L’autarchia e la “battaglia del grano” in mostra a Torviscosa

28 marzo

Complimenti a Torviscosa, piccolo comune “rosso” della bassa friulana. Dopo decenni di silenzio imbarazzato, l’attuale amministrazione ha deciso finalmente di raccontare la storia di questa magnifica scheggia di architettura razionalista incuneata nella laguna di Marano, di quel dimenticato laboratorio sociale e politico eretto tra Grado e Lignano. Sull’Adriatico amarissimo. Una storia non semplice ma affascinante.

di Marco Valle da Destra.it del 27 marzo 2014 Destra.it

Andiamo per ordine. Nella sua fase migliore e più alta, il Fascismo (vedi il saggio di W. Schilvelbush, “Tre New Deal”, Tropea editore) fu “modernizzazione autoritaria”. Un modello per l’America di Roosevelt, per l’URSS di Stalin, per la Germania hitleriana ma anche per le smemorate socialdemocrazie scandinave. Costruita in tempi record come Littoria, Sabaudia, Pomezia e altre località, Torviscosa fu (assieme alla perduta Arsia/Albona in Istria) la più importante “città di fondazione” mussoliniana nel Triveneto e nella Venezia Giulia. Non a caso. Nel momento dell’autarchia, per il regime era necessario dare un segnale forte nella zona più depressa e periferica del settentrione d’Italia, quella che più aveva sofferto la Grande guerra, il dramma del fronte, l’occupazione nemica, la fame più terribile. Da qui la decisione di erigere tra le misere paludi del già poverissimo Friuli — a ridosso di Redipuglia, sacrario della Grande guerra, di Ronchi dannunziana e del Carso ancora insanguinato — una città industriale e operaia, razionale, sana e modernissima. Un simbolo dell’autarchia e della rivoluzione sociale fascista. Il socialismo mussoliniano.

Come ci avverte Antonio Pennacchi nel suo libro “Fascio e martello”, Torviscosa fu progettata e costruita in in un anno o poco più, bonificando oltre seimila ettari di palude schifosa, malarica. Sulla melma e tra canneti, sorse una città nuova, a metà industriale e a metà giardino, poi una fabbrica e un porto fluviale. Oltre duemila pescatori maranesi e gradesi, poverissima gente che sino allora avevano vissuto nei “casoni” (quegli strambi capannoni di paglia, oggi trasformati in ristoranti di lusso per i turisti) mangiando polenta e pesciolini o solo polenta, divennero, con le loro famiglie, cittadini, lavoratori. Italiani a pieno titolo.

Sotto la Torre Littoria, che ancor oggi si staglia sulla laguna, migliaia di persone trovarono una fabbrica — per i tempi avveniristica — , un lavoro sicuro, e soprattutto, come ricorda Pennacchi, case dignitose «tutte riscaldate dalla centrale termica, il teatro, i giardini, le piscine, i campi da tennis , il campo sportivo, altri giardini , la chiesa, le scuole, il comune». Un capolavoro d’architettura razionalista. Il Duce inaugurò la città il 21 settembre 1938. Poi la guerra, il dopoguerra e le tante, non fortunate, trasformazioni industriali e sociali di Torviscosa. Sino ad oggi, sino a questa mostra. Importante. Per tanti motivi.

In primis, perchè Torviscosa è parte della mia storia privata. So bene che a nessuno interessa, ma negli anni Settanta, lungo quel canale mio padre, il comandante Valle, faceva risalire le sue navi cariche di salgemma siciliana per rifornire la grande fabbrica della SNIA. Con mamma, lo attendavamo sulla banchina e poi andavamo — se faceva caldo — a bagnarci nella grande piscina. Una gigantesca vasca dalla forma inusuale, ma piacevole. Con la petulanza del dodicenne non mi stancavo di chiedere ai bagnanti ragione di quella stramba sagoma. Mi rispondevano solo sorrisi imbarazzati e sguardi obliqui. Poi, un bel giorno, un signore dalla dolce pronuncia friulana mi sussurò «è la piscina del Duce, ha la forma del fascio, ma non si può dire… qui sono tutti comunisti. È pericoloso. Mandi, mandi…». Quel giorno decisi che quel tizio chiamato Duce mi era simpatico.

Ma andiamo avanti. Torviscosa presenta, come racconta il sito del Comune, «Un’eccezionale esposizione di documenti originali, manifesti, locandine, libri illustrati, cartoline, sculture, oggetti e ricostruzioni ambientali per descrivere il tessuto economico, sociale e culturale dell’Italia negli anni Trenta e la mobilitazione anche mediatica con cui il regimeaccompagnò il programma politico e di riforma agraria noto come “battaglia del grano”. La localizzazione della mostra non è casuale: Torviscosa è infatti proprio una delle città nuove oggetto della mostra ed è inoltre allo stesso tempo una company town, perché la sua fondazione è legata a una grande azienda italiana, la SNIA Viscosa. L’iniziativa è infatti inserita in un più ampio progetto finanziato dall’Unione Europea che prevede interventi di valorizzazione complessiva dei beni di archeologia industriale presenti a Torviscosa. Tre sono le sezioni in cui è organizzato il percorso espositivo, dedicate rispettivamente a “Battaglia del grano e autarchia”, “Bonifiche”, “Città nuove”. La “Battaglia del grano e autarchia” si apre con un’analisi storica, che presenta una lettura sull’economia italiana tra le due guerre, mettendo in rilievo la stretta connessione tra le politiche autarchiche e la bonifica integrale. Il tema dell’autarchia rientra in tutte le strategie di propaganda del regime e l’illustrazione diviene il principale mezzo per diffondere gli obiettivi della politica fascista: cartelloni, calendari, cartoline, locandine dedicate a settimane autarchiche ricoprono l’Italia e molti sono gli artisti che si cimentano nel tema, come ad esempio Dudovich, Nizzoli, Depero, Melis, Venna, Metlicovitz, Roveroni, Micaelles le cui realizzazioni sono esposte nella mostra. La seconda sezione, dedicata alle “Bonifiche” si apre con la descrizione di tutti i tentativi di risanamento idrogeologico dell’Italia nel corso dei secoli e prosegue con l’analisi della legislazione fascista in materia di bonifica. L’ultima sezione riguarda la nascita delle “Città nuove”, nella quale sono analizzati i motivi economici e sociali che portarono alla creazione di nuovi centri urbani e rurali nella penisola».

