Via Rasella, un caso ancora aperto. A 70 anni dall’attentato

24 marzo

Nel numero 80 di “Storia in Rete”, in occasione della morte dell’autore materiale dell’attentato di via Rasella, Rosario Bentivegna, e delle polemiche riaccese attorno a quell’azione partigiana così controversa, tornammo sulla questione cercando di rimettere in ordine le cose che fino ad allora si conoscevano. La bomba che condusse alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine nel 1944 è una ferita aperta nella memoria storica della nazione e nella sua (cattiva) coscienza. Così tanto che fino agli ultimi giorni di vita Bentivegna ha rifiutato di riconoscere che il suo gesto ha avuto un pesante rovescio della medaglia. Un rifiuto portato avanti soprattutto attaccando ostinatamente una foto che ritrae i resti di una delle vittime della sua bomba: il dodicenne Pietro Zuccheretti

di Gian Paolo Pelizzaro da Storia in Rete n.80

Un’occasione mancata. Solo così può essere valutato l’ultimo sforzo autobiografico di Rosario Bentivegna dato alle stampe da Einaudi pochi mesi prima della morte dell’ex partigiano dei GAP, avvenuta a Roma il 2 aprile scorso all’età di 90 anni. La scomparsa di uno dei più importanti protagonisti della resistenza romana e italiana lascia aperta la porta a ulteriori congetture, essendo venuto meno il tanto atteso chiarimento finale rispetto a una delle vicende più controverse legate alla storia dei nove mesi di occupazione di Roma da parte dei nazisti.

Scritto a quattro mani insieme a Michela Ponzani, descritta come tra le giovani storiche più accreditate sui temi della Resistenza, il libro “Senza fare di necessità virtù” può essere senza dubbio definito il testamento morale di Bentivegna e a questo testo occorre fare necessariamente riferimento per tentare un bilancio conclusivo sulla questione di via Rasella e della successiva ritorsione tedesca delle Cave Ardeatine. Questi due eventi, indissolubilmente legati tra loro da un fatale e tragico rapporto di causa-effetto, costituiscono ancora una volta il perno centrale del lavoro di Bentivegna e Ponzani e – proprio perché vengono riproposti e rianalizzati a distanza di 67 anni apparentemente da una prospettiva non più limitata dal dato memorialistico-cronachistico – ci si aspettava un approccio più aperto e sereno sulle circostanze che hanno fatto da sfondo a decenni di divisioni, polemiche, scontri, accuse e controaccuse. È mancato, insomma, il coraggio di consegnare alla storia il racconto di quei fatti, ripulito dalle scorie del passato, senza più visioni distorte dalla lente ideologica o dall’interesse di parte (seppur legittimo), sottraendolo una volta per tutte alla disputa politica quotidiana. Purtroppo, infatti, sull’attentato (o azione) dei GAP a via Rasella del 23 marzo 1944 sulla prevedibile, immediata e abnorme reazione delle autorità tedesche del giorno dopo con il massacro di 335 uomini (che nulla avevano a che fare con la strage di 32 soldati dell’11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment “Bozen” aggregati al Comando della polizia di sicurezza germanica, SiPo, di via Tasso a Roma) c’è a tutt’oggi un focolaio di polemiche che alimenta un durissimo scontro politico-ideologico a causa del quale risulta sempre più lontano e impraticabile ogni tentativo di condivisione e riconciliazione.

Ed è proprio su questo crinale che il libro della vita di Bentivegna è andato scivolando, lasciando non solo aperte tutte le ferite, ma – sorprendentemente, vista la partecipazione di una giovane studiosa di storia – addirittura si è calcata la mano, girando il coltello nelle tante piaghe di questa tragica pagina di storia nazionale. Le tesi degli autori di “Senza far di necessità virtù” sono purtroppo autoreferenziali e parziali nella misura che partono e approdano sistematicamente a conclusioni comode e utili solo per difendere una versione che nei decenni si è purtroppo dovuta misurare con ricerche, scoperte e novità non più sopprimibili o eliminabili. Il libro di Bentivegna e Ponzani ha mancato l’unico, grande obiettivo che poteva essere centrato e cioè ammettere serenamente e senza più riserve che l’operazione di via Rasella, seppur legittimata ex post dalla Giunta militare del CLN, non solo scatenò la rappresaglia tedesca, ma ebbe conseguenze gravissime nel momento in cui la bomba, esplodendo, fece a pezzi civili innocenti, fra cui un bambino di 12 anni.

