Quando l’America combatteva a suon di fumetti il Comunismo

8 ottobre

Full page fax print«La vulgata – ha scritto il pittore e fumettista italiano Pablo Echaurren – vuole che i fumetti siano roba da mentecatti o giù di lì. Con scarso acume si presume che i suoi consumatori siano una manica di illetterati, una ragazzaglia impreparata ad affrontare le opere del pensiero vero, nient’altro che degli immaturi».

di Angelo Bonaguro da Tempi del 4 ottobre 2014 Tempi.it

Eppure in America, culla del fumetto come lo intendiamo normalmente, si faceva sul serio già nei primi anni ’40 del ‘900, quando alcuni docenti universitari studiarono l’utilizzo dei comics nella didattica. Il tema era così serio che il Journal of Educational Sociology vi dedicò l’intero quarto fascicolo uscito nel 1944. Da allora proseguì il dibattito tra coloro che consideravano le strisce uno strumento formativo che contribuiva ad esercitare la lettura e l’immaginazione, e coloro che lo consideravano «sottocultura» (lo psichiatra Frederic Wertham chiese addirittura l’intervento del governo per fermare quello che identificava come un pericolo per la crescita dei ragazzi).

Durante la Guerra fredda, specialmente nel mondo anglosassone, il fumetto divenne anche un’arma nella lotta contro il comunismo. Al contrario, in URSS non ebbe molto successo, i sovietici non colsero le potenzialità di questo media, lo bollarono come prodotto occidentale «decadente» dove imperversavano supereroi e gangsters, e da parte loro si limitarono a produrre giornaletti concepiti unicamente come forma di svago, con avventure e consigli in stile Giovani Marmotte in cui si spiegava come si monta una tenda o si guada un ruscello. Solo dagli anni ’60, con la corsa alla conquista dello spazio, ai giovani lettori sovietici si aprì il mondo delle avventure extraterrestri, mentre chi sognava gli eroi occidentali doveva cercarli nel mercato nero.

Negli anni ’60 il medico australiano Frederick Schwarz (1913-2009), fervente anticomunista, si trasferì in California dove fondò la «Crociata cristiana anticomunista» che fra l’altro pubblicò una serie di fumetti intitolata I due volti del comunismo. Prendiamo ad esempio l’albo pubblicato nel 1961. In copertina ci saluta un Chruščev che invita ad «abbandonare lo stupido capitalismo per le glorie del paradiso comunista», dove però regnano le armi, la fame e la morte. Ecco il padre di una famiglia stile Happy Days che spiega ai figli come non sia affatto difficile cadere nella trappola della propaganda: «Il comunismo è una religione fanatica» che può incantare non solo i poveracci ma anche gli intellettuali e gli «idealisti fuorviati», è una minaccia reale che potrebbe materializzarsi in una qualunque cittadina americana. Segue la descrizione ben documentata della realtà comunista fatta di violenza, campi di lavori, schiavitù, a cui si contrappongono «la conoscenza, il coraggio, la fede» e la dedizione alla giusta causa, il patriottismo, la fedeltà «a Dio e agli Stati Uniti». Oggi suona un po’ ridicolo, ma se pensiamo alla situazione degli anni ‘60…

Un’altra serie di albi simili è Treasure Chest, un quindicinale di orientamento cattolico, distribuito nelle parrocchie americane dal 1946 al ‘72. Dal numero del 28 settembre 1961 iniziò la pubblicazione di diversi episodi dedicati all’«empio comunismo». A fare da introduzione troviamo un messaggio firmato addirittura da John Hoover, direttore dell’FBI: «Il comunismo – scrive Hoover – rappresenta la peggior minaccia alla nostra vita (…) e il modo più efficace per combatterlo è quello di conoscerlo a fondo». Numerosi episodi sono dedicati alla storia del comunismo: sulla base di dati e fatti, gli autori vogliono convincere razionalmente i giovani lettori che la natura stessa di quell’ideologia va contro l’uomo prima ancora di violare i precetti della Chiesa. Anche in questo caso l’albo è rivolto alla famiglia tipica americana, terrorizzata dall’idea di cosa potrebbe succedere se il comunismo trionfasse e introducesse ciò che era già realtà in URSS: la chiesa trasformata in museo dell’ateismo, i sacerdoti internati in campi di lavoro, la censura e i delatori, l’epurazione degli insegnanti, il posto di lavoro deciso arbitrariamente dallo stato…
L’ultimo episodio termina con l’invito a pregare e ad impegnarsi per il bene e per «il trionfo della verità»: «Pray hard and work hard» – certo un simile slogan, oggi, nell’Europa relativista e nihilista ci può anche far sorridere, ma quanti vi hanno dedicato la vita!

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