Complimenti allora a Torviscosa per aver offerto un’occasione importante di studio e riflessione a chi vuole capire e comprendere una storia fondamentale della vicenda sociale e industriale del Nord -Est. E complimenti ad un sindaco intelligente che ha avuto il coraggio di rompere schemi consolidati e omertà obsolete.

Rimane una domanda: in tutti gli anni di governo, dov’erano e cosa facevano gli assessori regionali alla cultura del centro-destra? Gradiremmo una risposta. Nel frattempo, proponiamo ai nostri lettori il testo di uno dei capitoli centrali centrali del catalogo della mostra, redatto dall’architetto Claudio Marsilio. Buona lettura.

“La battaglia del grano: autarchia, bonifiche, città nuove”; Inaugurazione e apertura: 1 marzo 2014 , ore 17.30. Fine mostra: 30 ottobre 2014

“CID”, Centro Informazione Documentazione, Piazzale Marinotti n. 1, Torviscosa, Udine.

Orario apertura: sabato e domenica 10.00 – 20.00, fuori orario per appuntamento

Info: 0431 927929- 0431 929589- cultura@com-torviscosa.regione.fvg.it

Catalogo: Edizioni Novecento, saggi critici a cura di: Giuseppe Parlato, Roberto Maiocchi, Chiara Barbato, Claudio Paradiso, Massimiliano Vittori, Matteo Di Marco, Sergio Zilli, Marco Zaganella, Carlotta Antonelli, Alberto Sulpizi, Claudio Marsilio, Daniele Lembo, Rino Caputo, Roberta Sciarretta.

LE CAUSE ECONOMICHE E SOCIALI DELLE CITTA’ DI FONDAZIONE

di Claudio Marsilio

“Quando l’economia mondiale entra in crisi nella ormai famosa giornata del giovedì nero del 24 ottobre del ’29 a New York, il regime fascista è per certi versi ancora un ragazzino: ha solo 7 anni.
Ancora non aveva fatto compiutamente i conti con la ricostruzione del dopoguerra e con i problemi della trasformazione del movimento in partito-regime che una tempesta finanziaria lo investe, mettendone a dura prova la tenuta.

Appena l’anno prima il Re Vittorio Emanuele aveva tagliato il nastro inaugurale della prima di una lunga serie di città di fondazione, borghi e villaggi rurali: Mussolinia di Sardegna.

Mussolinia, dal 1944 definitivamente ribattezzata Arborea, conta ancora oggi poco più di 4000 abitanti e quando nacque nella località Alabirdis, come Villaggio Mussolini, era un centro di servizio a supporto dei villaggi rurali appoderati intorno alla piana di Terralba, bonificata a seguito dell’intervento della Società Bonifiche Sarde. Insieme ai terreni da coltivare, strappati alle paludi, vennero realizzate due idrovore per l’irrigazione dei campi, di cui una – quella di Sassu – particolarmente significativa per le sue forme moderniste, progettata dall’ing. Flavio Scanu.

La piccola cittadina, fatta eccezione per la Casa del Fascio di Giovanni Battista Ceas progettata in un audace stile razionalista, ruota intorno alla chiesa di Cristo Redentore sulla cui torre campanaria campeggia la scritta “Resurgo”.

Contemporaneamente, a 500 km di distanza, si pianificava la bonifica integrale dell’Agro Pontino, che porterà alla nascita di altri 5 centri abitati, intorno ai quali – in un sistema integrato di interscambio – si distendono i borghi rurali ed i poderi consegnati alle famiglie coloniche.

Coinvolto suo malgrado nel crack finanziario d’Oltreoceano dall’esposizione bancaria italiana nei titoli azionari di imprese ed industrie, il fascismo operò una serie di iniziative volte a contenerne gli effetti disastrosi, in un delicato intrecciarsi di leggi, operazioni economiche e battaglie politiche che, nei mesi precedenti l’irreparabile secondo conflitto bellico, ne limitò fortemente i danni e ne consolidò l’immagine ed il potere.

Leggendo dal diario di Emile Moreau, Governatore della Banca di Francia, alla data 6 febbraio 1928, scopriamo un aspetto interessante della crisi mondiale generata dal crollo della Borsa: “Le banche avevano ritirato improvvisamente dal mercato diciottomila milioni di dollari, cancellando le aperture di credito e chiedendone la restituzione: fu la crisi del 1929. A seguito della catena di fallimenti, con la compiacenza dei tribunali fallimentari, le banche entrarono in possesso di decine di migliaia di aziende, negozi, industrie e tenute agricole.”

Non era stato quindi solo l’azzardo dei titoli, il possesso delle azioni delle grandi industrie, il cui valore era stato gonfiato ad arte senza alcun riscontro sull’aumento della produzione di beni e servizi, a causare il crollo del castello di carte della speculazione finanziaria?

