Mostre: Mario Sironi, un genio, un fascista. Da vedere e capire

22 novembre

Un goccio di sole nella città degli spettri. A 130 anni dalla nascita. In ritardo. Ma poco importa. Finalmente Roma e l’Italia restituiscono a Mario Sironi, il grande maestro sardo, un riconoscimento e uno spazio adeguato. Al Vittoriano. Ecco allora la grande mostra “Mario Sironi -1885-1961″ — protetta dal Genius loci che dorme nel vicino Palazzo Venezia — dedicata ad uno degli artisti più importanti ma meno compresi e più osteggiati del Novecento italiano. Perché?

di Marco Valle da Destra.it del 20 novembre 2014 Destra.it

Sironi era un grande ma, dopo il 1945, divenne un reietto. Nel dopoguerra gli ex fascisti “rivoluzionari” come Guttuso e Napolitano, Bocca e Scalfari, Spadolini e Montanelli — la lista sarebbe lunghissima e imbarazzante… — , non perdonarono all’artista la grandiosità e l’originalità. Impossibile ignorarne l’opera ma come accettare gli esperimenti di “Pittura murale” (con Muzio e Terragni), podromica all’idea progressiva di rivoluzione Fascista? E, poi, le copertine per Gerarchia e la rivista del Popolo d’Italia, oppure la mostra del “Decennale”, i lavori nel Palazzo di Giustizia di Milano e negli altri edifici del potere mussoliniano?

Tutti (o quasi) rinfacciarono al Maestro la fortuna passata e la coerenza nel presente. Tutti gli chiesero d’abiurare. Loro, quasi tutti, lo avevano fatto. Guttuso per primo. Poi gli altri. Lui rifiutò. Con gran rabbia di molti, Mario Sironi rimase — con cocciuttaggine tutta sarda — fascista. Anche dopo piazzale Loreto. Dopo la fine delle illusioni. Ancora una volta perché?

Una risposta la ritroviamo nella biografia dedicata al personaggio (editata nel 2003 da Bollati Boringhieri) da Emily Braun. Nel suo libro la ricercatrice canadese ricorda che il 24 aprile 1945 — quando la RSI crollava e molti “duri e puri” indossavano lestamente divise partigiane o si rifugiavano nelle case dei pochi israeliti risparmiati dall’orrore — l’artista cercò di raggiungere Mussolini a Como «portando in braccio il suo cane, dove poi fu catturato, insieme a altri fascisti fedeli al regime, a Dongo. Quando stavano per essere fucilati, uno dei partigiani, un giovane scultore di nome Andrea Cascella, riconobbe Sironi, che fu subito sottratto alla fila dei prigionieri. Sironi eseguì subito uno schizzò dell’esecuzione”.

Sironi non dimenticò mai quel sangue. Il Maestro, consapevole della sua inattesa fortuna, non si perdonò mai quella salvezza insperata ma non richiesta. Non dimenticò mai, non volle dimenticare, i volti straziati dei suoi camerati fucilati su quella strada verso il lago. Ecco, allora, lo schizzò ricordato dalla Braun. Sopravvissuto, decise di pagare il dazio. Con orgoglio. A testa alta. Come Pound preferì il tempus tacendi. Si estraniò da tutto e da tutti. Sino alla morte nel 1961. Nulla di strano. Sironi non era un Picasso qualunque — un omino geniale ma disposto a tutto pur di sopravvivere (e dipingere e vendere) nella Parigi occupata dai tedeschi — e nemmeno un Cascella qualsiasi, l’ex comunista che negli Ottanta eresse (ben pagato) i funerei monumenti che s’innalzano tutt’oggi nelle ville berlusconiane.

Da qui, una volta di più, l’importanza della retrospettiva che il Vittoriano ha voluto dedicare a questo italiano “inattuale”. Un’occasione per ripercorrere l’avventura umana e la stagione artistica di un sardo cocciuto e geniale, di un personaggio grandioso e scomodo. Certo, negli spazi del monumento umbertino il visitatore meno distratto ritroverà dipinti, bozzetti, riviste ed un carteggio con il mondo del Novecento Italiano e tante altre cose e cosette. Storia dell’arte e frammenti dispersi. Ma vi è di più. Molto di più. Per chi vuole capire il secolo italiano — un tempo terribile e creativo, inzuppato da tensioni incredibili e ipotesi innovative — e scrollarsi di dosso schemi ideologici obsoleti e inutili nostalgie, la rassegna del Vittoriano può rappresentare un momento centrale, un momento unico. Un osservatorio inatteso per intravedere, attraverso il caleidoscopio sironiano, gli ultimi riflessi di una cometa forse troppo ambiziosa…

P.S: un piccolo consiglio. Sarebbe bella cosa se i tanti ragazzi che oggi seguono Casa Pound, FdI o gli altri segmenti della destra dispersa romana (ma non solo romana…) perdessero qualche ora della loro vita per andare al Vittoriano. Per capire Sironi e immergersi nel suo universo popolato da uomini che soffrono e che lavorano, uomini che acquisiscono dignità nell’assolvimento del proprio dovere. Delle figure umili, ma grandiose e possenti nella loro sinteticità. La sua è una pittura da intendere come “eterno presente” in quanto, oltre a rappresentare il Ventesimo secolo, ha toccato con dignità solenne luoghi ed argomenti inesauribili e momenti drammatici che si ripetono all’infinito nel testo di un’umanità in lotta perpetua. Contro la dissoluzione, il kaos. Sironi fu il Fascismo. Quello vero.
La mostra “Mario Sironi, 1885-1961″ è visitabile dal 4 ottobre 2014 all’8 febbraio 2015.

Il catalogo è edito da SKIRA (saggi di Maria Stella Margozzi, Lea Mattarella, Roberto Dulio, Luigi Cavallo e Virginia Baradel).

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