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Archivio – E Mao Zedong ordinò: “Non curate il cancro di Chou En-Lai”

Ogni tanto approfitterò di questo spazio per rilanciare vecchi pezzi di cui non avevo memoria ma che mi sembrano ancora interessanti. Comincio con un articolo fatto per il quotidiano “Il Riformista” dove per qualche tempo ho avuto una rubrica. Per una volta mi ero occupato di Cina e dei torbidi retroscena degli ultimi tempi di Mao e del suo numero due (e gran regista della politica estera di Pechino per decenni) Chou En-Lai

Da «Il Riformista» del 6 gennaio 2004

Gao Wenqian, fuggito dalla Cina nel 1993 dopo essere stato per 13 anni “senior researcher” dell’Archivio del Partito Comunista cinese, ha scelto Hong Kong per pubblicare la sua biografia di Chou En-Lai, l’ex primo ministro di Mao, scomparso nel gennaio 1976, a 78 anni. Considerato a lungo come un illuminato e abile diplomatico, Chou En-Lai esce ora con le ossa rotte dalla lunga ricerca (oltre 600 pagine) che Wenqian gli ha dedicato, attingendo a documenti segreti del Partito Comunista cinese (a volte trafugati, altre volte imparati a memoria prima della sua fuga in Occidente) e a testimonianze dirette di ex dirigenti politici cinesi. Pubblicato dalla “Mirror Books” – per ora solo in cinese – «Zhou Enlai’s later years» rivede così radicalmente («Questo libro lo butta giù dal piedistallo» dice l’autore) il mito del Chou En-Lai “comunista buono” che le autorità di Pechino hanno deciso di ostacolare la circolazione del volume anche perché Wenquian, en passant, aggiunge nuovi particolari al “libro nero” del comunismo cinese e del suo leader storico.

Ad esempio, ricorda che Mao negò al suo ministro le cure necessarie per salvarlo dalla morte e che quando Chou En-Lai morì il dittatore comunista festeggiò la notizia con i fuochi artificiali. Una reazione sorprendente se si pensa che Chou En-Lai era stato con Mao fin dagli anni Trenta (ma lui, discendente di una ricca famiglia di mandarini di Hua Hin, provincia di Jiangsu, comunista lo era già dai primi anni Venti) e con la nascita della Repubblica popolare cinese (1949) aveva avuto un cursus honorum degno di un Andreotti dell’altro emisfero: primo ministro ininterrottamente dal 1949 alla morte, dal 1954 alla morte anche Presidente del Consiglio di Stato, ancora dal 1949 ma fino al 1958 ministro degli Esteri. E anche in seguito “eminenza grigia” della politica estera cinese: gli storici danno a lui il merito, ad esempio, della conquista per la Cina del seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu nel 1971. Insomma, a prima vista un maoista più maoista di Mao anche se la vulgata – soprattutto dagli anni Settanta – lo ha accreditato come illuminato protettore di una generazione di leader “moderati” che, già nei piani alti del potere alla morte di Mao, ne gestirono poi l’eredità e la successione. Tra essi quel Deng Xiaoping su cui Gao Wenqian ha qualcosa da dire: «Deng in realtà venne cooptato ai vertici della dirigenza cinese dallo stesso Mao. E questo avvenne nell’ambito di un piano per ridurre il potere di Chou En-Lai». E, per rincarare la dose, l’ex archivista del PC ricorda che Deng partecipò a numerose riunioni convocate dallo stesso Mao per criticare Chou En-Lai. Critiche rimaste circoscritte ai palazzi del potere perché ancora oggi la posizione ufficiale di Pechino sul ruolo storico del numero due di Mao è quella di 27 anni fa: Chou En-Lai non ha mai sbagliato. In nulla.

Ma il primo a non pensarla così era proprio il Grande Timoniere. L’astio di Mao verso il suo numero due arrivò al punto di accelerarne la fine. Infatti in «Zhou Enlai’s later years» si apprende che nel 1972, non appena si scoprì che un cancro aveva attaccato il suo premier, Mao ordinò che l’interessato non venisse avvertito e i dottori del Partito ricevettero precise istruzioni di non abbozzare alcuna cura e di non fare altri esami. Quasi un anno dopo, Chou En-Lai iniziò a urinare sangue: Mao allora autorizzò nuovi esami ma questi poterono solo constatare che la metastasi era ormai incontrollabile.

Comunque, alla resa dei conti, non furono in molti, sembra, in Cina a piangere per la scomparsa del “comunista buono”. E non solo per emulare il «Grande Timoniere» che per l’occasione aveva trasformato la Città Proibita in una succursale di Fuorigrotta a Capodanno: in realtà tutto quello che Chou En-Lai aveva fatto in vita – secondo la storia ufficiale, soprattutto cercando di mitigare gli effetti della Rivoluzione Culturale – era stato concordato e autorizzato da Mao in persona. «I documenti del Partito rivelano che Chou En Lai protesse persone solo dopo essersi consultato con Mao, con sua moglie Jiang Qing, il vice di Mao, Lin Biao e altri gerarchi. Se solo si accorgeva che poteva esserci una qualche opposizione alla tutela di questo o quel personaggio caduto in disgrazia subito faceva un passo indietro» dice Wenqian che liquida l’oggetto della sua ricerca come “un pupazzo nella mani di Mao”. «Era così imbevuto di senso di educazione e obbedienza che era praticamente disposto a fare qualunque cosa gli chiedesse il suo leader, compreso l’ordine di arresto di suo fratello o di sua nipote».

Interrompendo la lunga tradizione di studi favorevoli – o comunque purgati – su una delle figure di primo piano della Cina della seconda metà del Novecento, Gao Wenqian ha corso dei seri pericoli. Sostiene infatti che le autorità cinesi hanno esercitato forti pressioni sulle autorità accademiche statunitensi di Harvard affinché venissero ridotti i fondi a sua disposizione. Successivamente, in pieno stile mafioso, alcuni agenti cinesi avrebbero avvicinato lo stesso Wenqian dicendogli che la sua anziana madre avrebbe potuto essere ferita dalla pubblicazione del libro. La donna, imprigionata per sette anni durante la Rivoluzione culturale con l’accusa di essere una “controrivoluzionaria”, è però morta prima dell’uscita del libro liberando così il figlio da qualunque condizionamento. Con una punta di tristezza e di riconoscenza, Wenqian ha deciso di dedicarle comunque la sua fatica.

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