Secondo l’interpretazione del Governatore dietro alla crisi che diede il via alla “Grande Depressione” ci sarebbero quindi “i creatori di moneta”, per dirla con la felice espressione coniata dalla scrittrice Gertrude Coogan, che la usò come titolo al suo libro del 1935. Scriveva infatti la Coogan a questo proposito:“(…) Il fallimento della ditta Hatry di Londra nel settembre di quell’anno scatenò da parte di fonti estere ‘ben informate’ una consistente vendita di titoli. Naturalmente, quelle fonti non potevano essere i banchieri internazionali, che erano in grado di conoscere il giorno e l’ora in cui sarebbe avvenuto un terribile crollo. Per tutto il mese di settembre e sino alla terza settimana di ottobre, mentre alcuni titoli raggiungevano nuove quotazioni record, vi furono massicce liquidazioni. I venditori europei di titoli li convertirono in denaro liquido e trasferirono all’estero i loro depositi. L’oro cominciò ad affluire in Europa.

Il 24 ottobre 1929, alle ore 11 in punto, centinaia di migliaia di azioni in centinaia di emissioni vennero poste in vendita ‘sul mercato’. Sarebbe stato molto strano se si fosse trattato di una semplice coincidenza. Era assai insolito che migliaia di persone avessero deciso di vendere nello stesso istante. Era anche strano che tutti costoro avessero deciso di vendere ‘sul mercato’. Gli investitori inesperti non piazzano ordini ‘sul mercato’. Questa è un’operazione che sanno compiere solo le ‘vecchie volpi’, ovvero gli internazionalisti e i loro accoliti (…). Il crollo del mercato continuò giorno per giorno. La nuova èra era finita. Gli internazionalisti avevano ristretto la fisarmonica monetaria. Erano stati loro stessi a gonfiarla d’aria e adesso spettava a loro il privilegio di sgonfiarla. Non avevano nessun obbligo di informare il signor o la signora Smith che essi avevano deciso di bloccare il credito. In fin dei conti, era un loro privilegio restringere il volume delle promesse di pagamento ( prestiti ) in circolazione, esportare l’oro al di fuori del paese e far crollare l’intera struttura della moneta e dei ‘prezzi’.”[1]

Non è questo che succede anche ai giorni nostri, d’altronde?

In modo molto più sofisticato (col tempo migliorano!), con parole più seducenti, abilmente mutuate dalla lingua di legno del “mercato”, si infinocchiano popoli ed intere nazioni con lo stesso sistema di sempre: oggi l’avremmo chiamato “credit crunch” (la stretta creditizia che non fa girare il denaro: ma chi lo mantiene fermo? )ed i titoli in possesso delle banche nostrane “titoli tossici”.

Con ingenti spremiture di denaro pubblico – ricchezza di risparmiatori e di intere generazioni – si “salvano” banche dal disastro, disastrando i popoli, con strumenti quali “Meccanismo di Stabilità Europea” e “Fiscal Compact”.

Ma questo è un altro (?) discorso, per quanto simile: torniamo agli anni ’30 e alle operazioni che fece l’Italia allora, per salvarsi da tutto questo, poi riprendiamo l’evoluzione delle città di fondazione.

Mussolini, come diceva il chiarissimo prof. Giacinto Auriti[2] (Guardiagrele, 10 ottobre 1923 – Roma, 11 agosto 2006) “di moneta non capiva nulla” ( il riferimento è alla battaglia della famosa “Quota 90” che fissò appunto in 90 lire il cambio con la sterlina inglese ), ma capiva di politica, non era fesso e soprattutto aveva dietro di sé un consenso diffuso, e molta fiducia.

Di fronte a questo attacco speculativo ed alla crisi del sistema bancario difese il sistema produttivo italiano trasformando innanzitutto il comparto bancario in istituti di diritto pubblico ed operando una divisione ( una legge simile in USA è nota come Glass-Steagall Act ) tra banche d’affari e banche di risparmio, nonché istituendo una commissione di vigilanza sull’attività creditizia e finanziaria sotto controllo del Capo del Governo; contemporaneamente adottò misure di restrizione delle importazioni dall’estero con la battaglia del grano e la politica autarchica e un poco popolare restringimento dei salari e degli stipendi, con un ambizioso piano di controllo dei prezzi al consumo che avrebbe dovuto contenere gli effetti della restrizione monetaria. Ne aggiungo un altro: il Regio Decreto Legge 26 febbraio del 1925 con cui all’art. 4 si colpivano duramente le speculazioni finanziarie sui titoli di Stato: “Gli agenti di cambio, le banche, i banchieri, i commissionari e i cambia-valute, non potranno accettare né eseguire ordini di acquisto, a termine, di titoli, esclusi quelli di Stato, o garantiti dallo Stato e le cartelle fondiarie, se non contro contemporaneo versamento da parte dei committenti del 25 per cento del prezzo corrente dei titoli richiesti. (…) Il R.D.L. 9 aprile 1925, art. 1 estese l’obbligo del versamento anche agli ordini di vendita a termine di titoli, sempre esclusi quelli di Stato o garantiti dallo Stato e le cartelle fondiarie”[3].

Una bella botta per gli speculatori della finanza, quelli senza un soldo ( vero ) in tasca: se vuoi giocare con i titoli dello Stato, sgancia il 25% del valore nominale: fine della speculazione.

