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L'Insolita Storia

A rischio la più importante statua di Lincoln negli Stati Uniti

Alla fine il cappio della cancel culture inizia a stringersi anche intorno alla figura di Abramo Lincoln. Fino a qualche anno fa il 16° presidente degli Stati Uniti brillava come una figura leggendaria, uno di quei pochi eletti la cui vita era considerata senza macchia nell’immaginario collettivo. Nato in una capanna di tronchi, orfano di madre a 9 anni, studente autodidatta, patrono dell’emancipazione degli schiavi, artefice della vittoria contro i Confederati, assassinato poco prima della fine ufficiale della guerra. Alla sua morte il poeta Walt Whitman gli dedicò una poesia diventata altrettanto leggendaria O capitano! mio capitano!

Lincoln come un uomo che aveva meritato in tutto e per tutto la propria leggenda. Ma adesso anche la sua stella è destinata a tramontare, e i nuovi iconoclasti della cancel culture e dell’ideologia woke si preparano a cancellare il suo nome e buttare giù le statue a lui dedicate. A Chicago è finita nella lista delle “statue di cui discutere e dibattere” anche Abraham Lincoln: The Man, il cosiddetto Lincoln in piedi, realizzata dallo scultore Augustus Saint-Gaudens (1848 – 1907) nel 1887, e considerata uno dei vertici dell’arte americana del XIX secolo.

Saint-Gaudens con il modello originale dello standing Lincoln (via National Park Service)

Il fatto che anche quest’opera sia “oggetto di discussione” è l’ennesima dimostrazione di come cancel culture e ideologia woke stiano puntando uno dei padri nobili della storia degli Stati Uniti. L’unico che proprio per la sua aura leggendaria sembrava intoccabile, ma che con l’ondata iconoclasta del 2020 è finito ugualmente nel mirino.

A San Francisco il distretto scolastico ha approvato la risoluzione per cancellare il suo nome da una scuola (in buona compagnia con diversi presidenti: Roosevelt, Washington, Jefferson, Hoover), una sua statua è stata già abbattuta in quel di Portland in Oregon, mentre a Washington è a rischio una tra le sue statue più famose, l’Emancipation memorial.

L’Emancipation memorial è stata la prima “rappresentazione” della figura di Lincoln a finire nel mirino. La motivazione, sulla carta, non riguardava la figura di Lincoln in sé, ma solo l’impostazione del monumento dedicata all’emancipazione degli schiavi. Non un’attacco alla persona ma all’iconografia di una rappresentazione: Di fronte a Lincoln è un ex-schiavo con ancora le catene ai polsi e un ginocchio a terra: un uomo teso nel gesto di rialzarsi grazie all’emancipazione promulgata da Lincoln.

L’Emancipation Memorial prima statua di Lincoln a finire sotto attacco per l’atteggiamento paternalista nei confronti degli schiavi liberati (via AP News)

Per coloro che sono imbevuti di politically correct, ideologia woke e cancel culture, l’impostazione classica della scena è diventata oggi una “scena paternalista” da “cancellare”. Eppure il monumento dovrebbe essere a prova di “riscrittura della Storia”, visto che la prima a contribuire alla sottoscrizione della statua fu la schiava liberata Charlotte Scott, o almeno così raccontano i giornali dell’epoca. Certo invece che tra coloro che parlarono all’inaugurazione del monumento ci fu Frederick Douglass, uno dei leader del movimento abolizionista, e che era egli stesso un ex schiavo. Nel discorso d’inagurazione il 14 aprile 1876 Douglass non fu certo tenero con Lincoln: secondo Douglass (e non ha torto) l’emancipazione e la fine dello schiavismo non erano stati il primo pensiero di Lincoln. Pure Douglass concordava che Lincoln era stato il primo motore di quel movimento che aveva portato alla liberazione degli schiavi. Scoperta recente che Douglass fu il primo a criticare la postura della statua dello schiavo liberato, almeno a quanto risulta da una lettera a un giornale del 19 aprile 1876 riscoperta nel giugno 2020… proprio quando si decideva per la rimozione della statua.