Parole di profondo dissenso sulla vulgata di via Rasella le scrisse il compianto Enzo Forcella, in un articolo pubblicato da “Repubblica” il 25 marzo 1994 dal titolo “È evidente che, a distanza di 50 anni da via Rasella, si continui a fingere di non sapere come sono andate le cose”: «L’azione contro il plotone tedesco fu organizzata dai comunisti all’insaputa degli altri partiti del CLN e della stessa Giunta militare che aveva il compito di guidare e coordinare la resistenza armata. Gli esclusi – democristiani, socialisti, azionisti, liberali, demo-laburisti – ne vengono informati solo a cose fatte, a quel che sembra addirittura dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine. E non se ne mostrano affatto soddisfatti. Al contrario. Nella prima riunione dedicata all’esame della vicenda, Giorgio Amendola ottiene che non venga messo ai voti un OdG di sconfessione proposto dal rappresentante della DC, ma a sua volta deve ritirare quello da lui presentato che approvava l’attentato […] Conclusione. Il CLN, nel suo complesso, avalla a posteriori l’attentato per un senso di responsabilità politica. Ma di fatto rimane profondamente diviso tra quanto intendono, costi quel che costi, alzare il livello della lotta armata, e quanti vogliono invece evitare di coinvolgere per quanto possibile la popolazione nella guerra con rappresaglie in città».

Come atto finale di un’esistenza dedicata alla lotta per la libertà, la verità e la democrazia sarebbe bastato all’ex partigiano medaglia d’argento al valor militare chiedere scusa per questi “danni collaterali” come atto finale di perdono e assunzione di responsabilità di fronte ad una concatenazione di eventi non prevedibili o evitabili. Invece, fino all’ultimo Bentivegna ha preferito schivare il problema, ostinandosi in una infruttuosa autodifesa. E soprattutto cercando di allontanare da sé il sospetto di non aver voluto – negli anni – raccontare tutta la verità sulla presenza di civili in via Rasella nel momento in cui accendeva l’innesco dell’ordigno nascosto nel carretto della spazzatura a lato dell’ingresso di Palazzo Tittoni, quel pomeriggio del 23 marzo 1944. Questo potrebbe spiegare il perché di tanto accanimento nel dichiarare falsa la prova fotografica di Pietro Zuccheretti, il bambino dilaniato dall’esplosione. L’occasione mancata è proprio questa: non aver voluto prendere in considerazione, anche alla luce delle tante sentenze vinte in tribunale, le ragioni dell’altro quando l’“altro” (in questo caso le parole di Giovanni Zuccheretti, il gemello di Pietro, che ha sempre riconosciuto in quella orribile immagine il volto del fratello) afferma che nei pressi di quel carrettino esplosivo c’era un bambino di 12 anni il cui corpo dilaniato è stato fotografato da qualcuno pochi istanti dopo l’esplosione.
Nessun pentimento, nessuna richiesta di scuse. Nulla. Fino all’ultimo l’ex gappista di via Rasella ha mantenuto la sua posizione: «Ciò che ci veniva contestato era di non esserci mai pentiti per aver provocato quella morte, di non aver mai stretto la mano o chiesto scusa ai parenti delle vittime. Di Pietro Zucceretti ero, del resto, venuto a conoscenza prima di quella polemica, quando avevo letto la perizia Ascarelli, che peraltro non aveva identificato i resti dei civili coinvolti nell’azione di via Rasella, indicando il corpo del povero Zuccheretti come quello di una giovane ragazza. Ma non mi ero sentito responsabile». E quando Bentivegna ebbe modo di leggere la perizia del medico legale Attilio Ascarelli? Su questo nel libro non c’è alcun riferimento, ma – come vedremo più avanti – di certo non fino al 1983 quando lo stesso Bentivegna nel suo libro autobiografico “Achtung Banditen! Roma 1944” (edito da Mursia) smentiva categoricamente che vi fossero vittime civili a via Rasella. Eppure Ascarelli ha dato alle stampe un libro dal titolo “Le Fosse Adreatine”, pubblicato da Palombi Editore nel lontano 1945 e ristampato negli anni seguenti anche dall’ANFIM col titolo “Fosse Ardeatine. Geografia del dolore” in cui, nell’allegato 1, si legge testuale: «Vi erano trentadue morti tedeschi adagiati in fila da un lato della strada e due morti italiani, un uomo e un bambino di circa 10 o 12 anni».