Vediamo ora più in dettaglio gli interventi appena accennati:“Con la recessione economica il ritiro immediato dei depositi privati fece tremare banche importanti come la Banca Commerciale italiana, il Credito Italiano, il Banco di Roma, l’Istituto Italiano di Credito Marittimo. Queste banche, nella loro natura di ‘banche miste’, avevano investito a lungo termine ingenti capitali nelle industrie ed ora dovevano fare i conti con giganteschi immobilizzi di capitale. Il fascismo, viste le dimensioni della crisi industriale, non poté fare uso della consueta strategia consistente nell’assunzione dei debiti delle imprese da parte dello Stato. Non potendo contare sulla finanza straniera, di fronte al pericolo reale del fallimento delle principali banche che avrebbe travolto l’intera economia nazionale, il regime attuò una vera e propria svolta dirigista. Il primo passo fu il definitivo smantellamento della ‘banca mista’ che, nata dopo la riforma bancaria del 1894, gestiva il risparmio, il credito a breve termine e finanziava le imprese con prestiti a lungo termine che, in caso di mancata restituzione, si traducevano nella possibilità della banca mista di rilevare quote azionarie delle imprese insolventi. Dal 1933 le funzioni di prestito a lungo termine insieme al portafogli di partecipazione azionaria alle imprese furono attribuite all’I.R.I., l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, in cui si concentrò un ingente patrimonio industriale. (…)

L’I.R.I. acquisì, per scongiurarne il fallimento, anche la proprietà delle tre principali banche miste quali la Banca Commerciale, il Credito italiano e il Banco di Roma. All’I.R.I. fu affiancato l’I.M.I., Istituto Mobiliare Italiano, che aveva il compito di finanziare l’industria a medio e lungo termine attraverso l’emissione di obbligazioni. La crisi del 1929 segnò, con la nascita della banca pubblica e della partecipazione statale, il mondo economico ed industriale italiano per i successivi 60 anni: dallo Stato liberale si passò allo Stato imprenditore e banchiere, che si fece mallevadore di una via italiana al capitalismo. Entrava nel flusso economico del paese l’assistenzialismo di Stato, con il potere politico non arbitro super partes, ma giocatore attivo. Il capitalismo italiano si separava dal capitalismo europeo e occidentale.”[4]

Lo stesso Mussolini, nel discorso del 26 maggio del 1934 alla Camera dei Deputati sulla Situazione Economica, ammise che poco ci sarebbe voluto a generare un “capitalismo di stato”: “Mi fanno ridere quelli che parlano ancora di un’economia liberale!Ma i tre quarti dell’economia italiana industriale ed agricola sono sulle braccia dello Stato! E se io fossi vago ( il che non è ), di introdurre in Italia il capitalismo di Stato o il socialismo di Stato, che è il rovescio della medaglia, avrei oggi le condizioni necessarie e sufficienti e obiettive per farlo”.[5]

Nello stesso discorso – che vale la pena di leggere per intero per comprendere anche lo stato d’animo del Capo del Governo italiano, quando parla delle condizioni economiche delle classi lavoratrici, dei prezzi al consumo, delle pensioni di guerra e dello stato dei rapporti internazionali e degli sforzi per favorire la ripresa industriale, nonché dell’efficacia dell’autarchia – Mussolini affronta anche la questione della quantità aurifera a supporto della massa monetaria in circolazione (ricordiamo che alla Banca d’Italia venne affidato il privilegio dell’emissione, prima affidatole in concessione) e dichiara tranquillamente: “Il rapporto dell’oro con i biglietti in circolazione è del 53,60%. Si può quindi affermare che la riserva aurea della lira, pur avendo subìto una notevole diminuzione, per le ragioni che vi ho esposte, è ancora superiore del 13 per cento a quel 40 per cento, che sarebbe il minimo livello considerato sufficiente per garantire una moneta.”

Garantita da chi? Da chi vende e presta oro, da chi stampa la moneta e ne controlla la circolazione? Da chi opera le speculazioni sui “mercati” come abbiamo visto prima?

Mussolini opera in un regime monetario di ancoraggio riconquistato alla riserva aurea ( prima c’era il corso forzoso dei biglietti, senza copertura aurea ), che dovrebbe garantire i depositi e le “promesse di pagamento”, cioè i prestiti e le banconote. Non siamo ancora all’intuizione straordinaria dei “custodi del deposito blindato” che nel 1971 svincoleranno definitivamente la moneta dall’oro indebitando le Nazioni solo grazie al controllo dell’emissione monetaria[6].  All’epoca quindi era normale considerare un’esposizione di banconote emesse a fronte di un deposito aurifero del 40% della massa monetaria circolante. Ed andava bene pure al Duce. Andava bene a tutti, quasi.

Ma… e se uno Stato non possiede oro, o non ne ha a sufficienza per garantire la circolazione monetaria e favorire lo scambio di beni e servizi? In fondo, anche l’oro è una convenzione: noi, cittadini, governi e istituzioni, abbiamo stabilito che alla base delle promesse di pagamento debba esserci un metallo prezioso, e che questo sia l’oro. Poteva essere anche il platino, il nichel, il riso o la segale. L’uomo occidentale ha deciso fosse l’ossessione di Mida. Non stiamo qui a spiegare i motivi o a ricostruirne la storia. Non è questa la sede.

L’importante è capire che accettiamo che ciò che ci scambiamo ( la nota di banco,o banconota )“valga” per la ragione che possiamo scontarlo presso l’istituto d’emissione e farci dare il corrispettivo in metallo prezioso ( l’oro, appunto ). Naturalmente, nessuno lo ha mai fatto. Al massimo, dopo il 1971, avrebbero chiamato la neuro se vi foste presentati allo sportello bancario pretendendo il corrispettivo aurifero delle diecimila lire!

