Il gentleman che portò al massacro le truppe inglesi

30 settembre

Alle sette e mezzo di mattina del primo luglio 1916, 120mila ragazzi inglesi scrollarono dagli scarponi quel liquame disgustoso che stagnava perennemente nelle loro trincee e salirono sulla terra di nessuno, diretti verso le postazioni tedesche che erano allo stesso tempo vicinissime e invisibili. Il fronte scelto dal comando inglese per l’attacco attraversava per una ventina di chilometri le colline della Somme, una campagna della Piccardia fino a qualche anno prima conosciuta in Francia per le sue coltivazioni e ora trasformata in un lugubre territorio simile a una palude, da dove spuntavano frammenti anneriti di alberi. La notte i soldati avevano dormito male, innervositi dal rinvio di un giorno dell’attacco per le forti piogge, non previste in quell’area nel mese di giugno.

di Stefano Malatesta da Repubblica del 29 settembre 2014 Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale.

Molti soldati avevano avuto un addestramento precario: era la prima volta che andavano in combattimento e nessuno poteva dire come si sarebbero comportati. Si erano alzati dalle brande alle quattro di mattina, impiegando il tempo che rimaneva prima del segnale dell’attacco a inchiodare sopra le suole delle scarpe una striscia trasversale di cuoio per evitare di scivolare sulle scalette, mentre salivano dalle trincee. Faceva freddo, ma l’estate astronomica era già iniziata e più tardi la temperatura sarebbe salita di parecchi gradi.

Quel giorno, nella Somme, all’alba del «grande Push», come avevano soprannominato il grande attacco britannico, i soldati inglesi avevano un’aria stralunata e si dimostravano preoccupati più dello stato poco incoraggiante dei terreni, diventati per le piogge nelle settimane precedenti un mare di fanghiglia, che dell’incontro con il nemico. Nessuno di loro sembrava aver capito che erano arrivati fin lì per ammazzare o essere ammazzati. Il capo della spedizione britannica, il generale Haig, e il capo delle operazioni, Rawlinson, che comandava la quarta armata, avevano assicurato che sarebbe stata una passeggiata. Ma questo termine, spesso adoperato a vanvera dagli alti comandi e che non rispecchiava la realtà, non li aveva rassicurati.
Era dal dicembre del 1915 che il corpo di spedizione britannico stava meditando una vasta offensiva sul fronte occidentale. Il comandante, il generale Douglas Haig, era un militare supponente, che indossava magnifici stivali di cuoio sempre lucidissimi, una giacca tagliata dai sarti di Savile-Row e aveva una barba bionda pettinata a imitazione del re Giorgio V.

Ma questa sua eleganza nascondeva un’anima priva di sentimenti, arida, che si applicava preferibilmente a compiti burocratici. Non era un gentiluomo, ne aveva solo l’aspetto. Era un tipo rigido, almeno con i sottoposti — con i suoi superiori molto meno — inflessibile e intollerante, specialmente con i francesi e completamente sprovvisto di umorismo. Si riteneva un grande tattico, ma in realtà era un comandate di reggimento con idee limitate e senza fantasia. Non inventava mai una battaglia, la copiava seguendo strettamente quello che gli avevano insegnato alla Scuola di Guerra. Era molto religioso, di quella religiosità fanatica che vuole avere sempre ragione. Era un acceso sostenitore della disciplina ferrea e aveva fatto fucilare trecento uomini per viltà di fronte al nemico. Mentre quasi tutti erano dei poveretti colpiti da shock durante i bombardamenti che non sapevano più dove era il nord e il sud e nella disperazione si erano allontanati dal loro posto.
Gli inglesi avevano sistemato, a difesa della loro linea, battaglioni da mille uomini ciascuno, concentrati in due sezioni maggiori: il saliente d’Ypres nelle Fiandre e la Somme in Piccardia. Durante la settimana precedente l’attacco, Haig aveva ordinato un bombardamento indiscriminato delle postazioni tedesche. Il parco di artiglieria inglese, che comprendeva oltre 1800 cannoni di diverso calibro, in una settimana riversò tre milioni di obici contro il nemico (per fare un paragone l’artiglieria di Napoleone in ogni battaglia poteva disporre di ventimila proiettili).