Prosegue Bentivegna, a pagina 354 del suo ultimo libro: «Il 24 aprile 1996 “Il Tempo” dedicava la prima pagina della cronaca di Roma a un articolo di Pierangelo Maurizio provocatoriamente intitolato “I segreti di via Rasella”, in cui si narrava la drammatica vicenda di Zuccheretti, di nuovo illustrata da cinque fotografie con i presunti resti del corpo. La parte apicale dei resti del capo appariva a pochi centimetri dal cordolo di un marciapiede». E a pagina 366, l’ex gappista spiega perché quella foto era il perno centrale non solo della sua causa, ma della sua stessa versione dei fatti del 23 marzo 1944: «Nell’ottobre 1999 [dopo che i giudici della 1ª Sezione Civile del Tribunale di Milano avevano respinto la richiesta di condanna avanzata da Bentivegna nei confronti di Feltri in qualità di direttore, di Francobaldo Chiocci come articolista e della Società Europea di Edizioni SpA, come editrice de “Il Giornale”, NdR] presentai ricorso alla Corte d’Appello di Milano. Per prima cosa bisognava dimostrare che le fotografie pubblicate da “Il Giornale” fossero clamorosamente false; mi rivolsi quindi allo storico Lutz Klinkhammer, noto studioso dell’occupazione tedesca in Italia presso l’Istituto storico germanico di Roma, ed egli mi mise in contatto con un suo collega italiano, il dottor Carlo Gentile, trasferitosi in Germania da molti anni». Ecco, quindi, il vero intento e obiettivo di Bentivegna: dimostrare che la foto del bambino decapitato non ritraeva Pietro Zuccheretti.

Abbiamo ampiamente documentato e dimostrato [vedi l’inchiesta pubblicata da “Storia in Rete” sul numero di marzo 2009 NdR] che la foto pubblicata all’epoca sia da “Il Tempo” che da “Il Giornale” e da tanti altri quotidiani nel 1996 (nei giorni caldi del processo all’ex capitano delle SS e della GeStaPo, Erich Priebke), nonostante il pronunciamento dei giudici del Tribunale di Milano nella causa per diffamazione che Bentivegna ha intentato contro “Il Giornale” e il suo direttore dell’epoca, Vittorio Feltri, è tutt’altro che un falso e che ritrae, effettivamente, ciò che rimase del corpo del piccolo Pietro: la testa attaccata a un pezzo di tronco superiore, un ammasso informe avvolto in una sorta di panno scuro (evidentemente dopo essere stato raccolto in prossimità del cratere lasciato dall’ordigno) e adagiato ai piedi dello “zoccolo” del basamento di travertino di Palazzo Tittoni. Dallo stato dei resti del bambino è agile capire quanto fu violenta l’esplosione e quanto fu devastante l’onda d’urto della bomba. Tecnicamente, di Pietro è rimasta soltanto la testa, il resto è stato fatto a pezzi dall’ordigno.