È infatti proprio su questo che si è basato il profitto ricavato dai banchieri: la possibilità di creare prestiti e biglietti di banca in quantità superiori al metallo depositato nei caveaux, consapevole che nessuno sarebbe mai andato a reclamarlo indietro ( o in minima parte ). Potevate pure passare per matti, come abbiamo detto, ma su quella banconota era promessa la sua convertibilità, anche se falsa ( con l’euro questo problema è stato risolto alla radice: al posto della garanzia ci trovate il copyright della Banca che lo emette ).
Ma, dicevamo, se una Nazione oro non ne possiede, su cosa basa lo scambio ed il commercio?
Un’ idea interessante si sviluppò in Germania, ad esempio, proprio durante gli anni ’30: come noto, di oro nelle casse del Tesoro ce n’era poco; a seguito dell’iperinflazione e degli oneri di guerra, nonché delle clausole imposte dal Trattato di Versailles sul controllo della contabilità di Stato ( per prevenire il riarmo ), venne inventato un sistema di pagamento delle prestazioni che garantì rispetto al mercato interno, impedì la svalutazione della moneta ad opera dei “mercati internazionali” bloccandone di fatto l’inconvertibilità sui mercati valutari, e rese possibile la piena occupazione e lo sviluppo economico: il MEFO[7].

Questo sistema permise un “New Deal” in Germania simile a quello italiano, con la creazione delle autostrade ( tuttora gratuite ) e la programmazione di opere pubbliche maestose, ma con una differenza notevole riguardo all’architettura finanziaria a loro supporto. Al Cancelliere del Reich è attribuita la frase:“Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta collegata all’oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato abbiamo richiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni prodotti. Ci viene da ridere tutte le volte che i nostri finanzieri nazionali sostengono che il valore della valuta deve essere regolato dall’oro o da beni conservati nei forzieri della banca di stato“[8].

Fissarono quindi dei tetti progressivi di progetti destinati a essere finanziati il cui costo fu fissato a un miliardo di unità della valuta nazionale: un miliardo di biglietti di cambio non inflazionati, chiamati Certificati Lavorativi del Tesoro che potevano poi essere scambiati di nuovo dai lavoratori presso gli esercizi ed i negozi. A capo della Reichsbank c’era un certo Hjalmar Schacht, tra l’altro pure di origine ebraica, per quanto contraddittorio possa apparire. Oltre alla felice intuizione sui MEFO rivolti al mercato interno, ideò un brillante sistema per quanto riguarda il commercio estero: gli acquisti di materie prime da altri paesi venivano tradotti in commesse per l’industria tedesca: i fornitori erano pagati in moneta che poteva essere spesa soltanto per comprare merci fatte in Germania. “Il meccanismo, di stimolo al settore manifatturiero, funzionava come un baratto: le materie prime importate erano pagate con prodotti finiti dell’industria nazionale, evitando così il peso dell’intermediazione finanziaria e fuoriuscite di capitali.”[9]

Di questo intelligente funzionario dello Stato, viene spesso citata una frase che riassume il miracolo tedesco: un banchiere americano gli aveva detto: “Dottor Schacht, lei dovrebbe venire in America. Lì abbiamo un sacco di denaro ed è questo il vero modo di gestire un sistema bancario“. Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema bancario”[10].

Con questo sistema la Germania nazionalsocialista risolse il paradosso di Ezra Pound: “Dire che uno stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come dire che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri.”

Mussolini, che per quanto fosse un politico innovatore era sostanzialmente un tradizionalista, nella ricerca dei giusti equilibri di potere tra Monarchia, Chiesa e Potere finanziario ( la Massoneria era tra l’altro presente a tutti i livelli del fascismo, persino tra i Quadrumviri, nonostante la pubblicizzata distanza del PNF da questa associazione ), non rivoluzionò il meccanismo delle politiche monetarie dello Stato, ma si limitò a “tenerlo a freno” rimettendo al centro il potere politico, come scrisse in un articolo pubblicato sul “Popolo d’Italia” il 12 maggio del 1932:

“La crisi del mondo non si guarisce annegandolo nella carta torchiata ( stampando moneta ndA ). Sarebbe troppo facile! Non si guarisce con gli stupefacenti; si guarisce con misure radicali che devono cominciare dal terreno politico, poiché la politica ha dominato e sempre dominerà l’economia; poiché solo sul terreno politico, sgomberando le nubi che salgono lente e minacciose agli orizzonti del mondo, gli uomini ricominceranno a credere in sé stessi, nella loro vita, nel loro destino”[11]

Poteva immaginare Mussolini la fine indecorosa che avrebbe fatto poi la Politica messa a totale servizio dell’economia nell’Unione Europea del Trattato di Maastricht, in cui i paesi fondatori hanno perso ogni tipo di sovranità a totale vantaggio di un istituto bancario autonomo ed indipendente?

Tanto era solida la guida politica dell’epoca che si rese possibile senza troppe difficoltà e resistenze persino una grande operazione di“colonizzazione interna” del territorio, che risolse anche il problema della disoccupazione bracciantile.

L’ambizioso piano di costruzione di Opere Pubbliche, bonifiche, strade e città nuove, fu facilitato dall’inurbamento delle nuove aree rurali, popolate principalmente da cittadini provenienti da zone dell’Italia settentrionale ed in particolare da Friuli, Veneto, Emilia, Romagna e Marche; v’erano però anche famiglie autoctone o prossime dell’area appoderata, come accadeva in modo particolare per le bonifiche dell’Italia meridionale, ossia del foggiano, del Metapontino e del latifondo siciliano.

Nel quadro quindi degli interventi volti al contenimento della crisi economica e dei debiti accumulati nel periodo della Prima guerra, il regime fascista adottò quindi le misure su descritte e riuscì in breve tempo a metter su un piano disorganico ma efficiente di nuove realizzazioni.

Nel giro di pochi anni nell’area della pianura pontina bonificata vennero edificati in funzione rurale, quali centri di supporto all’incremento della produttività granaria e risanamento delle plaghe malariche, Littoria (oggi Latina 1932), così come Sabaudia (1933/1934), Pontinia (1934/35), Aprilia (1936/1937) e Pomezia (1938/1939) presso la provincia di Roma.