Ad oggi l’Emancipation Memorial è ancora al suo posto, anche se è stato ormai deciso per la rimozione. La delegata del Distretto di Columbia al Congresso, Eleanor Holmes Norton, è tornata di recente sull’argomento Emancipation Memorial con una nuova proposta di legge, commentando: «Sebbene gli ex schiavi americani abbiano pagato per questa statua, il design e il processo di definizione della scultura sono stati fatti senza interpellarli e senza la loro partecipazione in alcun modo, come è evidente dalla scultura. La statua non riesce a trasmettere come gli afroamericani schiavizzati abbiano combattuto per la loro stessa emancipazione».

L’Emancipation Memorial verrà rimosso per essere una “rappresentazione datata” e non come “critica” alla figura di Lincoln. Critica diretta su cui si basano invece gli attacchi che arrivano dalla California e dal distretto scolastico di San Francisco. La commissione per la ridenominazione delle scuole di San Francisco ha deciso di obliare il nome di Lincoln a causa di due eccidi di due eccidi di indiani: il trasferimento forzato dei Navajo, noto come Lunga marcia, nel 1864, in cui morirono per fatica e stenti circa 200 persone, e l’impiccagione di 40 prigionieri Dakota al termine della guerra di Piccolo Corvo del 1862.

Segno che contro Lincoln sia in atto la classica strategia overtoniana, prima la statua con un’iconografia datata. Poi vicende secondarie di una presidenza come quella di Lincoln per mettere in cattiva luce il personaggio. Un processo che una volta avviato, come da canone della cancel culture iconoclasta, non si ferma più.

E ora dopo San Francisco e Washington D.C. si unisce anche la commissione “Chicago Monument Project” per la “discussione” dello spazio pubblico della città del Midwest. Quello che colpisce maggiormente, e che segna un indubbio cambio di passo, è che essere oggetto di discussione è una statua considerata un’opera d’arte e un simbolo per tutti gli Stati Uniti. Non solo al momento dell’inaugurazione nel 1887 l’opera di Saint-Gaudens venne definita dai giornali “il risultato più significativo che la scultura americana abbia mai prodotto“. Ma la statua stessa era diventata un simbolo per la politica e la diplomazia degli Stati Uniti: copie vennero donate ufficialmente al Regno Unito negli anni ’20 e al Messico negli anni ’60. Numerose copie sono presenti in tutti gli Stati Uniti.

Un’opera d’arte e un simbolo, non una “statuaccia ottocentesca” per dirla alla Saviano (così apostrofò su Facebook la statua di Edward Colston abbattuta dalla folla nel giugno 2020). Il Lincoln in piedi è un’opera che realizza una cesura netta dall’accademismo celebrativo fine a se stesso, e rappresenta un riuscito tentativo di infondere realismo e dinamismo. Saint-Gaudens mostra Lincoln appena alzatosi da una sedia, il volto teso in un momento di raccoglimento.
Lo stesso Saint-Gaudens continuerà a lavorare sulla figura di Lincoln. Nel 1897 inizia a lavorare su una seconda statua, che verrà completata poco dopo la sua morte nel 1908. Denominata Abraham Lincoln: The Head of State, o Lincoln seduto, è sempre esposta a Chicago. Qui Lincoln compare seduto, il capo curvato dal peso della sua presidenza. Una statua che pur caratterizzandosi per altrettanto realismo e diventando modello per successivi francobolli, non supererà mai la fama del precedente Lincoln in piedi.

The Head of State, il Lincoln seduto, altra opera di Saint-Gaudens ad essere stata messa in lista

Sia il Lincoln seduto che il Lincoln in piedi sono finiti nella lista della Chicago Monuments Projects, la commissione creata più di sei mesi dal sindaco Lory Lightfoot con lo scopo di “discutere” lo spazio pubblico di Chicago. La commissione ha pubblicato i risultati del suo lavoro preliminare in un sito ad hoc dove si legge: «Monuments and memorials have become a focal point for conversation, protest, and activism in the city of Chicago.
In response, the city has created a committee to review the city’s collection of monuments and recommend solutions

Scopo della commissione avviare quindi una discussione e una revisione dello spazio pubblico. “Solo una discussione” come si sono affrettati a precisare gli araldi della stampa favorevole a cancel culture e ideologia woke, come fa ad esempio il Chicago Sunday Times che scrive: «Vari resoconti, specialmente sui social media, hanno descritto in maniera impreciso questo progetto, dipigendolo come uno sforzo per abbattere tutto. Questo non potrebbe essere più lontano dalla verità. Si tratta di una discussione.»