Quando abbiamo dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che sul punto le sentenze di appello (14 maggio 2003) e della stessa Cassazione (23 maggio 2007) erano incorse in un grave errore di valutazione – avendo i giudici basato il loro convincimento su un appunto informale redatto dal ricercatore Carlo Gentile e prodotto dalla parte lesa (Bentivegna) nel quale, senza alcun riscontro o accertamento in loco, di legge: «Forti dubbi possono essere espressi in merito all’immagine n° 4 (l’inquadratura dei resti di una delle vittime) ed in particolare al fatto che sia stata effettivamente ripresa in via Rasella, come sostenuto negli articoli apparsi sui quotidiani “Il Tempo” e “Il Giornale”. È evidente in tutte le immagini scattate in via Rasella – questo dato emerge con particolare chiarezza nelle immagini del Bundesarchiv – che all’epoca dell’attentato non esisteva alcun marciapiede in quella strada. Poiché a pochi centimetri dai resti del corpo dilaniato inquadrato nell’immagine in questione appare il cordolo di un marciapiede, è a mio avviso del tutto improbabile che tale immagine sia stata scattata in via Rasella il 23 marzo 1944» – nessuno di fronte a un’evidenza così macroscopica ha replicato, protestato o gridato allo scandalo. Più semplicemente, sulla vicenda è stato calato un silenzio tombale per non disturbare talune “verità consolidate”. Eppure, chiunque può recarsi in via Rasella, verificare di persona e confutare quanto abbiamo scritto. Nessuno lo ha fatto perché non c’è nulla da confutare o smentire.

Tuttavia, il libro di Bentivegna trascura tutto questo e ripete una versione basata su un grossolano errore. Perché? Ecco cosa si legge a pagina 367 di “Senza fare di necessità virtù”: «La perizia Gentile (presentata all’udienza dell’11 aprile 2000) escluse nella maniera più assoluta che le foto pubblicate da “Il Giornale” potessero essere state scattate a via Rasella il 23 marzo 1944, e che quindi facessero parte della collezione del Bundesarchiv. Fu però un piccolo e apparentemente insignificante particolare a smascherare il giornale di Feltri: l’immagine dei presunti resti del tredicenne Pietro Zuccheretti, corredata da una freccia che indicava il punto ove era stato ritrovato il corpo (ripubblicata da “Il Giornale” a illustrazione di un articolo di Pierangelo Maurizio, dell’8 maggio 1996, “Quel bimbo ucciso in via Rasella”), ritraeva il cordolo di un marciapiede della strada, che nella foto scattata dai tedeschi non compariva affatto». Ebbene, in verità quello non è «il cordolo di un marciapiede», ma proprio lo “zoccolo” del basamento di Palazzo Tittoni in via Rasella. La manipolazione di un dato oggettivo, chiaro, evidente e riscontrabile da tutti è diventata la “prova” per poter dire che quella foto compromettente era un falso. E invece l’immagine è vera. È proprio «un piccolo e apparentemente insignificante particolare a smascherare» questa erronea rappresentazione della realtà, riaprendo tutti gli interrogativi sulla dinamica dell’attentato.

Raramente si è potuto assistere a tanta superficialità e imperizia nel fornire una valutazione tecnica, peraltro così importante ai fini del giudizio finale, perché sarebbe bastato (non solo da parte del consulente, ma soprattutto da parte degli avvocati e degli stessi giudici) disporre un sopralluogo in via Rasella per rendersi conto di persona che quel particolare non era «il cordolo di un marciapiede», ma il basamento di Palazzo Tittoni e che, proprio nella foto che ritrae i resti di quel bambino, compare insieme a una serie di segni e crepe sullo “zoccolo” di travertino perfettamente visibili e sovrapponibili a quelli della vecchia foto in bianco e nero. Tutti elementi ancora oggi presenti in quel preciso tratto di strada anche se nel dopoguerra venne realizzato un marciapiede che corre lungo via Rasella proprio sul lato di Palazzo Tittoni.

