L’anfiteatro di Saintes racconta come morivano i gladiatori

6 dicembre

Ossa. Tantissime. Quel che resta di uomini, donne, bambini. E quegli anelli pesanti, di ferro. Ora arrugginito, al tempo reso lucido dal sudore, segno di sottomissione, di paura, di pena.

di Matteo Sacchi dal giornale del 6 dicembre 2014 il Giornale, ultime notizie

Sono collari. Li si bloccava al collo degli schiavi, non c’era modo di levarli. Ecco cosa emerge dal terreno vicino all’anfiteatro di Saintes nel Sud della Francia. E più gli archeologi scavano, lo documentava ieri un lungo articolo del Daily Mail , più spuntano corpi. Ma chi sono queste persone, seppellite tra il I e il II secolo d.C.? Difficile dirlo. Nelle tombe c’è poco o nulla. Qualche vaso. Monete di poco valore. Due stavano nelle orbite del teschio di un bambino. E almeno su questo c’è certezza. Era l’uso antico, documentato anche dalla Sindone: monete sugli occhi del morto. Servivano a pagare il traghettatore verso il mondo degli inferi. I greci le mettevano sotto la lingua, i romani appoggiate alle palpebre. Senza, c’era il rischio che Caronte non portasse l’anima al di là dell’Acheronte. Qualcuno ha avuto pietà di quel bimbo. O forse è stato solo prudente. Le monete serrano per sempre lo sguardo. Evitano il «malocchio» dello spirito.

Ci vorrà tempo perché gli studiosi arrivino a un’ipotesi certa sui resti. Ma, ora come ora, l’idea è che quelli che stanno emergendo siano i corpi di molti di quei poveretti che terminarono la loro vita proprio nell’anfiteatro di Saintes. La costruzione venne cominciata durante il regno di Tiberio e terminata sotto Claudio, attorno al 40 d.C. Era situato nella città di Mediolanum Santonum, capitale della civitas Santonum (la popolazione gallica dei Santoni). Questa specie di «Colosseo» era lievemente ellittico. Poteva accogliere dai 12mila ai 15mila spettatori. Appoggiato nel lato Est a una collina, era la costruzione del genere più grande della Gallia. E ora appare chiaramente come la macchina di morte che è stato. Hollywood ci ha fornito dei gladiatori una versione epica. Che, per quanto cruenta, minimizza la violenza. Regala un’estetica della morte con eroi alla Massimo Decimo Meridio o, alla peggio, racconta di professionisti della strage con una vita tutta sesso e sangue (vedi la serie Spartacus ).

Dal terreno attorno all’arena di Saintes, invece, emerge la cruda realtà. I gladiatori erano parte dello spettacolo. Quello elegante. Raramente i combattimenti, il piatto forte del pomeriggio, erano a morte. Anche perché un gladiatore ben allenato costava un sacco di soldi. Persino nel Colosseo con sprechi del genere (far accoppare un triario di razza da qualche mirmillone) ci si andava piano. Per fare contento il popolo con la giusta dose di sangue, meglio le venationes . Ovvero gli spettacoli del mattino, dove dei poveracci male armati venivano mandati ad affrontare le belve. Il «gioco» aveva due livelli. C’erano gli auctorati che per denaro si vendevano a un lanista (l’impresario dei giochi) e finivano nell’arena. E c’erano i condannati ad bestias . Schiavi o criminali comuni che venivano inseriti in rappresentazioni sceniche in cui a un certo punto venivano uccisi davvero, nel modo più cruento possibile. Di norma attorno a mezzogiorno (i romani per bene questa roba non la guardavano e andavano a pranzo).

Il poeta Marziale tanto per bene non era e si fermò: «Come Prometeo, bloccato su una roccia scita dava da mangiare a un instancabile uccello, così fece Laureolus, crocefisso, offrendo la sua carne nuda a un cinghiale caledoniano. Le sue membra lacerate grondavano sangue…». Anche all’anfiteatro di Saintes avrebbe avuto qualcosa da vedere. Purtroppo.

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