Oradour, 8 italiani tra le vittime. Un film li ricorda

7 giugno

Oradour-sur-Glane oggi: il paese è stato lasciato in rovina come testimonianza perenne della ferocia nazistaSoltanto quattro giorni dopo lo sbarco in Normandia, quando la Francia cominciava a intravvedere la liberazione dall’incubo nazista, le SS si resero protagoniste di uno spaventoso massacro. Era il 10 giugno 1944, a Oradour-sur-Glane, nel cuore della Francia, regione del Limousine.

di Peppe Aquarodi Dal Corriere della Sera del 1 giugno 2014 

LA VENDETTA – Dopo lo sbarco, i partigiani francesi cominciano a sabotare ponti, scali ferroviari, pali telegrafici, ogni varco possibile, al fine di impedire ai tedeschi l’invio delle loro truppe in direzione della Normandia. Gli attacchi colpiscono anche la seconda divisione corazzata delle SS, la Das Reich, e l’obiettivo è in parte raggiunto: solo il 23 giugno la divisione raggiungerà la Normandia. Il 9 giugno del ’44, Helmut Kampfe, comandante del terzo battaglione della Das Reich viene rapito e ucciso dai partigiani. Quando le SS lo vengono a sapere, organizzano una rappresaglia. Gli uomini del villaggio di Oradour-sur-Glane sono fermati per un controllo. Ma è una menzogna. In seguito, all’interno di alcuni granai, 197 di loro troveranno la morte. Molto lenta. Feriti alle gambe e poi bruciati vivi. Solo cinque riusciranno a fuggire.

IL MASSACRO – Donne e bambini intanto sono rinchiusi nella chiesa di Oradour. I soldati del 4° reggimento Panzer Grenadier Der Führer provocano una esplosione davanti all’altare della chiesa. Dopo lo scoppio, 240 donne con i loro 205 bambini proveranno a fuggire. Fuori ci sono le mitragliatrici. E’ la fine. Si salva soltanto una donna. E altre due ragazze, Orfelia e Angela. Queste ultime, per fortuna, non si trovavano all’interno della chiesa, insieme ai loro sette fratelli e alla mamma, Lucia Zoccarato, moglie di Giuseppe Antonio Miozzo. Già, nomi e cognomi italianissimi nel «villaggio martire» del massacro francese.

ALLA RICERCA DELLA VERITA’ – E qui entra in scena Mauro Vittorio Quattrina, un regista veronese, il quale ha finito di montare in questi giorni Il fuoco sopra gli angeli, il film (qui il trailer in anteprima per il Corriere della Sera) dedicato alla memoria della Zoccarato e dei suoi sette figli. Il marito, Miozzo, ex carabiniere, in Italia dopo l’8 settembre del ‘43, si era rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò ed era stato internato in un campo di concentramento: cosa che, probabilmente, gli salvò la vita. «Dopo essermi occupato dello sbarco in Normandia (D-Day. Noi italiani c’eravamo, ndr), ho trovato delle tracce di una divisione tedesca nel centro-sud della Francia, diretta in Normandia: erano gli assassini della nostra Lucia e dei suoi sette figli», racconta il regista, il quale è riuscito a far riaprire, dal procuratore del tribunale militare Marco de Paolis, un caso che si pensava fosse solo e soltanto francese. Nel ’53, il tribunale di Bordeaux aveva condannato una ventina di persone, ma successivamente un’amnistia ha cancellato le condanne.

IL TRICOLORE PER LUCIA – Il fuoco sopra gli angeli, che sarà presentato in anteprima nazionale il prossimo 10 giugno, a San Giorgio delle Pertiche, nel Padovano – il paese dove ha abitato la Zoccarato, a due passi da Campodarsego, dove è nata la mamma martire italiana del massacro di Oradour, prima di emigrare in Francia – è un film-inchiesta per provare a ridare dignità a una famiglia sterminata. «Il 10 giugno dello scorso anno, sono andato a Oradour in compagnia di mia moglie, Grazia Pacella. Siamo entrati nel Municipio, dicendo che avremmo voluto onorare la memoria dei Miozzo-Zoccarato», ricorda Quattrina, che aggiunge: «Raggiunto il piazzale del cimitero, dove è collocata una grande lapide con i nomi delle vittime, abbiamo deposto, tra centinaia di tricolori francesi, il tricolore italiano sui nomi degli italiani che ancora risultano essere francesi».

LE TESTIMONIANZE – Scorrendo le immagini del film di Quattrina, sorprende il ricordo vivissimo dei testimoni oculari. Alla fine degli anni Venti, moltissimi veneti partirono per gli Stati Uniti, in cerca di fortuna, facendo tappa a Bordeaux. Tra loro c’erano Lucia e suo marito Giuseppe Antonio, i quali decisero però di fermarsi a Le Brandes, una fattoria all’interno del confine di Oradour. Per uno strano caso del destino, se avessero deciso di abitare soltanto cento metri più avanti, si sarebbero salvati. «Nel paese, durante le riprese del film, abbiamo incontrato degli anziani che si ricordavano dei figli della Zoccarato, anche per dei motivi apparentemente futili, come il mangiare il lardo crudo a colazione, prima di andare a scuola», aggiunge il regista. Renéé Pigner, un’amica dei figli di Lucia, ricorda: «Erano dei gran bravi ragazzi, degli ottimi vicini». Yves Perrin, compagno di giochi di Bruno, uno dei figli, racconta di quando costruivano delle barchette e le portavano nel fiumiciattolo di Rue de Briac.

PER NON DIMENTICARE – Ma ciò che più colpisce è la testimonianza di Robert Hebras, sopravvissuto alla stage: «Ero amico dei ragazzi, andavamo a scuola insieme, indossando il grembiule e degli enormi zoccoli di legno». Chiesa, campanile e un fiume a Oradour, come a Cavino, frazione di san Giorgio delle Pertiche, dove Lucia sposerà nel 1923 il suo Giuseppe. Undici anni dopo sarà la fine di tutto. Ma non del ricordo, da perpetuare sia a Cavino – nella sala parrocchiale, il 2 giugno prossimo, alle 21 -, sia a San Giorgio delle Pertiche – martedì 10, al Cinema Teatro Giardino. A settant’anni esatti dalla frase di un ufficiale tedesco rivolta agli abitanti di Oradour: «Oggi vedrete scorrere molto sangue».

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