Nel 2009 “Storia in Rete” ha pubblicato una ricerca che demolisce punto per punto i pareri di questi esperti e, per rispetto della verità, è stato messo a disposizione di tutti il materiale da cui emerge con forza la genuinità della foto e quindi l’attendibilità dell’identità della vittima. Il verdetto è stato smentito dai particolari segni ritratti nella foto giudicata un falso e ancora oggi impressi nella pietra di via Rasella. Questo è un aspetto non sopprimibile della verità dei fatti e ciò che colpisce maggiormente, nell’ultimo libro autobiografico di Bentivegna, è la totale assenza di questi elementi perché – a parere di chi scrive – è oggi più che mai centrale rispetto a quanto è stato detto e scritto nelle varie sentenze. Perché non si è voluto tenere conto di questo riscontro? Perché ci si ostina a dire che quella non è la foto di Pietro Zuccheretti e che, anzi, si tratta di un falso? Perché si è preferito proseguire con questa linea del tutto estranea al dato oggettivo così come risulta ancora oggi inciso nella pietra del basamento di Palazzo Tittoni? Perché negare tutto questo? Quale verità si vuole nascondere a distanza di così tanti anni? Non era meglio prendere atto delle novità e riconoscere che (nonostante il grave errore commesso da un esperto e l’erronea valutazione fatta dai giudici su questo punto) quella foto raccapricciante non solo venne stata scattata in via Rasella il 23 marzo del 1944, ma che effettivamente ritraeva i resti di Pietro Zuccheretti?
Per comprendere meglio la trama che si cela dietro questi interrogativi, è utile ripercorrere le tappe principali del racconto di Rosario Bentivegna in relazione alla presenza di vittime civili in via Rasella. Nel corso degli anni, l’ex gappista ha, progressivamente, modificato le sue versioni a seconda delle scoperte e delle notizie che man mano venivano a galla.

In “Achtung Banditen! Roma 1944” Bentivegna è lapidario: «La propaganda nemica diffuse la voce che civili, residenti i di passaggio, erano stati coinvolti nell’azione di via Rasella. Non risulta, dalle fonti storiche consultate, che in via Rasella vi siano stati caduti civili. La stessa furibonda reazione dei nazisti, immediatamente successiva all’azione dei partigiani, non sembra abbia portato alla morte alcun civile. Solo dall’interrogatorio di Caruso [Pietro Caruso, questore di Roma durante il periodo di occupazione tedesca e fino al 4 giugno 1944, condannato a morte dall’Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il Fascismo e fucilato a Forte Bravetta il 22 settembre 1944, NdR], il questore fascista di Roma, processato e condannato a morte nel settembre 1944, compare la notizia che l’autista di questi, mentre si allontanava da via Rasella per motivi d’ufficio, venne colpito da un proiettile vagante, con ogni probabilità tedesco e ucciso (v. R. Katz, “Morte a Roma”, cit., p. 90). All’Ufficio Anagrafico del Comune di Roma, alle date 23, 24 e 25 marzo 1944, non risultano decessi attribuibili all’azione di via Rasella». Falso, perché l’Anagrafe del Comune di Roma ha conservato la scheda di Pietro Zuccheretti con la data del decesso, 23 marzo, il numero di atto di morte, e la causa attribuita a scoppio di ordigno. L’atto è stato poi ritrovato e utilizzato da Pierangelo Maurizio nella sua inchiesta per “Il Tempo”. Non solo. Tre giorni dopo l’attentato, il 26 marzo 1944, “Il Messaggero” pubblicava il necrologio della famiglia Zuccheretti: «La cieca violenza di provocatori sovversivi ha dilaniato il corpo e tolto all’affetto dei suoi cari Pietro Zuccheretti di soli 13 anni».