Ma l’uso che ne faceva Haig era molto diverso da quello dell’imperatore francese. Napoleone era un maestro dell’artiglieria che usava sempre con grande abilità, a cominciare dalla sede di Tolone. Il comandante inglese puntava sulla quantità, più che sulla qualità e questa era la misura della rozzezza della sua tattica. Nell’organizzare il bombardamento, che non presentava difficoltà particolari, ma che aveva bisogno di essere controllato da cannonieri esperti, Haig si dimenticò di una cosa fondamentale. Gli obici, per loro stessa natura, contenevano un materiale deteriorabile, come l’esplosivo, che andava sempre esaminato. Invece i proiettili furono presi dai depositi e infilati direttamente nelle culatte dei cannoni: nessuno poteva dire se potessero veramente esplodere. Inoltre le bombe da settecento chili, che secondo quello che dicevano gli artiglieri avevano la forza di abbattere da sole un palazzo, in realtà avevano la potenza di un decimo del loro peso. Ma nessuno era al corrente di questa differenza. In una situazione simile sarebbe stato molto utile per gli inglesi conoscere l’effetto reale che avrebbe avuto il bombardamento, mandando qualche scout in avanscoperta. Ma il generale trovò inutile fare questo riscontro.

A partire dalle sette e trenta i soldati inglesi uscirono dalle trincee al ritmo di un battaglione al minuto. Le direttive date da Haig al generale Henry Rawlinson erano di sfondare a tutti i costi e di approfittare del bombardamento che aveva annientato le difese tedesche per raggiungere al più presto i paesi al di là della linea di confine, in modo che l’attacco non fosse destinato solo a eliminare le trincee tedesche, ma a raggiungere ed inserirsi il più profondamente possibile nel territorio nemico. Secondo il comandante questo sarebbe stato un colpo decisivo per tutto il fronte occidentale germanico che avrebbe tentato di arretrare nella confusione, inseguito dai soldati inglesi.

Quello che successe fu esattamente il contrario di quello che immaginava con sicurezza il comando inglese. I tedeschi non erano morti e nemmeno decimati: quando era iniziato il bombardamento, avevano previsto che sarebbero stati attaccati con ingenti forze proprio su questo saliente e avevano chiamato i giovani del Genio a scavare dei cunicoli profondi almeno quaranta metri dove potersi rifugiare al riparo dalle esplosioni. Quando gli scout lasciati sulle colline sentirono i fischi dei tenenti che chiamavano a raccolta le truppe inglesi, avvertivano i compagni ancora nascosti, e in pochi minuti quei soldati che do- vevano essere defunti, si erano di nuovo piazzati nei punti strategici della terra di nessuno. Dopo qualche minuto, guardando con il binocolo, i tedeschi si accorsero sbalorditi che stavano salendo lentamente verso di loro migliaia di uomini.

Quello che seguì non fu una battaglia, fu una esecuzione. I tedeschi avevano piazzato le mitragliatrici Maxim a tiro incrociato nei posti più strategici. Gli ordini di Rawlinson erano di non fermarsi ad attaccare le trincee che lui immaginava abitate solo da cadaveri, ma di oltrepassarle per andare a sfondare i reticolati finali ed entrare nelle retrovie tedesche per seminare il panico. Ma quando fu chiaro che le trincee non erano affollate di defunti ma da soldati in pieno assetto di guerra, tutti capirono che non sarebbe stata una passeggiata. Quel giorno il 180esimo reggimento tedesco contò 220 morti su tremila uomini, mentre l’ottava divisione inglese perse 5121 soldati su 12mila. In tutto le perdite inglesi arrivavano a 60mila uomini, di cui 21mila uccisi sul terreno. Era la più grande strage che avesse subito l’Inghilterra dal tempo della peste nera del 1300.
Il comandante Haig era un militare arido e supponente. I morti furono cinquemila

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