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Arabi e schiavisti: confermato il binomio indicibile

La schiavitù attraversa come un fiume, di sangue e violenza, la storia dell’uomo. A volte è stata praticata in modo palese, come in gran parte della storia antica, a volte ha continuato a sopravvivere nonostante tutti i tentativi di renderla illegale, basti pensare oggi ai territori controllati dall’Isis o alla Mauritania.
Matteo Sacchi dal Giornale del 20 maggio 2016 il Giornale, ultime notizie

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E proprio la questione della schiavitù è quest’anno al centro del festival goriziano èStoria, giunto alla 12ª edizione. Tra i vari interventi ce n’è uno dedicato proprio al perdurare della schiavitù in Mauritania, dove i vari tentativi di eliminarla sono culminati in una legge del 2007 che però ha avuto pochissimi effetti pratici. A rendere critica la situazione nel Paese è la stratificazione sociale, antica e solidissima, che vede i bidanes (letteralmente «i bianchi») detenere il potere, mentre gli haratin sono al fondo della piramide sociale. Non pensate a qualche retaggio di razzismo coloniale. I bidanes sono i discendenti di clan berberi e arabi che avevano occupato la Mauritania del nord a partire dalla fine del X secolo. Gli haratin sono i discendenti di gruppi di origine bantu che vivevano lungo il fiume Senegal, nel sud del Paese. Per secoli gli haratin sono stati considerati schiavi dei bidanes, al punto che venivano considerati parte dell’eredità che passava da una generazione all’altra. Persino oggi decine e decine di migliaia di haratin vivono in una situazione di totale asservimento, mentre la stragrande maggioranza degli altri haratin (circa 600mila, il 20% della popolazione) sopravvive in una situazione di asservimento parziale. Prima della citata legge del 2007 la schiavitù in Mauritania è stata abolita almeno tre volte nel secolo scorso (l’ultima nel 1981). Ma è servito a poco.
Su questo tema al festival intervengono oggi (alle 17 nella tenda Erodoto) Yacoub Diarra (attivista anti-schiavista ) e Gianmarco Pisa, coordinati da Giampaolo Cadalanu. Nel suo intervento Diarra spiegherà con chiarezza un fatto che noi occidentali tendiamo a dimenticare, e cioè che in alcune aree del mondo lo schiavismo non arretra di un passo: «Nel nostro Paese vige un sistema clientelare che favorisce gli arabo-berberi in tutti i settori dell’economia nazionale: dall’estrazione mineraria alla pesca, ai servizi. Più del 90% dei portuali e dei domestici è haratin, l’80% della popolazione analfabeta è haratin. Eppure, ancora nel 2013, solo 5 su 95 seggi dell’Assemblea Nazionale erano occupati da questo gruppo nazionale. I mori bianchi fanno profitto, i mori neri sono manodopera. Si calcola che, su 3,5 milioni di abitanti, siano almeno 700mila le persone costrette a vivere, del tutto o in parte, alle dipendenze di un padrone. Sono anche detti schiavi neri e affini alle etnie indigene (wolof, soninke, bambara, pular), che nell’insieme costituiscono la metà della popolazione mauritana». Ma gli haratin non sono gli unici schiavi contemporanei. Nell’incontro intitolato «L’esercito dei 3.241.000», in cui interverranno Frank Dikötter e Claude Chevaleyre (domenica pomeriggio alle 18 nella tenda Apih), si discuterà del fenomeno della schiavitù di fatto in certe zone della Cina e dei retaggi del maoismo.
Ma a destare attenzione è soprattutto il legame duraturo tra schiavitù e mondo islamico. Per lungo tempo il mercato degli schiavi africani fu controllato dai mercanti arabi, solo poi (e in parte) subentrarono gli europei. Gli storici stimano, per quanto sia difficile avere cifre precise, che 10-18 milioni di africani furono fatti schiavi dai mercanti di schiavi arabi e portati attraverso Mar Rosso, Oceano Indiano e deserto del Sahara tra il 650 e il 1900. A essi si deve aggiungere un numero enorme di africani uccisi durante le razzie o morti durante i trasferimenti. E questa tratta proseguì sino alle soglie del XX secolo.
Uno dei mercanti di schiavi più famosi del mondo arabo, Tipu Tip, morì nel 1905. E la tratta, con il ritorno di movimenti islamici radicali come il Califfato, è tornata a farsi vedere anche se molto più sottotraccia. Se ne discuterà domani alla Tenda Apih (Giardini pubblici corso Verdi, dalle 10 alle 12) nell’incontro «Essere schiavi nell’impero ottomano», a cui parteciperanno Ehud Toledano, Dror Zeevi, Vito Bianchi e Farian Sabahi . Paradossalmente, come spiegherà Toledano, direttore del programma di studi Ottomani e Turchi presso l’Università di Tel Aviv, la situazione attuale rispetto a quella dell’Impero Ottomano si configura come molto più feroce.
Nella più grande potenza islamica dell’età moderna era fortissima la presenza di schiavi rapiti nei Paesi cristiani o importati dall’Africa: ma esisteva almeno un sistema legale di tutela e in certi casi la possibilità di liberarsi, persino di folgoranti carriere (a patto di convertirsi). Basti pensare ai temuti giannizzeri, ad alcuni capi corsari di grande successo e addirittura a svariati gran visir. Oggi invece, secondo Toledano, «con la decisione di riportare in vita, ostentandola con orgoglio, l’efferata pratica della schiavitù si assiste al rigetto di un millennio di sforzi esegetici per adattare gli insegnamenti del Corano e della vita del Profeta all’evolversi della realtà sociale».

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