In realtà, come ben sanno i lettori di Iconoclastia – La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia, si inizia sempre con una discussione, ma gli obiettivi sono altri. D’altronde nei piani del Chicago Monuments Projects c’è finito dentro di tutto. Statue allegoriche, statue di nativi, statue di cui fu mecenate la comunità ebraica locale. Di statue figurative messe su pubblica piazza tra XIX e XX secolo è finito dentro praticamente tutto. Restano fuori una manciata di statue: Copernico, Alexander Hamilton, von Humbolt, Garibaldi (i neoborbonici non hanno fatto scuola oltreoceano), l’eroe polacco Kościuszko, i poeti Field e Borovský, e il politico locale nonché militare Richard J. Oglesby (probabilmente una dimenticanza della commissione).

Il fatto che le 41 statue di Chicago, Lincoln in piedi in primis, non siano semplicemente sotto scrutinio, è evidenziato anche da una delle pagine minori del patinatissimo sito realizzato dalla commissione. Il lavoro preliminare della commissione è infatti stato raccolto in un sito web dove dove le statue sono ritratte in bianco e nero artistico, hanno brevi cenni informativi su statue e autori, ma tranne poche eccezioni, non è spiegato perché le statue siano finite “sotto scrutinio”. A differenza dell’altra famigerata commissione, quella delle scuole di San Francisco, sommersa dalle polemiche anche dalla stampa liberal per la pochezza delle motivazioni della sua relazione sulle motivazioni storiche a supporto della cancellazione dei nomi delle scuole.

La scelta è quindi quella di oscurare le vere motivazioni che hanno portato a riflettere anche sulla più famosa statua di Lincoln. C’è solo, nella pagina delle linee guida, questo sibillino paragrafo:

«Il Chicago Monuments Project sta portando alla superficie le dure verità della nostra storia – specialmente per quanto riguarda il razzismo e l’oppressione.
La Storia e le storie mostrate in molti dei nostri monumenti sono rappresentazioni false e dannose, offensive per molte persone. Raccontare una storia vera e inclusiva è importante, così come affrontare chi può raccontare quelle storie nello spazio pubblico. La nostra priorità è quella di affrontare storie ignorate, dimenticate e distorte.
»

La situazione richiama alla mente Nella colonia penale di Kafka. Il condannato a morte potrà leggere la motivazione della sentenza solo al termine del supplizio mortale, quando una macchina avrà finito di incidere la stessa sentenza sul suo corpo. Allo stesso modo in un crescendo kafkiano la Chicago Monuments Project decide che le statue siano oggetto di dibattito, ma oscurando il dibattito (sempre che vi sia stato) che ha portato alla decisione. E lasciando quindi ampio spazio agli esagitati.

Tra le altre statue su cui “discutere” secondo la commissione del sindaco Lightfoot anche quella di Lincoln “railsplitter”, il Lincoln spaccalegna, un soprannome che utilizzò durante la campagna presidenziale e che evocava i suoi inizi di giovane dalle umili origini (via Chicago Public Art)

Il fatto che si attacchi sempre più apertamente Lincoln e che lo si faccia nella forma di quella che è un’opera d’arte nota ha portato un minimo contraccolpo mediatico. Il Chicago Tribune, principale quotidiano della città e della regione dei Grandi Laghi, storicamente conservatore, ma che negli ultimi hanni ha spesso appoggiato candidati alla presidenza del partito democratico, ha dedicato diversi editoriali contrari al lavoro della commissione, ricordando come per i 38 indiani Dakota giustiziati, 264 furono graziati dal presidente. In un altro editoriale si titola apertamente che l’iconoclastia è diventata follia.

Anche perché la città di Chicago deve far fronte da anni un crescendo di criminalità: gli omicidi sono in costante crescita, e adesso per fronteggiare l’aumento di furti d’auto, si dibatte se proibire la vendita di un videogioco come Grand Theft Auto!

Insomma per migliorare la vivibilità e l’inclusività di Chicago ci sarebbe molto da fare, piuttosto che prendersela con un simbolo come Lincoln. Ma l’esperienza ci insegna che di questi tempi, una volta che si inizia a parlare di una statua negli Stati Uniti presto o tardi finirà rimossa.

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