La prima, progettata da Oriolo Frezzotti in uno stile eclettico e monumentale, con qualche concessione all’architettura più futurista nel palazzo delle poste di Angiolo Mazzoni; la seconda disegnata da un gruppo di giovani progettisti che propone un linguaggio razionalista più confacente alla temperie culturale che animava il dibattito internazionale sull’architettura moderna. I vincitori del concorso furono Gino Cancellotti, Eugenio Montuori, Luigi Piccinato e Alfredo Scalpelli, tutti aderenti al movimento italiano per l’Architettura Razionale (M.I.A.R.).

A seguito delle polemiche suscitate dal segno forse troppo modernista per l’Organizzazione Nazionale Combattenti ed i suoi coloni ed alle lagnanze provenienti dall’ambito parlamentare, la successiva cittadina, Pontinia venne affidata ad un progettista dell’Organizzazione stessa, l’ing. Pappalardo, con assistenza artistica dello stesso Frezzotti. Per le ultime due cittadine dell’Agro redento si ritorna alla formula del concorso e vincono i progetti del collettivo 2PST (Concezio Petrucci, Mario (Mosè) Tufaroli, Emanuele Filiberto Paolini e Riccardo Silenzi), già autori di Fertilia.

Ognuno di questi centri era a sua volta coronato da borghi minori, alcuni architettonicamente interessanti ed efficaci, funzionali al coordinamento dei poderi rurali del circondario, i cui nomi prendevano ispirazioni dalle battaglie epocali della Grande Guerra.

Altri nuclei di fondazione a sostegno dei presupposti ideologici della battaglia del grano, la già citata Mussolinia di Sardegna, inserita nel piano della bonifica integrale della piana di Terralba nonché numerosi centri minori: Fertilia (1936/1943) in provincia di Alghero ( bonifica della Nurra, poi popolata dai profughi della provincia Giuliana giunti a seguito della persecuzione anti italiana nella penisola istriana e della costa dalmata ), Segezia ( 1939/1942 ), Incoronata ( 1939/1943 ) e altre frazioni in provincia di Foggia, sorte a seguito della bonifica del Tavoliere delle Puglie, come Borgo Giardinetto ( presso Troia ), Borgo Cervaro, Borgo Mezzanone ( Manfredonia ) e Tavernola.

Ad un secondo gruppo che possiamo indicare come «città dell’autarchia» e poli industriali possono essere ascritte: Arsia (1936/1937), oggi Rasa, in Istria, Carbonia (1938) nella piana del Sulcis in Sardegna, Torviscosa (1938/1940) in provincia di Udine, Colleferro (1934/1935) in provincia di Roma e la città “dell’aria” di Guidonia in provincia di Roma, che all’epoca soprattutto per il suo Centro sperimentale, la Direzione Superiore Studi ed Esperienze, era all’assoluta avanguardia sugli studi aeronautici grazie alla presenza di impianti come la galleria a doppio ritorno, la galleria “Ultrasonica”, il simulatore di vuoto, chiamato cassone pneumatico per l’alta quota, e una centrifuga per lo studio del disorientamento spaziale.

Per una non tanto singolare analogia, anche nei liberali Stati Uniti si operarono interventi pubblici di una certa portata: fu creato un ente nazionale, la National Recovery Administration, con il compito di diffondere un sentimento di forte partecipazione popolare e di sostegno all’attività del governo Roosevelt, impegnato in un attacco mortale al nemico della Nazione: la Grande Depressione.

I sostenitori della campagna della Blue Eagle ( l’aquila azzurra del distintivo che portavano sul bavero con scritto “We do our part” – facciamo la nostra parte – i membri dei comitati ) usavano persino terminologie paragonabili a quelle fasciste, come quella usata dal presidente Hugh Johnson della NRA: “Chi non è con noi è contro di noi!”[12]

Anche negli Stati Uniti ci furono tentativi di “ritorno alla terra” con esperimenti simili alle città di fondazione italiane, soprattutto per dirottare gli inoccupati dei grandi centri urbani verso le campagne,e fornirgli un lavoro autonomo di sussistenza. A tal proposito nei primi cento giorni del New Deal, venne fondato un ente pubblico che avrebbe dovuto gestire questo processo: la Subsistence Homestead Division, col proposito appunto di fornire una casa rurale di sussistenza agli operai disoccupati e creare delle piccole industrie artigiane per i contadini. Uno di questi centri, dall’esito poco fortunato, fu la cittadina di Arthurdale nel West Virginia. Questi piani, per quanto simili ai progetti mussoliniani, rimasero però più propagandistici che efficaci.

Diverso fu invece il poderoso piano di interventi di costruzione delle dighe della Tennessee Valle Authority che genera anche un interessante parallelo con le pianificazioni urbanistiche pontine: “(…) L’insediamento modello di Norristown, situato all’ombra della diga Norris aveva l’aspetto di un grazioso villaggio settecentesco, con pittoresche ‘case di bambola’sullo sfondo della monumentale parete di cemento della diga, che poteva quasi sembrare un baluardo della comunità, alla stregua delle mura di cinta medievali. Una simile giustapposizione esisteva anche nell’Agro pontino, dove modeste casette erano sovrastate, ma anche protette, dagli edifici monumentali del Partito e del Governo nelle ‘Città Nuove’. Mentre il progetto mussoliniano, però, aveva un orientamento architettonico, tecnico e sociologico che s’ispirava più all’Impero Romano che al Novecento, la TVA esibiva edifici, tecnologie energetiche, teorie sociali e di comunicazione all’avanguardia.”[13]

Che il minimo comune denominatore dell’uscita dalla Grande Depressione fosse in USA come in Italia e Germania l’utilizzo massiccio dell’intervento pubblico è dimostrato anche dalle opere messe in campo in terra tedesca: la citata autobahn così come la città modello di Ramersdorf, costruita secondo i progetti della Commissione del Reich per progetti d’insediamento. Di tali centri rurali, in tedesco Landstadt, ne furono pianificati molti, ma la mutata situazione interna e le necessità della riorganizzazione industriale fecero tramontare il progetto, e l’ente – così come per l’analogo esperimento americano di Arthrudale – venne sciolto. Vennero preferiti centri industriali immersi nel verde ed organizzati per la produzione, di cui uno dei più noti è la città operaia Wolfsburg, per i lavoratori della Volkswagen.

