Le isole Marshall fanno causa alle nove potenze nucleari

28 aprile

Davide senza neppure una fionda contro i Golia atomici. I 67 mila abitanti delle isole Marshall contro nove Paesi dotati di un arsenale nucleare. E vista la storia passata è inevitabile che nei documenti della causa ci siano gli Stati Uniti che, da soli, possiedono una grande parte delle testate atomiche insieme alla Russia.
Un passo indietro. Le Marshall, una costellazione di 31 atolli nel Pacifico, sono conquistate dalle truppe alleate nel 1944, tre anni più tardi passano sotto l’amministrazione statunitense. La posizione geografica trasforma alcune delle isole in un poligono per testare ordigni. Una serie di esperimenti piuttosto lunga. Nel periodo compreso tra il 1946 e il 1958 vengono eseguite 67 prove con armi nucleari. Famosa l’esplosione nota come «Castle Bravo» sull’atollo di Bikini. Un colpo di maglio terrificante, mille volte più potente di quello che incenerì la città giapponese di Hiroshima.

di Guido Olimpio dal Corriere della Sera del 27 aprile 2014 

Quanto avviene alle Marshall è destinato a incidere a lungo. Gli abitanti, da allora, denunciano problemi ambientali e alla salute. Sarebbe strano se non fosse così. La vita per molti dei 67 mila civili degli atolli è cambiata. E anche se è passato molto tempo, il governo delle Marshall ha deciso di aprire un contenzioso legale che guarda al futuro. La questione va oltre i test. Infatti la causa investe tutti quei Paesi che sono dotati di armi nucleari: dalle isole Marshall li accusano di aver violato l’impegno a ridurre i loro arsenali. Separato resta il contenzioso sulla questione dei risarcimenti che divide Washington dal mini-Stato, diventato indipendente nel 1979.
A rispondere ci saranno gli Stati Uniti insieme agli altri Grandi, ossia Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia. Poi un gradino sotto Israele, India, Pakistan e la Corea del Nord, tutti Stati che si sono dotati delle super armi, anche se con capacità e mezzi diversi. Nelle carte presentate alla Corte di Giustizia dell’Aia e al tribunale di San Francisco i dirigenti delle Marshall affermano che i governi citati si sono tutti impegnati a ridurre il numero delle loro armi atomiche mentre in realtà non lo hanno fatto. Nel senso che se, da un lato, hanno tagliato il numero di ordigni, dall’altro, hanno ammodernato i sistemi d’arma conservando le identiche capacità. Russia e Usa — si sottolinea — hanno a disposizione strumenti sufficienti a distruggere qualsiasi forma di vita sul pianeta.

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Articolando l’iniziativa legale, Kate Hudson, responsabile per la «Campagna sul disarmo nucleare», ha accusato gli Stati di «diffondere il mito della riduzione quando poi spendono miliardi» per rendere sempre più sofisticati gli apparati bellici del comparto nucleare. Si cita il caso della Gran Bretagna che mantiene 225 testate e sta lavorando per migliorare i suoi sottomarini d’attacco. Gli accusatori sono decisi nel sostenere le loro ragioni, parlano «di aperta violazione degli accordi internazionali» e di «negazione della giustizia umana».
La sfida delle Marshall dovrà però superare non pochi fossati. Intanto c’è il problema della giurisdizione da parte della Corte dell’Aia che non tutti i Paesi ritengono vincolante. Poi la questione di chi ha firmato l’accordo di non proliferazione: India, Pakistan, Israele e la Corea si sono sempre opposti. Dunque, in teoria, per loro non c’è alcun vincolo. Probabilmente i cittadini delle Marshall sono consapevoli di come la strada scelta sia tortuosa e piena di ostacoli, però sono altrettanto decisi ad usare l’iniziativa per attirare l’attenzione internazionale.
Per ora le reazioni ufficiali sono diplomatiche, affidate a comunicati scontati. Gli Usa hanno ricordato come abbiano rispettato gli accordi previsti. Altri governi hanno scelto un profilo basso. Molta attenzione a quanto potrebbe avvenire lungo la penisola coreana. L’intelligence sostiene di aver scorto attività sospette in sito del Nord e non escludono che il regime di Pyongyang possa eseguire un test atomico. Se ne parla da tempo. E se avvenisse sarebbe una conferma indiretta di come gli Stati non abbiano alcuna voglia di fermare la loro corsa verso la Bomba.

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