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Il racconto del Cristo Velato nella cappella Sansevero a Napoli

Sole, caldo, un gran movimento di gente apparentemente indaffarata. Spaccanapoli è in fermento, come ogni giorno. Chiedere un’informazione si può, ma… il risultato non è garantito. “Scusi! La cappella Sansevero?” La signora con dei borsoni scuote appena la testa e scivola via. Non lo sa. Eppure non è possibile. “Questa non è la statua del dio Nilo?” Un uomo dall’età indefinibile si ferma solo per un passo e risponde “E allora?”. Evidentemente ritiene stupida la domanda. Impossibile non sapere che quella è la statua del dio Nilo. “E la cappella Sansevero?” Risponde con un vago movimento della testa e niente, se ne va. Qui fanno il miglior caffè del mondo. Provare per credere, proprio di fronte al dio Nilo. Bar Nilo.

di Roberto Olla da RAINews del 18 agosto 2014 

La tazzina calda contiene già lo zucchero. Un nettare nero lo ricopre. Indimenticabile. “E la cappella del principe di Sansevero?”. Sarebbe stato meglio chiedere del principe del calcio Maradona, qualsiasi cosa, anche la più assurda. Comunque si, c’è anche la cappella Sansevero, fuori non lontano, uscendo dal bar, un vicolo. In effetti si tratta appena di una cinquantina di metri e la vaghezza dei napoletani riflette ancora l’antica pessima fama che circondava l’edificio. Alchimista, scienziato, cultore dell’esoterismo, Raimondo di Sangro principe di Sansevero conduceva studi avanzati ed esperimenti arditi nel settecento napoletano. Facile indovinare il ricorso ad ogni possibile rito scaramantico di chi, tra gli uomini di fatica chiamati a dar man forte per l’allestimento della cappella, avesse dato un solo sguardo ai due scheletri su cui il principe aveva ricostruito il sistema venoso e quello arterioso.

Inquietanti e affascinanti figure che oggi si fa appena in tempo a notare nello stordimento che crea la visita alla cappella. Il Cristo Velato è li, a disposizione dei turisti che stupiti e spesso increduli gli ruotano attorno. Ma sarebbe stato meglio lasciarlo dove il principe esoterista l’aveva collocato: in una piccola stanza in fondo alla cappella, punto d’arrivo di un percorso iniziatico mozzafiato davanti alle altre statue tra cui spiccano quella della Pudicizia, quasi una Maddalena col seno e il volto, perfetti, coperti da un velo e quella di un uomo che si libera dalla rete degli inganni su cui era rimasto impigliato. Marmo, solo marmo, l’uomo, la rete, la donna e il velo attraverso cui lei vede noi e il mondo. Ed alla fine in uno spazio sempre più ristretto si arrivava quasi a contatto fisico col Cristo Velato. L’opera è stata realizzata nel 1752 e pagata con cinquanta ducati dal principe al suo autore, il Magnifico Giuseppe Sanmartino, come testimonia la ricevuta custodita dal Banco di Napoli. Si dice che Canova avrebbe voluto dare dieci anni della sua vita per essere l’autore di un’opera simile.

E invece, cinquanta ducati e il Cristo Velato diventa l’ultima tappa del percorso ideato dal principe Raimondo di Sangro, l’ultima immagine della sua filosofia. Diversi visitatori della nostra epoca “mordi e fuggi”, o “usa e getta”, vorrebbero credere che il principe alchimista abbia insegnato allo scultore una sua qualche formula magica per cristallizzare il velo di marmo sopra il corpo martoriato del Cristo. A quel punto sarebbe tutto più facile. Più facile pensare, più facile non porsi problemi e neppure pentirsi d’essere entrati in quella cappella. La vita sembrerebbe più semplice, il bello e il buono come risultato di un’arte del levare. Le parti brutte e cattive negli scarti. E invece no. Il Cristo Velato è un unico blocco di marmo, il corpo, le ferite, il cuscino, il velo. Pensare diventa difficile, faticoso. La mano del Magnifico scultore Sanmartino e la mente dinamica del principe davanti ad un blocco di marmo. Mesi e mesi di lavoro sull’opera e ogni colpo di scalpello deve levare e deve aggiungere. Levare per arrivare attraverso la materia grezza al corpo del Cristo e alle ferite della sua passione. Aggiungere per lasciare su quel corpo il velo bagnato del sudario che in trasparenza ci mostra la passione ma ci impedisce di coglierne del tutto il mistero. Difficile da accettare questo nostro esser così limitati da non riuscire a penetrare completamente nel mistero dell’essere. La ragione sconfitta da un velo. Difficile sfuggire alla forza magnetica del Cristo Velato ed uscire dalla cappella Sansevero. Impossibile non ritornarci.

GUARDA IL DOCUMENTARIO DI STORIA IN RETE SUL PRINCIPE DI SANSEVERO [1]