Tutti però, americani come italiani e tedeschi, con un occhio rivolto alle opere dell’antagonista sovietico e dei suoi possenti piani quinquennali: anche nell’URSS ci furono infatti esempi significativi di città pianificate ex-novo, come la città chiusa di Magnitogorsk[14], realizzata intorno alle miniere di ferro degli Urali.

Questa messe di interventi, questa immensa opera di ricostruzione e di ingegno operata in un momento di grande crisi internazionale – per tacere delle impressionanti ulteriori opere messe in campo dall’Italia fascista nel “ritrovato” impero delle colonie d’Oltremare, tra strade, acquedotti, città di fondazione e villaggi operai e per autoctoni – fu resa possibile essenzialmente grazie a ciò che regge l’intera sovrastruttura della società e del meccanismo degli scambi: la fiducia, unita alla speranza. Il popolo italiano – così come quello germanico ed anche statunitense – ebbe fiducia e credette nel proprio governo, nella possibilità di farcela e tornare grandi.

Fu questa che fece accettare ai cittadini tedeschi depressi dall’iperinflazione della Repubblica di Weimar – dove con un dollaro si scambiavano 4210 miliardi di marchi – il nuovo marco, il Rentenmark, con un nuovo cambio fissato dalla Banca Nazionale: un dollaro valeva 4,2 marchi. “Era lo stesso, stessissimo marco di prima, aveva solo cambiato nome e colore. Ma la cosa funzionò. Come mai? Perché i tedeschi avevano deciso di tornare a credere nel loro futuro.”[15]

Ma anche, aggiungerei, perché l’intuizione del marco-rendita a fronte del marco-cartaceo era sotto il punto di vista psicologico delle categorie produttrici, più efficace: la moneta era basata sulla proprietà fondiaria, sulla produzione di granaglie ( la segale, ad esempio ), quindi su beni fisici, tangibili. E la cosa funzionò, soprattutto in un momento di forte volatilità dell’economia, con il paese lacerato da tensioni e occupato militarmente nelle sue regioni più produttive ( la Rhur e la Renania sotto occupazione francese ); i circoli agrari ed i proprietari terrieri sentirono di avere la protezione dello Stato alle loro spalle, che garantiva i loro prodotti, ed accettavano la nuova moneta con entusiasmo.[16]

C’erano dei precedenti di questo nuovo sistema monetario: gli Assegnati della Rivoluzione Francese[17] e la moneta cartacea di John Law. Non ebbero gran fortuna ma soprattutto il secondo fu decisamente il precursore della finanza moderna.

John Law, scozzese e conterraneo di quel William Paterson che creò la Banca d’Inghilterra ( che ci metteranno nel whiskey da quelle parti?? ) nel 1694, fu un geniale personaggio, dal curriculum decisamente burrascoso: giocatore d’azzardo, ex banchiere, truffatore libertino e avventuriero costretto a fuggire dalle Isole Britanniche a seguito d’un duello mortale[18].

Accreditatosi presso la corte di Francia riuscì a raddrizzare le sorti delle disastrate casse reali con una serie di intuizioni decisamente all’avanguardia per il tempo: capì che il credito poteva essere dissociato dai sacchi d’oro contenuti nei forzieri e che lo si poteva creare sui generis. Divenuto direttore generale della Banque Royale cominciò a vendere azioni di una società di sfruttamento della colonia americana della Lousiana, promettendo favolosi guadagni. Creò l’espansione monetaria per consentire tali operazioni e le azioni videro crescere il loro valore in modo esponenziale; fino al giorno in cui gli avidi speculatori non cominciarono a ritirare il corrispettivo promesso in oro. Per frenare le conversioni Law limitò i prelievi e l’avidità si trasformò in panico generalizzato: tutti si precipitarono a cambiare le note di banco in oro e ci fu un assalto alla Banque Royale, dopodiché il governo fu costretto ad ammettere che c’era meno della metà dell’oro necessario a coprire le banconote in circolazione. Le azioni della società creata da Law precipitarono, portando sul lastrico tanta di quella gente che da allora in Francia esiste una certa prudenza nel chiamare gli istituti di credito “banca” per la sfiducia generale che tale termine porta ancora con sé: potete leggere infatti “Societé Generale”, “Credit Agricole”, “Credit Lyonnaise”, ma difficilmente “Banco di”. Law fuggì dal paese e morì a Venezia, dov’è tuttora sepolto.