Nell’ottobre 1996, solo dopo le violente polemiche sollevate con le inchieste de “Il Tempo” e “Il Giornale”, Bentivegna pubblica un volumetto scritto a quattro mani con il giornalista del “Corriere della Sera” Cesare De Simone, titolo “Operazione via Rasella. Verità e menzogna: i protagonisti raccontano” (Editori Riuniti). Riportiamo il brano perché è significativo del risveglio di memoria e del cambio di rotta del gappista: «Il signor Angelo Baldi è l’unico civile italiano rimasto ferito nell’esplosione in via Rasella di cui si trovi traccia nei registri degli ospedali romani e, dunque, probabilmente il solo causato dalla vampata dei 18 chili di tritolo celati nel carrettino della spazzatura. I morti, invece, furono due. L’anatomopatologo dell’Università, il professor Attilio Ascarelli (lo stesso che dopo la liberazione eseguirà il difficile, pietoso lavoro di recupero dei martiri delle Fosse Ardeatine) venne incaricato dai tedeschi di ricomporre le salme smembrate dei soldati morti a via Rasella. Nella sua relazione finale, Ascarelli scriverà che oltre ai militari aveva trovato “parti di corpo umano” appartenenti “con tutta probabilità” a un vecchio e a una bambina. Dell’uomo non si è mai riusciti con certezza a stabilire l’identità. La “bambina” della relazione di Ascarelli non era una femminuccia. Si chiamava Pietro Zuccheretti e aveva 13 anni. Abitava col nonno materno Pietro Anello, che lo aveva messo a lavorare in una officina ottica di via degli Avignonesi – parallela a via Rasella – perché imparasse un mestiere. Quel giorno Pietro andava al lavoro, ma chissà per quale motivo saltò la fermata del bus davanti al “Messaggero”, dove scendeva sempre, e scese invece a quella successiva, in piazza Barberini, angolo con via Quattro Fontane. E chissà per quale altro motivo, invece di girare subito per via degli Avignonesi si spinse fino a via Rasella, la strada successiva. Vi giunse proprio nell’istante in cui gli ultimi centimetri della miccia stavano bruciando, i due gappisti Paolo [nome di battaglia di Rosario Bentivegna, NdR] ed Elena [nome di battaglia di Carla Capponi, poi moglie di Bentivegna, NdR] si erano già defilati dietro l’angolo, il fronte della colonna tedesca stava avanzando verso di lui, cantando e nulla esisteva più, tra lui e il carrettino-bomba, che potesse fermarlo. Forse fu proprio il rombo del passo cadenzato dei soldati del Bozen, e la loro canzone di guerra ad attirare il ragazzino verso via Rasella […] Insondabile e cieco, il destino guidò Pietro Zuccheretti, in quella precisa frazione di secondo, verso quel millimetrico varco che lo mise davanti alla bomba, alle 15,51 del 23 marzo 1944. Il suo corpo venne letteralmente dilaniato, sette pezzi, i piedi non vennero mai ritrovati».

Nella ristampa di “Achtung Banditen” del 2004 (“Prima e dopo via Rasella”, con presentazione dell’allora sindaco di Roma Walter Veltroni, Mursia), Bentivegna modifica il racconto in questo modo, con un tortuoso giro di parole: «La nota n° 4 al cap. XXXIII delle precedenti edizioni di “Achtung Banditen!”, che viene qui riportata per correttezza storiografica, era decisamente sbagliata, e dovuta a un’errata lettura dei dati anagrafici: nel tempo dell’occupazione anche l’anagrafe di Roma funzionava poco». Come abbiamo visto, non è vero, perché fu possibile non solo ritrovare la scheda anagrafica di Zuccheretti, ma anche il suo atto di morte, regolarmente registrato e archiviato. Ma proseguiamo con il racconto reso da Bentivegna nel 2004: «L’Autore corregge questo errore in “Operazione via Rasella”, pagg. 29-30: “Il signor Angelo Baldi è l’unico civile italiano rimasto ferito nell’esplosione di via Rasella di cui si trovi traccia nei registri degli ospedali romani […] I morti, invece, furono due: l’anatomopatologo dell’Università, il professor Attilio Ascarelli, […] venne incaricato di ricomporre le salme dei soldati morti a via Rasella. Nella sua relazione finale scriverà che oltre ai militari aveva trovato “parti di corpo umano” appartenenti, “con tutta probabilità a un vecchio e a una bambina”. Dell’uomo non si è mai riusciti con certezza a stabilire l’identità. La “bambina” della relazione Scarelli non era una femminuccia, ma un ragazzino. Si chiamava Pietro Zuccheretti, e aveva 13 anni…”».

