al loro ritrovamento insieme a pezzi di memoriale in via Montenevoso, 12 anni dopo la scoperta del covo milanese. Fino alle domande di Eleonora Moro, che due anni dopo la morte del marito si chiedeva, a proposito delle Br: «Certo, ci sarà stata la loro parte di lavoro. Ma chi ha armato e animato questa gente a fare queste cose? Chi ha tenuto le fila in modo tale che non si poteva comunicare durante il tempo che mio marito era sequestrato? Come mai questa linea di condotta così dura era già stata presa così nettamente, un’ora dopo la strage di via Fani?».
La signora Moro è morta nel 2010, senza avere le risposte che cercava . Sarà. Ma rilette oggi, queste frasi pronunciate davanti alla commissione d’inchiesta sulle stragi nel gennaio ‘92 suonano come la conferma di uno degli enigmi che resistono a trentasei anni di distanza dal fatidico 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani e del rapimento del presidente democristiano, ammazzato dopo 55 giorni di prigionia: come mai le istituzioni erano così «impreparate» di fronte alla pericolosità delle Br che imperversavano e proclamavano ai quattro venti di voler attaccare «il cuore dello Stato»?
È solo una delle tante domande senza risposta racchiuse in una vera e propria «antologia dei misteri» del caso Moro pubblicata sul sito internet dei deputati del Pd a cura del vicepresidente Gero Grassi (pugliese come Moro), che vorrebbe una nuova indagine parlamentare. Utile non si sa quanto, a tanto tempo dai fatti. Tuttavia il riassunto, in 400 pagine, di testimonianze e relazioni raccolte dalle precedenti commissioni d’inchiesta certifica i troppi punti oscuri sul delitto politico che maggiormente ha segnato la storia della Repubblica. Custoditi negli archivi del Parlamento. Una giungla di quesiti (non tutti ugualmente importanti) in cui ciascuno può approfondire quelli che più lo inquietano. Alcuni però sembrano più macroscopici di altri, anche per come sono emersi – e rimasti irrisolti – dagli stessi atti.
Via Gradoli e il ruolo di Moretti

Ad esempio l’informazione su Gradoli, ufficialmente arrivata dalla parodia di una seduta spiritica, il famoso «gioco del piattino», a cui parteciparono Romano Prodi e altri professori che in seguito avrebbero ricoperto cariche importanti. Fu lo stesso Prodi a trasmetterla ai vertici della Dc. «Anche se ci siamo trovati in questa situazione ridicola, noi siamo esseri ragionevoli – spiegò nell’audizione del 1981 -. Se soltanto qualcuno avesse detto di conoscere Gradoli, io mi sarei guardato bene dal dirlo. È apparso un nome che nessuno conosceva, allora per ragionevolezza ho pensato di dirlo». A parte la credibilità dell’origine della notizia, il mistero ulteriore è che le ricerche si concentrarono nel paese di Gradoli dove non c’era nulla, senza andare in via Gradoli dove invece abitava Mario Moretti, il capo brigatista che in quei giorni interrogava l’ostaggio. Eleonora Moro, moglie del presidente dc, chiese perché non si cercasse una strada romana con quel nome. «La risposta che ancora oggi mi lascia senza parole è stata: “Non c’è nelle pagine gialle!”», riferì in Parlamento. Invece c’era, e c’erano pure i brigatisti. Ma il covo fu scoperto solo il 18 aprile, a causa di una strana infiltrazione d’acqua. In casa non c’era nessuno e Moretti si salvò, alimentando i dubbi manifestati nel ‘95 da Corrado Guerzoni, collaboratore di Moro: «Moretti ha stabilito con qualcuno una convenienza reciproca per la gestione del sequestro, e ha potuto viaggiare tranquillo per l’Italia senza che nessuno lo fermasse. Nessuno ha avuto interesse a trovare Moro».
Le carte sparite e il Vaticano

Lo stesso giorno fu recapitato il falso comunicato numero 7 delle Br, secondo il quale l’ostaggio era stato ucciso e il cadavere gettato nelle acque (ghiacciate) del lago della Duchessa, sulle montagne tra Lazio e Abruzzo. L’ex sottosegretario all’Interno Lettieri ammise nel 1980: «È un altro di quegli episodi sconcertanti che si sono verificati. Non voglio esimermi da responsabilità, ma tutti abbiamo dato credito a quella pista». In realtà il magistrato inquirente nemmeno andò sul posto, tanto il comunicato era palesemente inattendibile, mentre il ministro dell’Interno Francesco Cossiga lo accreditò per ore. Altro mistero, insieme a quelli su chi l’ha ideato e chi l’ha confezionato.
Sulla scomparsa dei resoconti su indagini e riunioni svolte al ministero indagò la commissione stragi che nel ‘92 concluse: «La mancanza negli archivi del Viminale di tutta la documentazione non trova alcuna plausibile giustificazione… Si conferma una costante dell’“affare Moro”: prove importanti sulla gestione della crisi sono sottratte agli organi istituzionali, ma non è escluso che altri ne disponga e le utilizzi o minacci di farlo nel momento più conveniente». Anche sul ruolo del Vaticano e di don Antonello Mennini, «postino» di alcune lettere di Moro, restano quesiti aperti. Come le pressioni su Paolo VI per evitare ogni apertura nella lettera agli «uomini delle Brigate rosse», o i sospetti che quel sacerdote sia stato anche un «canale di ritorno» dalla prigione del presidente dc.
È tutto scritto nelle carte del Parlamento, dai piduisti al vertice dei servizi segreti alle tante forzature sulla «non autenticità» delle lettere di Moro, al loro ritrovamento insieme a pezzi di memoriale in via Montenevoso, 12 anni dopo la scoperta del covo milanese. Fino alle domande di Eleonora Moro, che due anni dopo la morte del marito si chiedeva, a proposito delle Br: «Certo, ci sarà stata la loro parte di lavoro. Ma chi ha armato e animato questa gente a fare queste cose? Chi ha tenuto le fila in modo tale che non si poteva comunicare durante il tempo che mio marito era sequestrato? Come mai questa linea di condotta così dura era già stata presa così nettamente, un’ora dopo la strage di via Fani?».
La signora Moro è morta nel 2010, senza avere le risposte che cercava.

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