Questo, come l’esempio tedesco del Rentenmark, dimostrano in modo efficace – soprattutto oggi che è diventata addirittura virtuale, elettronica – quanto la moneta sia “un’entità ideale. La sua materia è fatta di fiducia, null’altro. Essa traduce in termini di valore di scambio le tranquillità e le inquietudini, la certezza e il dubbio, le speranze e le delusioni e tutti gli stati d’animo dei popoli che la possiedono.”[19]

In Italia, tale fiducia venne accordata ad un regime che seppe tenere dritta la barra dell’interesse nazionale e del primato della politica sull’economia, ed è soprattutto grazie a questa fermezza che si sono resi possibili quegli ambizioni piani. A settant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale siamo ancora qui a discutere ed ammirare quanto realizzato dai nostri nonni o genitori: architetture razionali, città e borghi a misura d’uomo, terreni risanati; opere d’arte pubblica, scuole e tribunali arricchiti da decorazioni, bassorilievi, marmi pregiati, mosaici ed affreschi dei più grandi artisti del Novecento…

Crollati i loro sogni, con le immancabili distorsioni ed incubi che si generano nei conflitti, i popoli europei vennero liberati con l’immissione delle monete d’occupazione ( la carta straccia delle AM-Lire, gli AM-francs etc. ) e la nascita del debito pubblico a corredo di questo “prestito” iniziale, per terminare nella distorsione finanziaria della moneta unica, emessa a debito. Popoli senza più sovranità, ingabbiati nella spirale dell’austerità e del pareggio di bilancio, amministrati da ragionieri e notabili di istituti bancari.

Senza più sogni, senza fiducia nel futuro, chi “dipingerà per tenersi arte”, o “imparerà a tessere oro nell’ordito”[20]?”

architetto Claudio Marsilio, 2013

[1] Gertrude M. Coogan “I creatori di moneta” ed. Ar, Padova 1997

[2] Giurista, saggista e politico italiano. Celebre per avere elaborato una personale teoria sulla moneta (da lui definita teoria del valore indotto della moneta). Docente di diritto della navigazione, diritto internazionale, diritto privato comparato e teoria generale del diritto. Nel 1993 è tra i docenti fondatori della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Teramo, della quale è stato anche preside.

[3] A. De Stefani “Moneta e credito nel regime fascista” pag. 256

[4] LA RISPOSTA ITALIANA ALLA CRISI articolo di Daniela Caravaggi Docente di Italiano e Storia presso l’Itas ‘Giordano Bruno’ di Perugia

[5] Scritti e discorsi di B. Mussolini Ed. definitiva – IX Ulrico Hoepli Ed. 1935 – XIV

[6] la moneta attuale, quella creata ex-nihilo elettronicamente dalle Banche Centrali, non ha alcun corrispettivo in oro depositato nei caveaux: non trovate più scritto sui biglietti di banca “pagabili a vista al portatore”.

[7] “La Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (“Società per la ricerca in campo metallurgico”) fu una compagnia statale inesistente nella realtà, creata dal Terzo Reich per finanziare la ripresa economica tedesca ed, al contempo, il riarmo, aggirando di fatto i limiti e le imposizioni del Trattato di Versailles. Questo sistema di finanziamento si basava sull’emissione di bond speciali, i cosiddetti “MEFO bond” inventati nel 1934 dal ministro del Tesoro nazista Hjalmar Schacht il quale, a nome della summenzionata compagnia fantasma, emetteva tali cambiali a guisa di titoli di stato onde rastrellare denaro da impiegare per favorire la ripresa e lo sviluppo economico della Germania insieme alla produzione di armamenti. “MEFO” era dunque l’acronimo riferito a una scatola vuota, chiamata appunto “Metallurgische Forschungsgesellschaft”, in nome della quale si emisero siffatte obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione, in quanto tali cambiali erano “spendibili” esattamente come il denaro ma unicamente entro i confini nazionali.” ( cit. in http://it.wikipedia.org/wiki/Metallurgische_Forschungsgesellschaft )

[8] Adolf Hitler, citato in Hitler’s Monetary System, http://www.rense.com, che riprende C.C.Veith, Citadels of Chaos, Meador, 1949

[9] http://it.wikipedia.org/wiki/Hjalmar_Schacht

[10] John Weitz, Hitler’s Banker Warner Books, 1999

[11] Scritti e discorsi di B. Mussolini Ed. definitiva – VIII – Ulrico Hoepli ed. Milano 1934 – XIII pag. 48

[12] Woflgang Schivelbusch “3 New Deal – Parallelismi tra gli Stati Uniti di Roosevelt, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler 1933/ 39 Tropea ed. 2008 pag. 82

[13] Idem, op.cit.

[14] Sul concetto di città chiusa: http://it.wikipedia.org/wiki/Citt%C3%A0_chiusa

[15] Massimo Fini, “Il denaro, sterco del demonio” ed. Marsilio 2000

[16] Hjalmar Schacht “La stabilizzazione del marco” Ed. Treves 1931 pag. 87

[17] Breve storia su http://it.wikipedia.org/wiki/Assegnato

[18] James Howard Kunstler “Collasso – Sopravvivere alle attuali guerre e catastrofi in attesa di un inevitabile ritorno al passato” Ed. Nuovi Mondi Media 2005 pagg. 219 -225

[19] A. De Stefani “L’oro e l’aratro” ed. Treves 1929

[20] Ezra Pound “Cantos” – Contro Usura.

Titolo della mostra: “La battaglia del grano: autarchia, bonifiche, città nuove”

Inaugurazione e apertura: 1 marzo 2014 , ore 17.30. Fine mostra: 30 ottobre 2014

Sede: “CID”, Centro Informazione Documentazione, Piazzale Marinotti n. 1, Torviscosa, Udine

Orario apertura: sabato e domenica 10.00 – 20.00, fuori orario per appuntamento

Info: 0431 927929- 0431 929589- cultura@com-torviscosa.regione.fvg.it

A cura di: Roberta Sciarretta

Catalogo: Edizioni Novecento, saggi critici a cura di: Giuseppe Parlato, Roberto Maiocchi, Chiara Barbato, Claudio Paradiso, Massimiliano Vittori, Matteo Di Marco, Sergio Zilli, Marco Zaganella, Carlotta Antonelli, Alberto Sulpizi, Claudio Marsilio, Daniele Lembo, Rino Caputo, Roberta Sciarretta.

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