L’ultima versione di Bentivegna è consegnata nella sua ultima autobiografia, “Senza fare di necessità virtù”. Forte del responso giudiziario scaturito dalla causa contro “Il Giornale” – trascurando i risultati della ricerca pubblicata da “SiR” nel marzo del 2009 e rilanciata da “Il Tempo” e “Avvenire” e acquisita anche da Wikipedia in italiano, e quindi i riscontri sull’autenticità della fotografia scattata proprio in via Rasella e che ritrae i resti di Pietro Zuccheretti, ma non potendo più negare che quel bambino era morto a causa dell’attentato del 23 marzo 1944 – l’ex gappista afferma: «L’adolescente, vittima delle esplosioni, doveva verosimilmente trovarsi in prossimità dell’ordigno a una distanza di qualche metro dal punto di scoppio, com’era desumibile dalla smembratura del corpo e dalle tracce di bruciatura sui capelli. A ulteriore conferma di ciò, esisteva pure un brano di Konrad Sigmund, uno dei militari tedeschi sopravvissuti all’attacco partigiano:

[…] l’esplosione – aveva scritto – non fu una sola: ce ne furono tante. Avevamo tutti cinque o sei bombe a mano attaccate alla cintola, e ne esplosero parecchie, colpite dalle schegge, altre per il calore dell’incendio che si sviluppò.

Figurarsi, dunque, se dopo tante esplosioni di quel tipo potessero essere mantenute quelle incredibili condizioni di conservazione fisiognomica di una parte del capo del povero Zuccheretti. L’immagine pubblicata da “Il Giornale” e da “Il Tempo” era dunque un evidente falso».

Per Rosario Bentivegna, l’ultima parola su via Rasella è stata scritta il 23 maggio 2007 dalla 3ª Sezione Civile della Corte Cassazione, «che ha definito l’azione partigiana un “legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari”, confermando la condanna al risarcimento per diffamazione nei confronti de “Il Giornale” e individuando in maniera chiara e inconfutabile “la falsificazione della fotografia della testa (staccata dal tronco) dell’adolescente tredicenne».

Come abbiamo scritto all’inizio, l’ultimo sforzo di Sasà Bentivegna è purtroppo un’occasione mancata per fare definitivamente chiarezza. Ma, forse, non c’e mai stato spazio per un vero chiarimento su questa vicenda, pena ammettere che tutto il processo a carico di coloro che si erano resi responsabili di quella «violenta campagna di stampa antipartigiana» era stato fondato su un grossolano errore di valutazione con il rischio, quindi, di dover mettere in discussione l’intera strategia processuale, finalizzata proprio a sterilizzare ogni critica e ogni dubbio sui fatti legati alle vicende connesse all’operazione di via Rasella.
Lo abbiamo letto dalle sue stesse parole: «Per prima cosa bisognava dimostrare che le fotografie pubblicate da “Il Giornale” fossero clamorosamente false». Quella foto era lo spartiacque di un’intera fase storica. Un diaframma che separava il prima dal dopo. Un muro invalicabile. Una prova insopportabile. Un riscontro inoppugnabile. Un’immagine raccapricciante. E per questo andava demolita. Eliminata. Cancellata. Distrutta. Bollata come un clamoroso falso. Tutto questo fa riflettere, oggi più che mai. Ma un accertamento mancato così come un errore di valutazione non possono, tuttavia, modificare quanto è scolpito nella pietra, inciso nel travertino, a futura memoria di quanti avranno la volontà e la libertà intellettuale di appurare la verità, lontani da deleterie e inutili tentazioni di stravolgimento dei fatti. Anche per questo, via Rasella è un caso ancora aperto.

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